Un nuovo arrivo nella famiglia di Bottega!

Nel mezzo dei preparativi per la prossima edizione del Salone internazionale del libro di Torino, Bottega editoriale festeggia una dolcissima aggiunta alla nostra famiglia estesa: questa volta il capolavoro non è un libro della nostra Scuderia letteraria, ma la nascita della piccola Arianna. Tanti auguri a mamma Ilenia e alla nuova arrivata!


 
Il resoconto delle nostre attività a “Più libri più liberi” in un articolo pubblicato su il Quotidiano del Sud

L’ultima edizione della Fiera editoriale “Più libri più liberi” si è conclusa lo scorso 10 dicembre.
Le attività compiute dalla nostra Agenzia letteraria sono state molteplici. Ne abbiamo tracciato un resoconto pubblicato su il Quotidiano del Sud. Lo riportiamo qui di seguito:

«Nonostante fischiasse il vento e infuriasse la bufera, i nostri amici dell’agenzia letteraria ‘Bottega editoriale’ si sono detti che comunque “bisogna andar”. Per dove? Ma, è ovvio: per la Fiera del libro di Roma “Più libri. Più liberi” da dove hanno steso il loro solito resoconto semi serio.

Il nostro “Diario bottegaio” si apre con due debutti, entrambi avvenuti presso lo stand di Laruffa Editore.

Il primo è l’uscita pubblica di una nuova casa editrice calabrese: la vibonese Libritalia.net, che ha deciso di agire su due fronti con i marchi editoriali Libritalia e Li Edizioni.

A descrivere la nuova realtà è l’editore, Enrico Buonanno, che ci racconta di come lui abbia radici librarie lontane, avendo lavorato, sin da ragazzino, in una tipografia.

Fra i titoli di Libritalia che hanno ricevuto maggiore rilevo, troviamo Il contabile della ’ndrina di Luciano Prestia, con note di Foca Accetta. L’editore ci spiega che si tratta di un romanzo amafioso, che non prende posizione né a favore né contro la mafia (cosa che ci lascia perplessi, in quanto gli intellettuali riteniamo debbano essere sempre, nella loro attività, in prima fila contro la cultura mafiosa).

Citiamo anche Donne di Carta. Scrittrici e personaggi letterari femminili in Calabria: una raccolta di 36 schede di scrittrici calabresi, che celebra l’attività femminile declinata in una pluralità di competenze. Peccato notare che, in un testo che illustra le donne per le proprie autonome azioni, vengano invece ricordate aggiungendo spesso, al proprio, il cognome del marito.

Auguri a tutto lo staff dunque, con, in testa, la direttrice editoriale Simona Toma.

E il legame con Laruffa? Eccolo (gente di poca fede, ne dubitavate?): l’editore, con un senso della collaborazione raro in Calabria, ha ospitato la nuova realtà editoriale in un importante segmento del proprio stand.

Laruffa ha visto svolgersi in Fiera l’altro debutto cui accennavamo all’inizio: quello della terza generazione della famiglia. Dopo il capostipite fondatore Domenico e colui che ha impersonificato la crescita degli ultimi anni, Roberto, si affaccia nell’agone editoriale la figlia di questi: Chiara, che si presenta con un sorriso aperto e un atteggiamento calmo ma anche uno sguardo furbo. Il suo battesimo del fuoco è stato sancito dalla presenza di Vittorio Sgarbi, da lei accompagnato nella visita allo stand.

Dialogando dei titoli che hanno avuto più successo, gli editori ci segnalano un classico, Edward Lear. Giornale di viaggio a piedi in Calabria, nella traduzione di Giuseppe Isnardi, una sorta di zibaldone senza tempo della letteratura di viaggio, arricchito da foto e illustrazioni.

Numerose immagini, accanto a drammatici interrogativi, si ritrovano poi nel libro di Alessandro Nicola Notarnicola, Ferramonti, il Campo di concentramento dimenticato, dedicato alla storia poco conosciuta del campo fascista del cosentino.

Laruffa segnala inoltre la partecipazione suscitata dal romanzo autobiografico Noma, che di calabrese ha l’autrice, Alessandra Laganà, nata a Locri (Rc). La scrittrice ripercorre la dolorosa esperienza della malattia che l’ha colpita, dalla diagnosi fino alla guarigione, attraverso un percorso multisensoriale fatto di descrizioni, foto, immagini e una selezione di brani musicali ascoltabili tramite QR code.

Passiamo all’editore crotonese D’Ettoris, che evidenza l’interesse di una coppia di titoli della collana Magna Europa. Panorami e voci, caratterizzata da saggi di tipo storico e politico. Innanzitutto, il testo di Francesco Pappalardo, La parabola dello stato moderno, che analizza l’attuale concentrazione di potere che ha permesso allo stato di diventare invadente e onnipotente.

Altrettanto valido il saggio di Oscar Halecki, Il millennio d’Europa, a cura di Paolo Mazzeranghi, un’ampia panoramica sulla crescita, sul consolidamento e sulla decadenza del continente europeo nel periodo che va dal X al XX secolo.

Chiudiamo in bellezza visitandolo lo stand di Rubbettino, specializzato in saggistica politica, ma da qualche anno anche in narrativa di qualità.

Maurizio Serio, responsabile della sede romana, e il direttore commerciale Giuseppe Paletta, ci hanno illustrato i libri che hanno avuto maggiore riscontro tra il pubblico. Partendo dalla narrativa, troviamo il romanzo Le cose di prima di Giuseppe Aloe che, con una scrittura rabdomantica e spietata, indaga a fondo quel tempo enigmatico e inesprimibile che è la giovinezza.

Un secondo testo segnalato è L’assedio del compianto Rocco Carbone, un romanzo premonitore e lancinante che analizza la condizione umana in una situazione di lotta per la sopravvivenza.

Passando alla saggistica, citiamo il saggio Ecoshock. Come cambiare il destino dell’Italia al centro della crisi climatica di Giuseppe Caporale, testo di grande attualità che si focalizza su cause e sintomi cruciali dell’emergenza in atto.

Infine Il Mediterraneo e l’Italia di Egidio Ivetic, che esplora il rapporto dell’Italia con il mare che la circonda nella sua articolata storia, un rapporto troppe volte assente in letteratura e in storiografia.

Lo spazio è tiranno e non ci permette di citare altri significativi libri. Alla faccia della tirchieria ci prendiamo lo spazio necessario per segnalare lo stupendo, ma anche denso, volume di Raffaele Gaetano, Silenziosa luna e altri sublimi leopardiani (Li Edizioni)».



 
Un servizio su Tgr Calabria sulla nostra presenza a “Più libri più liberi”

 Dal 6 al 10 dicembre 2023 ha avuto luogo la XXII edizione della Fiera editoriale “Più libri più liberi”.

La nostra presenza non è passata inosservata: a testimoniarlo un servizio mandato in onda dal Tgr Calabria.

Per guardarlo basta cliccare sul link e spostarsi al minuto 14:36: www.rainews.it/tgr/calabria/notiziari/video/2023/12/TGR-Calabria-del-27122023-ore-1930-7d3082d4-c00a-48a1-ad6b-696b4c91af12.html.

Il prestigioso evento è stato il tramite grazie al quale la nostra agenzia ha potuto portare a termine l’analisi e la sottoscrizione contrattuale di diversi accordi editoriali fra autori alla ricerca di editori ed editori alla ricerca di autori.

Inoltre, durante la kermesse si è proceduto ad avviare campagne di marketing editoriale, come nel caso del “Firmacopie” organizzato a favore del romanzo drammatico dal titolo Nella Tempesta. Legami dell’autrice bergamasca Franca Mannu (facente parte della nostra “Scuderia letteraria”) sulla “Sindrome di Stoccolma” pubblicato da Armando (www.armandoeditore.it/catalogo/nella-tempesta).



 
Buone feste da Bottega editoriale

In questi giorni di Festività, anche noi Bottegai ci prenderemo una (meritata?) pausa.

Eppure, non abbandoneremo certamente i nostri cari (per affetto e stima) Scrittori e i nostri cari Editori (nel senso che siamo sempre in lotta per cavare loro un centesimo in più rispetto a quel poco che vorrebbero dare agli Autori).

Bottega sarà comunque sempre aperta perché ci turneremo all
uopo. Di conseguenza, scriveteci e telefonateci ai nostri soliti contatti senza remore.

Buone feste, dunque, da tutti i Bottegai!



 
Bottega editoriale sarà presente alla XXII edizione di “Più libri più liberi”

Dal 6 al 10 dicembre 2023 avrà luogo la XXII edizione di Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria promossa e organizzata dallAssociazione italiana editori, ospitata nel Nuovo centro congressi allEur, noto anche come La nuvola, di Roma.

Bottega editoriale, come al solito, sarà presente e impegnata attivamente. Infatti, noi
bottegai svolgeremo in primo luogo lattività di Rappresentanza presso i diversi stand delle case editrici proponendo a ogni realtà editoriale i testi più affini al loro catalogo, ovviamente selezionati, di volta in volta, tra i numerosi sui quali abbiamo lavorato assiduamente nellultimo lassso di tempo.

Di sicuro,
Più libri più liberi sarà l’occasione per interfacciarci anche con una serie consistente di scrittori che, nel corso del tempo, hanno potuto beneficiare dei nostri servizi. Potremo incontrarli e discutere con loro di progetti da concretizzare nel prossimo periodo.

Non solo: durante i giorni di fiera parteciperemo pure a un evento riguardante una nostra autrice, Franca Mannu, che sarà presente allo stand di Armando editore per un firmacopie del suo romanzo Nella tempesta. Legàmi (Armando, pp. 262, € 14,00), di cui abbiamo discusso in un articolo apparso su DireFareScrivere (ecco il link di riferimento: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=288) e che è stato presentato anche durante l
ultima edizione del Salone internazionale del libro di Torino.

Di conseguenza, dato quanto affermato, non resta che immergerci totalmente nelle attività che contrassegneranno la XXII edizione di
Più libri più liberi.

 
Bottega editoriale al Campania libri festival

Dal 5 all’8 ottobre 2023, al Palazzo reale di Napoli, si svolgerà la seconda edizione del Campania libri festival della lettura e dell’ascolto.

Negli stand 59, 60 e 61 si potrà assistere ai numerosi incontri che conformeranno il fitto programma della Federazione unitaria italiana scrittori (Fuis) e di Federintermedia, organismo di gestione collettiva del diritto d’autore.

 

Il direttore della nostra Agenzia letteraria Fulvio Mazza si soffermerà su due temi specifici. In dettaglio, giovedì 5 ottobre, alle ore 19:30, terrà una relazione avente come titolo “Reprografia ieri e oggi”, mentre venerdì 6 ottobre, alle 10:30, relazionerà un altro incontro denominato “Come ‘utilizzare’ le agenzie letterarie per migliorare i propri libri e veicolarli ai migliori editori”.


 
I Bottegai staccano un po la spina

Nel mese di agosto, per due settimane, ci prenderemo un podi meritate vacanze. Lavoreremo normalmente fino a venerdì 4. Seguirà qualche giorno in cui rallenteremo le varie attività di lavoro. La ripresa coi soliti ritmi è prevista per lunedì 21 agosto. Ma anche in quelle due settimane di chiusura resteremo pur sempre vigili in modo da assicurare comunque un riscontro agli autori e agli editori che ci contatteranno. Per riuscirci adotteremo un apposito sistema a rotazione.


Di conseguenza, resteremo sempre disponibili all'indirizzo email info@bottegaeditoriale.it e al numero telefonico 392 9251770.


Cercasi Ufficio stampa

La nostra Agenzia letteraria è alla ricerca di un collaboratore esterno che aiuti, per un paio di mezze giornate a settimana, come Ufficio stampa, cercando di far scaturire recensioni, citazioni e quant'altro ai nostri migliori libri.
Per candidature e/o maggiori informazioni, invia una email a info@bottegaeditoriale.it o telefona al 392 9251770.


Presentazione di Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio

Siamo lieti di annunciare che il giorno 18 luglio 2022, alle ore 18.00, si terrà nella Villa Comunale di Crotone la presentazione del libro Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio, del nostro direttore Fulvio Mazza. Aprirà la presentazione Rachele Via e interverranno, oltre all'autore, Vittorio Emanuele Esposito e Pino Fabiano. Modererà l'evento Fabio Riganello.

Un po' di vacanze anche per noi

Bottega editoriale informa che nelle due settimane attorno a Ferragosto faremo un po' di vacanza e ci sarà dunque un rallentamento delle varie attività di lavoro. L'ultimo giorno di attività piena sarà venerdì 5 agosto 2022 e il primo di ripresa piena sarà lunedì 22 agosto 2022.
Tuttavia, non sarà una chiusura netta. Difatti, al fine di garantire sempre una risposta agli autori e agli editori, adotteremo un sistema a "rotazione" per soddisfare le esigenze di tutti.
Dunque, autori e editori possono contattarci regolarmente all'indirizzo: info@bottegaeditoriale.it o telefonare al: 392 9251770.

I bottegai vanno in ferie


Bottega “stacca la spina” nelle due settimane di Ferragosto. Dunque l'ultimo giorno di attività è il 6 agosto e il primo giorno di riapertura è il 23 agosto.
In caso di emergenza, autori e editori possono scriverci a: info@bottegaeditoriale.it o telefonare al 392 9251770.

Farà eccezione il settore delle “Preletture gratuite”. Difatti, al fine di garantire sempre una risposta celere agli autori, tale comparto non andrà integralmente in ferie, ma si adotterà il sistema della “rotazione”. Dunque gli autori possono proseguire a inviare i propri dattiloscritti inediti, sempre all'indirizzo: info@bottegaeditoriale.it e riceveranno, come sempre, una pronta risposta.


Il 50° anniversario del “Golpe Borghese”

http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=257
50 anni fa il “Golpe Borghese”:
un denso saggio di Fulvio Mazza
Pellegrini editore pubblica la 2a edizione del “Quarto grado
di giudizio”. Fra i tristi protagonisti: Andreotti, Gelli, Maletti…
di Guido Salvini, Giovanni Pellegrino, Guglielmo Colombero e Alessandro Milito
Sul numero di novembre 2020 di questa nostra rivista abbiamo pubblicato una corposa recensione di Guglielmo Colombero, praticamente un saggio breve, al volume Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il “golpista” Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (pp. 272, € 16,00), scritto dallo storico Fulvio Mazza, edito da Pellegrini.
Nel marzo 2021 è stata pubblicata la seconda edizione del libro (pp. 304, €. 16,00) riveduta e ampliata in base all’acquisizione di diverse fonti inedite emerse in occasione del 50° anniversario stesso. Il titolo è: Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti”.
Come si sarà notato, nel titolo della seconda edizione sono cadute le virgolette al termine “golpista” attribuito ad Andreotti.

Su questa seconda edizione, nel giugno dello stesso 2021, sulla rivista Bottegascriptamanent (www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2456) è stata pubblicata un’importante intervista a Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione stragi. La riportiamo qui di seguito, per consentire al lettore una migliore visione d’insieme.

Il Golpe Borghese:
la verità giudiziaria e quella storica
di Alessandro Milito


Partendo dal libro di Fulvio Mazza, intervistiamo l’avvocato
Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione stragi



Intervistare l’avvocato Giovanni Pellegrino, il temuto Presidente della Commissione stragi (che operò, nella sua seconda fase, dal 1994 al 2001), è, oltre che un onore, una responsabilità non da poco. Non è semplice. Dialogare con colui che, insieme a pochissimi altri in Italia, conosce nei particolari le varie vicende storiche, politiche e giudiziarie che hanno contraddistinto quegli anni significa toccare molti dei più delicati punti della nostra storia repubblicana.
E il Golpe Borghese, che fu tentato nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, rientra appieno in questo contesto. Il tentato golpe, sino all’uscita del volume qui trattato, era avvolto nella nebbia di molti misteri che ora appaiono invece per gran parte risolti.
Non a caso il magistrato Guido Salvini, autore di fondamentali indagini risultate in altrettanto fondamentali Sentenze sui fatti di quegli anni, ha scritto che «Il saggio di Fulvio Mazza […] fornisce, nel cinquantennale del tentativo di golpe, una risposta ragionata a tutti gli interrogativi posti dagli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970».
Ovviamente, non significa che questo libro abbia detto tutto ciò che c’era da dire in merito e che quindi non siano necessarie ulteriori ricerche storiche. Vi sono difatti numerosi aspetti da dover ancora approfondire, ed è il testo stesso a metterli in evidenza. Un esempio per tutti: il falso giudiziario contenuto nel terzo “Malloppino” in cui si descriveva una riunione che si sarebbe svolta in una data che era ancora di là da venire: una vera e propria preveggenza!
Va però evidenziato come il saggio abbia aggiunto diversi nuovi dati e interpretazioni, grazie all’utilizzo di fonti inedite o che comunque non erano state sufficientemente verificate con la giusta attenzione e spirito critico.
Ma torniamo all’avvocato Pellegrino ricordando come, da Presidente della Commissione stragi, abbia, in numerosi casi, contribuito in maniera determinante a far luce sui punti più oscuri di quelle vicende. O di come abbia permesso di produrre documenti fondamentali per gli studiosi interessati a ricostruire la verità di quegli anni. È questo il caso de Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (Pellegrini editore, seconda edizione, 2021, pp. 304, € 16,00), il cui autore, lo storico e saggista Fulvio Mazza, si è avvalso, per l’appunto, (anche) dei materiali della Commissione.
È quindi con la stima che si deve alla personalità dell’avvocato Pellegrino che ha così tenacemente contribuito a far emergere la verità degli anni delle stragi che abbiamo condotto quest’intervista, la quale, ci auguriamo, si rivelerà utile e illuminante per il lettore.

Presidente, il saggio, sin dal suo titolo, parla della necessità di una sorta di provocatorio “Quarto grado di giudizio” in quanto la verità giudiziaria, nel caso del Golpe Borghese, è molto differente rispetto a quella storica. Lei condivide tale necessità?
Non c’è alcun dubbio che sia andata proprio così. D’altra parte la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi fu costituita proprio perché la risposta giudiziaria era del tutto insoddisfacente e quindi era sorta la necessità di far chiarezza sugli anni delle stragi, della Strategia della tensione, e appunto sul Golpe Borghese.
L’azione depistante e censoria di Maletti e di Andreotti, come giustamente è evidenziato nel libro, determinò una carenza di verità che la nostra Commissione era chiamata a risolvere.

Il libro mette in evidenza come il Golpe Borghese sia stato definito da più parti un “Golpe da operetta” e, dalla Cassazione, un «complotto di pensionati sostanzialmente inoffensivi».
Il saggio mette invece in evidenza la pericolosità del Golpe e, in particolare, sottolinea come Junio Valerio Borghese non fosse uno sprovveduto dal punto di vista della preparazione militare. Di conseguenza, non si sarebbe mai messo alla testa di un complotto del genere se non avesse avuto una certa sicurezza di portarlo vittoriosamente a termine. Alla luce della sua esperienza di Presidente della Commissione stragi, che conclusioni ha tratto su questo punto?

Junio Valerio Borghese era un “uomo d’arme”, non certo uno sprovveduto. Ricordo che era un militare di grande esperienza. Non dimentichiamo che rifondò nella Repubblica sociale italiana la X Mas e che questa fu una delle strutture militari più efficienti della Rsi. Non era uno sprovveduto nemmeno in ambito politico. Ricordo che riuscì a mantenere una posizione di autonomia rispetto ai tedeschi e anche rispetto al governo di Mussolini stesso, e che riuscì a sottrarsi alla giustizia partigiana accordandosi con i Servizi segreti angloamericani.
Ebbene, un personaggio del genere non poteva di certo avventurarsi in un Golpe che non avesse avuto concrete possibilità di successo.

Borghese morì nell’agosto del 1974, proprio quando stava preparando il suo ritorno in Italia (tale suo progetto era ben noto) e proprio mentre Maletti e Andreotti stavano spulciando il rapporto del Sid del 26 giugno precedente per stabilire cosa inserire e cosa censurare nel testo che avrebbero poi consegnato alla Magistratura il 15 settembre successivo. In quei giorni, dunque, mentre Maletti e Andreotti stabilivano cosa far sapere o meno alla Magistratura, Borghese improvvisamente morì. In tal modo si evitò il rischio che potesse chiamare in causa, per esempio, le persone salvate proprio da Maletti e da Andreotti. Non le pare una coincidenza un po’ strana? Il libro sostiene l’ipotesi che si sia trattato di un assassinio. Lei come la pensa?
Concordo anche su questo punto: in particolare fu Stefano Delle Chiaie a insistere molto circa la forte probabilità che Borghese fosse stato ucciso da un caffè avvelenato. In effetti, se fosse tornato in Italia avrebbe probabilmente scatenato un terremoto politico-giudiziario spiegando il coinvolgimento di diverse persone nel Golpe, ivi comprese quelle che, grazie ai depistaggi di Maletti e Andreotti, erano riuscite a farla franca. Ricordiamo che il 1974 è un anno cruciale, in quanto è quello della Rivoluzione dei garofani in Portogallo e della caduta dei colonnelli greci.
Se fosse tornato in Italia, Borghese avrebbe potuto mettere in crisi tutta l’azione depistante e censoria di Maletti, Andreotti, ecc.

Nel saggio si racconta di come lei riuscì a fare ammettere a Maletti l’appoggio sostanziale che i Servizi segreti, e lo Stato in generale, diedero ai golpisti e il perché di un tale sostegno. Questa tesi, nel libro, viene definita “Dottrina Maletti”. Condivide tale neologismo storico-politico?
Sì, possiamo chiamarla “Dottrina Maletti”. Ma, al di là delle denominazioni, è stato importante sentire da Maletti la conferma dell’ipotesi che si era andata delineando.

Ci può descrivere tale “Dottrina”?
Certamente. Lo faccio riportando lo stesso brano presente nel libro che riporta quanto dissi allora e quanto ribadisco adesso:
«Ora, quando abbiamo sentito il generale Maletti, io ho formulato al generale un’ipotesi […] che in realtà l’origine dello stragismo va individuata nell’esistenza in Italia di una serie di reti operative, alcune ufficiali, come era il Sid, altre semiufficiali, come poteva essere Gladio, e altre reti; che queste reti avevano come terminale periferico uomini dell’estremismo di destra, io dico della destra radicale, che con ogni probabilità sono questi a commettere le stragi e lo fanno, però, non per aver ricevuto un input dall’alto ma probabilmente anche per logiche di attivismo autonomo o per deviazioni da piani concordati.
L’ipotesi si completa nella valutazione che queste persone sono state coperte – e quindi per queste ragioni i colpevoli dello stragismo non sono stati individuati – non perché in se stesse meritassero protezione, ma perché si volevano coprire le responsabilità istituzionali e politiche del rapporto anteriore che queste persone avevano avuto con queste reti ufficiali o clandestine […]. Devo dire che il generale Maletti ha asseverato questa ricostruzione».

In che contesto avvennero tali ammissioni di Maletti?
Queste affermazioni furono fatte da Maletti a Johannesburg, in Sudafrica, quando ci recammo con la Commissione stragi nel 1997.
Fu una visita molto dibattuta perché ci accusarono di essere scesi a patti con un latitante, ma sono ben soddisfatto di questa scelta, sia perché emersero questi e altri dati fondamentali sugli anni delle stragi, sia perché facemmo da apripista per una sorta di pellegrinaggio giudiziario che caratterizzò altre visite a Maletti da parte di diversi inquirenti italiani.

Le grandi censure al “Malloppo originario” delle indagini scaturite dall’infiltrazione del capitano del Sid Labruna all’interno del mondo golpista (e da qualche altro sparuto atto procurato da ulteriori agenti del Sid) furono attuate da Maletti nei primi mesi del 1974, tanto che il documento del 26 giugno di quello stesso anno contiene molto meno materiale rispetto a quanto originariamente era stato presentato allo stesso Maletti. Per fare un esempio, potremmo evidenziare la censura che salvò l’ammiraglio Torrisi e come, nel suddetto documento del 26 giugno, non ci fosse alcun riferimento al ruolo di Licio Gelli in generale e, in particolare, al progetto di rapimento del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Il libro cambia le denominazioni date ai documenti dai giornalisti e acriticamente recepite dagli storici. Ciò avviene in quanto sinora il documento del 26 giugno veniva definito il “Malloppone”, mentre nel libro viene chiamato “Malloppastro” per specificare come fu un testo tagliato e denaturato che, dunque, non può definirsi logicamente “Malloppone” poiché quest’ultimo termine dà piuttosto l’idea di un testo molto corposo.
Volendo mettere in ordine anche le terminologie, concorda dunque nella differenziazione in “Malloppo originario” per indicare la grande quantità di documenti inizialmente prodotti da Labruna e altri, in “Malloppastro” per identificare il testo che scaturì dalle prime censure di Maletti, e a confermare la denominazione di “Malloppini” per definire i documenti esili che alla fine furono consegnati, dopo le ulteriori censure di Maletti (e di Andreotti) il 15 settembre 1974 alla Magistratura?

In effetti definire “Malloppone” quel testo che era nato monco a causa dei tagli che Maletti aveva fatto al rapporto di Labruna e altri è un po’ un controsenso, il termine “Malloppastro” si confà di più.
Ma, al di là delle denominazioni, il libro ha fatto bene a mettere in evidenza che il corposo rapporto di Labruna (corroborato da qualche documento di altri agenti) può essere denominato “Malloppo originario”, perché è il punto di partenza che si concluderà, censura dopo censura, nei tre esili fascicoli giustamente definiti i “Malloppini”.

La Storia si fa con i “se”. Se così non fosse, sarebbe una pura cronologia. I “se” sono necessari a interpretare.
In virtù di ciò, se Maletti e Andreotti non avessero bloccato la trasmissione alla Magistratura dei documenti provenienti dal “Malloppo originario”, e se la Corte di Cassazione non avesse tolto le indagini ai magistrati di Padova e di Torino (designando il “Porto delle nebbie” di Roma come unica Procura competente), non pensa che si sarebbe giunti con una certa facilità a individuare le trame del Golpe Borghese? Non pensa che si sarebbero bloccate sul nascere anche quelle cospirazioni successive che nel libro vengono definite lo “sciame golpista” degli anni 1971-74?
Non pensa che in questo modo l’Italia si sarebbe risparmiata stragi, decine e decine di morti, sangue e violenze?

Sì, è ben probabile che senza i depistaggi e le censure, e senza la determinazione della Cassazione che lei ha citato, molte stragi, attentati, omicidi e molto sangue innocente sarebbero stati risparmiati.

Nel libro emerge la figura del capitano Antonio Labruna in modo differente da come è stato solitamente disegnato. Emerge come un uomo coraggioso e caparbio che, rischiando la pelle in prima persona, si infiltrò fra i golpisti, ne denunciò le trame e divenne una sorta di vittima sacrificale dovuta alla vendetta dei neofascisti. Pur non esentandolo da critiche, emerge anche come un uomo ligio agli ordini che, come scrisse il giudice Salvini, nessuno volle difendere e perciò finì per diventare un “capro espiatorio” di tutte le malefatte del Sid. Condivide questa sorta di riabilitazione?
Sì, Labruna fu una vittima inconsapevole di questo meccanismo. Fece il suo dovere infiltrandosi negli ambienti fascisti e traendo informazioni importanti, però poi fu abbandonato alla prima difficoltà. Anche perché era andato a toccare ambienti e nomi che il Sid, e in generale il potere costituito di allora, non voleva assolutamente fossero toccati. Labruna ha subito una damnatio memoriae che va contrastata.

Nel libro si mette in evidenza come la sinistra, per i generali dell’Esercito italiano, fosse il nemico. Condivide questa tesi?
Purtroppo era così. Ricordo in particolare due audizioni della nostra Commissione.
Ricordo come il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica (e poi della Difesa), il generale Mario Arpino, spiegò che ancora nel 1980 un terzo del Parlamento italiano era per i militari considerato “il nemico” e come Maletti evidenziò che, fino al 1974, nessuno gli aveva mai detto che il compito degli apparati di sicurezza era anche quello di tutelare la Costituzione. Siamo negli anni che Cossiga definì di “Guerra mondiale a bassa intensità”. Per capire gli avvenimenti di allora dobbiamo tenere presente questi fattori e anche, in particolare, il fatto che l’equilibrio politico in Italia era in quegli anni basato su di un patto di indicibilità e in qualche modo di reciproca ipocrisia: ciascuno sapeva dei legami illegali dell’altro, ma non li denunciava apertamente. Le due parti si attaccavano vicendevolmente senza esagerare. Il governo era perfettamente a conoscenza dei finanziamenti che pervenivano dall’Urss al Pci; così le sinistre sapevano delle illegalità istituzionali commesse dagli apparati di sicurezza e avallate da uomini di vertice della Dc. Questo era il clima e il sistema della Costituzione materiale di allora.

Come va inquadrato il ruolo di Andreotti?
Andreotti è uno dei politici che ha più e meglio rappresentato questo quadro storico-istituzionale. La sua connivenza, e probabilmente anche complicità verso il Golpe, non mi meraviglia affatto.

Stesso dicasi dunque per il Pci, partito estremamente cauto nella denuncia del Golpe pur avendo avuto informazioni immediate e dirette circa il Golpe stesso e che invece fece filtrare la notizia solo dopo tre mesi?
Sostanzialmente sì: attaccò fortemente il governo ma senza esagerare. Ed evitò di personalizzare gli attacchi contro Andreotti con il quale ebbe sempre un filo di particolare dialogo.

Parliamo del “Contrordine” che fu emanato da Borghese dopo aver ricevuto una misteriosa telefonata. Alcune attendibili piste documentarie e testimoniali portano a concludere che a chiamare il Comandante fu Licio Gelli. Altre fonti, ugualmente attendibili e sempre documentarie e testimoniali, accreditano invece la tesi che fu Giulio Andreotti. Nel libro viene evidenziato che non si tratta necessariamente di due piste alternative ma che potrebbero essere convergenti in quanto entrambi i personaggi erano portatori di istanze similari.
Lei condivide questa ipotesi?

Andreotti e Gelli erano personaggi diversissimi l’uno dall’altro ma, nella sostanza, si mostrarono spesso portatori di interessi convergenti. Nulla di più probabile, dunque, che – una volta constatata la defezione dei Carabinieri e degli Usa – si siano coordinati fra di loro per ingiungere a Borghese l’emanazione del famoso “Contrordine”.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)


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Analogamente, dopo l’intervista e prima della recensione di Colombero, riportiamo un altro assai interessante contributo sull’argomento: una recensione stilata da Guido Salvini che, come è noto, è stato uno dei magistrati che ha più e meglio indagato e sentenziato sull’argomento e sulle sue gravi interconnessioni con le stragi di quegli anni (Piazza Fontana in primis).
La recensione, pubblicata su Bottega Scriptamanent (www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2449&ricerca=) viene qui riprodotta al fine di consentire al lettore una migliore visione d’insieme.

Il Golpe Borghese
fu un pericolo vero

di Guido Salvini

La seconda edizione del libro evidenzia, tra l’altro,
il coinvolgimento di Andreotti e Gelli e i depistaggi del Sid


Il saggio di Fulvio Mazza, «Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti”», fornisce, nel cinquantennale del tentativo di golpe, una risposta ragionata a tutti gli interrogativi posti dagli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970.
Innanzitutto la gestione politica (e giudiziaria) viene nel libro messa a nudo con il racconto in presa diretta della costituzione nel 1968 del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese e della perfetta conoscenza che il SID aveva dei suoi progetti, tramite soprattutto l’azione del cap. Labruna che dal 1973 era riuscito far parlare alcuni congiurati, a partire dal costruttore Remo Orlandini, fingendo la piena adesione sua e dei suoi superiori al piano. I congiurati gli avevano raccontato in dettaglio non solo quanto era avvenuto la notte del 7 dicembre 1970 ma i nuovi piani golpistici che ancora sino all’estate del 1974 venivano coltivati nel progetto denominato “Rosa dei Venti”.
La gestione di questa massa di notizie da parte del SID era stata un filtraggio molto accorto.
Nell’impossibilità di nascondere alla magistratura tutto quello di cui era venuto a conoscenza, non dimentichiamo che l’indagine sulla “Rosa dei Venti” condotta a Padova del giudice Giovanni Tamburino stava giungendo al cuore dei progetti eversivi, prima il gen. Maletti e poi l’on. Andreotti, allora Ministro della Difesa, avevano selezionato e depurato le informazioni raccolte dal cap. Labruna.
Così l’originario “malloppo” documentario si era trasformato in un “malloppo” più piccolo (che è passato alla storia con la denominazione di “malloppone”, ma che – ad onta del nome – era in effetti una documentazione smagrita), per opera del gen. Maletti e poi, di concerto con il Ministro alla Difesa, in tre esili malloppini che erano stati consegnati nel settembre 1974 alla Procura di Roma, certo meno “pericolosa” rispetto al magistrato padovano.
Così era sparito dall’organigramma dei progetti eversivi il ruolo di alti ufficiali, tra di essi l’amm. Giovanni Torrisi destinato poi a diventare capo di Stato Maggiore della Difesa, il ruolo di Licio Gelli che nel progetto del 7-8 dicembre aveva il compito di neutralizzare il Presidente della Repubblica, il ruolo della struttura occulta di Avanguardia Nazionale diretta da Stefano Delle Chiaie e l’appoggio ai piani eversivi delle più importanti famiglie della ’ndrangheta calabrese. In più era scomparso ogni riferimento allo stesso Direttore del SID gen. Vito Miceli, contiguo ai golpisti e di cui guardava con benevolenza i progetti tanto da essere arrestato nell’ottobre 1974 proprio dal giudice Tamburino.

Sappiamo tutto questo e con certezza perché quasi vent’anni dopo, il 7 novembre 1991, il cap. Labruna aveva portato al mio ufficio, l’Ufficio Istruzione, una vecchia borsa impolverata che conteneva i nastri, grosse bobine magnetiche di quel tempo, con la registrazione dei molti suoi colloqui con i congiurati che gli avevano rivelato tutto. Erano i nastri originali che Labruna aveva conservato per tanti anni, non quelli sottoposti alla potatura dalla direzione del SID e dall’autorità politica per salvare gli aspiranti golpisti che andavano protetti. Li abbiamo fatti trascrivere e in quelle conversazioni, con tanto di ruoli e di circostanze, emergevano i nomi, alcuni li ho indicati, tutti li troviamo nel saggio, di coloro che, ai più alti livelli, erano stati salvati dall’incriminazione.
Bisogna riconoscere che l’azione di infiltrazione del cap. Labruna era stata brillante sul piano investigativo e psicologicamente intelligente. Non si può ritenere che egli fosse complice dei golpisti, al contrario, e lo ricorda bene e forse per la prima volta Fulvio Mazza, il capitano fu tradito dai suoi superiori e alla fine pagò per tutti con i processi e la degradazione. Così, rendendo pubblici quei nastri il cap. Labruna, pochi anni prima di morire, ha riabilitato pubblicamente la sua figura.

Parlando della risposta giudiziaria, l’assoluzione da parte della Corte di Assise di Roma di tutti gli imputati accusati di insurrezione armata contro i poteri dello Stato era stata poi in piena consonanza con la presentazione riduttiva del progetto eversivo da parte del SID, e anche oltre visto che erano stati assolti anche gli imputati rei confessi.

Quanto al possibile appoggio degli americani l’autore evidenzia, come confermano anche le carte desecretate pochi anni fa negli USA, che Borghese aveva preso ripetuti contatti con l’ambasciata americana a Roma e che i nostri alleati atlantici sapevano tutto di quanto si stava progettando. Tuttavia la risposta statunitense era stata più che scettica. Al più gli Stati Uniti potevano dare il loro appoggio ad un intervento più limitato con la costituzione di un governo forte presieduto da un esponente DC di loro fiducia, con la prospettiva di indire nuove elezioni dalle quali magari fossero escluse le liste comuniste. Ma non condividevano il progetto di un golpe vero e proprio e questo per la mancanza di una vera leadership militare italiana in grado di governare. In sostanza non era possibile fare in Italia come ad Atene nell’aprile 1967. La mancanza di un appoggio atlantico è stata con ogni probabilità la ragione profonda del fallimento dell’operazione. Fine giunta, alle prime ore dell’8 dicembre, con il “contrordine” sia esso attribuibile, come scrive Mazza, a Gelli o a Andreotti. Non è escluso però, aggiungiamo noi, che un messaggio in tal senso possa essere giunto anche dai Comandi dei Carabinieri annunciando la loro defezione dall’operazione.

Tra le altre vicende affrontate nel saggio c’è la morte del comandante Borghese in Spagna il 26 agosto 1974. Una scomparsa avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite ma comunque provvidenziale perché proprio in quelle settimane il SID con il gen. Maletti si apprestava a far pervenire alla magistratura le sue informative sui progetti di golpe dal 1970 al 1974, il cd “malloppino” depurato dai nomi più imbarazzanti ed un paventato ritorno del comandante Borghese in Italia avrebbe potuto rivelarsi assai scomodo per gli alti militari e i nomi più importanti che erano stati salvati da un possibile intervento della magistratura.

Fulvio Mazza ricorda anche la scomparsa del giornalista de L’Ora di Palermo Mauro de Mauro, avvenuta il 16 settembre 1970, appena tre mesi prima del tentativo del 7 dicembre. De Mauro, per i suoi trascorsi giovanili proprio nella X MAS di Borghese, probabilmente aveva raccolto informazioni su quanto si stava preparando e il suo lavoro poteva essere quindi pericoloso per i progetti golpisti.

Inoltre l’atteggiamento e la scelta del PCI che molto probabilmente aveva avuto notizia di quanto stava avvenendo in tempo reale e comunque ben prima dello scoop di Paese Sera del 17 marzo 1971. Il partito, con una precisa scelta politica, aveva tuttavia deciso di far comprendere all’esterno di essere al corrente del pericolo corso solo con qualche articolo volutamente criptico sul quotidiano l’Unità e aveva nel contempo aumentato la “vigilanza” dei suoi militanti. Questo per non provocare subito una reazione dei settori filo-golpisti delle Forze armate che, di fronte all’esplosione del caso, avrebbero potuto intraprendere una reazione violenta e ancor più pericolosa.

Il saggio è corredato dalla riproduzione delle più importanti relazioni del SID concernenti la preparazione del golpe, difficilmente accessibili ed in parte inedite, e da una dettagliata cronologia degli avvenimenti di quei giorni, dalle prime ore del 7 dicembre 1970 sino al contrordine, giunto intorno alle ore 1.40 dell’8 dicembre, e alla ritirata dei congiurati. Infine Fulvio Mazza, sulla base dei dati disponibili dopo lunghi anni di ricerche e di indagini giudiziarie, stima l’entità dei militari, anche di alto grado, e dei civili che furono coinvolti nel complotto in 20.000-40.000 persone. Una forza per niente disprezzabile. Tutt’altro, in conclusione, che un golpe da “operetta” progettato da “quattro generali in pensione” ma un capitolo della storia italiana da non dimenticare perché ha ancora non poco da insegnarci.

Insomma: un libro decisamente buono e ben documentato.

Guido Salvini
Magistrato

Fulvio Mazza, «Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti”» (Pellegrini editore, seconda edizione, 2021, pp. 304, € 16,00).
(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)


Qui di seguito, si può leggere la recensione del critico letterario Guglielmo Colombero alla prima edizione del volume stesso.

50 anni fa il “Golpe Borghese”: un denso saggio di Fulvio Mazza
Per Pellegrini editore una sorta di provocatorio “Quarto grado di giudizio”.
Fra i tristi protagonisti, Andreotti, Gelli, Maletti…


di Guglielmo Colombero


Nel saggio Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il “golpista” Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (Pellegrini editore, pp. 272, € 16,00) viene affrontato, con grintoso spirito giornalistico, un argomento particolarmente delicato e spinoso: la ricostruzione di quanto accadde nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, quando le istituzioni democratiche del nostro paese rischiarono di essere violentemente sovvertite dai neofascisti guidati dall’ex comandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, e manovrati nell’ombra dal “Gran Maestro” della loggia massonica deviata P2 Licio Gelli. Il tutto con la probabile (la documentazione è credibile, ma non è sufficiente per dare una parola definitiva) complicità di Giulio Andreotti.

L’autore è il nostro direttore Fulvio Mazza, che non avrebbe bisogno di ulteriori presentazioni, ma del quale evidenziamo comunque come sia un affermato storico contemporaneista, con, al suo attivo, numerosi saggi editi, fra gli altri, da: Esi, Franco Angeli, Istituto della Enciclopedia italiana (“Treccani”), Laterza, Pellegrini, Rubbettino (cfr. https://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib;jsessionid=87A71733BAE715CDFC7E06D37869B2D3).

Il saggio nasce e si verifica anche e soprattutto tramite la documentazione, spesso inedita, proveniente da varie fonti: innanzitutto il Sid, la Commissione parlamentare P2 e la Commissione parlamentare stragi. Una documentazione che viene anche riportata per alcuni atti più qualificanti.

La demonizzazione dei “rossi” come “Antefatto” e pretesto del “Golpe”
Il primo dei quattro capitoli si occupa di esaminare i fatti, la cui trattazione è approfondita in dieci paragrafi.
Nel primo paragrafo, Il contesto politico: per le Forze armate il Pci e la sinistra sono i nemici e la Dc non riesce più a garantire l’ordine costituito. L’influenza delle vicine dittature, l’autore analizza i presupposti della cospirazione: la pulsione golpista fermenta all’interno di una «classe arrogante che avvertiva come prossimo il termine del proprio potere di casta». Il teorema è suggestivo quanto verosimile: il “Golpe Borghese” come ultimo colpo di coda di un’oligarchia agonizzante, che, non potendo più contare sulla prevalenza degli elementi più conservatori all’interno della Democrazia cristiana dopo la caduta del governo Tambroni, punta a riprodurre in Italia una situazione analoga a quella della Grecia dei colonnelli, dove tre anni prima, con il pretesto di una (inesistente) minaccia comunista, una cricca di militari corrotti (finanziati dietro le quinte dai ricchi armatori come Onassis e Niarchos: i corrispettivi dei nostri Calvi e Sindona) si era impadronita dello Stato, gettando in carcere migliaia di oppositori. Mazza sottolinea come nel corso degli anni ’60, dopo la prima esperienza del centrosinistra, la Dc sia diventata un «marasma correntizio sempre più oscillante fra il conservatorismo, che la permeava fortemente, e le nuove istanze progressiste che vedevano crescere i consensi tra le sue fasce giovanili, intellettuali e fra quelle legate al mondo del solidarismo cattolico e del sindacalismo cislino». Dal canto suo, l’opposizione di sinistra, egemonizzata dal Pci ancora legato ideologicamente all’Urss, è maggioritaria all’interno del sindacato più rappresentativo, la Cgil, e l’“Autunno caldo” ha dimostrato come le istanze della classe lavoratrice siano state in grado di ottenere una conquista fondamentale come lo Statuto dei lavoratori, che ha eroso notevolmente lo strapotere dei “padroni delle ferriere” italiani.

Una sentenza di assoluzione che rimette in circolo le tossine eversive
Nel secondo paragrafo, Un “Quarto grado di giudizio” che fissa la “verità storica”: i golpisti vengono assolti solo grazie ai depistaggi dei vertici del Sid e di quelli dello Stato, l’autore puntualizza, tenendo in debita considerazione la cosiddetta “Sentenza Golpe Borghese”, la differenza fra “verità storica” e “verità giudiziaria”: tre mesi dopo il fallito “Golpe”, uno scoop di Paese Sera scoperchia il vaso di Pandora ma il processo celebrato tre anni dopo si conclude con una generale assoluzione. La Cassazione, il 25 marzo 1986, sentenziò l’assoluzione di tutti gli imputati. Vennero paradossalmente assolti anche i rei confessi. Mazza elabora così un immaginario “Quarto grado di giudizio” ed emette un’ipotetica “sentenza storica”. L’espediente letterario escogitato dall’autore scavalca lo steccato della pura e semplice indagine documentale, e si spinge oltre, entrando in una dimensione per così dire “metafisica” del Potere: Mazza si addentra in un labirinto di intrighi, depistaggi e complotti, si districa in una ragnatela di silenzi e di complicità, ma il volto del Tessitore resta sempre nascosto in qualche cono d’ombra, in qualche nicchia segreta, negli scantinati più sordidi della politica di casa nostra. Un’atmosfera che ricorda la machiavellica e malsana atmosfera di Todo modo, il romanzo di Leonardo Sciascia portato sullo schermo da Elio Petri: mandanti occulti, strategie ricattatorie, misteri irrisolti.

“Malloppo originario”, “Malloppone/Malloppastro” e “Malloppini”
Nel terzo paragrafo, Gli importanti elementi innovativi: la doppia censura ai tre (e non due) “Malloppi”, l’isolamento all’interno del Sid, del capitano Labruna, la “Dottrina Maletti”, Mazza architetta il dispositivo del suo “Quarto grado di giudizio”: il “Malloppo originario” è la cospicua stesura, appunto originaria, delle indagini condotte dal capitano Antonio Labruna; il “Malloppastro” (termine introdotto proprio dall’autore per evidenziare le clamorose manipolazioni effettuate dal superiore diretto di Labruna, generale Gian Adelio Maletti, anche su suggerimento dell’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti) è la versione epurata; i “Malloppini” sono quanto resta dopo due successive ondate di tagli e censure. In altri termini, i “Malloppini” sono paragonabili a una costata alla fiorentina più volte mordicchiata finché non rimane qualche brandello di carne ancora attaccata all’osso. Le identità dei partecipanti a questo banchetto restano oscure nella maggior parte dei casi, immerse in una foschia torbida su cui si tenta faticosamente di proiettare un fascio di luce: «Il confine fra il lecito e l’illecito era assai labile e spesso fu infranto per ragioni assai poco nobili», così sintetizza l’autore per quanto riguarda l’operato del Sid, il Servizio informazioni della difesa. Dall’indagine di Labruna scaturisce un complesso mosaico sulla cosiddetta “Strategia della tensione”, inaugurata dalla bomba di piazza Fontana (che, nel piano originario dei golpisti, pare dovesse sincronizzarsi con il “Golpe dell’Immacolata Concezione”) e culminata con l’occupazione, anche se non integrale, del Viminale; ma, lungo l’itinerario che porterà al processo, Maletti e Andreotti si dedicano a una sistematica sottrazione di tasselli, vanificando il paziente lavoro del loro subordinato, anzi, spingendosi fino a un vero e proprio scempio della sua opera. Maletti, in particolare, è fautore di una strategia occultatrice che l’autore battezza come “Dottrina Maletti”. Il teorema machiavellico elaborato da Maletti giustifica la copertura offerta ai neofascisti con l’esigenza di non infangare la reputazione degli apparati di sicurezza nazionali. Un cinismo che mette i brividi al pensiero che il Sid è comunque un organismo finanziato dai contribuenti…

Macchinazioni massoniche, connivenze nixoniane, triangolazioni repressive
Il quarto paragrafo, Le undici ipotesi riformate e confermate: dal sostegno degli Usa con Giulio Andreotti capo del governo, al ruolo di Licio Gelli, al “Piano antinsurrezionale”, mette in rilievo gli ambigui intrecci fra funzionari ministeriali, esponenti della destra eversiva e “amici degli amici” in odore di mafia. In particolare emerge l’appoggio che ricercò (anche in prima persona, attraverso viaggi in Calabria) e che poi effettivamente ebbe appieno, con la ’ndrangheta. Aspetti sui quali Labruna aveva indagato a fondo, ma delle sue deduzioni nei “Malloppini”, a causa delle ripetute censure messe in campo da Andreotti e Maletti, non è rimasta traccia: notte e nebbia.Aspetti sui quali Labruna aveva indagato a fondo, ma delle sue deduzioni nei “Malloppini” non è rimasta traccia: notte e nebbia.
Il tramite delle connessioni fra cospiratori, neofascisti e mafiosi è ampiamente ipotizzabile nella massoneria deviata, vale a dire la famigerata loggia Propaganda 2 creata dalla “primula nera” Licio Gelli: va sottolineato anche l’atteggiamento fortemente ambiguo dell’ambasciata statunitense, che durante gli anni fangosi dell’amministrazione Nixon non mancava mai di esercitare pressioni anticomuniste. Inoltre vi è qualche sospetto che all’interno sia dell’Arma dei Carabinieri che dei vertici dell’Esercito si annidasse qualche fautore di una esasperazione in senso repressivo (leggi: antimarxista) di un certo “Piano antinsurrezionale” (già ampiamente collaudato all’epoca dell’attentato a Togliatti e sporadicamente durante i moti di piazza contro il governo Tambroni) denominato “Esigenza Triangolo”.

Dall’analisi di documenti riservati emerge la mefistofelica ambiguità del “Divo Belzebù”
Da due fonti significative (più attendibile quella proveniente dagli archivi diplomatico-militari Usa, discussa l’altra estratta dal “Testamento politico” di Borghese) emerge un particolare alquanto inquietante della cospirazione golpista: il ruolo assegnato a Giulio Andreotti come premier dell’esecutivo “di salute pubblica” consequenziale alla svolta autoritaria (ed è questo il comune denominatore di entrambi i documenti). Nel “Testamento” di Borghese compare anche il nome di un elemento di raccordo fra Andreotti e i golpisti: un fido collaboratore di Andreotti, Gilberto Bernabei. Secondo Borghese, il vero autore della telefonata che lo indusse a mandare all’aria il “Golpe” sarebbe stato proprio Bernabei su ordine di Andreotti, e non di Gelli. Sottolinea l’autore che comunque, al di là della paternità della telefonata, sia Andreotti che Gelli «avevano in quel frangente (come in altri…) una visione comune», e che inoltre, «Dalle carte Usa emerge un atteggiamento dell’amministrazione Nixon perplesso ma sostanzialmente disposto ad appoggiare il “Golpe”». In definitiva, si può tranquillamente congetturare (dato che prove certe, purtroppo, non ne esistono, e se mai ne fossero esistite sono state abilmente fatte sparire) che personaggi di grosso calibro come l’ambasciatore statunitense a Roma Graham Martin, il responsabile della Cia in Italia Hugh Fendwich e, dulcis in fundo, addirittura l’ex ufficiale nazista Otto Skorzeny, il sedicente liberatore di Mussolini, fossero tendenzialmente favorevoli al complotto ma solo nel caso in cui questo fosse andato in porto grazie all’appoggio determinante dell’Arma dei Carabinieri, elevando alla guida del governo un democristiano conservatore gradito all’amministrazione nixoniana come Andreotti, in funzione anticomunista, antisovietica e filoatlantista. Un atteggiamento analogo a quello dell’amministrazione Johnson che, tre anni prima, aveva avallato il brutale colpo di Stato dei colonnelli in Grecia senza mai stigmatizzare le sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare di Papadopoulos.
Nel quinto paragrafo, Le altre conferme: le relazioni con il conservatorismo politico e sociale, da Pacciardi a Sogno. I rapporti con massoneria e Msi; la “Strategia della tensione”, l’autore, preso atto della sostanziale estraneità della massoneria al progettato “Golpe” (solo la loggia P2 di Gelli ne era al corrente), sottolinea il ruolo sostanzialmente marginale del Msi di Almirante, sicuramente ben disposto verso un’eventuale svolta autoritaria ma titubante nel procedere decisamente alla mobilitazione dei suoi militanti in appoggio al “Golpe”. Come l’ambasciata Usa, la Confindustria e il Vaticano, anche gli eredi del fascismo non si espongono più di tanto, timorosi di finire intrappolati da un eventuale fallimento del “Golpe”. Anche esponenti conservatori con un passato antifascista come Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi (la Resistenza per il primo, la Guerra di Spagna per il secondo) risultano invischiati nelle trame golpiste più che altro per l’ingenua aspirazione di rivestire ruoli di primo piano in un eventuale esecutivo a guida Andreotti.

Gli uomini che sapevano troppo: una scomparsa irrisolta e una morte sospetta
Nel sesto paragrafo, I sette punti oscuri: il sospetto assassinio di Borghese, il Dossier sulle Forze armate, la scomparsa di De Mauro, il falso sul terzo “Malloppino”, il “contrordine”, l’autore riflette sulla scomparsa del giornalista De Mauro, notoriamente di sinistra ma con radici nell’estrema destra: fu decisa perché avrebbe potuto sprigionare rivelazioni scottanti sui rapporti fra mafia e golpisti? Potrebbe fare il paio con la morte improvvisa in circostanze mai chiarite del tutto – Mazza adombra esplicitamente l’assassinio – dello stesso Borghese in Spagna? Il provvidenziale attacco di pancreatite che uccide Borghese a Cadice nell’estate del 1974 avviene in compagnia di una donna: secondo la testimonianza di un noto terrorista nero, Vincenzo Vinciguerra, la partner sessuale del principe al momento del decesso non era altro che una agente del Sid… Tutto da dimostrare, ma che i servizi segreti di ogni paese si servano spesso e volentieri di avvenenti quanto letali creature femminili non è una novità… Ancora più inquietante e intricata la vicenda della scomparsa di De Mauro, ex legionario della X Mas di Borghese (al quale era talmente devoto da battezzare sua figlia con il nome Junia), rapito e sicuramente eliminato dalla mafia tre mesi prima del “Golpe”: cosa sapeva? E chi decise di commissionare la sua eliminazione alla mafia?
Quanto a due poteri forti che in Italia contavano parecchio, la Confindustria e il Vaticano, l’autore sottolinea che pare assai improbabile una loro totale estraneità alla vicenda golpista. Non va dimenticato che gli industriali italiani (destinatari fra il 1940 e il 1943 di sostanziose commesse belliche) iniziarono a sganciarsi da Mussolini solo quando cominciarono a piovere le bombe angloamericane sulle loro fabbriche. Altrettanto ambiguo l’atteggiamento di un papa storicamente importante come Pio XII: non solo salutò con esultanza l’ingresso del generalissimo Franco a Madrid ma durante l’ultimo conflitto, pur di evitare rappresaglie anticattoliche da parte di Hitler, tacque per anni prima sulla politica antisemita del Terzo Reich e poi sull’Olocausto. Un silenzio rimasto impenetrabile nonostante numerose informative riservate in proposito anche da parte di esponenti antinazisti del clero polacco. Un dettaglio, quello della triade ambasciata Usa-Confindustria-Vaticano che, più o meno tacitamente, sta alla finestra in attesa degli eventi (per poi magari saltare repentinamente sul carro del vincitore) scarsamente preso in considerazione dalla memorialistica sul “Golpe Borghese”, e che invece varrebbe assolutamente la pena di approfondire.
In questo stesso paragrafo si parla del falso giudiziario che caratterizzò il terzo “Malloppino”. Questo fu consegnato da Andreotti al procuratore della Repubblica di Roma, Elio Siotto, il 15 settembre 1974. E, fin qui, nessun problema. Il fatto è – evidenzia Mazza – che «nel documento si descrive anche l’avvenuto svolgimento di due riunioni che “si terranno/si tennero” il 23 e il 29 settembre 1974. Una vera e propria preveggenza! Come è stato possibile che un documento potesse contenere informazioni afferenti a fatti accaduti dieci giorni dopo la sua consegna? La gravità dell’episodio – conclude Mazza – è acuita dal fatto che, mentre gli altri documenti che abbiamo visto erano “solo” atti del Sid, i “Malloppini” erano anche e soprattutto atti giudiziari».

Qualcuno molto in alto allunga il piede per far inciampare Labruna…
Il settimo paragrafo, Le indagini di Labruna colgono nel segno. I neogolpisti organizzano la vendetta e vengono baciati dalla fortuna. Riemerge prepotentemente la “Dottrina Maletti”, esplora le inquietanti connivenze fra apparati di intelligence e vere e proprie mine vaganti neofasciste. Secondo l’autore, che cita il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino (che, a sua volta, cita lo stesso Maletti), appare chiaro che i vertici del Sid abbiano deliberatamente offerto copertura al terrorismo neofascista in cambio di un sostanziale appoggio in quella che viene definita come “Guerra fredda interna”. Il discredito vendicativo gettato dagli ex golpisti sulla figura di Labruna, che viene addirittura accusato di connivenza con l’eversione neofascista che lui tentava di smascherare, annichilisce definitivamente il suo sforzo investigativo, e sul fallito “Golpe Borghese” cala una saracinesca di impenetrabile omertà.

Un dossier incandescente raffreddato e sterilizzato per renderlo innocuo
L’ottavo paragrafo, I documenti vengono finalmente mandati alla Procura. Ma prima si epurano i nomi imbarazzanti e quelli degli “amici”: Cangioli, Gelli, Paglia e Torrisi, per esempio, esamina l’epurazione del “Malloppone” e la sua metamorfosi nel “Malloppastro”, poi ulteriormente spezzettato nei tre “Malloppini”. Sembra una gara a eliminazione in stile “Grande Fratello” televisivo: uno dopo l’altro i partecipanti svaniscono come spettri dal Dossier originario di Labruna. In primo luogo il “Gran Maestro” Gelli, poi l’ammiraglio Torrisi seguiti da vari esponenti della destra eversiva coinvolti nelle “trame nere”. Una volta sottoposto all’attenzione del ministro Andreotti, lo scarnificato “Malloppastro” subisce ulteriori mutilazioni; voraci come squali, i suoi manipolatori continuano a sbranarlo, pezzo dopo pezzo. Evaporano così altri dettagli fondamentali: la mappa della capillare rete territoriale della pericolosa organizzazione paramilitare neofascista denominata Fronte nazionale, i suoi inquietanti legami internazionali con la Cia nixoniana, il ruolo cospirativo dell’ex capo partigiano monarchico Edgardo Sogno. Insomma, una sciarada che fa impallidire la memoria storica delle mistificazioni eseguite sulle prove accusatorie da parte dei vertici militari francesi all’epoca del caso Dreyfus, con Labruna costretto suo malgrado a recitare un secolo dopo un ruolo analogo a quello dell’onesto maggiore Picquart…

La sconcertante indulgenza della magistratura nei confronti dei golpisti
Nel nono paragrafo, Il flop del processo: l’accusa minimizza, le prove vere sono state tagliate e quando riemergono è troppo tardi! La Cassazione sentenzia: il “Golpe” non è mai avvenuto, emerge la pesante ingerenza di Andreotti sui già epurati “Malloppini” allo scopo di sminuirli e disinnescarli ulteriormente. In soccorso del presunto “Divo Belzebù” interviene anche la Cassazione, che amalgama le tre indagini in un unico pastone, dirottato a Roma dove all’epoca il rapporto fra il pubblico ministero Claudio Vitalone e Andreotti era paragonabile a quello fra l’unghia e il dito: il processo si conclude con una generale assoluzione. «Se l’unico vero investigatore era stato ostacolato, isolato e screditato; se l’accusa era sostenuta da chi era in stretta sintonia con Andreotti che, in ogni occasione, minimizzava e screditava l’inchiesta stessa, cosa ci si poteva attendere di più?» conclude l’autore. Lo strascico finale risale al 1991, quando Labruna, dopo un «acuto e lungo travaglio interiore», decide consapevolmente di infrangere il segreto d’ufficio e consegna al giudice Salvini la copia originale dell’intera documentazione investigativa sul “Golpe Borghese”: la magistratura potrà quindi vedere anche i numerosi atti censurati da Andreotti e Maletti, ma l’oblio della prescrizione impedisce ogni ulteriore procedimento penale.

L’ombra inquietante del grande Burattinaio
Il decimo paragrafo, Il ruolo centrale di Gelli nel “Golpe” è acclarato. Fu sempre lui a indurre Borghese al “contrordine”? O fu Andreotti, capo designato del governo golpista?, affronta quello che potremmo definire, come scriverebbe Jorge Luis Borges, «un enigma che racchiude un mistero in cui è nascosto un segreto». L’enigma è il seguente: Licio Gelli era oppure no l’eminenza grigia del “Golpe Borghese”, vale a dire l’artefice occulto della cospirazione? Un punto è certo: un commando golpista capitanato da Gelli stesso aveva fatto irruzione nel Quirinale per rapire il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Infine, il segreto: fu Gelli a emanare il “contrordine” che arrestò il meccanismo già avviato del “Golpe”, oppure fu Bernabei per conto di Andreotti? Ed ecco le tre ipotesi più attendibili. Primo, Gelli era effettivamente il numero uno del complotto, dato che godeva di libero accesso al Quirinale grazie a un lasciapassare fornitogli (sembra) da Miceli. Il che, al di là del fallimento o meno del “Golpe”, è già di per sé piuttosto allarmante. Secondo, il rapimento di Saragat fu mandato all’aria perché, all’ultimo momento, Gelli venne a sapere che l’Arma dei Carabinieri non avrebbe messo in atto il “Piano antinsurrezionale”, l’“Esigenza Triangolo”, in supporto al colpo di Stato (o, per rimanere nei termini spagnoleggianti con i quali è passato alla Storia, del “Golpe di Stato”). Terzo, diversi testimoni provenienti da ambienti neofascisti hanno concordemente affermato che fu una telefonata di Gelli a indurre Borghese a impartire il “contrordine” una volta appurato che l’amministrazione Nixon non avrebbe legittimato il “Golpe” (come invece accadde in Cile contro Allende tre anni dopo), e tantomeno avrebbe ordinato ai militari presenti nelle basi Nato in Italia di fornire sostegno logistico ai golpisti, principalmente sul versante delle telecomunicazioni. In sintesi, l’autore perviene a questa conclusione: dalla documentazione di matrice Usa emerge, riferendosi ad Andreotti, «un’ipotesi del leader democristiano quale elemento di contatto di vertice fra i golpisti e l’amministrazione Nixon. Un ruolo che collima con quello che emerge dal “Testamento politico” di Borghese. Una documentazione, quest’ultima, che va sempre presa con le pinze perché, come abbiamo accennato, la sua attendibilità è dubbia, ma non si può ignorare d’emblée. Ciò vale ancor di più perché ci restituisce una figura di Andreotti che risulta perfettamente compatibile con questa degli archivi federali statunitensi».

Gli altri tre capitoli
Il secondo capitolo consiste in una Cronologia annotata delle giornate del “”Golpe”. Nel terzo e nel quarto contributo vengono pubblicati alcuni assai interessanti documenti sull’argomento, quasi tutti inediti e quasi tutti provenienti dal Sid, che costituiscono una delle basi dell’analisi di Mazza.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVI, n. 178, novembre 2020)

Golpe Borghese
In occasione dei cinquant’anni del tentato Golpe Borghese (7-8 dicembre 1970) proponiamo un saggio sul “Golpe” stesso.

L’autore è Fulvio Mazza, direttore dell’agenzia letteraria Bottega editoriale, nonché storico contemporaneista. Oltre che per la Pellegrini, ha scritto, negli anni, per Esi, Franco Angeli, Laterza, Rubbettino, Treccani.

Grazie alla documentazione utilizzata (spesso inedita, prevalentemente proveniente dal Sid) emergerà il ruolo centrale di Licio Gelli e quello, ambiguo, di Giulio Andreotti. Riguardo a Gelli, affiorerà il fatto di aver ricoperto il più importante ruolo operativo: quello di guidare il commando che avrebbe dovuto rapire il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Relativamente ad Andreotti, invece, emergerà come questi fosse il premier in pectore, designato dagli Usa, del governo golpista.

Il tutto si fermò, però, in seguito a una telefonata che Andreotti o Gelli, o entrambi (in ogni caso con finalità convergenti), fecero a Borghese inducendolo a diramare il “contrordine” che, nel pieno svolgimento dell’azione golpista, bloccò tutto.

Grazie alla documentazione rinvenuta risulterà altresì come il generale Gian Adelio Maletti e lo stesso ministro Andreotti minimizzarono e censurarono importanti parti dell’inchiesta portata avanti dal capitano Antonio Labruna.

In particolare si delineerà la “Dottrina Maletti”, ovvero le motivazioni che indussero i vertici istituzionali a salvare molti golpisti legati agli apparati dello Stato. Da qui il fallimento processuale, al quale diede un fondamentale apporto anche l’azione minimizzatrice svolta dal più andreottiano di tutti i magistrati italiani: Claudio Vitalone.

Per verificare i depistaggi, si è fatta chiarezza sui vari “Malloppi” documentari, iniziando dalla loro stessa denominazione in “Malloppo originario”, “Malloppastro” (e non “Malloppone”) e “Malloppini”.

Fra gli altri aspetti di particolare interesse, si evidenzierà uno dei punti più delicati della storia degli anni Sessanta-Ottanta: la “Strategia della tensione”, la cui esistenza, per molti anni, è stata messa in dubbio da chi riteneva che gli attentati e le stragi fossero stati opera di iniziative personali o, comunque, di coordinamento breve. Emergerà invece chiaramente, grazie a una relazione inedita del Sid, come dietro ai diversi attacchi ci fosse un disegno preordinato. Emblematici, in tal senso, saranno i riferimenti al pestaggio dei marinai spezzini attuato dai neofascisti e fatto attribuire alla sinistra.

Dal libro emergeranno inoltre diversi punti ancora oscuri: primo fra tutti quello del probabile assassinio dello stesso Borghese, il cui imminente rientro in Italia dall’esilio spagnolo dava preoccupazioni a molti militari e politici italiani.

Fra gli altri elementi enigmatici si indicheranno le connessioni con la scomparsa di Mauro De Mauro (ex legionario della X Mas), il falso giudiziario relativo alla denuncia fatta dal Sid in Procura, il ruolo di finanziatore svolto da Michele Sindona, il funzionamento del “Piano antinsurrezionale” e tanto altro.

La Cassazione, però, mandò tutti assolti e, in questo senso, il libro si pone come un provocatorio “Quarto grado di giudizio”.

Fra i nomi citati, oltre a Junio Valerio Borghese: Giulio Andreotti, Tina Anselmi, Federico Umberto D’Amato, Stefano Delle Chiaie, Licio Gelli, Guido Giannettini, Antonio Labruna, Giovanni Leone, Gian Adelio Maletti, Vito Miceli, Richard Nixon, Remo Orlandini, Randolfo Pacciardi, Mino Pecorelli, Giovanni Pellegrino, Mariano Rumor, Guido Salvini, Giuseppe Saragat, Edgardo Sogno, Paolo Emilio Taviani, Angelo Vicari, Luciano Violante, Claudio Vitalone



Per consultare i documenti relativi al “Golpe Borghese” inviare una email a: direttore@bottegaeditoriale.it specificando il documento richiesto.






I bottegai vanno in ferie

Bottega "stacca la spina" nelle due settimane di Ferragosto. Dunque l'ultimo giorno di attività è il 7 agosto e il primo giorno di riapertura è il 24 agosto.
In caso di emergenza, autori e editori possono scriverci a: info@bottegaeditoriale.it o telefonare al 392 9251770.

Farà eccezione il settore delle "Preletture gratuite". Difatti, al fine di garantire sempre una risposta celere agli autori, tale comparto non andrà integralmente in ferie, ma si adotterà il sistema della "rotazione". Dunque gli autori possono proseguire a inviare i propri dattiloscritti inediti, sempre all'indirizzo: info@bottegaeditoriale.it e riceveranno, come sempre, una pronta risposta.

 


Un saggio storico sul "Golpe Borghese".

In occasione dei cinquant'anni dal tentato "Golpe Borghese" (7-8 dicembre 1970) l'agenzia letteraria "Bottega editoriale" sta pubblicando, presso una casa editrice che ancora non si può rendere nota, un saggio sul "Golpe" stesso. Il libro avrà come titolo: Il "Golpe Borghese" cinquant'anni dopo. I documenti. Dal contrordine emanato probabilmente da Gelli, alle censure di Andreotti e Maletti che annientano le indagini di Labruna".
 

L'autore è Fulvio Mazza, direttore dell'Agenzia letteraria.

Roma, 14 luglio 2020

 
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COMUNICATO STAMPA (08/12/2019)
Due nuove fasi dei Convegni promossi dall’Agenzia letteraria

Bottega editoriale

su:

Nuove tendenze della

Letteratura italiana contemporanea
 


 

Pubblico durante la presentazione

La terza fase si è tenuta giovedì 5 dicembre 2019, dalle ore 18,30 alle ore 19,30, presso la sala Venere della Fiera del Libro “Più libri più liberi” (Roma Eur, Complesso “La Nuvola”, Viale Asia, 40)
 
I protagonisti di questo nuovo incontro sono stati:

Fabio Bacile di Castiglione con Non ho un sogno, Emersioni editore

Alfio Giuffrida con Odore di sujo, il Seme Bianco editore

Dopo gli interventi di saluto dell’Editore di Emersioni/il Seme Bianco, Michele Caccamo, le relazioni sono state tenute da Annibale Bertola, Psicologo

I lavori sono stati moderati dal Direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale, Fulvio Mazza
 



La quarta fase si è tenuta sabato 7 dicembre 2019, dalle ore 12,30 alle ore 13,30, presso la sala Nettuno della Fiera del Libro “Più libri più liberi” (Roma Eur, Complesso “La Nuvola”, Viale Asia, 40)
 
I protagonisti di questo nuovo incontro sono stati:

Romano Ferrari con Camici Bianchi. Intrigo all'ombra della Mole, Sovera/Armando editore

Alessandro Giraudi con La visione universale del mondo. Per la rivoluzione inclusiva, Armando editore

Marco Regolini con Ai confini della realtà. Attenzione a non scivolare: la matematica si arrende, Armando editore

Dopo gli interventi di saluto dell’Editore di Sovera/Armando, Andrea Iacometti, le relazioni sono state tenute da Annibale Bertola, Psicologo

I lavori sono stati moderati dal Direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale, Fulvio Mazza
 


 
Alleghiamo qui di seguito le sinossi dei cinque libri:

Fabio Bacile di Castiglione, Non ho un sogno (Romanzo – Emersioni editore):
Strutturato per lo più sotto forma di dialogo, Non ho un sogno è un romanzo «istintivamente filosofico»: così lo definisce nella Prefazione il critico letterario Renato Minore. La trama racconta il tentativo di esistenza di Diego, appena diplomatosi e in cerca della sua strada. Quasi nulla viene narrato: sono i pensieri e le parole del protagonista e degli altri personaggi a fare evolvere la storia.
Come per un cammino iniziatico, le difficoltà di comunicazione con la famiglia, l’idealizzazione del padre con la conseguente uccisione del suo mito, le amicizie sbagliate e l’angoscia per il proprio futuro porteranno il giovane a rifugiarsi nell’alcol e nella droga, rifuggendo la vita; ma l’amore, la bellezza e la saggezza di un misterioso personaggio lo condurranno verso la rinascita.
 
Romano Ferrari, Camici bianchi. Intrigo all'ombra della Mole (Romanzo – Sovera/Armando editore):
Si tratta di un giallo redato sotto forma di diario che vede la propria storia svolgersi durante gli anni Novanta, in un ambito – quello medico – che sembrerebbe, o quanto meno dovrebbe essere, completamente privo di corruzione e malvagità.
Tra i protagonisti indiscussi della trama vi è l’apprezzato, seppur temuto, dottor Roberto De Angelis, che si troverà dinanzi ad avvenimenti che appaiono a lui estranei: un furto, uno strano omicidio e un passato difficile da dimenticare. L’unica soluzione, dunque, è quella di appellarsi all’acume del commissario Pugliesi.
L’accuratezza dei dettagli e l’architettura della trama non possono far altro che coinvolgere il lettore in quest’atipica, ma intrigante, avventura.
 
Alessandro Giraudi, La visione universale del mondo. Per la rivoluzione inclusiva (Saggio – Armando editore):
Si tratta di un saggio permeato da una ricca conoscenza filosofica, con cui ci si addentra in una non facile disputa. L’opera, infatti, è una riflessione filosofica che verte su tre temi fondamentali strettamente intrecciati: la realtà (il mondo reale), Dio e il divenire delle cose (problema quest’ultimo correlato alla questione del nichilismo).

La Prefazione è affidata alle parole di Marco Gatto, docente universitario di Teoria della Letteratura.

Egli riassume in maniera esplicativa l’opera in questione, collegandosi a grandi pensatori del passato come Cartesio, Spinoza e Gramsci affermando che «quanto per ribadire, come Giraudi fa, che compito del pensare sia quello di non permanere in forme tranquillizzanti di non-senso o in modalità del tutto adattive, ma di riscattare una riflessione sul divenire che apra all’impensato».
 
Alfio Giuffrida, Odore di sujo (Romanzo-saggio – il Seme Bianco editore):
L’opera è lo spunto per una riflessione sul Sessantotto, per capire se è stato uno straordinario momento di crescita civile oppure il trionfo della stupidità generalizzata. Da alcuni decenni, infatti, la moralità si è perduta: il sujo è appunto la puzza della corruzione, che circonda soprattutto la classe politica.

La vicenda narrata è quella di Jennifer che, nata in una famiglia dell’alta borghesia, è cresciuta nella convinzione della superiorità morale della propria classe rispetto alla plebe. Il mondo dei politici, in sintonia con quella dei magistrati, le sembrava al di sopra di ogni sospetto. Ma gli eventi, dopo averla ridotta alle luride favelas di Rio de Janeiro, le faranno cambiare prospettiva…

Come sottolineato dal critico letterario Renato Minore nella Prefazione, un «giallo che racconta e insieme ragiona su ciò che va narrando».
 
Marco Regolini, Ai confini della realtà. Attenzione a non scivolare: la matematica si arrende (Saggio – Armando editore):
Il saggio, con un pizzico di ironia e qualche gradevole digressione, affronta temi di grandissimo rilievo.
L’autore passa dall’aritmetica all’analisi matematica, chiamando in causa i concetti più disparati, anche di natura filosofica. Infatti lo scritto non si esaurisce con la sola matematica, da subito viene introdotto un parallelismo che funge da filo conduttore per l’intera trattazione: il paragone tra il cervello umano e il computer.
Sebbene, infatti, nelle prime pagine sembra che ci si soffermi principalmente sui numeri, si comprende a poco a poco che a interessare l’autore è soprattutto l’essere umano e la sua capacità di percepire il reale, di comprenderlo. L’opera si pregia inoltre della Prefazione di Annibale Bertola, psicologo e ricercatore di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, che afferma «Ritengo il contributo dell’Autore prezioso (stavo per dire irrinunciabile) per chi voglia aggiornarci sugli orizzonti conoscitivi dell’uomo».
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COMUNICATO STAMPA (23/11/2019)
Dall'Anpi un esempio di maschilismo. 
Nel giorno in cui le donne scendono in piazza contro il sessismo, chiediamo all’Anpi il ritiro di un suo libro con impostazione equivoca

Il contesto culturale italiano è venato da ampi segni di maschilismo. In esso cresce la cultura della prevaricazione antifemminile che poi sfocia anche nei femminicidi.
Tale cultura maschilista appare anche in ambito progressista, proprio dove meno ti aspettavi potesse emergere. 
È il caso, recentissimo, dell’Anpi che in un suo libro, “21 madri costituenti”, nelle biografie che ha redatto, ha messo in evidenza un’impostazione equivoca di sottinteso maschilismo ha sempre messo il nome del marito accanto a quello della moglie, così denotando un evidente, benché latente, maschilismo.
Inoltre, nelle note biografiche che ha redatto su una delle più importanti Costituenti, Rita Montagnara, l’Anpi ha sacrificato importanti parti della sua attività politica per scrivere che questa fu “lasciata” (che termine orrendo!) da Palmiro Togliatti per l’altra Costituente, Nilde Iotti.
Con tutti i dati politici che c’erano da dire su Montagnara, era proprio necessario mettere questo elemento così “pettegolezzaro”? Ed era proprio opportuno far apparire Montagnara come una povera vittima che fu “lasciata” da Togliatti? Montagnara, come ben sappiamo era una dirigente politica di primo livello, indipendentemente da Togliatti.
Un esempio di maschilismo da evitare e per via del quale Bottega editoriale chiede all’Anpi di ritirare il libro e di ripubblicarlo con una riscrittura rispettosa del ruolo della donna.

Così rilanciato dall’Ansa:
Nella giornata in cui le donne scendono in piazza contro il sessismo, e in prossimità della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, a finire sotto accusa è l’Anpi. Il direttore di Bottega Editoriale Fulvio Mazza chiede all’Anpi Roma di ritirare un libro accusato di sessismo. Si tratta del testo “21 madri costituenti” che presenta storie e personalità delle donne che hanno gettato le fondamenta della Repubblica Italiana. Il libro è stato pubblicato dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Roma, come contributo in atti di un convegno tenutosi nel 2017 alla Camera dei Deputati. L’agenzia letteraria romana mette al centro del j’accuse un’impostazione equivoca rispetto all’approccio biografico in questione. Ad esempio, nelle note redatte su Rita Montagnana, dirigente politica di notevole spessore, l’Anpi avrebbe sacrificato, secondo la prospettiva di Mazza, capitoli importanti relativi alla sua attività politica, mentre è ampiamente riportata la vicenda sentimentale che coinvolse Palmiro Togliatti, nella fattispecie la rottura tra i due a causa della successiva relazione dello storico leader del Pci con Nilde Iotti, un’altra celebre costituente. “Con tutti i dati politici che c’erano da dire sulla Montagnana era proprio necessario inserire quest’elemento di gossip? Era davvero opportuno far apparire la Montagnana come una povera vittima abbandonata da Togliatti? Il contesto culturale italiano è cosparso di ampi segni di sessismo. In esso cresce la cultura della prevaricazione antifemminile che poi sfocia nei femminicidi. Tale cultura appare anche in ambito progressista, dove meno si pensava potesse emergere. Chiediamo pertanto di ritirarlo e ripubblicarlo con una scrittura che tuteli la dignità del ruolo della donna” ha chiosato il direttore di Bottega Editoriale Fulvio Mazza.
 
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COMUNICATO STAMPA (17/11/2019)
Una nuova fase dei Convegni promossi dall’Agenzia letteraria Bottega editoriale
su:
Nuove tendenze della
Letteratura italiana contemporanea
 
si è svolta Roma, sabato 16 novembre 2019, presso la sala convegni della Federazione unitaria italiana scrittori

I protagonisti di questo nuovo incontro sono stati Fabio Bacile di Castiglione (con Non ho un sogno, Emersioni editore), Francesco Boschi (con Le incantevoli luci della vitail Seme Bianco editore), Alfio Giuffrida (con Odore di sujo, il Seme Bianco editore), Paolo Parrini (con Quando cadranno i giorni, Giuliano Ladolfi editore), Sabrina Sciacca (con La doppia trama di un amore, Nep edizioni).
Dopo gli interventi di saluto del Presidente della Fuis, Natale Antonio Rossi, le relazioni di base sono state tenute dal Critico letterario Guglielmo Colombero.
I lavori sono stati moderati dal Direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale, Fulvio Mazza.
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Edito da Bottega editoriale

Il profondo dolore di una perdita: la poesia esiste per combattere

Da un progetto di Bottega editoriale la silloge di Carlo Morabito dedicata alla dolorosa morte della figlia. Prefato da Gianfranco Neri
 


Dicono che uno dei dolori più grandi sia la perdita di qualcuno di amato. Ancora di più se si tratta di un figlio, un evento a cui nessun genitore è preparato perché innaturale, fuori dall’ordine delle cose. Nonostante tutto molto spesso accade e non ci sono modi per affrontare a pieno questo lutto. Un metodo per esorcizzare questo lutto può essere quello della scrittura, come dimostra Pianto antico di Giosuè Carducci, un classico della poesia italiana che dimostra come anche dal dolore possano scaturire emozioni meravigliose, da condividere con il mondo.
Su questa scia si colloca l’opera di Carlo Morabito
 Valeria e io (Bottega editoriale, pp. 80, € 10,00), una silloge di poesie dedicate alla figlia scomparsa prematuramente. Di seguito la Prefazione al testo curata da Gianfranco Neri, che esprime perfettamente le sensazioni che lascia la lettura di quest’opera.

Se dovessi dire, in estrema sintesi, di questo libro di Carlo Morabito, direi che esso è – tra le molte cose che si scopriranno leggendolo – il modo in cui il linguaggio poetico stesso, la sua sacra capacità di ordinare il mondo attraverso le parole, viene accettato proprio per poter essere contemporaneamente e con veemenza negato. Oppure, potrei dire che esso è un consapevole omaggio e un abbandonarsi alla forza delle parole-immagini di cui si nutre, con lo scopo di ricondurre quell’universo apparente che esse descrivono in quel limite incerto dove il senso si scompagina. Ci mostra il caos dal quale noi stessi veniamo e dove possiamo ricominciare, e rintracciare pazientemente il principio, anche se tenue e provvisorio, per ricostruire e comprendere le ragioni della nostra presenza in esso.
Perché, qual è il potere che l’immagine ha su di noi?
È quello di rivelarci la presenza sconvolgente del mondo da cui essa proviene e al tempo stesso di placare quella stessa visione pensandola come se fosse realtà, illudendoci di dominarla.
Essa, come dice Maurice Blanchot, è quella «brillante menzogna» che le dà modo di attivare «una delle sue funzioni che è quella di placare, di umanizzare l’informe nulla, che il residuo ineliminabile dell’essere spinge verso di noi […] e ci permette di credere, nel profondo di un sogno felice che l’arte troppo spesso autorizza, che in disparte dal reale e immediatamente dietro ad esso noi troviamo, quale una pura felicità e una superba soddisfazione, l’eternità trasparente dell’irreale».
Perché ci sconvolgono questi splendidi, misteriosi, terribili e straordinari componimenti poetici di Carlo?
Perché essi ci fanno affacciare sul bordo di un abisso in cui il tempo si rovescia, svelando l’ingiustizia più profonda e feroce che la Vita nasconde, e la falsa promessa che essa ci fa: che siano sempre i padri (e le madri) ad anticipare i figli, a illuminare loro la strada per quel mondo verso il quale dovranno poi seguirli. E quando ciò non accade, ecco il rovesciarsi dell’universo e del tempo, e il padre diventa inopinatamente figlio: con le sue fragilità, le paure, le incertezze, la forza cieca e la bellezza di quell’istinto inconsapevole che la vita dà alla giovinezza e alle umane speranze.
Le parole svelano e placano l’orrore: arte disperata è una contraddizione in termini, anche questo dicono quelle di Carlo. E le sue parole scavano la nostra anima per cercare in essa i primi suoni con cui accordare insieme il piano di un linguaggio che in una miracolosa assonanza, in un tentativo estremo di incontro, possa raggiungere e ridimensionare il vuoto in cui essa esiste.
Mi lega a Carlo, e credo lui a me, anche un rapporto diretto con l’arte, con la manipolazione delle materie (e delle immagini) attraverso le quali tentiamo talora di stanarla, tendendole imboscate. Tentativi, come si sa, troppo spesso infruttuosi, poiché l’arte è una pratica rara e crudele di violazione dell’universo del linguaggio e, come sostiene Octavio Paz, «se l’universo è un linguaggio [l’arte, proprio quando è realmente tale], ci mostra il rovescio del linguaggio: l’altra faccia, il volto vuoto dell’universo [generando] opere in cerca di significato». Un volto meraviglioso e terrificante, una nube luminosa, vastissima e densa e che acceca prossima a un vuoto.

Caro Carlo / è proprio in questo grande vuoto / che ci incontriamo / e che tu hai scavato / per noi dolorosamente / generoso / grattando con le dita ormai / ferite / per dividerlo / con le tue parole / così vitali e incapaci nel loro essere / di essere desolanti / perché esse sempre sono / speranza / consolazione / futuro / anche quando il futuro retrocede / dissolvendosi / negli istanti in cui non ci siamo accorti / distratti dalla vita / che mentre vivevamo / di essa eravamo inconsapevoli // Caro Carlo / quanta fatica e quanto dolore a dar forma all’assenza.

Questo libro è il diario di un padre ridiventato figlio attraverso la Figlia, involontaria artefice di questa dolente metamorfosi, dove essa riscopre l’amo-re che soltanto un padre può dare.


Gianfranco Neri

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COMUNICATO STAMPA (19/10/2019)

Il libro Rosso è il colore delle foglie a novembre di Pietro Rizzo (Città del sole edizioni, 2019)
ha ricevuto la Menzione d’onore da parte della Giuria del Premio letterario “Le parole arrivano a noi dal passato”

Ecco un estratto della relazione del Presidente di giuria, Rolando Perri, per il Premio indetto dall’Associazione RinnovaMenti:
«La voce narrante dispiega il raccontato, con tecnica dell’analessi, di una famiglia del profondo Sud nell’arco di tempo di circa un secolo – il Novecento – nell’interazione costante col Mondo attorno osservato da più angolazioni.
Visioni sociali e familiari in chiaroscuro, le quali attraversano la Storia della Nazione, determinano il destino della maggioranza delle persone e incidono sulla evoluzione della vita dei singoli.
Si stacca, in primo piano, la figura materna nella sua inscalfibile e venerabile grandezza a far da stella-cometa nel vissuto formativo del figlio e degli altri componenti, il nucleo familiare. Emerge l’Amore nelle sue variopinte sfumature cromatiche con una preferenza per il rosso di cui si colorano le foglie e novembre.
Testo poliedrico, nel quale convergono e si fondono, sotto il segno di una ibridazione feconda e ponderata, più generi letterari in uno stile raffinato ed elegante a conferma della particolare versatilità dell’Autore nell’arte dello scrivere.»
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COMUNICATO STAMPA (16/10/2019)
Il romanzo Odore di sujo, dello scrittore catanese Alfio Giuffrida, edito da il Seme Bianco,
ha raggiunto la settimana scorsa un bel piazzamento nazionale



 
Il libro, facente parte della “Scuderia letteraria” dell’Agenzia Bottega editoriale, è entrato difatti nella classifica Amazon dei primi 200 libri venduti all’interno della sua categoria letteraria.
Il successo è probabilmente scaturito dalla concomitanza di alcune importanti recensioni che hanno prodotto il “passa parola” vincente
.
Ci riferiamo all’articolo di Giuseppe Chielli su www.bottegascriptamanent.it e a quello di Carmela Carnevali su www.lucidamente.comche si aggiungevano a quello di Maria Chiara Paone su www.direfarescrivere.itAnche sul sito privato dello scrittore www.alfiogiuffrida.com nei giorni scorsi sono apparsi alcuni articoli che hanno avuto un vasto successo di pubblico.
Ne siamo veramente felici anche perché, classifica o non classifica, il romanzo lo merita veramente. Parola del critico letterario Renato Minore, che del libro ha scritto la Prefazione mettendo in rilievo, tra l’altro, come Giuffrida abbia creato una nuova corrente letteraria, quella del “Verismo interattivo” che coniuga la realtà concreta con la fantasia propria della migliore Letteratura.
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COMUNICATO STAMPA (15/10/2019)_
Lo scorso 11 ottobre, a Roma, presso la libreria Feltrinelli di via Eritrea, si è tenuta la presentazione di La Contessa di Michele Valentini, edito Armando.
Si tratta di un testodella nostra “Scuderia Letteraria”, che vede protagonista un ingegnere in pensione, costretto a trasferirsi in una residenza per anziani in seguito alla scomparsa di sua moglie, vero asse portante della sua vita.
Sebbene abbia un passato lungo e denso di emozioni, l’uomo non si rassegna all’inevitabilità degli eventi e si mette così alla ricerca di un motivo per vivere.
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COMUNICATO STAMPA (22/07/2019)_

Giovedì 25 Luglio, alle ore 19.00, presso la Villa Comunale di Crotone, nella area alta, si terrà la presentazione del Libro DO UT DES Delitti e suicidi, imposte e tasse, sesso e corruzione di Vincenzo Lista, cittadino crotonese già dirigente di una società di riscossione delle imposte e delle tasse.
Alla presentazione saranno presenti, oltre all’autore, Fulvio Mazza, Direttore dell’Agenzia Letteraria Bottega editoriale che modererà la discussione, e Antonio Oliverio, editor di Bottega editoriale.

È previsto, inoltre, un intervento di Fabio Riganello.

Vi aspettiamo.

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Criticare Camilleri: si può?
Non si può chiudere un occhio sul suo antifemminismo

Parlare male di Garibaldi, come è noto, non si può. E adesso emerge che non si puo’ parlare male nemmeno di Camilleri.
Ma, come diciamo che Garibaldi sbagliò, e fortemente, a Bronte ci sia permesso di dire che Camilleri, grande narratore dalla forma impeccabile, aveva, nella sostanza un taglio antifemminile (o antifemminista, fate voi) da evidenziare a caratteri netti.

Un atteggiamento antifemminile che grave lo è sempre, ma che è ancor più quando proviene da un fine intellettuale qual era, senza alcun dubbio, Camilleri.

Quali erano le donne protagoniste dei suoi romanzi? Quasi sempre e quasi solo donne “bbbone”, provocanti tutte tette, culi e labbra grosse con poco o nulla cervello (si salva un pochino la sola Livia).

Quanti sono i questori donne che appaiono nei romanzi? Non ne ricordiamo alcuno. E quarti commissari donna colleghi di Montalbano? Idem. Come anche non si vedono prefetti donne o medici legali.

Anche nel medio commissariato di Montalbano non ci sono praticamente donne, nemmeno nei gradi inferiori!
La grandezza letteraria di Camilleri è alta.
Ma la sua grettezza antifemminile pure.
Fulvio Mazza – direttore Bottega editoriale
 
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Edito da Bottega editoriale

Ricordi molto alternativi: libri sulla propria vita
Un nuovo progetto di Bottega editoriale che vede ognuno di noi vero “protagonista” della sua storia



Quando viviamo eventi memorabili, che ci hanno particolarmente arricchito o reso felici, ci piace poterne serbare un ricordo tangibile e duraturo, che non resti solo confinato all’interno della nostra mente. Alcuni traducono l’esperienza in parole, stendendo per esempio una pagina di diario; altri decidono di immortalarla in una serie di fotografie, da raccogliere poi in un album.
Ma se ci venisse offerta l’opportunità di tramutare il ricordo che ci sta a cuore in un vero e proprio libro?
Fidanzamenti, lauree, matrimoni, nascite o altri avvenimenti focali, pure quelli meno felici (come anche la scomparsa di un congiunto) della vita: perché non renderli a fumetti e stamparli in volume?
Non sono meglio dei bei libretti invece delle vetuste bomboniere o degli stantii album fotografici?
Questa l’originale e, se i lettori ci permetteranno il termine molto sentimentale, carinissima idea sorta a Bottega editoriale, che ha già provveduto a concretizzarla realizzando il simpatico libretto dal titolo Chiara e Simone a Roma (Bottega editoriale, pp. 16, € 5,00).
 
Una gita diventa racconto illustrato
Per dei bambini, trascorrere una giornata all’aria aperta è sempre entusiasmante, tanto più se passata al mare o a visitare i monumenti storici della Capitale. Chiara e Simone ‒ questi i nomi dei ragazzini dell’avventura romana ‒ hanno desiderato ricavarne un racconto, corredato di splendide illustrazioni a colori che li ritraggono nelle vesti di piccoli protagonisti. Così, ogni volta che ne avranno voglia, prenderanno in mano il libro e sfogliandolo, pagina dopo pagina, potranno rivivere con piacere i momenti salienti di quella gita: il castello di sabbia modellato sulla battigia, l’immenso Colosseo contemplato con ammirato stupore dal parco antistante, la manifestazione per la pace alla quale hanno assistito in compagnia della mamma Aline, del papà Christian, della zia Paola, dello zio Marco, della nonna Pina, del nonno Flavio e, a distanza, della Nonna Nella.
Il volume soddisfa pienamente i requisiti dei libri per l’infanzia: la narrazione procede fluida con frasi semplici e chiare, dalla struttura paratattica; immagini coloratissime e a tutta pagina raffigurano il contenuto testuale in modo vivace e icastico.
 
Un libro personale a tutti gli effetti
Indicativo il titolo scelto per la collana, Il nostro libro. L’idea centrale è infatti quella di realizzare libri personalizzati per chiunque voglia dare forma concreta a un ricordo a sé caro (una festa di compleanno, una gita, un giorno speciale e chi ne ha più ne metta!).
Bottega editoriale si occuperà di organizzare e gestire direttamente tutti gli aspetti del volume: dal testo, alle illustrazioni, all’impaginazione finale.
Si tratta certamente di un progetto innovativo e divertente, pensato soprattutto per i più piccoli, al fine di avvicinarli e farli familiarizzare con il meraviglioso mondo della lettura. Il libro, infatti, non dev’essere concepito come qualcosa di estraneo o distante, non deve necessariamente narrare storie vissute da altri; può, invece, essere concepito anche come “nostro”, raccontando di noi e della nostra esistenza, certo ricca di particolari prezioni e divertenti come potrebbe essere stata quella di Huckleberry Finn!
Il tutto anche (e soprattutto) grazie ai testi, simpatici e diretti di Antonella Napoli, e alle graziosissime illustrazioni di Anselmo Sangiovanni.
 
Michela Mascarello
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Edito da Bottega editoriale
L’eros: un mix di sesso e unione con cui si genera una spiritualità.
Gli studiosi cosa ne pensano?
Diversi e qualificati commenti al Breviario  di Comunicazione erotica di Emanuela Cangemi
           
Il libro che stiamo qui a recensire è un libro del tutto anomalo e particolare. Non è una normale pubblicazione ma “un libro su un libro”. Come potrà vedere il lettore che ci seguirà in questo articolo di presentazione, Riflessioni su “Breviario” di Comunicazione erotica (Bottega editoriale, pp. 40, € 5,00) è, difatti, una pubblicazione, di autori vari, che prende spunto dal libro di Emanuela Cangemi, “Breviario” di Comunicazione erotica. Romanzo psicologico in chiave musicoterapica (Falco editore, pp. 114, € 13,00), un libro della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale che, in una formula cara a questa autrice, quella del romanzo/saggio, tratta, con coraggio intellettuale, la materia della Comunicazione erotica.
Un testo che ha subito numerose censure e che ha spinto diversi intellettuali a dire la loro per iscritto. Ne sono scaturiti testi di vario approfondimento e di differenziato taglio ma tutti di interesse estremo. Da qui la decisione di Cangemi di raccoglierli, appunto, in una pubblicazione autonoma.
 
Il punto di partenza: un romanzo psicologico
In primis conviene ricordare che il testo di Cangemi è, appunto, un romanzo psicologico in cui, attraverso le ricerche di due studiosi, Aurora e Filippo (che durante il loro rapporto di lavoro si innamoreranno), si scopre che una soluzione possibile per mantenere intatto l’eros tra due persone è quella della comunicazione in generale e, particolarmente, della musicoterapia intesa come possibile tecnica riabilitativa di coppia. Dunque non è un romanzo sul sesso materiale, ma sulla sfera dell’eros in senso lato. Da queste concezioni si sviluppano riflessioni di diversi esperti, in forma di interventi brevi ma efficaci.
Le Riflessioni prendono vita con una Premessa dell’autrice della pubblicazione esaminata, Emanuela Cangemi, in cui si ribadisce l’intento del suo saggio/romanzo, rivolto, per utilizzare le sue parole, «a tutte quelle persone in grado ancora di chiedere spiegazioni: “Perché ti comporti così?” “Che cosa ti ho fatto?” “Perché non percepisco più quello che un tempo sentivo per te?” “Dove abbiamo sbagliato?” Ricordando, però, che “ognuno” è un altro “me” da rispettare».
L’autrice in questo frangente utilizza uno stile e un linguaggio molto musicale, proprio per determinare la sensibilità di ognuno che è un io diverso dal proprio: ma, ripensando alle proteste e alle censure, da qui parte una riflessione. Infatti come dichiara poco più in là, crede di aver peccato, nell’utilizzo di tale semplicità, di presunzione: «le pulsioni sono cose semplici da attivare, ma le emozioni possono essere capite, quindi spiegate, sentite, quindi comprese».
Da qui, appunto, la volontà di far nascere tale raccolta, che, firmata da gente “autorevole” sulla carta, può fornire ancora più scientificità al saggio da cui trae spunto.
Effettueremo, quindi, una rapida carrellata su ciascuno dei saggi che costituiscono le Riflessioni.
 
L’avvocato matrimonialista, la musicista…
Il primo fra questi è quello dell’avvocato matrimonialista Rossella Altomare, dal titolo: Il fascino discreto della musicoterapia di coppia, che traccia un quadro del rapporto di coppia nella storia del nostro ordinamento giuridico. Altomare ricorda inoltre che: «Emanuela Cangemi, da terapeuta qual è, ha saputo spiegare ed evidenziare chiaramente nel suo saggio che, nella vita di coppia, la comunicazione senza veli è necessaria, importante, meglio, fondamentale», dove per «comunicazione senza veli» possiamo intendere i rapporti sessuali, e il clima armonico e musicale che tra due si genera. In seguito si ricorda la sottomissione, anche dal punto di vista giuridico, che la donna aveva verso l’uomo, fino a qualche decennio fa. Oggi invece non è fortunatamente più così. Un problema sempre più impellente nella società moderna, le coppie e la loro armonia. Ormai i litigi ne portano tante, giovani e non, a chiedere il divorzio. Ci si trova dinanzi a una fragilità incredibile dei rapporti sentimentali, causata anche da un vuoto generale dei sentimenti dei nostri tempi. Viviamo in una società nella quale ormai predomina più l’apparire sull’essere, e quindi, dinanzi a serie tematiche, spesso non si riescono a risolvere i problemi. Le coppie, conclude, affinché durino, è bene che mantengano la loro alchimia primordiale, attraverso la chiave della sensualità.
Particolare è anche l’intervento della musicista Antonella Barbarossa nel suo intervento dal titolo: Il mistero delle chat e del piacere confuso, nel quale si parla della connessione tra musica e anima, e successivamente del nesso “musicale” di coppia, mediante un excursus storico su come gli antichi intendessero l’influenza della musica sull’anima: dai greci fino all’età moderna. Inoltre, si fa notare come per Aurora la musica sia vista come una forma di evasione dal quotidiano.
 
Uno sguardo vale più di mille parole
Nel suo saggio dal titolo: Gli aspetti erotico-comunicativi della coppia, Massimiliano Bruno, professore di Scienze motorie, sostiene come la comunicazione non verbale sia essenziale nei rapporti umani, in una riflessione che va dall’analisi anatomica del sistema limbico, responsabile della gestione delle pulsioni e della libido, studiata da Freud e Jung, fino alla necessità di ascoltare di più il proprio corpo e quello del partner rispetto alle parole, che possono essere portatrici di menzogna. Inoltre, per teorizzare uno dei modi mediante cui si può avere un buon risultato sul piano relazione, dichiara: «Più riusciamo ad aprire la nostra mente e a manifestare le nostre pulsioni, al fine di esporre le nostre idee, più il nostro corpo sarà accomodante e più facilmente gestibile anche in situazioni che di per sé potrebbero sembrare o risultare effettivamente imbarazzanti».
Abbiamo poi il parere di un altro musicista, il pianista Dario Candela, che si focalizza nel suo breve ma intenso intervento su significato di armonia, termine che può essere utilizzato sia nel concetto della musica che in quello di una relazione e che porta a riflettere come la musica «(non quella moderna perché soggetta più al mercenario che all’ispirazione) può essere l’arte più libera e comprendere tutto: il poetico, il divino, l’osceno e il diabolico, senza freni e senza inibizioni, senza timore di censure e auto-censure».
Segue l’intervento del docente di Sociologia della comunicazione e Metodologia della didattica Dario Liguori che in primo luogo inquadra il libro in una cornice letteraria, ma poi aggiunge la sua opinione personale, svolgendo quindi una sorta di recensione, come si evidenzia dal testo qui tratto in cui anche lui riprende, come la Barbarossa, il tema della comunicazione virtuale: «La cornice scelta per la descrizione della trama non è di per sé nuova, non è l’elemento prioritario, tuttavia, la modalità adottata nell’uso della chat richiama il problema della comunicazione sociale ormai imperante e tanto invadente negli ultimi anni; e lo scambio di opinioni e di pensieri tra i due personaggi, apparentemente così distanti, rappresenta con grande dinamicità e realismo il clima d’intimità che piano piano stabilisce nuove gerarchie nelle vite di Aurora e di Filippo».
Abbiamo poi Rolando Proietti Mancini, musicoterapista clinico, nel suo intervento dal titolo Analisi musicoterapica del breviario di comunicazione erotica in cui insiste sugli effetti clinico-fisiologici che ha la musica sull’organismo umano. Dopo aver citato la definizione di Galimberti data al termine emozione – che inizia con «reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata, determinata da uno stimolo ambientale» – parla degli effetti della musica sull’animo e sull’organismo umano, e dunque non solo sotto una sfera di natura psicologica, riuscendo infine a ricreare e descrivere quella che viene chiamata «“mappa sensoriale” che costituisce la base per la conoscenza completa».
Singolari e sulla stessa linea due interventi, entrambi provenienti dal settore medico: il primo di Michele Miceli, anestesista, che parla del nesso tra chimica e natura come la base dell’amore sensuale. In fondo, ogni cosa nel mondo è fondata su formule chimiche: così sono l’amore e l’eros, intesi come un insieme di ormoni ed elementi. Curiosa, quanto seria, è l’argomentazione di Anna Rita Palucci, medico veterinario. Parla della sfera della sessualità nel mondo animale, più naturale, rispetto a quella dell’uomo. Sempre nell’ambito medico, nel suo breve intervento il dermatologo Antonio Ponti invece parla dell’alchimia e della complicità nella comunicazione erotica. Afferma infatti: «Mi sembra pertanto che il Breviario voglia dire che non esiste “breviario