Anno XVII, n. 182
marzo 2021
 
Questioni di editoria
La Siae spesso non
dà i soldi che deve
Molti diritti sulle fotocopie
non vengono pagati. Perché?
di Alessandro Milito
Che cos’ha in comune la nuova rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, con la scrittrice Michela Murgia e il filosofo Gianni Vattimo? E i giornalisti Concita De Gregorio e Federico Rampini con lo scrittore statunitense Jonathan Safran Foer? Che cosa lega Miguel Gotor a Tiziano Terzani, Antonio Scurati a Giancarlo De Cataldo? Probabilmente tutti questi nomi sono uniti dal fatto che appartengono a menti valide e a ottime penne. Eppure, questo non è l’unico motivo.

Grandi scrittori che la Siae dice di non riuscire a trovare
Ciò che unisce questi autori, tanto da farli diventare parte di un lungo elenco, è la Siae, la Società italiana degli autori e degli editori.
Fanno parte di quelle migliaia e migliaia di autori i cui libri sono stati fotocopiati secondo le norme di legge, i cui proventi sono stati incassati dalla Siae con lo scopo di darli a loro ma che la Siae non ha poi effettivamente distribuito a loro con la motivazione – risibile – che non sa chi siano. Trattasi dell’elenco degli aventi diritto alla ripartizione dei diritti d’autore derivanti dalla reprografia.

Il quadro giuridico/normativo
Per capire meglio bisogna partire proprio da quest’ultima e dalla legge che la regola, ovvero quella sul diritto d’autore, la n. 633 del 1941, così come modificata dalla legge n. 248 del 2000. La reprografia è il complesso di tutte le tecniche di riproduzione, compresa quella di fotocopiare i libri. La legge stabilisce limiti precisi per quest’attività che, se venisse del tutto liberalizzata, penalizzerebbe i creatori delle opere d’ingegno, mortificando il diritto d’autore. Per questo la fotocopiatura è consentita solo per uso personale, entro il limite massimo del 15% dei volumi e dei fascicoli di periodici, e a fronte della corresponsione di un compenso forfettario a favore degli aventi diritto. La legge incarica la Siae di riscuotere i compensi e, sulla base di accordi stretti con le associazioni di categoria, ripartirli tra autori ed editori aventi diritto. Insomma: alla Siae, dietro provvigione, spetta il compito di trasferire ai creatori il ricavato derivante dalle fotocopie dei loro libri.

Dopo cinque anni i soldi vengono incamerati dalla Siae
La Siae contatta gli aventi diritto e provvede alla liquidazione di quanto loro spettante. Se non riesce a reperire un autore, inserisce il suo nominativo nell’elenco «degli autori che non sono stati reperiti, quelli su cui esistono dubbi di omonimia e quelli i cui eredi non sono stati individuati», pubblicato sul proprio sito istituzionale.
Fin qui tutto bene; anzi no. Perché non sono sfuggite agli osservatori più attenti, e sensibili alla piena tutela del diritto d’autore, le criticità di questo meccanismo. Basta scorrere l’elenco per leggere, tra i tanti autori presenti, i nomi di scrittori, giornalisti e accademici di fama nazionale e internazionale e non solo. Nomi “eccellenti” che è difficile immaginare come del tutto “irreperibili”. A questo si aggiunga un altro particolare: trascorsi cinque anni dalla maturazione del diritto di reprografia, se nessuno degli interessati si fa avanti e presenta domanda alla Siae per ottenere quanto gli spetta, questo decade. Di conseguenza, la Siae ritiene le somme non rivendicate e le impiega per attività culturali e promozionali.
Questi due elementi, e cioè un lungo elenco di soggetti - anche celebri - irreperibili e un oggettivo disincentivo alla solerzia della Siae, hanno fatto storcere il naso a molti.

Una lunga battaglia che viene da lontano
Quella sull’equa distribuzione dei diritti da reprografia è una battaglia che l’Agenzia letteraria Bottega editoriale porta avanti da anni, dal lontano 2006 (http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=56).
Nel 2017 l’agenzia di stampa AdnKronos ospitò un confronto acceso sul tema tra il direttore di Bottega editoriale, Fulvio Mazza, e l’allora presidente della Siae, Filippo Sugar (http://www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=171).
In alcuni casi la Siae – denunciava Mazza – «gli autori non prova neanche a trovarli. Per cercarli si rivolge a varie strutture. Una volta si è rivolta anche a noi. Ma l’impressione che ho avuto è che speri che le aziende cui si affida non trovino tante persone. Se ne trovassero tante, la Siae sarebbe costretta a pagare».
I rappresentanti di Siae, in una replica piuttosto accesa, si definirono sconcertati da tale tesi e respinsero al mittente tutte le accuse. Inoltre, affermarono che i diritti di reprografia «se non rivendicati vanno in prescrizione dopo 5 anni, ma Siae non li incassa. Presso la Sezione Olaf è stato infatti istituito un fondo che viene utilizzato per promuovere il libro e la lettura».
Grazie alla visibilità fornita dall’Agenzia, la questione arrivò all’attenzione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, su interrogazione del senatore Nicola Morra (http://www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=172).
Il Ministero, tramite il suo ufficio stampa, sostanzialmente si tenne ben lontano dall’affrontare il problema e venne meno alla sua funzione di vigilanza sull’attività della Siae. Nessuna critica venne dal ministro Franceschini in merito alla – quantomeno! – inefficiente gestione della Siae (http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=228
; http://www.bottegaeditoriale.it/bottega/contenuti/News.html).

Scalfari, Saviano, Stella, Vespa, Renzi, Lerner, Annunziata: anche loro sconosciuti!
Eugenio Scalfari, Roberto Saviano, Gian Antonio Stella, Mario Tozzi, Fabio Volo. Ma anche Matteo Renzi, Enrico Letta, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Augusto Fantozzi, Giuliano Urbani, Eugenio Gaudio; e poi Gad Lerner, Lucia Annunziata e Bruno Vespa. Sono tanti i nomi entrati nel corso degli anni nel famoso elenco degli sconosciuti. Cambiano i nomi ma non le risposte della Siae, né la sua politica sulla reprografia.
Infatti, la Siae ha sempre ribadito la legittimità della propria prassi sui diritti di reprografia. Ancora oggi la Società ritiene di fare tutto il possibile per difendere questo ulteriore aspetto del diritto d’autore ma che nulla può in determinati casi, ovvero quando l’autore è di fatto irreperibile o scarsamente interessato alla conclusione della procedura. Insomma: se l’autore non fornisce l’iban presso cui accreditare la somma prevista, o peggio, se ci si trova in casi dubbi o di omonimie, la Siae si troverebbe impossibilitata a liquidare il tutto. Rimangono comunque il sito e l’elenco, che sarebbero facilmente individuabili dagli interessati.

Pretendere che la Siae adempia a tutti i suoi doveri
Sono spiegazioni che non possono in nessun modo essere ritenute soddisfacenti. Né può rincuorare il fatto che le somme non distribuite vengano impiegate dalla Siae per iniziative culturali, probabilmente anche di valore. Questo perché si tratta di somme che spettano agli autori e agli editori, che non hanno dato alcun mandato alla Siae né una autorizzazione a spenderle per conto proprio. Il problema di fondo è evidente: se la Società riuscisse a rintracciare tutti gli autori dovrebbe rinunciare a risorse che di certo potrebbero farle comodo ma che, tuttavia, non le spetterebbero in alcun modo.
Un sistema così concepito è strutturalmente inadatto a tutelare i diretti interessati, che vengono regolarmente beffati da una prassi che è difficile giustificare. Invece, è giusto pretendere che la Siae svolga un servizio migliore e abbandoni certi metodi perlomeno discutibili. Non solo perché, come recita il suo stesso logo, la Siae dovrebbe essere sempre «dalla parte di chi crea», ma per la stessa natura giuridica della Società.
Come recita il suo statuto, e come è stato più volte confermato dalla giurisprudenza, «La Società Italiana deli autori ed editori è ente pubblico economico a base associativa» (art. 1); la Società «cura altresì la riscossione e la ripartizione dei proventi che comunque derivino dall’utilizzazione delle opere, adottando procedure idonee alla tempestiva individuazione dei destinatari dei diritti riscossi; b) assicura migliore tutela dei diritti di cui alla lettera a) e la protezione delle opere dell’ingegno; […] e) svolge ogni altra attività strumentale e sussidiaria alle precedenti» (art. 2).
La Siae è un ente di diritto pubblico che svolge, per conto dello Stato, la funzione di tutela giuridica ed economica delle opere di ingegno. Essa è quindi investita di una funzione pubblica di assoluto rilievo e, proprio per questo, i cittadini stessi prima ancora che gli autori devono richiederle un servizio efficace ed efficiente come a ogni altra pubblica amministrazione. La rilevanza pubblicistica dell’attività svolta dalla Siae è stata ulteriormente sottolineata da una recente sentenza del Consiglio di Stato, la n. 831 del 2020. La pronuncia, infatti, che ha condannato la Società a garantire il diritto di accesso agli atti ai propri associati, ha respinto il presunto carattere privatistico della Siae: secondo i giudici di Palazzo Spada, in linea con la costante giurisprudenza amministrativa, la Società «è da annoverare tra i soggetti esercenti un’attività di pubblico interesse».
Da tale natura non può che conseguire una particolare attenzione alle attività che essa svolge, compresa quella relativa ai diritti di reprografia. E legittime e doverose sono le critiche ricevute per la sua inefficienza.

Qualche suggerimento
Critiche alle quali può accompagnarsi qualche semplice suggerimento per rendere più veloce ed efficace la tutela degli autori e snellire quel lungo elenco.
La Siae è presente stabilmente sui principali social network, con profili ben strutturati, seguiti da migliaia di persone. Su Twitter il profilo @SIAE_Official è seguito da più di cinquantamila persone; molto bene anche la presenza su Instagram, con più di diecimila follower, mentre la pagina Facebook di Siae gode di ben cento trentaduemila mi piace. Un patrimonio digitale di tutto rispetto. Perché la Siae non utilizza questi canali, e le enormi platee che raggiungerebbero, per sensibilizzare la collettività sulla questione della reprografia e reperire gli autori irrintracciabili?
E perché non pubblicare, magari con cadenza mensile o trimestrale, una comunicazione ad hoc sugli inserti culturali dei principali quotidiani nazionali? Inserti acquistati prevalentemente da lettori e scrittori e spesso dedicati espressamente ai libri.
Oppure, perché non seguire la via più semplice ed efficace di tutte? E quindi: perché la Siae non contatta direttamente le case editrici per ottenere i recapiti dei loro autori? È difficile immaginare che l’editore non sia in grado di mettere in contatto la Società con gli autori con i quali hanno stipulato un contratto di edizione. Magari facendo ritrovare l’iban disperso. Sarebbero misure di buon senso, che comporterebbero costi minimi, ma che permetterebbero alla Siae di recuperare quella stessa credibilità legittimamente messa in discussione.
O dobbiamo pensare che quella della Siae di non sforzarsi per trovare le persone a cui pagare i diritti sia una scelta deliberata?

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)
 
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