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Il 50° anniversario del “Golpe Borghese”

http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=257
50 anni fa il “Golpe Borghese”:
un denso saggio di Fulvio Mazza
Pellegrini editore pubblica la 2a edizione del “Quarto grado
di giudizio”. Fra i tristi protagonisti: Andreotti, Gelli, Maletti…
di Guido Salvini, Giovanni Pellegrino, Guglielmo Colombero e Alessandro Milito
Sul numero di novembre 2020 di questa nostra rivista abbiamo pubblicato una corposa recensione di Guglielmo Colombero, praticamente un saggio breve, al volume Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il “golpista” Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (pp. 272, € 16,00), scritto dallo storico Fulvio Mazza, edito da Pellegrini.
Nel marzo 2021 è stata pubblicata la seconda edizione del libro (pp. 304, €. 16,00) riveduta e ampliata in base all’acquisizione di diverse fonti inedite emerse in occasione del 50° anniversario stesso. Il titolo è: Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti”.
Come si sarà notato, nel titolo della seconda edizione sono cadute le virgolette al termine “golpista” attribuito ad Andreotti.

Su questa seconda edizione, nel giugno dello stesso 2021, sulla rivista Bottegascriptamanent (www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2456) è stata pubblicata un’importante intervista a Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione stragi. La riportiamo qui di seguito, per consentire al lettore una migliore visione d’insieme.

Il Golpe Borghese:
la verità giudiziaria e quella storica
di Alessandro Milito


Partendo dal libro di Fulvio Mazza, intervistiamo l’avvocato
Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione stragi



Intervistare l’avvocato Giovanni Pellegrino, il temuto Presidente della Commissione stragi (che operò, nella sua seconda fase, dal 1994 al 2001), è, oltre che un onore, una responsabilità non da poco. Non è semplice. Dialogare con colui che, insieme a pochissimi altri in Italia, conosce nei particolari le varie vicende storiche, politiche e giudiziarie che hanno contraddistinto quegli anni significa toccare molti dei più delicati punti della nostra storia repubblicana.
E il Golpe Borghese, che fu tentato nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, rientra appieno in questo contesto. Il tentato golpe, sino all’uscita del volume qui trattato, era avvolto nella nebbia di molti misteri che ora appaiono invece per gran parte risolti.
Non a caso il magistrato Guido Salvini, autore di fondamentali indagini risultate in altrettanto fondamentali Sentenze sui fatti di quegli anni, ha scritto che «Il saggio di Fulvio Mazza […] fornisce, nel cinquantennale del tentativo di golpe, una risposta ragionata a tutti gli interrogativi posti dagli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970».
Ovviamente, non significa che questo libro abbia detto tutto ciò che c’era da dire in merito e che quindi non siano necessarie ulteriori ricerche storiche. Vi sono difatti numerosi aspetti da dover ancora approfondire, ed è il testo stesso a metterli in evidenza. Un esempio per tutti: il falso giudiziario contenuto nel terzo “Malloppino” in cui si descriveva una riunione che si sarebbe svolta in una data che era ancora di là da venire: una vera e propria preveggenza!
Va però evidenziato come il saggio abbia aggiunto diversi nuovi dati e interpretazioni, grazie all’utilizzo di fonti inedite o che comunque non erano state sufficientemente verificate con la giusta attenzione e spirito critico.
Ma torniamo all’avvocato Pellegrino ricordando come, da Presidente della Commissione stragi, abbia, in numerosi casi, contribuito in maniera determinante a far luce sui punti più oscuri di quelle vicende. O di come abbia permesso di produrre documenti fondamentali per gli studiosi interessati a ricostruire la verità di quegli anni. È questo il caso de Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (Pellegrini editore, seconda edizione, 2021, pp. 304, € 16,00), il cui autore, lo storico e saggista Fulvio Mazza, si è avvalso, per l’appunto, (anche) dei materiali della Commissione.
È quindi con la stima che si deve alla personalità dell’avvocato Pellegrino che ha così tenacemente contribuito a far emergere la verità degli anni delle stragi che abbiamo condotto quest’intervista, la quale, ci auguriamo, si rivelerà utile e illuminante per il lettore.

Presidente, il saggio, sin dal suo titolo, parla della necessità di una sorta di provocatorio “Quarto grado di giudizio” in quanto la verità giudiziaria, nel caso del Golpe Borghese, è molto differente rispetto a quella storica. Lei condivide tale necessità?
Non c’è alcun dubbio che sia andata proprio così. D’altra parte la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi fu costituita proprio perché la risposta giudiziaria era del tutto insoddisfacente e quindi era sorta la necessità di far chiarezza sugli anni delle stragi, della Strategia della tensione, e appunto sul Golpe Borghese.
L’azione depistante e censoria di Maletti e di Andreotti, come giustamente è evidenziato nel libro, determinò una carenza di verità che la nostra Commissione era chiamata a risolvere.

Il libro mette in evidenza come il Golpe Borghese sia stato definito da più parti un “Golpe da operetta” e, dalla Cassazione, un «complotto di pensionati sostanzialmente inoffensivi».
Il saggio mette invece in evidenza la pericolosità del Golpe e, in particolare, sottolinea come Junio Valerio Borghese non fosse uno sprovveduto dal punto di vista della preparazione militare. Di conseguenza, non si sarebbe mai messo alla testa di un complotto del genere se non avesse avuto una certa sicurezza di portarlo vittoriosamente a termine. Alla luce della sua esperienza di Presidente della Commissione stragi, che conclusioni ha tratto su questo punto?

Junio Valerio Borghese era un “uomo d’arme”, non certo uno sprovveduto. Ricordo che era un militare di grande esperienza. Non dimentichiamo che rifondò nella Repubblica sociale italiana la X Mas e che questa fu una delle strutture militari più efficienti della Rsi. Non era uno sprovveduto nemmeno in ambito politico. Ricordo che riuscì a mantenere una posizione di autonomia rispetto ai tedeschi e anche rispetto al governo di Mussolini stesso, e che riuscì a sottrarsi alla giustizia partigiana accordandosi con i Servizi segreti angloamericani.
Ebbene, un personaggio del genere non poteva di certo avventurarsi in un Golpe che non avesse avuto concrete possibilità di successo.

Borghese morì nell’agosto del 1974, proprio quando stava preparando il suo ritorno in Italia (tale suo progetto era ben noto) e proprio mentre Maletti e Andreotti stavano spulciando il rapporto del Sid del 26 giugno precedente per stabilire cosa inserire e cosa censurare nel testo che avrebbero poi consegnato alla Magistratura il 15 settembre successivo. In quei giorni, dunque, mentre Maletti e Andreotti stabilivano cosa far sapere o meno alla Magistratura, Borghese improvvisamente morì. In tal modo si evitò il rischio che potesse chiamare in causa, per esempio, le persone salvate proprio da Maletti e da Andreotti. Non le pare una coincidenza un po’ strana? Il libro sostiene l’ipotesi che si sia trattato di un assassinio. Lei come la pensa?
Concordo anche su questo punto: in particolare fu Stefano Delle Chiaie a insistere molto circa la forte probabilità che Borghese fosse stato ucciso da un caffè avvelenato. In effetti, se fosse tornato in Italia avrebbe probabilmente scatenato un terremoto politico-giudiziario spiegando il coinvolgimento di diverse persone nel Golpe, ivi comprese quelle che, grazie ai depistaggi di Maletti e Andreotti, erano riuscite a farla franca. Ricordiamo che il 1974 è un anno cruciale, in quanto è quello della Rivoluzione dei garofani in Portogallo e della caduta dei colonnelli greci.
Se fosse tornato in Italia, Borghese avrebbe potuto mettere in crisi tutta l’azione depistante e censoria di Maletti, Andreotti, ecc.

Nel saggio si racconta di come lei riuscì a fare ammettere a Maletti l’appoggio sostanziale che i Servizi segreti, e lo Stato in generale, diedero ai golpisti e il perché di un tale sostegno. Questa tesi, nel libro, viene definita “Dottrina Maletti”. Condivide tale neologismo storico-politico?
Sì, possiamo chiamarla “Dottrina Maletti”. Ma, al di là delle denominazioni, è stato importante sentire da Maletti la conferma dell’ipotesi che si era andata delineando.

Ci può descrivere tale “Dottrina”?
Certamente. Lo faccio riportando lo stesso brano presente nel libro che riporta quanto dissi allora e quanto ribadisco adesso:
«Ora, quando abbiamo sentito il generale Maletti, io ho formulato al generale un’ipotesi […] che in realtà l’origine dello stragismo va individuata nell’esistenza in Italia di una serie di reti operative, alcune ufficiali, come era il Sid, altre semiufficiali, come poteva essere Gladio, e altre reti; che queste reti avevano come terminale periferico uomini dell’estremismo di destra, io dico della destra radicale, che con ogni probabilità sono questi a commettere le stragi e lo fanno, però, non per aver ricevuto un input dall’alto ma probabilmente anche per logiche di attivismo autonomo o per deviazioni da piani concordati.
L’ipotesi si completa nella valutazione che queste persone sono state coperte – e quindi per queste ragioni i colpevoli dello stragismo non sono stati individuati – non perché in se stesse meritassero protezione, ma perché si volevano coprire le responsabilità istituzionali e politiche del rapporto anteriore che queste persone avevano avuto con queste reti ufficiali o clandestine […]. Devo dire che il generale Maletti ha asseverato questa ricostruzione».

In che contesto avvennero tali ammissioni di Maletti?
Queste affermazioni furono fatte da Maletti a Johannesburg, in Sudafrica, quando ci recammo con la Commissione stragi nel 1997.
Fu una visita molto dibattuta perché ci accusarono di essere scesi a patti con un latitante, ma sono ben soddisfatto di questa scelta, sia perché emersero questi e altri dati fondamentali sugli anni delle stragi, sia perché facemmo da apripista per una sorta di pellegrinaggio giudiziario che caratterizzò altre visite a Maletti da parte di diversi inquirenti italiani.

Le grandi censure al “Malloppo originario” delle indagini scaturite dall’infiltrazione del capitano del Sid Labruna all’interno del mondo golpista (e da qualche altro sparuto atto procurato da ulteriori agenti del Sid) furono attuate da Maletti nei primi mesi del 1974, tanto che il documento del 26 giugno di quello stesso anno contiene molto meno materiale rispetto a quanto originariamente era stato presentato allo stesso Maletti. Per fare un esempio, potremmo evidenziare la censura che salvò l’ammiraglio Torrisi e come, nel suddetto documento del 26 giugno, non ci fosse alcun riferimento al ruolo di Licio Gelli in generale e, in particolare, al progetto di rapimento del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Il libro cambia le denominazioni date ai documenti dai giornalisti e acriticamente recepite dagli storici. Ciò avviene in quanto sinora il documento del 26 giugno veniva definito il “Malloppone”, mentre nel libro viene chiamato “Malloppastro” per specificare come fu un testo tagliato e denaturato che, dunque, non può definirsi logicamente “Malloppone” poiché quest’ultimo termine dà piuttosto l’idea di un testo molto corposo.
Volendo mettere in ordine anche le terminologie, concorda dunque nella differenziazione in “Malloppo originario” per indicare la grande quantità di documenti inizialmente prodotti da Labruna e altri, in “Malloppastro” per identificare il testo che scaturì dalle prime censure di Maletti, e a confermare la denominazione di “Malloppini” per definire i documenti esili che alla fine furono consegnati, dopo le ulteriori censure di Maletti (e di Andreotti) il 15 settembre 1974 alla Magistratura?

In effetti definire “Malloppone” quel testo che era nato monco a causa dei tagli che Maletti aveva fatto al rapporto di Labruna e altri è un po’ un controsenso, il termine “Malloppastro” si confà di più.
Ma, al di là delle denominazioni, il libro ha fatto bene a mettere in evidenza che il corposo rapporto di Labruna (corroborato da qualche documento di altri agenti) può essere denominato “Malloppo originario”, perché è il punto di partenza che si concluderà, censura dopo censura, nei tre esili fascicoli giustamente definiti i “Malloppini”.

La Storia si fa con i “se”. Se così non fosse, sarebbe una pura cronologia. I “se” sono necessari a interpretare.
In virtù di ciò, se Maletti e Andreotti non avessero bloccato la trasmissione alla Magistratura dei documenti provenienti dal “Malloppo originario”, e se la Corte di Cassazione non avesse tolto le indagini ai magistrati di Padova e di Torino (designando il “Porto delle nebbie” di Roma come unica Procura competente), non pensa che si sarebbe giunti con una certa facilità a individuare le trame del Golpe Borghese? Non pensa che si sarebbero bloccate sul nascere anche quelle cospirazioni successive che nel libro vengono definite lo “sciame golpista” degli anni 1971-74?
Non pensa che in questo modo l’Italia si sarebbe risparmiata stragi, decine e decine di morti, sangue e violenze?

Sì, è ben probabile che senza i depistaggi e le censure, e senza la determinazione della Cassazione che lei ha citato, molte stragi, attentati, omicidi e molto sangue innocente sarebbero stati risparmiati.

Nel libro emerge la figura del capitano Antonio Labruna in modo differente da come è stato solitamente disegnato. Emerge come un uomo coraggioso e caparbio che, rischiando la pelle in prima persona, si infiltrò fra i golpisti, ne denunciò le trame e divenne una sorta di vittima sacrificale dovuta alla vendetta dei neofascisti. Pur non esentandolo da critiche, emerge anche come un uomo ligio agli ordini che, come scrisse il giudice Salvini, nessuno volle difendere e perciò finì per diventare un “capro espiatorio” di tutte le malefatte del Sid. Condivide questa sorta di riabilitazione?
Sì, Labruna fu una vittima inconsapevole di questo meccanismo. Fece il suo dovere infiltrandosi negli ambienti fascisti e traendo informazioni importanti, però poi fu abbandonato alla prima difficoltà. Anche perché era andato a toccare ambienti e nomi che il Sid, e in generale il potere costituito di allora, non voleva assolutamente fossero toccati. Labruna ha subito una damnatio memoriae che va contrastata.

Nel libro si mette in evidenza come la sinistra, per i generali dell’Esercito italiano, fosse il nemico. Condivide questa tesi?
Purtroppo era così. Ricordo in particolare due audizioni della nostra Commissione.
Ricordo come il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica (e poi della Difesa), il generale Mario Arpino, spiegò che ancora nel 1980 un terzo del Parlamento italiano era per i militari considerato “il nemico” e come Maletti evidenziò che, fino al 1974, nessuno gli aveva mai detto che il compito degli apparati di sicurezza era anche quello di tutelare la Costituzione. Siamo negli anni che Cossiga definì di “Guerra mondiale a bassa intensità”. Per capire gli avvenimenti di allora dobbiamo tenere presente questi fattori e anche, in particolare, il fatto che l’equilibrio politico in Italia era in quegli anni basato su di un patto di indicibilità e in qualche modo di reciproca ipocrisia: ciascuno sapeva dei legami illegali dell’altro, ma non li denunciava apertamente. Le due parti si attaccavano vicendevolmente senza esagerare. Il governo era perfettamente a conoscenza dei finanziamenti che pervenivano dall’Urss al Pci; così le sinistre sapevano delle illegalità istituzionali commesse dagli apparati di sicurezza e avallate da uomini di vertice della Dc. Questo era il clima e il sistema della Costituzione materiale di allora.

Come va inquadrato il ruolo di Andreotti?
Andreotti è uno dei politici che ha più e meglio rappresentato questo quadro storico-istituzionale. La sua connivenza, e probabilmente anche complicità verso il Golpe, non mi meraviglia affatto.

Stesso dicasi dunque per il Pci, partito estremamente cauto nella denuncia del Golpe pur avendo avuto informazioni immediate e dirette circa il Golpe stesso e che invece fece filtrare la notizia solo dopo tre mesi?
Sostanzialmente sì: attaccò fortemente il governo ma senza esagerare. Ed evitò di personalizzare gli attacchi contro Andreotti con il quale ebbe sempre un filo di particolare dialogo.

Parliamo del “Contrordine” che fu emanato da Borghese dopo aver ricevuto una misteriosa telefonata. Alcune attendibili piste documentarie e testimoniali portano a concludere che a chiamare il Comandante fu Licio Gelli. Altre fonti, ugualmente attendibili e sempre documentarie e testimoniali, accreditano invece la tesi che fu Giulio Andreotti. Nel libro viene evidenziato che non si tratta necessariamente di due piste alternative ma che potrebbero essere convergenti in quanto entrambi i personaggi erano portatori di istanze similari.
Lei condivide questa ipotesi?

Andreotti e Gelli erano personaggi diversissimi l’uno dall’altro ma, nella sostanza, si mostrarono spesso portatori di interessi convergenti. Nulla di più probabile, dunque, che – una volta constatata la defezione dei Carabinieri e degli Usa – si siano coordinati fra di loro per ingiungere a Borghese l’emanazione del famoso “Contrordine”.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)


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Analogamente, dopo l’intervista e prima della recensione di Colombero, riportiamo un altro assai interessante contributo sull’argomento: una recensione stilata da Guido Salvini che, come è noto, è stato uno dei magistrati che ha più e meglio indagato e sentenziato sull’argomento e sulle sue gravi interconnessioni con le stragi di quegli anni (Piazza Fontana in primis).
La recensione, pubblicata su Bottega Scriptamanent (www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2449&ricerca=) viene qui riprodotta al fine di consentire al lettore una migliore visione d’insieme.

Il Golpe Borghese
fu un pericolo vero

di Guido Salvini

La seconda edizione del libro evidenzia, tra l’altro,
il coinvolgimento di Andreotti e Gelli e i depistaggi del Sid


Il saggio di Fulvio Mazza, «Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti”», fornisce, nel cinquantennale del tentativo di golpe, una risposta ragionata a tutti gli interrogativi posti dagli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970.
Innanzitutto la gestione politica (e giudiziaria) viene nel libro messa a nudo con il racconto in presa diretta della costituzione nel 1968 del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese e della perfetta conoscenza che il SID aveva dei suoi progetti, tramite soprattutto l’azione del cap. Labruna che dal 1973 era riuscito far parlare alcuni congiurati, a partire dal costruttore Remo Orlandini, fingendo la piena adesione sua e dei suoi superiori al piano. I congiurati gli avevano raccontato in dettaglio non solo quanto era avvenuto la notte del 7 dicembre 1970 ma i nuovi piani golpistici che ancora sino all’estate del 1974 venivano coltivati nel progetto denominato “Rosa dei Venti”.
La gestione di questa massa di notizie da parte del SID era stata un filtraggio molto accorto.
Nell’impossibilità di nascondere alla magistratura tutto quello di cui era venuto a conoscenza, non dimentichiamo che l’indagine sulla “Rosa dei Venti” condotta a Padova del giudice Giovanni Tamburino stava giungendo al cuore dei progetti eversivi, prima il gen. Maletti e poi l’on. Andreotti, allora Ministro della Difesa, avevano selezionato e depurato le informazioni raccolte dal cap. Labruna.
Così l’originario “malloppo” documentario si era trasformato in un “malloppo” più piccolo (che è passato alla storia con la denominazione di “malloppone”, ma che – ad onta del nome – era in effetti una documentazione smagrita), per opera del gen. Maletti e poi, di concerto con il Ministro alla Difesa, in tre esili malloppini che erano stati consegnati nel settembre 1974 alla Procura di Roma, certo meno “pericolosa” rispetto al magistrato padovano.
Così era sparito dall’organigramma dei progetti eversivi il ruolo di alti ufficiali, tra di essi l’amm. Giovanni Torrisi destinato poi a diventare capo di Stato Maggiore della Difesa, il ruolo di Licio Gelli che nel progetto del 7-8 dicembre aveva il compito di neutralizzare il Presidente della Repubblica, il ruolo della struttura occulta di Avanguardia Nazionale diretta da Stefano Delle Chiaie e l’appoggio ai piani eversivi delle più importanti famiglie della ’ndrangheta calabrese. In più era scomparso ogni riferimento allo stesso Direttore del SID gen. Vito Miceli, contiguo ai golpisti e di cui guardava con benevolenza i progetti tanto da essere arrestato nell’ottobre 1974 proprio dal giudice Tamburino.

Sappiamo tutto questo e con certezza perché quasi vent’anni dopo, il 7 novembre 1991, il cap. Labruna aveva portato al mio ufficio, l’Ufficio Istruzione, una vecchia borsa impolverata che conteneva i nastri, grosse bobine magnetiche di quel tempo, con la registrazione dei molti suoi colloqui con i congiurati che gli avevano rivelato tutto. Erano i nastri originali che Labruna aveva conservato per tanti anni, non quelli sottoposti alla potatura dalla direzione del SID e dall’autorità politica per salvare gli aspiranti golpisti che andavano protetti. Li abbiamo fatti trascrivere e in quelle conversazioni, con tanto di ruoli e di circostanze, emergevano i nomi, alcuni li ho indicati, tutti li troviamo nel saggio, di coloro che, ai più alti livelli, erano stati salvati dall’incriminazione.
Bisogna riconoscere che l’azione di infiltrazione del cap. Labruna era stata brillante sul piano investigativo e psicologicamente intelligente. Non si può ritenere che egli fosse complice dei golpisti, al contrario, e lo ricorda bene e forse per la prima volta Fulvio Mazza, il capitano fu tradito dai suoi superiori e alla fine pagò per tutti con i processi e la degradazione. Così, rendendo pubblici quei nastri il cap. Labruna, pochi anni prima di morire, ha riabilitato pubblicamente la sua figura.

Parlando della risposta giudiziaria, l’assoluzione da parte della Corte di Assise di Roma di tutti gli imputati accusati di insurrezione armata contro i poteri dello Stato era stata poi in piena consonanza con la presentazione riduttiva del progetto eversivo da parte del SID, e anche oltre visto che erano stati assolti anche gli imputati rei confessi.

Quanto al possibile appoggio degli americani l’autore evidenzia, come confermano anche le carte desecretate pochi anni fa negli USA, che Borghese aveva preso ripetuti contatti con l’ambasciata americana a Roma e che i nostri alleati atlantici sapevano tutto di quanto si stava progettando. Tuttavia la risposta statunitense era stata più che scettica. Al più gli Stati Uniti potevano dare il loro appoggio ad un intervento più limitato con la costituzione di un governo forte presieduto da un esponente DC di loro fiducia, con la prospettiva di indire nuove elezioni dalle quali magari fossero escluse le liste comuniste. Ma non condividevano il progetto di un golpe vero e proprio e questo per la mancanza di una vera leadership militare italiana in grado di governare. In sostanza non era possibile fare in Italia come ad Atene nell’aprile 1967. La mancanza di un appoggio atlantico è stata con ogni probabilità la ragione profonda del fallimento dell’operazione. Fine giunta, alle prime ore dell’8 dicembre, con il “contrordine” sia esso attribuibile, come scrive Mazza, a Gelli o a Andreotti. Non è escluso però, aggiungiamo noi, che un messaggio in tal senso possa essere giunto anche dai Comandi dei Carabinieri annunciando la loro defezione dall’operazione.

Tra le altre vicende affrontate nel saggio c’è la morte del comandante Borghese in Spagna il 26 agosto 1974. Una scomparsa avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite ma comunque provvidenziale perché proprio in quelle settimane il SID con il gen. Maletti si apprestava a far pervenire alla magistratura le sue informative sui progetti di golpe dal 1970 al 1974, il cd “malloppino” depurato dai nomi più imbarazzanti ed un paventato ritorno del comandante Borghese in Italia avrebbe potuto rivelarsi assai scomodo per gli alti militari e i nomi più importanti che erano stati salvati da un possibile intervento della magistratura.

Fulvio Mazza ricorda anche la scomparsa del giornalista de L’Ora di Palermo Mauro de Mauro, avvenuta il 16 settembre 1970, appena tre mesi prima del tentativo del 7 dicembre. De Mauro, per i suoi trascorsi giovanili proprio nella X MAS di Borghese, probabilmente aveva raccolto informazioni su quanto si stava preparando e il suo lavoro poteva essere quindi pericoloso per i progetti golpisti.

Inoltre l’atteggiamento e la scelta del PCI che molto probabilmente aveva avuto notizia di quanto stava avvenendo in tempo reale e comunque ben prima dello scoop di Paese Sera del 17 marzo 1971. Il partito, con una precisa scelta politica, aveva tuttavia deciso di far comprendere all’esterno di essere al corrente del pericolo corso solo con qualche articolo volutamente criptico sul quotidiano l’Unità e aveva nel contempo aumentato la “vigilanza” dei suoi militanti. Questo per non provocare subito una reazione dei settori filo-golpisti delle Forze armate che, di fronte all’esplosione del caso, avrebbero potuto intraprendere una reazione violenta e ancor più pericolosa.

Il saggio è corredato dalla riproduzione delle più importanti relazioni del SID concernenti la preparazione del golpe, difficilmente accessibili ed in parte inedite, e da una dettagliata cronologia degli avvenimenti di quei giorni, dalle prime ore del 7 dicembre 1970 sino al contrordine, giunto intorno alle ore 1.40 dell’8 dicembre, e alla ritirata dei congiurati. Infine Fulvio Mazza, sulla base dei dati disponibili dopo lunghi anni di ricerche e di indagini giudiziarie, stima l’entità dei militari, anche di alto grado, e dei civili che furono coinvolti nel complotto in 20.000-40.000 persone. Una forza per niente disprezzabile. Tutt’altro, in conclusione, che un golpe da “operetta” progettato da “quattro generali in pensione” ma un capitolo della storia italiana da non dimenticare perché ha ancora non poco da insegnarci.

Insomma: un libro decisamente buono e ben documentato.

Guido Salvini
Magistrato

Fulvio Mazza, «Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il golpista Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti”» (Pellegrini editore, seconda edizione, 2021, pp. 304, € 16,00).
(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)


Qui di seguito, si può leggere la recensione del critico letterario Guglielmo Colombero alla prima edizione del volume stesso.

50 anni fa il “Golpe Borghese”: un denso saggio di Fulvio Mazza
Per Pellegrini editore una sorta di provocatorio “Quarto grado di giudizio”.
Fra i tristi protagonisti, Andreotti, Gelli, Maletti…


di Guglielmo Colombero


Nel saggio Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il “golpista” Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (Pellegrini editore, pp. 272, € 16,00) viene affrontato, con grintoso spirito giornalistico, un argomento particolarmente delicato e spinoso: la ricostruzione di quanto accadde nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, quando le istituzioni democratiche del nostro paese rischiarono di essere violentemente sovvertite dai neofascisti guidati dall’ex comandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, e manovrati nell’ombra dal “Gran Maestro” della loggia massonica deviata P2 Licio Gelli. Il tutto con la probabile (la documentazione è credibile, ma non è sufficiente per dare una parola definitiva) complicità di Giulio Andreotti.

L’autore è il nostro direttore Fulvio Mazza, che non avrebbe bisogno di ulteriori presentazioni, ma del quale evidenziamo comunque come sia un affermato storico contemporaneista, con, al suo attivo, numerosi saggi editi, fra gli altri, da: Esi, Franco Angeli, Istituto della Enciclopedia italiana (“Treccani”), Laterza, Pellegrini, Rubbettino (cfr. https://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib;jsessionid=87A71733BAE715CDFC7E06D37869B2D3).

Il saggio nasce e si verifica anche e soprattutto tramite la documentazione, spesso inedita, proveniente da varie fonti: innanzitutto il Sid, la Commissione parlamentare P2 e la Commissione parlamentare stragi. Una documentazione che viene anche riportata per alcuni atti più qualificanti.

La demonizzazione dei “rossi” come “Antefatto” e pretesto del “Golpe”
Il primo dei quattro capitoli si occupa di esaminare i fatti, la cui trattazione è approfondita in dieci paragrafi.
Nel primo paragrafo, Il contesto politico: per le Forze armate il Pci e la sinistra sono i nemici e la Dc non riesce più a garantire l’ordine costituito. L’influenza delle vicine dittature, l’autore analizza i presupposti della cospirazione: la pulsione golpista fermenta all’interno di una «classe arrogante che avvertiva come prossimo il termine del proprio potere di casta». Il teorema è suggestivo quanto verosimile: il “Golpe Borghese” come ultimo colpo di coda di un’oligarchia agonizzante, che, non potendo più contare sulla prevalenza degli elementi più conservatori all’interno della Democrazia cristiana dopo la caduta del governo Tambroni, punta a riprodurre in Italia una situazione analoga a quella della Grecia dei colonnelli, dove tre anni prima, con il pretesto di una (inesistente) minaccia comunista, una cricca di militari corrotti (finanziati dietro le quinte dai ricchi armatori come Onassis e Niarchos: i corrispettivi dei nostri Calvi e Sindona) si era impadronita dello Stato, gettando in carcere migliaia di oppositori. Mazza sottolinea come nel corso degli anni ’60, dopo la prima esperienza del centrosinistra, la Dc sia diventata un «marasma correntizio sempre più oscillante fra il conservatorismo, che la permeava fortemente, e le nuove istanze progressiste che vedevano crescere i consensi tra le sue fasce giovanili, intellettuali e fra quelle legate al mondo del solidarismo cattolico e del sindacalismo cislino». Dal canto suo, l’opposizione di sinistra, egemonizzata dal Pci ancora legato ideologicamente all’Urss, è maggioritaria all’interno del sindacato più rappresentativo, la Cgil, e l’“Autunno caldo” ha dimostrato come le istanze della classe lavoratrice siano state in grado di ottenere una conquista fondamentale come lo Statuto dei lavoratori, che ha eroso notevolmente lo strapotere dei “padroni delle ferriere” italiani.

Una sentenza di assoluzione che rimette in circolo le tossine eversive
Nel secondo paragrafo, Un “Quarto grado di giudizio” che fissa la “verità storica”: i golpisti vengono assolti solo grazie ai depistaggi dei vertici del Sid e di quelli dello Stato, l’autore puntualizza, tenendo in debita considerazione la cosiddetta “Sentenza Golpe Borghese”, la differenza fra “verità storica” e “verità giudiziaria”: tre mesi dopo il fallito “Golpe”, uno scoop di Paese Sera scoperchia il vaso di Pandora ma il processo celebrato tre anni dopo si conclude con una generale assoluzione. La Cassazione, il 25 marzo 1986, sentenziò l’assoluzione di tutti gli imputati. Vennero paradossalmente assolti anche i rei confessi. Mazza elabora così un immaginario “Quarto grado di giudizio” ed emette un’ipotetica “sentenza storica”. L’espediente letterario escogitato dall’autore scavalca lo steccato della pura e semplice indagine documentale, e si spinge oltre, entrando in una dimensione per così dire “metafisica” del Potere: Mazza si addentra in un labirinto di intrighi, depistaggi e complotti, si districa in una ragnatela di silenzi e di complicità, ma il volto del Tessitore resta sempre nascosto in qualche cono d’ombra, in qualche nicchia segreta, negli scantinati più sordidi della politica di casa nostra. Un’atmosfera che ricorda la machiavellica e malsana atmosfera di Todo modo, il romanzo di Leonardo Sciascia portato sullo schermo da Elio Petri: mandanti occulti, strategie ricattatorie, misteri irrisolti.

“Malloppo originario”, “Malloppone/Malloppastro” e “Malloppini”
Nel terzo paragrafo, Gli importanti elementi innovativi: la doppia censura ai tre (e non due) “Malloppi”, l’isolamento all’interno del Sid, del capitano Labruna, la “Dottrina Maletti”, Mazza architetta il dispositivo del suo “Quarto grado di giudizio”: il “Malloppo originario” è la cospicua stesura, appunto originaria, delle indagini condotte dal capitano Antonio Labruna; il “Malloppastro” (termine introdotto proprio dall’autore per evidenziare le clamorose manipolazioni effettuate dal superiore diretto di Labruna, generale Gian Adelio Maletti, anche su suggerimento dell’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti) è la versione epurata; i “Malloppini” sono quanto resta dopo due successive ondate di tagli e censure. In altri termini, i “Malloppini” sono paragonabili a una costata alla fiorentina più volte mordicchiata finché non rimane qualche brandello di carne ancora attaccata all’osso. Le identità dei partecipanti a questo banchetto restano oscure nella maggior parte dei casi, immerse in una foschia torbida su cui si tenta faticosamente di proiettare un fascio di luce: «Il confine fra il lecito e l’illecito era assai labile e spesso fu infranto per ragioni assai poco nobili», così sintetizza l’autore per quanto riguarda l’operato del Sid, il Servizio informazioni della difesa. Dall’indagine di Labruna scaturisce un complesso mosaico sulla cosiddetta “Strategia della tensione”, inaugurata dalla bomba di piazza Fontana (che, nel piano originario dei golpisti, pare dovesse sincronizzarsi con il “Golpe dell’Immacolata Concezione”) e culminata con l’occupazione, anche se non integrale, del Viminale; ma, lungo l’itinerario che porterà al processo, Maletti e Andreotti si dedicano a una sistematica sottrazione di tasselli, vanificando il paziente lavoro del loro subordinato, anzi, spingendosi fino a un vero e proprio scempio della sua opera. Maletti, in particolare, è fautore di una strategia occultatrice che l’autore battezza come “Dottrina Maletti”. Il teorema machiavellico elaborato da Maletti giustifica la copertura offerta ai neofascisti con l’esigenza di non infangare la reputazione degli apparati di sicurezza nazionali. Un cinismo che mette i brividi al pensiero che il Sid è comunque un organismo finanziato dai contribuenti…

Macchinazioni massoniche, connivenze nixoniane, triangolazioni repressive
Il quarto paragrafo, Le undici ipotesi riformate e confermate: dal sostegno degli Usa con Giulio Andreotti capo del governo, al ruolo di Licio Gelli, al “Piano antinsurrezionale”, mette in rilievo gli ambigui intrecci fra funzionari ministeriali, esponenti della destra eversiva e “amici degli amici” in odore di mafia. In particolare emerge l’appoggio che ricercò (anche in prima persona, attraverso viaggi in Calabria) e che poi effettivamente ebbe appieno, con la ’ndrangheta. Aspetti sui quali Labruna aveva indagato a fondo, ma delle sue deduzioni nei “Malloppini”, a causa delle ripetute censure messe in campo da Andreotti e Maletti, non è rimasta traccia: notte e nebbia.Aspetti sui quali Labruna aveva indagato a fondo, ma delle sue deduzioni nei “Malloppini” non è rimasta traccia: notte e nebbia.
Il tramite delle connessioni fra cospiratori, neofascisti e mafiosi è ampiamente ipotizzabile nella massoneria deviata, vale a dire la famigerata loggia Propaganda 2 creata dalla “primula nera” Licio Gelli: va sottolineato anche l’atteggiamento fortemente ambiguo dell’ambasciata statunitense, che durante gli anni fangosi dell’amministrazione Nixon non mancava mai di esercitare pressioni anticomuniste. Inoltre vi è qualche sospetto che all’interno sia dell’Arma dei Carabinieri che dei vertici dell’Esercito si annidasse qualche fautore di una esasperazione in senso repressivo (leggi: antimarxista) di un certo “Piano antinsurrezionale” (già ampiamente collaudato all’epoca dell’attentato a Togliatti e sporadicamente durante i moti di piazza contro il governo Tambroni) denominato “Esigenza Triangolo”.

Dall’analisi di documenti riservati emerge la mefistofelica ambiguità del “Divo Belzebù”
Da due fonti significative (più attendibile quella proveniente dagli archivi diplomatico-militari Usa, discussa l’altra estratta dal “Testamento politico” di Borghese) emerge un particolare alquanto inquietante della cospirazione golpista: il ruolo assegnato a Giulio Andreotti come premier dell’esecutivo “di salute pubblica” consequenziale alla svolta autoritaria (ed è questo il comune denominatore di entrambi i documenti). Nel “Testamento” di Borghese compare anche il nome di un elemento di raccordo fra Andreotti e i golpisti: un fido collaboratore di Andreotti, Gilberto Bernabei. Secondo Borghese, il vero autore della telefonata che lo indusse a mandare all’aria il “Golpe” sarebbe stato proprio Bernabei su ordine di Andreotti, e non di Gelli. Sottolinea l’autore che comunque, al di là della paternità della telefonata, sia Andreotti che Gelli «avevano in quel frangente (come in altri…) una visione comune», e che inoltre, «Dalle carte Usa emerge un atteggiamento dell’amministrazione Nixon perplesso ma sostanzialmente disposto ad appoggiare il “Golpe”». In definitiva, si può tranquillamente congetturare (dato che prove certe, purtroppo, non ne esistono, e se mai ne fossero esistite sono state abilmente fatte sparire) che personaggi di grosso calibro come l’ambasciatore statunitense a Roma Graham Martin, il responsabile della Cia in Italia Hugh Fendwich e, dulcis in fundo, addirittura l’ex ufficiale nazista Otto Skorzeny, il sedicente liberatore di Mussolini, fossero tendenzialmente favorevoli al complotto ma solo nel caso in cui questo fosse andato in porto grazie all’appoggio determinante dell’Arma dei Carabinieri, elevando alla guida del governo un democristiano conservatore gradito all’amministrazione nixoniana come Andreotti, in funzione anticomunista, antisovietica e filoatlantista. Un atteggiamento analogo a quello dell’amministrazione Johnson che, tre anni prima, aveva avallato il brutale colpo di Stato dei colonnelli in Grecia senza mai stigmatizzare le sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare di Papadopoulos.
Nel quinto paragrafo, Le altre conferme: le relazioni con il conservatorismo politico e sociale, da Pacciardi a Sogno. I rapporti con massoneria e Msi; la “Strategia della tensione”, l’autore, preso atto della sostanziale estraneità della massoneria al progettato “Golpe” (solo la loggia P2 di Gelli ne era al corrente), sottolinea il ruolo sostanzialmente marginale del Msi di Almirante, sicuramente ben disposto verso un’eventuale svolta autoritaria ma titubante nel procedere decisamente alla mobilitazione dei suoi militanti in appoggio al “Golpe”. Come l’ambasciata Usa, la Confindustria e il Vaticano, anche gli eredi del fascismo non si espongono più di tanto, timorosi di finire intrappolati da un eventuale fallimento del “Golpe”. Anche esponenti conservatori con un passato antifascista come Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi (la Resistenza per il primo, la Guerra di Spagna per il secondo) risultano invischiati nelle trame golpiste più che altro per l’ingenua aspirazione di rivestire ruoli di primo piano in un eventuale esecutivo a guida Andreotti.

Gli uomini che sapevano troppo: una scomparsa irrisolta e una morte sospetta
Nel sesto paragrafo, I sette punti oscuri: il sospetto assassinio di Borghese, il Dossier sulle Forze armate, la scomparsa di De Mauro, il falso sul terzo “Malloppino”, il “contrordine”, l’autore riflette sulla scomparsa del giornalista De Mauro, notoriamente di sinistra ma con radici nell’estrema destra: fu decisa perché avrebbe potuto sprigionare rivelazioni scottanti sui rapporti fra mafia e golpisti? Potrebbe fare il paio con la morte improvvisa in circostanze mai chiarite del tutto – Mazza adombra esplicitamente l’assassinio – dello stesso Borghese in Spagna? Il provvidenziale attacco di pancreatite che uccide Borghese a Cadice nell’estate del 1974 avviene in compagnia di una donna: secondo la testimonianza di un noto terrorista nero, Vincenzo Vinciguerra, la partner sessuale del principe al momento del decesso non era altro che una agente del Sid… Tutto da dimostrare, ma che i servizi segreti di ogni paese si servano spesso e volentieri di avvenenti quanto letali creature femminili non è una novità… Ancora più inquietante e intricata la vicenda della scomparsa di De Mauro, ex legionario della X Mas di Borghese (al quale era talmente devoto da battezzare sua figlia con il nome Junia), rapito e sicuramente eliminato dalla mafia tre mesi prima del “Golpe”: cosa sapeva? E chi decise di commissionare la sua eliminazione alla mafia?
Quanto a due poteri forti che in Italia contavano parecchio, la Confindustria e il Vaticano, l’autore sottolinea che pare assai improbabile una loro totale estraneità alla vicenda golpista. Non va dimenticato che gli industriali italiani (destinatari fra il 1940 e il 1943 di sostanziose commesse belliche) iniziarono a sganciarsi da Mussolini solo quando cominciarono a piovere le bombe angloamericane sulle loro fabbriche. Altrettanto ambiguo l’atteggiamento di un papa storicamente importante come Pio XII: non solo salutò con esultanza l’ingresso del generalissimo Franco a Madrid ma durante l’ultimo conflitto, pur di evitare rappresaglie anticattoliche da parte di Hitler, tacque per anni prima sulla politica antisemita del Terzo Reich e poi sull’Olocausto. Un silenzio rimasto impenetrabile nonostante numerose informative riservate in proposito anche da parte di esponenti antinazisti del clero polacco. Un dettaglio, quello della triade ambasciata Usa-Confindustria-Vaticano che, più o meno tacitamente, sta alla finestra in attesa degli eventi (per poi magari saltare repentinamente sul carro del vincitore) scarsamente preso in considerazione dalla memorialistica sul “Golpe Borghese”, e che invece varrebbe assolutamente la pena di approfondire.
In questo stesso paragrafo si parla del falso giudiziario che caratterizzò il terzo “Malloppino”. Questo fu consegnato da Andreotti al procuratore della Repubblica di Roma, Elio Siotto, il 15 settembre 1974. E, fin qui, nessun problema. Il fatto è – evidenzia Mazza – che «nel documento si descrive anche l’avvenuto svolgimento di due riunioni che “si terranno/si tennero” il 23 e il 29 settembre 1974. Una vera e propria preveggenza! Come è stato possibile che un documento potesse contenere informazioni afferenti a fatti accaduti dieci giorni dopo la sua consegna? La gravità dell’episodio – conclude Mazza – è acuita dal fatto che, mentre gli altri documenti che abbiamo visto erano “solo” atti del Sid, i “Malloppini” erano anche e soprattutto atti giudiziari».

Qualcuno molto in alto allunga il piede per far inciampare Labruna…
Il settimo paragrafo, Le indagini di Labruna colgono nel segno. I neogolpisti organizzano la vendetta e vengono baciati dalla fortuna. Riemerge prepotentemente la “Dottrina Maletti”, esplora le inquietanti connivenze fra apparati di intelligence e vere e proprie mine vaganti neofasciste. Secondo l’autore, che cita il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino (che, a sua volta, cita lo stesso Maletti), appare chiaro che i vertici del Sid abbiano deliberatamente offerto copertura al terrorismo neofascista in cambio di un sostanziale appoggio in quella che viene definita come “Guerra fredda interna”. Il discredito vendicativo gettato dagli ex golpisti sulla figura di Labruna, che viene addirittura accusato di connivenza con l’eversione neofascista che lui tentava di smascherare, annichilisce definitivamente il suo sforzo investigativo, e sul fallito “Golpe Borghese” cala una saracinesca di impenetrabile omertà.

Un dossier incandescente raffreddato e sterilizzato per renderlo innocuo
L’ottavo paragrafo, I documenti vengono finalmente mandati alla Procura. Ma prima si epurano i nomi imbarazzanti e quelli degli “amici”: Cangioli, Gelli, Paglia e Torrisi, per esempio, esamina l’epurazione del “Malloppone” e la sua metamorfosi nel “Malloppastro”, poi ulteriormente spezzettato nei tre “Malloppini”. Sembra una gara a eliminazione in stile “Grande Fratello” televisivo: uno dopo l’altro i partecipanti svaniscono come spettri dal Dossier originario di Labruna. In primo luogo il “Gran Maestro” Gelli, poi l’ammiraglio Torrisi seguiti da vari esponenti della destra eversiva coinvolti nelle “trame nere”. Una volta sottoposto all’attenzione del ministro Andreotti, lo scarnificato “Malloppastro” subisce ulteriori mutilazioni; voraci come squali, i suoi manipolatori continuano a sbranarlo, pezzo dopo pezzo. Evaporano così altri dettagli fondamentali: la mappa della capillare rete territoriale della pericolosa organizzazione paramilitare neofascista denominata Fronte nazionale, i suoi inquietanti legami internazionali con la Cia nixoniana, il ruolo cospirativo dell’ex capo partigiano monarchico Edgardo Sogno. Insomma, una sciarada che fa impallidire la memoria storica delle mistificazioni eseguite sulle prove accusatorie da parte dei vertici militari francesi all’epoca del caso Dreyfus, con Labruna costretto suo malgrado a recitare un secolo dopo un ruolo analogo a quello dell’onesto maggiore Picquart…

La sconcertante indulgenza della magistratura nei confronti dei golpisti
Nel nono paragrafo, Il flop del processo: l’accusa minimizza, le prove vere sono state tagliate e quando riemergono è troppo tardi! La Cassazione sentenzia: il “Golpe” non è mai avvenuto, emerge la pesante ingerenza di Andreotti sui già epurati “Malloppini” allo scopo di sminuirli e disinnescarli ulteriormente. In soccorso del presunto “Divo Belzebù” interviene anche la Cassazione, che amalgama le tre indagini in un unico pastone, dirottato a Roma dove all’epoca il rapporto fra il pubblico ministero Claudio Vitalone e Andreotti era paragonabile a quello fra l’unghia e il dito: il processo si conclude con una generale assoluzione. «Se l’unico vero investigatore era stato ostacolato, isolato e screditato; se l’accusa era sostenuta da chi era in stretta sintonia con Andreotti che, in ogni occasione, minimizzava e screditava l’inchiesta stessa, cosa ci si poteva attendere di più?» conclude l’autore. Lo strascico finale risale al 1991, quando Labruna, dopo un «acuto e lungo travaglio interiore», decide consapevolmente di infrangere il segreto d’ufficio e consegna al giudice Salvini la copia originale dell’intera documentazione investigativa sul “Golpe Borghese”: la magistratura potrà quindi vedere anche i numerosi atti censurati da Andreotti e Maletti, ma l’oblio della prescrizione impedisce ogni ulteriore procedimento penale.

L’ombra inquietante del grande Burattinaio
Il decimo paragrafo, Il ruolo centrale di Gelli nel “Golpe” è acclarato. Fu sempre lui a indurre Borghese al “contrordine”? O fu Andreotti, capo designato del governo golpista?, affronta quello che potremmo definire, come scriverebbe Jorge Luis Borges, «un enigma che racchiude un mistero in cui è nascosto un segreto». L’enigma è il seguente: Licio Gelli era oppure no l’eminenza grigia del “Golpe Borghese”, vale a dire l’artefice occulto della cospirazione? Un punto è certo: un commando golpista capitanato da Gelli stesso aveva fatto irruzione nel Quirinale per rapire il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Infine, il segreto: fu Gelli a emanare il “contrordine” che arrestò il meccanismo già avviato del “Golpe”, oppure fu Bernabei per conto di Andreotti? Ed ecco le tre ipotesi più attendibili. Primo, Gelli era effettivamente il numero uno del complotto, dato che godeva di libero accesso al Quirinale grazie a un lasciapassare fornitogli (sembra) da Miceli. Il che, al di là del fallimento o meno del “Golpe”, è già di per sé piuttosto allarmante. Secondo, il rapimento di Saragat fu mandato all’aria perché, all’ultimo momento, Gelli venne a sapere che l’Arma dei Carabinieri non avrebbe messo in atto il “Piano antinsurrezionale”, l’“Esigenza Triangolo”, in supporto al colpo di Stato (o, per rimanere nei termini spagnoleggianti con i quali è passato alla Storia, del “Golpe di Stato”). Terzo, diversi testimoni provenienti da ambienti neofascisti hanno concordemente affermato che fu una telefonata di Gelli a indurre Borghese a impartire il “contrordine” una volta appurato che l’amministrazione Nixon non avrebbe legittimato il “Golpe” (come invece accadde in Cile contro Allende tre anni dopo), e tantomeno avrebbe ordinato ai militari presenti nelle basi Nato in Italia di fornire sostegno logistico ai golpisti, principalmente sul versante delle telecomunicazioni. In sintesi, l’autore perviene a questa conclusione: dalla documentazione di matrice Usa emerge, riferendosi ad Andreotti, «un’ipotesi del leader democristiano quale elemento di contatto di vertice fra i golpisti e l’amministrazione Nixon. Un ruolo che collima con quello che emerge dal “Testamento politico” di Borghese. Una documentazione, quest’ultima, che va sempre presa con le pinze perché, come abbiamo accennato, la sua attendibilità è dubbia, ma non si può ignorare d’emblée. Ciò vale ancor di più perché ci restituisce una figura di Andreotti che risulta perfettamente compatibile con questa degli archivi federali statunitensi».

Gli altri tre capitoli
Il secondo capitolo consiste in una Cronologia annotata delle giornate del “”Golpe”. Nel terzo e nel quarto contributo vengono pubblicati alcuni assai interessanti documenti sull’argomento, quasi tutti inediti e quasi tutti provenienti dal Sid, che costituiscono una delle basi dell’analisi di Mazza.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVI, n. 178, novembre 2020)

Golpe Borghese
In occasione dei cinquant’anni del tentato Golpe Borghese (7-8 dicembre 1970) proponiamo un saggio sul “Golpe” stesso.

L’autore è Fulvio Mazza, direttore dell’agenzia letteraria Bottega editoriale, nonché storico contemporaneista. Oltre che per la Pellegrini, ha scritto, negli anni, per Esi, Franco Angeli, Laterza, Rubbettino, Treccani.

Grazie alla documentazione utilizzata (spesso inedita, prevalentemente proveniente dal Sid) emergerà il ruolo centrale di Licio Gelli e quello, ambiguo, di Giulio Andreotti. Riguardo a Gelli, affiorerà il fatto di aver ricoperto il più importante ruolo operativo: quello di guidare il commando che avrebbe dovuto rapire il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Relativamente ad Andreotti, invece, emergerà come questi fosse il premier in pectore, designato dagli Usa, del governo golpista.

Il tutto si fermò, però, in seguito a una telefonata che Andreotti o Gelli, o entrambi (in ogni caso con finalità convergenti), fecero a Borghese inducendolo a diramare il “contrordine” che, nel pieno svolgimento dell’azione golpista, bloccò tutto.

Grazie alla documentazione rinvenuta risulterà altresì come il generale Gian Adelio Maletti e lo stesso ministro Andreotti minimizzarono e censurarono importanti parti dell’inchiesta portata avanti dal capitano Antonio Labruna.

In particolare si delineerà la “Dottrina Maletti”, ovvero le motivazioni che indussero i vertici istituzionali a salvare molti golpisti legati agli apparati dello Stato. Da qui il fallimento processuale, al quale diede un fondamentale apporto anche l’azione minimizzatrice svolta dal più andreottiano di tutti i magistrati italiani: Claudio Vitalone.

Per verificare i depistaggi, si è fatta chiarezza sui vari “Malloppi” documentari, iniziando dalla loro stessa denominazione in “Malloppo originario”, “Malloppastro” (e non “Malloppone”) e “Malloppini”.

Fra gli altri aspetti di particolare interesse, si evidenzierà uno dei punti più delicati della storia degli anni Sessanta-Ottanta: la “Strategia della tensione”, la cui esistenza, per molti anni, è stata messa in dubbio da chi riteneva che gli attentati e le stragi fossero stati opera di iniziative personali o, comunque, di coordinamento breve. Emergerà invece chiaramente, grazie a una relazione inedita del Sid, come dietro ai diversi attacchi ci fosse un disegno preordinato. Emblematici, in tal senso, saranno i riferimenti al pestaggio dei marinai spezzini attuato dai neofascisti e fatto attribuire alla sinistra.

Dal libro emergeranno inoltre diversi punti ancora oscuri: primo fra tutti quello del probabile assassinio dello stesso Borghese, il cui imminente rientro in Italia dall’esilio spagnolo dava preoccupazioni a molti militari e politici italiani.

Fra gli altri elementi enigmatici si indicheranno le connessioni con la scomparsa di Mauro De Mauro (ex legionario della X Mas), il falso giudiziario relativo alla denuncia fatta dal Sid in Procura, il ruolo di finanziatore svolto da Michele Sindona, il funzionamento del “Piano antinsurrezionale” e tanto altro.

La Cassazione, però, mandò tutti assolti e, in questo senso, il libro si pone come un provocatorio “Quarto grado di giudizio”.

Fra i nomi citati, oltre a Junio Valerio Borghese: Giulio Andreotti, Tina Anselmi, Federico Umberto D’Amato, Stefano Delle Chiaie, Licio Gelli, Guido Giannettini, Antonio Labruna, Giovanni Leone, Gian Adelio Maletti, Vito Miceli, Richard Nixon, Remo Orlandini, Randolfo Pacciardi, Mino Pecorelli, Giovanni Pellegrino, Mariano Rumor, Guido Salvini, Giuseppe Saragat, Edgardo Sogno, Paolo Emilio Taviani, Angelo Vicari, Luciano Violante, Claudio Vitalone



Per consultare i documenti relativi al “Golpe Borghese” inviare una email a: direttore@bottegaeditoriale.it specificando il documento richiesto.






I bottegai vanno in ferie

Bottega "stacca la spina" nelle due settimane di Ferragosto. Dunque l'ultimo giorno di attività è il 7 agosto e il primo giorno di riapertura è il 24 agosto.
In caso di emergenza, autori e editori possono scriverci a: info@bottegaeditoriale.it o telefonare al 392 9251770.

Farà eccezione il settore delle "Preletture gratuite". Difatti, al fine di garantire sempre una risposta celere agli autori, tale comparto non andrà integralmente in ferie, ma si adotterà il sistema della "rotazione". Dunque gli autori possono proseguire a inviare i propri dattiloscritti inediti, sempre all'indirizzo: info@bottegaeditoriale.it e riceveranno, come sempre, una pronta risposta.

 


Un saggio storico sul "Golpe Borghese".

In occasione dei cinquant'anni dal tentato "Golpe Borghese" (7-8 dicembre 1970) l'agenzia letteraria "Bottega editoriale" sta pubblicando, presso una casa editrice che ancora non si può rendere nota, un saggio sul "Golpe" stesso. Il libro avrà come titolo: Il "Golpe Borghese" cinquant'anni dopo. I documenti. Dal contrordine emanato probabilmente da Gelli, alle censure di Andreotti e Maletti che annientano le indagini di Labruna".
 

L'autore è Fulvio Mazza, direttore dell'Agenzia letteraria.

Roma, 14 luglio 2020

 
__________________
COMUNICATO STAMPA (08/12/2019)
Due nuove fasi dei Convegni promossi dall’Agenzia letteraria

Bottega editoriale

su:

Nuove tendenze della

Letteratura italiana contemporanea
 


 

Pubblico durante la presentazione

La terza fase si è tenuta giovedì 5 dicembre 2019, dalle ore 18,30 alle ore 19,30, presso la sala Venere della Fiera del Libro “Più libri più liberi” (Roma Eur, Complesso “La Nuvola”, Viale Asia, 40)
 
I protagonisti di questo nuovo incontro sono stati:

Fabio Bacile di Castiglione con Non ho un sogno, Emersioni editore

Alfio Giuffrida con Odore di sujo, il Seme Bianco editore

Dopo gli interventi di saluto dell’Editore di Emersioni/il Seme Bianco, Michele Caccamo, le relazioni sono state tenute da Annibale Bertola, Psicologo

I lavori sono stati moderati dal Direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale, Fulvio Mazza
 



La quarta fase si è tenuta sabato 7 dicembre 2019, dalle ore 12,30 alle ore 13,30, presso la sala Nettuno della Fiera del Libro “Più libri più liberi” (Roma Eur, Complesso “La Nuvola”, Viale Asia, 40)
 
I protagonisti di questo nuovo incontro sono stati:

Romano Ferrari con Camici Bianchi. Intrigo all'ombra della Mole, Sovera/Armando editore

Alessandro Giraudi con La visione universale del mondo. Per la rivoluzione inclusiva, Armando editore

Marco Regolini con Ai confini della realtà. Attenzione a non scivolare: la matematica si arrende, Armando editore

Dopo gli interventi di saluto dell’Editore di Sovera/Armando, Andrea Iacometti, le relazioni sono state tenute da Annibale Bertola, Psicologo

I lavori sono stati moderati dal Direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale, Fulvio Mazza
 


 
Alleghiamo qui di seguito le sinossi dei cinque libri:

Fabio Bacile di Castiglione, Non ho un sogno (Romanzo – Emersioni editore):
Strutturato per lo più sotto forma di dialogo, Non ho un sogno è un romanzo «istintivamente filosofico»: così lo definisce nella Prefazione il critico letterario Renato Minore. La trama racconta il tentativo di esistenza di Diego, appena diplomatosi e in cerca della sua strada. Quasi nulla viene narrato: sono i pensieri e le parole del protagonista e degli altri personaggi a fare evolvere la storia.
Come per un cammino iniziatico, le difficoltà di comunicazione con la famiglia, l’idealizzazione del padre con la conseguente uccisione del suo mito, le amicizie sbagliate e l’angoscia per il proprio futuro porteranno il giovane a rifugiarsi nell’alcol e nella droga, rifuggendo la vita; ma l’amore, la bellezza e la saggezza di un misterioso personaggio lo condurranno verso la rinascita.
 
Romano Ferrari, Camici bianchi. Intrigo all'ombra della Mole (Romanzo – Sovera/Armando editore):
Si tratta di un giallo redato sotto forma di diario che vede la propria storia svolgersi durante gli anni Novanta, in un ambito – quello medico – che sembrerebbe, o quanto meno dovrebbe essere, completamente privo di corruzione e malvagità.
Tra i protagonisti indiscussi della trama vi è l’apprezzato, seppur temuto, dottor Roberto De Angelis, che si troverà dinanzi ad avvenimenti che appaiono a lui estranei: un furto, uno strano omicidio e un passato difficile da dimenticare. L’unica soluzione, dunque, è quella di appellarsi all’acume del commissario Pugliesi.
L’accuratezza dei dettagli e l’architettura della trama non possono far altro che coinvolgere il lettore in quest’atipica, ma intrigante, avventura.
 
Alessandro Giraudi, La visione universale del mondo. Per la rivoluzione inclusiva (Saggio – Armando editore):
Si tratta di un saggio permeato da una ricca conoscenza filosofica, con cui ci si addentra in una non facile disputa. L’opera, infatti, è una riflessione filosofica che verte su tre temi fondamentali strettamente intrecciati: la realtà (il mondo reale), Dio e il divenire delle cose (problema quest’ultimo correlato alla questione del nichilismo).

La Prefazione è affidata alle parole di Marco Gatto, docente universitario di Teoria della Letteratura.

Egli riassume in maniera esplicativa l’opera in questione, collegandosi a grandi pensatori del passato come Cartesio, Spinoza e Gramsci affermando che «quanto per ribadire, come Giraudi fa, che compito del pensare sia quello di non permanere in forme tranquillizzanti di non-senso o in modalità del tutto adattive, ma di riscattare una riflessione sul divenire che apra all’impensato».
 
Alfio Giuffrida, Odore di sujo (Romanzo-saggio – il Seme Bianco editore):
L’opera è lo spunto per una riflessione sul Sessantotto, per capire se è stato uno straordinario momento di crescita civile oppure il trionfo della stupidità generalizzata. Da alcuni decenni, infatti, la moralità si è perduta: il sujo è appunto la puzza della corruzione, che circonda soprattutto la classe politica.

La vicenda narrata è quella di Jennifer che, nata in una famiglia dell’alta borghesia, è cresciuta nella convinzione della superiorità morale della propria classe rispetto alla plebe. Il mondo dei politici, in sintonia con quella dei magistrati, le sembrava al di sopra di ogni sospetto. Ma gli eventi, dopo averla ridotta alle luride favelas di Rio de Janeiro, le faranno cambiare prospettiva…

Come sottolineato dal critico letterario Renato Minore nella Prefazione, un «giallo che racconta e insieme ragiona su ciò che va narrando».
 
Marco Regolini, Ai confini della realtà. Attenzione a non scivolare: la matematica si arrende (Saggio – Armando editore):
Il saggio, con un pizzico di ironia e qualche gradevole digressione, affronta temi di grandissimo rilievo.
L’autore passa dall’aritmetica all’analisi matematica, chiamando in causa i concetti più disparati, anche di natura filosofica. Infatti lo scritto non si esaurisce con la sola matematica, da subito viene introdotto un parallelismo che funge da filo conduttore per l’intera trattazione: il paragone tra il cervello umano e il computer.
Sebbene, infatti, nelle prime pagine sembra che ci si soffermi principalmente sui numeri, si comprende a poco a poco che a interessare l’autore è soprattutto l’essere umano e la sua capacità di percepire il reale, di comprenderlo. L’opera si pregia inoltre della Prefazione di Annibale Bertola, psicologo e ricercatore di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, che afferma «Ritengo il contributo dell’Autore prezioso (stavo per dire irrinunciabile) per chi voglia aggiornarci sugli orizzonti conoscitivi dell’uomo».
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COMUNICATO STAMPA (23/11/2019)
Dall'Anpi un esempio di maschilismo. 
Nel giorno in cui le donne scendono in piazza contro il sessismo, chiediamo all’Anpi il ritiro di un suo libro con impostazione equivoca

Il contesto culturale italiano è venato da ampi segni di maschilismo. In esso cresce la cultura della prevaricazione antifemminile che poi sfocia anche nei femminicidi.
Tale cultura maschilista appare anche in ambito progressista, proprio dove meno ti aspettavi potesse emergere. 
È il caso, recentissimo, dell’Anpi che in un suo libro, “21 madri costituenti”, nelle biografie che ha redatto, ha messo in evidenza un’impostazione equivoca di sottinteso maschilismo ha sempre messo il nome del marito accanto a quello della moglie, così denotando un evidente, benché latente, maschilismo.
Inoltre, nelle note biografiche che ha redatto su una delle più importanti Costituenti, Rita Montagnara, l’Anpi ha sacrificato importanti parti della sua attività politica per scrivere che questa fu “lasciata” (che termine orrendo!) da Palmiro Togliatti per l’altra Costituente, Nilde Iotti.
Con tutti i dati politici che c’erano da dire su Montagnara, era proprio necessario mettere questo elemento così “pettegolezzaro”? Ed era proprio opportuno far apparire Montagnara come una povera vittima che fu “lasciata” da Togliatti? Montagnara, come ben sappiamo era una dirigente politica di primo livello, indipendentemente da Togliatti.
Un esempio di maschilismo da evitare e per via del quale Bottega editoriale chiede all’Anpi di ritirare il libro e di ripubblicarlo con una riscrittura rispettosa del ruolo della donna.

Così rilanciato dall’Ansa:
Nella giornata in cui le donne scendono in piazza contro il sessismo, e in prossimità della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, a finire sotto accusa è l’Anpi. Il direttore di Bottega Editoriale Fulvio Mazza chiede all’Anpi Roma di ritirare un libro accusato di sessismo. Si tratta del testo “21 madri costituenti” che presenta storie e personalità delle donne che hanno gettato le fondamenta della Repubblica Italiana. Il libro è stato pubblicato dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Roma, come contributo in atti di un convegno tenutosi nel 2017 alla Camera dei Deputati. L’agenzia letteraria romana mette al centro del j’accuse un’impostazione equivoca rispetto all’approccio biografico in questione. Ad esempio, nelle note redatte su Rita Montagnana, dirigente politica di notevole spessore, l’Anpi avrebbe sacrificato, secondo la prospettiva di Mazza, capitoli importanti relativi alla sua attività politica, mentre è ampiamente riportata la vicenda sentimentale che coinvolse Palmiro Togliatti, nella fattispecie la rottura tra i due a causa della successiva relazione dello storico leader del Pci con Nilde Iotti, un’altra celebre costituente. “Con tutti i dati politici che c’erano da dire sulla Montagnana era proprio necessario inserire quest’elemento di gossip? Era davvero opportuno far apparire la Montagnana come una povera vittima abbandonata da Togliatti? Il contesto culturale italiano è cosparso di ampi segni di sessismo. In esso cresce la cultura della prevaricazione antifemminile che poi sfocia nei femminicidi. Tale cultura appare anche in ambito progressista, dove meno si pensava potesse emergere. Chiediamo pertanto di ritirarlo e ripubblicarlo con una scrittura che tuteli la dignità del ruolo della donna” ha chiosato il direttore di Bottega Editoriale Fulvio Mazza.
 
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COMUNICATO STAMPA (17/11/2019)
Una nuova fase dei Convegni promossi dall’Agenzia letteraria Bottega editoriale
su:
Nuove tendenze della
Letteratura italiana contemporanea
 
si è svolta Roma, sabato 16 novembre 2019, presso la sala convegni della Federazione unitaria italiana scrittori

I protagonisti di questo nuovo incontro sono stati Fabio Bacile di Castiglione (con Non ho un sogno, Emersioni editore), Francesco Boschi (con Le incantevoli luci della vitail Seme Bianco editore), Alfio Giuffrida (con Odore di sujo, il Seme Bianco editore), Paolo Parrini (con Quando cadranno i giorni, Giuliano Ladolfi editore), Sabrina Sciacca (con La doppia trama di un amore, Nep edizioni).
Dopo gli interventi di saluto del Presidente della Fuis, Natale Antonio Rossi, le relazioni di base sono state tenute dal Critico letterario Guglielmo Colombero.
I lavori sono stati moderati dal Direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale, Fulvio Mazza.
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Edito da Bottega editoriale

Il profondo dolore di una perdita: la poesia esiste per combattere

Da un progetto di Bottega editoriale la silloge di Carlo Morabito dedicata alla dolorosa morte della figlia. Prefato da Gianfranco Neri
 


Dicono che uno dei dolori più grandi sia la perdita di qualcuno di amato. Ancora di più se si tratta di un figlio, un evento a cui nessun genitore è preparato perché innaturale, fuori dall’ordine delle cose. Nonostante tutto molto spesso accade e non ci sono modi per affrontare a pieno questo lutto. Un metodo per esorcizzare questo lutto può essere quello della scrittura, come dimostra Pianto antico di Giosuè Carducci, un classico della poesia italiana che dimostra come anche dal dolore possano scaturire emozioni meravigliose, da condividere con il mondo.
Su questa scia si colloca l’opera di Carlo Morabito
 Valeria e io (Bottega editoriale, pp. 80, € 10,00), una silloge di poesie dedicate alla figlia scomparsa prematuramente. Di seguito la Prefazione al testo curata da Gianfranco Neri, che esprime perfettamente le sensazioni che lascia la lettura di quest’opera.

Se dovessi dire, in estrema sintesi, di questo libro di Carlo Morabito, direi che esso è – tra le molte cose che si scopriranno leggendolo – il modo in cui il linguaggio poetico stesso, la sua sacra capacità di ordinare il mondo attraverso le parole, viene accettato proprio per poter essere contemporaneamente e con veemenza negato. Oppure, potrei dire che esso è un consapevole omaggio e un abbandonarsi alla forza delle parole-immagini di cui si nutre, con lo scopo di ricondurre quell’universo apparente che esse descrivono in quel limite incerto dove il senso si scompagina. Ci mostra il caos dal quale noi stessi veniamo e dove possiamo ricominciare, e rintracciare pazientemente il principio, anche se tenue e provvisorio, per ricostruire e comprendere le ragioni della nostra presenza in esso.
Perché, qual è il potere che l’immagine ha su di noi?
È quello di rivelarci la presenza sconvolgente del mondo da cui essa proviene e al tempo stesso di placare quella stessa visione pensandola come se fosse realtà, illudendoci di dominarla.
Essa, come dice Maurice Blanchot, è quella «brillante menzogna» che le dà modo di attivare «una delle sue funzioni che è quella di placare, di umanizzare l’informe nulla, che il residuo ineliminabile dell’essere spinge verso di noi […] e ci permette di credere, nel profondo di un sogno felice che l’arte troppo spesso autorizza, che in disparte dal reale e immediatamente dietro ad esso noi troviamo, quale una pura felicità e una superba soddisfazione, l’eternità trasparente dell’irreale».
Perché ci sconvolgono questi splendidi, misteriosi, terribili e straordinari componimenti poetici di Carlo?
Perché essi ci fanno affacciare sul bordo di un abisso in cui il tempo si rovescia, svelando l’ingiustizia più profonda e feroce che la Vita nasconde, e la falsa promessa che essa ci fa: che siano sempre i padri (e le madri) ad anticipare i figli, a illuminare loro la strada per quel mondo verso il quale dovranno poi seguirli. E quando ciò non accade, ecco il rovesciarsi dell’universo e del tempo, e il padre diventa inopinatamente figlio: con le sue fragilità, le paure, le incertezze, la forza cieca e la bellezza di quell’istinto inconsapevole che la vita dà alla giovinezza e alle umane speranze.
Le parole svelano e placano l’orrore: arte disperata è una contraddizione in termini, anche questo dicono quelle di Carlo. E le sue parole scavano la nostra anima per cercare in essa i primi suoni con cui accordare insieme il piano di un linguaggio che in una miracolosa assonanza, in un tentativo estremo di incontro, possa raggiungere e ridimensionare il vuoto in cui essa esiste.
Mi lega a Carlo, e credo lui a me, anche un rapporto diretto con l’arte, con la manipolazione delle materie (e delle immagini) attraverso le quali tentiamo talora di stanarla, tendendole imboscate. Tentativi, come si sa, troppo spesso infruttuosi, poiché l’arte è una pratica rara e crudele di violazione dell’universo del linguaggio e, come sostiene Octavio Paz, «se l’universo è un linguaggio [l’arte, proprio quando è realmente tale], ci mostra il rovescio del linguaggio: l’altra faccia, il volto vuoto dell’universo [generando] opere in cerca di significato». Un volto meraviglioso e terrificante, una nube luminosa, vastissima e densa e che acceca prossima a un vuoto.

Caro Carlo / è proprio in questo grande vuoto / che ci incontriamo / e che tu hai scavato / per noi dolorosamente / generoso / grattando con le dita ormai / ferite / per dividerlo / con le tue parole / così vitali e incapaci nel loro essere / di essere desolanti / perché esse sempre sono / speranza / consolazione / futuro / anche quando il futuro retrocede / dissolvendosi / negli istanti in cui non ci siamo accorti / distratti dalla vita / che mentre vivevamo / di essa eravamo inconsapevoli // Caro Carlo / quanta fatica e quanto dolore a dar forma all’assenza.

Questo libro è il diario di un padre ridiventato figlio attraverso la Figlia, involontaria artefice di questa dolente metamorfosi, dove essa riscopre l’amo-re che soltanto un padre può dare.


Gianfranco Neri

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COMUNICATO STAMPA (19/10/2019)

Il libro Rosso è il colore delle foglie a novembre di Pietro Rizzo (Città del sole edizioni, 2019)
ha ricevuto la Menzione d’onore da parte della Giuria del Premio letterario “Le parole arrivano a noi dal passato”

Ecco un estratto della relazione del Presidente di giuria, Rolando Perri, per il Premio indetto dall’Associazione RinnovaMenti:
«La voce narrante dispiega il raccontato, con tecnica dell’analessi, di una famiglia del profondo Sud nell’arco di tempo di circa un secolo – il Novecento – nell’interazione costante col Mondo attorno osservato da più angolazioni.
Visioni sociali e familiari in chiaroscuro, le quali attraversano la Storia della Nazione, determinano il destino della maggioranza delle persone e incidono sulla evoluzione della vita dei singoli.
Si stacca, in primo piano, la figura materna nella sua inscalfibile e venerabile grandezza a far da stella-cometa nel vissuto formativo del figlio e degli altri componenti, il nucleo familiare. Emerge l’Amore nelle sue variopinte sfumature cromatiche con una preferenza per il rosso di cui si colorano le foglie e novembre.
Testo poliedrico, nel quale convergono e si fondono, sotto il segno di una ibridazione feconda e ponderata, più generi letterari in uno stile raffinato ed elegante a conferma della particolare versatilità dell’Autore nell’arte dello scrivere.»
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COMUNICATO STAMPA (16/10/2019)
Il romanzo Odore di sujo, dello scrittore catanese Alfio Giuffrida, edito da il Seme Bianco,
ha raggiunto la settimana scorsa un bel piazzamento nazionale



 
Il libro, facente parte della “Scuderia letteraria” dell’Agenzia Bottega editoriale, è entrato difatti nella classifica Amazon dei primi 200 libri venduti all’interno della sua categoria letteraria.
Il successo è probabilmente scaturito dalla concomitanza di alcune importanti recensioni che hanno prodotto il “passa parola” vincente
.
Ci riferiamo all’articolo di Giuseppe Chielli su www.bottegascriptamanent.it e a quello di Carmela Carnevali su www.lucidamente.comche si aggiungevano a quello di Maria Chiara Paone su www.direfarescrivere.itAnche sul sito privato dello scrittore www.alfiogiuffrida.com nei giorni scorsi sono apparsi alcuni articoli che hanno avuto un vasto successo di pubblico.
Ne siamo veramente felici anche perché, classifica o non classifica, il romanzo lo merita veramente. Parola del critico letterario Renato Minore, che del libro ha scritto la Prefazione mettendo in rilievo, tra l’altro, come Giuffrida abbia creato una nuova corrente letteraria, quella del “Verismo interattivo” che coniuga la realtà concreta con la fantasia propria della migliore Letteratura.
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COMUNICATO STAMPA (15/10/2019)_
Lo scorso 11 ottobre, a Roma, presso la libreria Feltrinelli di via Eritrea, si è tenuta la presentazione di La Contessa di Michele Valentini, edito Armando.
Si tratta di un testodella nostra “Scuderia Letteraria”, che vede protagonista un ingegnere in pensione, costretto a trasferirsi in una residenza per anziani in seguito alla scomparsa di sua moglie, vero asse portante della sua vita.
Sebbene abbia un passato lungo e denso di emozioni, l’uomo non si rassegna all’inevitabilità degli eventi e si mette così alla ricerca di un motivo per vivere.
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COMUNICATO STAMPA (22/07/2019)_

Giovedì 25 Luglio, alle ore 19.00, presso la Villa Comunale di Crotone, nella area alta, si terrà la presentazione del Libro DO UT DES Delitti e suicidi, imposte e tasse, sesso e corruzione di Vincenzo Lista, cittadino crotonese già dirigente di una società di riscossione delle imposte e delle tasse.
Alla presentazione saranno presenti, oltre all’autore, Fulvio Mazza, Direttore dell’Agenzia Letteraria Bottega editoriale che modererà la discussione, e Antonio Oliverio, editor di Bottega editoriale.

È previsto, inoltre, un intervento di Fabio Riganello.

Vi aspettiamo.

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Criticare Camilleri: si può?
Non si può chiudere un occhio sul suo antifemminismo

Parlare male di Garibaldi, come è noto, non si può. E adesso emerge che non si puo’ parlare male nemmeno di Camilleri.
Ma, come diciamo che Garibaldi sbagliò, e fortemente, a Bronte ci sia permesso di dire che Camilleri, grande narratore dalla forma impeccabile, aveva, nella sostanza un taglio antifemminile (o antifemminista, fate voi) da evidenziare a caratteri netti.

Un atteggiamento antifemminile che grave lo è sempre, ma che è ancor più quando proviene da un fine intellettuale qual era, senza alcun dubbio, Camilleri.

Quali erano le donne protagoniste dei suoi romanzi? Quasi sempre e quasi solo donne “bbbone”, provocanti tutte tette, culi e labbra grosse con poco o nulla cervello (si salva un pochino la sola Livia).

Quanti sono i questori donne che appaiono nei romanzi? Non ne ricordiamo alcuno. E quarti commissari donna colleghi di Montalbano? Idem. Come anche non si vedono prefetti donne o medici legali.

Anche nel medio commissariato di Montalbano non ci sono praticamente donne, nemmeno nei gradi inferiori!
La grandezza letteraria di Camilleri è alta.
Ma la sua grettezza antifemminile pure.
Fulvio Mazza – direttore Bottega editoriale
 
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Edito da Bottega editoriale

Ricordi molto alternativi: libri sulla propria vita
Un nuovo progetto di Bottega editoriale che vede ognuno di noi vero “protagonista” della sua storia



Quando viviamo eventi memorabili, che ci hanno particolarmente arricchito o reso felici, ci piace poterne serbare un ricordo tangibile e duraturo, che non resti solo confinato all’interno della nostra mente. Alcuni traducono l’esperienza in parole, stendendo per esempio una pagina di diario; altri decidono di immortalarla in una serie di fotografie, da raccogliere poi in un album.
Ma se ci venisse offerta l’opportunità di tramutare il ricordo che ci sta a cuore in un vero e proprio libro?
Fidanzamenti, lauree, matrimoni, nascite o altri avvenimenti focali, pure quelli meno felici (come anche la scomparsa di un congiunto) della vita: perché non renderli a fumetti e stamparli in volume?
Non sono meglio dei bei libretti invece delle vetuste bomboniere o degli stantii album fotografici?
Questa l’originale e, se i lettori ci permetteranno il termine molto sentimentale, carinissima idea sorta a Bottega editoriale, che ha già provveduto a concretizzarla realizzando il simpatico libretto dal titolo Chiara e Simone a Roma (Bottega editoriale, pp. 16, € 5,00).
 
Una gita diventa racconto illustrato
Per dei bambini, trascorrere una giornata all’aria aperta è sempre entusiasmante, tanto più se passata al mare o a visitare i monumenti storici della Capitale. Chiara e Simone ‒ questi i nomi dei ragazzini dell’avventura romana ‒ hanno desiderato ricavarne un racconto, corredato di splendide illustrazioni a colori che li ritraggono nelle vesti di piccoli protagonisti. Così, ogni volta che ne avranno voglia, prenderanno in mano il libro e sfogliandolo, pagina dopo pagina, potranno rivivere con piacere i momenti salienti di quella gita: il castello di sabbia modellato sulla battigia, l’immenso Colosseo contemplato con ammirato stupore dal parco antistante, la manifestazione per la pace alla quale hanno assistito in compagnia della mamma Aline, del papà Christian, della zia Paola, dello zio Marco, della nonna Pina, del nonno Flavio e, a distanza, della Nonna Nella.
Il volume soddisfa pienamente i requisiti dei libri per l’infanzia: la narrazione procede fluida con frasi semplici e chiare, dalla struttura paratattica; immagini coloratissime e a tutta pagina raffigurano il contenuto testuale in modo vivace e icastico.
 
Un libro personale a tutti gli effetti
Indicativo il titolo scelto per la collana, Il nostro libro. L’idea centrale è infatti quella di realizzare libri personalizzati per chiunque voglia dare forma concreta a un ricordo a sé caro (una festa di compleanno, una gita, un giorno speciale e chi ne ha più ne metta!).
Bottega editoriale si occuperà di organizzare e gestire direttamente tutti gli aspetti del volume: dal testo, alle illustrazioni, all’impaginazione finale.
Si tratta certamente di un progetto innovativo e divertente, pensato soprattutto per i più piccoli, al fine di avvicinarli e farli familiarizzare con il meraviglioso mondo della lettura. Il libro, infatti, non dev’essere concepito come qualcosa di estraneo o distante, non deve necessariamente narrare storie vissute da altri; può, invece, essere concepito anche come “nostro”, raccontando di noi e della nostra esistenza, certo ricca di particolari prezioni e divertenti come potrebbe essere stata quella di Huckleberry Finn!
Il tutto anche (e soprattutto) grazie ai testi, simpatici e diretti di Antonella Napoli, e alle graziosissime illustrazioni di Anselmo Sangiovanni.
 
Michela Mascarello
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Edito da Bottega editoriale
L’eros: un mix di sesso e unione con cui si genera una spiritualità.
Gli studiosi cosa ne pensano?
Diversi e qualificati commenti al Breviario  di Comunicazione erotica di Emanuela Cangemi
           
Il libro che stiamo qui a recensire è un libro del tutto anomalo e particolare. Non è una normale pubblicazione ma “un libro su un libro”. Come potrà vedere il lettore che ci seguirà in questo articolo di presentazione, Riflessioni su “Breviario” di Comunicazione erotica (Bottega editoriale, pp. 40, € 5,00) è, difatti, una pubblicazione, di autori vari, che prende spunto dal libro di Emanuela Cangemi, “Breviario” di Comunicazione erotica. Romanzo psicologico in chiave musicoterapica (Falco editore, pp. 114, € 13,00), un libro della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale che, in una formula cara a questa autrice, quella del romanzo/saggio, tratta, con coraggio intellettuale, la materia della Comunicazione erotica.
Un testo che ha subito numerose censure e che ha spinto diversi intellettuali a dire la loro per iscritto. Ne sono scaturiti testi di vario approfondimento e di differenziato taglio ma tutti di interesse estremo. Da qui la decisione di Cangemi di raccoglierli, appunto, in una pubblicazione autonoma.
 
Il punto di partenza: un romanzo psicologico
In primis conviene ricordare che il testo di Cangemi è, appunto, un romanzo psicologico in cui, attraverso le ricerche di due studiosi, Aurora e Filippo (che durante il loro rapporto di lavoro si innamoreranno), si scopre che una soluzione possibile per mantenere intatto l’eros tra due persone è quella della comunicazione in generale e, particolarmente, della musicoterapia intesa come possibile tecnica riabilitativa di coppia. Dunque non è un romanzo sul sesso materiale, ma sulla sfera dell’eros in senso lato. Da queste concezioni si sviluppano riflessioni di diversi esperti, in forma di interventi brevi ma efficaci.
Le Riflessioni prendono vita con una Premessa dell’autrice della pubblicazione esaminata, Emanuela Cangemi, in cui si ribadisce l’intento del suo saggio/romanzo, rivolto, per utilizzare le sue parole, «a tutte quelle persone in grado ancora di chiedere spiegazioni: “Perché ti comporti così?” “Che cosa ti ho fatto?” “Perché non percepisco più quello che un tempo sentivo per te?” “Dove abbiamo sbagliato?” Ricordando, però, che “ognuno” è un altro “me” da rispettare».
L’autrice in questo frangente utilizza uno stile e un linguaggio molto musicale, proprio per determinare la sensibilità di ognuno che è un io diverso dal proprio: ma, ripensando alle proteste e alle censure, da qui parte una riflessione. Infatti come dichiara poco più in là, crede di aver peccato, nell’utilizzo di tale semplicità, di presunzione: «le pulsioni sono cose semplici da attivare, ma le emozioni possono essere capite, quindi spiegate, sentite, quindi comprese».
Da qui, appunto, la volontà di far nascere tale raccolta, che, firmata da gente “autorevole” sulla carta, può fornire ancora più scientificità al saggio da cui trae spunto.
Effettueremo, quindi, una rapida carrellata su ciascuno dei saggi che costituiscono le Riflessioni.
 
L’avvocato matrimonialista, la musicista…
Il primo fra questi è quello dell’avvocato matrimonialista Rossella Altomare, dal titolo: Il fascino discreto della musicoterapia di coppia, che traccia un quadro del rapporto di coppia nella storia del nostro ordinamento giuridico. Altomare ricorda inoltre che: «Emanuela Cangemi, da terapeuta qual è, ha saputo spiegare ed evidenziare chiaramente nel suo saggio che, nella vita di coppia, la comunicazione senza veli è necessaria, importante, meglio, fondamentale», dove per «comunicazione senza veli» possiamo intendere i rapporti sessuali, e il clima armonico e musicale che tra due si genera. In seguito si ricorda la sottomissione, anche dal punto di vista giuridico, che la donna aveva verso l’uomo, fino a qualche decennio fa. Oggi invece non è fortunatamente più così. Un problema sempre più impellente nella società moderna, le coppie e la loro armonia. Ormai i litigi ne portano tante, giovani e non, a chiedere il divorzio. Ci si trova dinanzi a una fragilità incredibile dei rapporti sentimentali, causata anche da un vuoto generale dei sentimenti dei nostri tempi. Viviamo in una società nella quale ormai predomina più l’apparire sull’essere, e quindi, dinanzi a serie tematiche, spesso non si riescono a risolvere i problemi. Le coppie, conclude, affinché durino, è bene che mantengano la loro alchimia primordiale, attraverso la chiave della sensualità.
Particolare è anche l’intervento della musicista Antonella Barbarossa nel suo intervento dal titolo: Il mistero delle chat e del piacere confuso, nel quale si parla della connessione tra musica e anima, e successivamente del nesso “musicale” di coppia, mediante un excursus storico su come gli antichi intendessero l’influenza della musica sull’anima: dai greci fino all’età moderna. Inoltre, si fa notare come per Aurora la musica sia vista come una forma di evasione dal quotidiano.
 
Uno sguardo vale più di mille parole
Nel suo saggio dal titolo: Gli aspetti erotico-comunicativi della coppia, Massimiliano Bruno, professore di Scienze motorie, sostiene come la comunicazione non verbale sia essenziale nei rapporti umani, in una riflessione che va dall’analisi anatomica del sistema limbico, responsabile della gestione delle pulsioni e della libido, studiata da Freud e Jung, fino alla necessità di ascoltare di più il proprio corpo e quello del partner rispetto alle parole, che possono essere portatrici di menzogna. Inoltre, per teorizzare uno dei modi mediante cui si può avere un buon risultato sul piano relazione, dichiara: «Più riusciamo ad aprire la nostra mente e a manifestare le nostre pulsioni, al fine di esporre le nostre idee, più il nostro corpo sarà accomodante e più facilmente gestibile anche in situazioni che di per sé potrebbero sembrare o risultare effettivamente imbarazzanti».
Abbiamo poi il parere di un altro musicista, il pianista Dario Candela, che si focalizza nel suo breve ma intenso intervento su significato di armonia, termine che può essere utilizzato sia nel concetto della musica che in quello di una relazione e che porta a riflettere come la musica «(non quella moderna perché soggetta più al mercenario che all’ispirazione) può essere l’arte più libera e comprendere tutto: il poetico, il divino, l’osceno e il diabolico, senza freni e senza inibizioni, senza timore di censure e auto-censure».
Segue l’intervento del docente di Sociologia della comunicazione e Metodologia della didattica Dario Liguori che in primo luogo inquadra il libro in una cornice letteraria, ma poi aggiunge la sua opinione personale, svolgendo quindi una sorta di recensione, come si evidenzia dal testo qui tratto in cui anche lui riprende, come la Barbarossa, il tema della comunicazione virtuale: «La cornice scelta per la descrizione della trama non è di per sé nuova, non è l’elemento prioritario, tuttavia, la modalità adottata nell’uso della chat richiama il problema della comunicazione sociale ormai imperante e tanto invadente negli ultimi anni; e lo scambio di opinioni e di pensieri tra i due personaggi, apparentemente così distanti, rappresenta con grande dinamicità e realismo il clima d’intimità che piano piano stabilisce nuove gerarchie nelle vite di Aurora e di Filippo».
Abbiamo poi Rolando Proietti Mancini, musicoterapista clinico, nel suo intervento dal titolo Analisi musicoterapica del breviario di comunicazione erotica in cui insiste sugli effetti clinico-fisiologici che ha la musica sull’organismo umano. Dopo aver citato la definizione di Galimberti data al termine emozione – che inizia con «reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata, determinata da uno stimolo ambientale» – parla degli effetti della musica sull’animo e sull’organismo umano, e dunque non solo sotto una sfera di natura psicologica, riuscendo infine a ricreare e descrivere quella che viene chiamata «“mappa sensoriale” che costituisce la base per la conoscenza completa».
Singolari e sulla stessa linea due interventi, entrambi provenienti dal settore medico: il primo di Michele Miceli, anestesista, che parla del nesso tra chimica e natura come la base dell’amore sensuale. In fondo, ogni cosa nel mondo è fondata su formule chimiche: così sono l’amore e l’eros, intesi come un insieme di ormoni ed elementi. Curiosa, quanto seria, è l’argomentazione di Anna Rita Palucci, medico veterinario. Parla della sfera della sessualità nel mondo animale, più naturale, rispetto a quella dell’uomo. Sempre nell’ambito medico, nel suo breve intervento il dermatologo Antonio Ponti invece parla dell’alchimia e della complicità nella comunicazione erotica. Afferma infatti: «Mi sembra pertanto che il Breviario voglia dire che non esiste “breviario di comunicazione”, o meglio non esistono artifici in questo scambio, ma che la comunicazione tra individui e a maggior ragione quella erotica, esiste, a dispetto di ogni condizionamento, solo quando gli individui, nel loro intimo, sentono di volerla».
 
Il mistero dell’eros e il suo significato
Successivamente sono riportati diversi interventi di scrittori e docenti. La scrittrice Margherita Salvador nel suo intervento L’importanza delle percezioni sensibili nella comunicazione erotica parla di quelle che sono la letteratura e, appunto, la comunicazione nella relazione di coppia. In modo particolare parla di come sono tratteggiate le due figure di Aurora e Filippo, descrivendoli quasi come due forze che si completano a vicenda, poiché all’aspetto maschile «fortemente legato all’azione, alla fisicità e agli aspetti più impulsivi, si aggiunge anche quello femminile, più legato all’amore, ai sensi e ai sentimenti».
Questo, inoltre, è un libro che consente di comprendere l’eros in una chiave non solo sessuale. Su questa linea si collocano due docenti. La professoressa di Letteratura italiana e storia Maria Scornaienchi sostiene che questo libro può essere, se guidato, un valido strumento per conoscere la sfera dell’erotismo. Spesso i giovani di oggi intendono il sesso in chiave materiale, mentre questo libro spiega l’eros, toccando un argomento spesso censurato a scuola, ma che desta ovviamente molta curiosità. Invece la docente di Storia Rossana Sicilia pone la questione in chiave esegetico-filosofia. Dice infatti: «La Cangemi, tramite l’elaborazione di questo suo lavoro, è riuscita, con profonde capacità, a compiere una costruzione lessicale chiara e concreta, a stimolare la riflessione e ad accompagnare il lettore verso un percorso contornato da una serie di interrogativi, dilemmi e dubbi che riguardano l’eros.
È riuscita a proporre, attraverso un intenso interscambio verbale incastonato nella sfera psicologica, due posizioni contrastanti che richiamano e ripropongono le specificità femminili e maschili».
In conclusione possiamo affermare come queste Riflessioni effettuate da parte di professionisti di vari settori affini alle discipline trattate nel testo di Emanuela Cangemi siano state utili e pungenti “armi” per rispondere all’ostracismo, quasi una censura in piena regola, che ha colpito il Breviario e, nello stesso tempo, si siano dimostrate molto utili a capire quello che è il sale della vita: l’eros e l’alchimia di coppia.

Giuseppe Chielli
 
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COMUNICATO STAMPA (07/05/2019)__
L’agenzia letteraria Bottega editoriale
parteciperà regolarmente al Salone del Libro di Torino
  
L’agenzia letteraria Bottega editoriale parteciperà regolarmente al Salone del Libro di Torino. Ha in programma un Convegno sulla Letteratura contemporanea che si terrà presso lo Stand della Fuis (Federazione Unitaria Italiana degli Scrittori).
Parteciperà non per scarsa sensibilità antifascista, anzi  (si ricorda che il direttore dell’agenzia stessa, Fulvio Mazza, è stato il primo direttore in Calabria dell’Istituto per la Storia dell’antifascismo), ma per rispetto alle norme democratiche e, come tali, antifasciste.
Il Salone d’altronde a che titolo potrebbe vietare la presenza della casa editrice che ha pubblicato il libro di Salvini? Perché avrebbe infranto le norme della legge Scelba o della legge Mancino? Se così è: che intervenga subito la Digos per denunciare alla Magistratura inquirente tale indizi di reato. E che quest’ultima prenda immediati provvedimenti sequestrando i materiali apologetici del fascismo e imbastisca un procedimento penale chiedendo alla Magistratura giudicante la condanna dei rei. 
Ma, nelle more di tali interventi giudiziari, il Salone che posizione dovrebbe assumere? Forse organizzare una commissione di censura per analizzare la produzione libraria delle varie case editrici e bloccare la partecipazione, oltre che a quella di Salvini, anche di altri editori che pubblicano libri favorevoli al fascismo? Magari escludendo anche la Mondadori con i suoi testi in catalogo di Giordano Bruno Guerri? O forse no, perché del fascismo l’autore ne parla bene ma anche un po’ male. Già, il bilancino non pende in modo netto;  ma chi gestisce il bilancino? 
L’Italia democratica e antifascista rimanga ancorata ai principi di libertà d’espressione; a reprimere i conati di apologia del fascismo è deputata la Magistratura, non altri. Ma che si sbrighi, la Magistratura, perché altrimenti si darà spago a chi, anche in ambito democratico, vuole farsi giustizia da sé.
 
Roma, 7 maggio 2019 
Bottega editoriale
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Edito da Bottega editoriale

Ronzii e scherzi dell’inconscio: thriller in una strana Bergamo
Gian Corrado Stucchi scrive di morti irrealistiche, con disorientamento e uno stile originale

«È morto Flamini, il famoso faccendiere! L’hanno trovato stecchito nella sua casa di Città Alta. In un primo momento si era pensato al solito infarto, ma l’autopsia ha stabilito che si tratta di un decesso innaturale: aveva il cervello sciolto, come se gli avessero iniettato in testa un acido corrosivo che non lascia traccia».
In alcuni casi è difficile classificare un romanzo perché si corre il rischio di sminuire in qualche modo l’opera stessa, di appiattirne la tridimensionalità o di affievolirne le peculiarità. Ci si trova davanti a delle opere talmente complesse, con talmente tante sfaccettature, sfumature, fisionomie che si rischia di restare spiazzati.
 
La città di Bergamo quale scenario degli avvenimenti
Anche se non esplicitamente dichiarato, il contesto nel quale si svolgono gli avvenimenti è quello di Bergamo, come bergamasco è l’autore: Gian Corrado Stucchi.
Parliamo di un romanzo, La puntura del bombo, (Bottega editoriale, pp. 148, € 15,00) che disorienta, già dall’incipit. Nelle sue intense pagine si entra in contatto con tante storie diverse che si intrecciano, con personaggi dal carattere forte e dalla personalità estremamente marcata e verosimile, conseguenza di un passato più o meno difficile che l’autore ha strutturato con estrema aderenza alla realtà, al punto che ognuno di essi diventa un compagno di viaggio, un vicino che si impara a conoscere riga dopo riga e anche ad amare, nonostante tutto. Nonostante le fragilità, gli errori, l’umana condizione. Perché ciò che risalta subito in questo romanzo è l’estrema umanità di ogni attore. Ognuno, a suo modo, è qualcuno che domani, varcando la soglia di casa, potremmo, desidereremmo o non vorremmo mai incontrare.
 
Tra ricordi semantici, strampalati ricercatori e killer quantici
Numerosi sono i colpi di scena. Anzi, si potrebbe tranquillamente dire che è un’opera, questa, non certo adatta ai deboli di cuore. Il merito va tutto a una prosa scorrevole, semplice, senza troppi artifici, di un’immediatezza, quasi al cardiopalma, tale da catapultare il lettore direttamente in medias res, facendolo trovare nel bel mezzo di intrighi, morti inspiegabili e raccapriccianti, vicende sentimentali, viaggi dall’altra parte del mondo e misteri, tanti, che vengono svelati solo dopo numerose vicissitudini e, come da manuale, con un finale assolutamente inaspettato, senza abbandonare la disinvoltura con la quale si passa da un argomento complesso come la meccanica quantistica alla descrizione dei vizi e delle stranezze di alcuni personaggi chiave, quali psichiatri, ricercatori e luminari.
E allora si fa la conoscenza di Gianni Lazzari, giornalista con delle ali tanto grandi quanto basso è il volo che è costretto a seguire all'interno di una piccola redazione di provincia. Solo, insoddisfatto, svogliato, con delle velleità letterarie mai pienamente sfruttate, annoiato ma la cui grigia esistenza, in perfetto pendant con la fredda atmosfera della città in cui vive, comincia a colorarsi quando, suo malgrado, incontra Laura Flamini. Giovane, bella, sportiva, equilibrata, onesta, ricca, è un personaggio chiave, essendo la figlia di quel Flamini faccendiere, morto nelle circostanze tanto misteriose quanto raccapriccianti descritte in apertura. Già dal loro primo incontro è tangibile la tensione emotiva per la quale, qualche pagina più tardi, al lettore sembrerà la cosa più naturale del mondo seguirne le vicende come coppia.
Personaggi ambigui ma affascinanti nel loro cinismo sfacciato, deontologicamente e politicamente scorretti, come lo sprezzante professor Poppi, piombano sulla scena all’improvviso e apparentemente senza un nesso con le altre vicende, ma poi il cerchio si chiude e tutto torna. Il puzzle si completa, regalando un quadro del tutto inaspettato.
 
Paradigma di cultura
Un romanzo di questo tipo può poggiare solo su una base culturale solida. E, infatti, un altro aspetto che colpisce immediatamente il lettore è l’erudizione dell’autore, capace di spaziare con disinvoltura tra i meandri della neuroscienza, senza per questo perdere di vista l’intreccio incalzante in cui si muovono i vari personaggi, senza annoiare, senza perdere mai l’attenzione del lettore. Anzi, al contrario, pagina dopo pagina, la fame del lettore cresce. Fame di trovare il bandolo della matassa; di ricercare un senso alle morti apparentemente inspiegabili; di capire cosa, nel passato di Gianni, lo ha reso l’uomo che è. E, alla fine, come in ogni thriller che si rispetti, il finale a sorpresa non delude: cadranno maschere, si risolveranno enigmi. O forse no, ma una cosa è certa: non delude nemmeno una delle aspettative che, fin dalle prime pagine e attraverso un tacito patto fra autore e lettore, vengono create. È come essere presi per mano per farsi condurre, a piccoli passi prima e sempre più a capofitto poi, attraverso i meandri della mente umana, attraverso quelle piccole manifestazioni dell’inconscio apparentemente prive di senso ma con le quali, una volta svelati i meccanismi, si entra in contatto e confidenza e il tutto diventa logico.
 
L’autore: un bergamasco amante del mondo
Gian Corrado Stucchi è nato a Muggiò e risiede a Bergamo. Ha lavorato per una società di ingegneria con incarichi in diversi paesi come Libia, Marocco, Arabia Saudita, Nigeria, India, Regno Unito e Svizzera.
Ha già pubblicato i romanzi Deywoss (edito da Kimerik, di prossima uscita anche in Francia per la casa editrice Laborintus, 2017); Nero Opaco (Kimerik, 2017) e I dialoghi della quercia (il Seme Bianco, 2018).
 
Adriana Colagiacomo
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Bottega editoriale alla Fiera nazionale della Piccola e Media editoria
Anche per quest'anno "Bottegai alla riscossa"!

 
Anche quest’anno, come ormai da tradizione, la nota Fiera del Libro “Più libri più liberi” (https://plpl.it/), che si svolge a Roma dal 5 al 9 dicembre, vedrà noi “Bottegai” in prima linea per presentare agli editori i nostri inediti e per partecipare alle numerose iniziative culturali che si svolgeranno durante la kermesse.
 
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Siae: anche i non iscritti indaghino sui soldi che accreditano
Bottega editoriale festeggia dieci anni di attività
Gli esordi del progetto, le novità per il futuro.
Inauguriamo il nuovo decennio aiutando gli autori a recuperare dalla Siae i loro diritti sui libri fotocopiati.
Attenzione: vale per tutti, anche per i non iscritti alla Siae stessa!
 
Bottega editoriale compie 10 anni. È nata difatti il 17 giugno 2008.
Per essere più precisi c’era stata una sorta di anteprima di un paio di anni, ma la nostra, la vostra, “Bottega”, brinda proprio adesso al suo decimo compleanno.
 Pontieri e Rossi, Rutigliano e Marrapodi, Napoli e…
Ricordando l’impegno dei soci fondatori Annalisa Pontieri e Luciana Rossi, ma anche di Angela Potente e di Francesca Rinaldi, cogliamo l’occasione per ringraziare pubblicamente e con particolare forza anche i coordinatori della redazione, Cecilia Rutigliano, prima, e Ilenia Marrapodi, dopo, senza il cui apporto ben difficilmente avremmo potuto raggiungere i traguardi odierni.
Se oggi siamo un’Agenzia letteraria nazionale riconosciuta e stimata come tale, lo dobbiamo anche, e sensibilmente, a loro. Come lo dobbiamo a Germana Luisi che ebbe l’intuizione iniziale di fondare un’agenzia letteraria, al grafico Fabio De Marco, che ci ha affiancato sin dall’inizio, e a Rino Tripodi che, dall’esterno, è stato sempre vicino alle nostre attività.
Il testimone sta passando ad una giovane generazione, rappresentata soprattutto, ma non solo, da Antonella Napoli, che saprà fare di più e di meglio.
In tutti i casi il percorso fatto insieme è stato denso. In qualche caso anche assai lungo. Poi, seguendo i vari rivoli che la corrente del fiume ci crea,  c’è chi si è accorto di avere maggior interesse per altre attività (la scuola, soprattutto), chi ha deciso di intraprendere altre strade, personali e professionali, e chi ha deciso di fondare un’agenzia letteraria, ponendosi così in diretta concorrenza con noi. È il caso di Cecilia Rutigliano e della sua Edillia con la quale collaboriamo spesso e volentieri e che, lungi dal farci sentire offesi per la concorrenza (anche perché del tutto leale, in quanto effettuata e concordata alla luce del sole) ci inorgoglisce, confermando la positività delle nostre impostazioni imprenditoriali.
I nostri trofei  – quasi 300 pubblicazioni – sono stati, e sono, esposti sugli scaffali delle librerie ma sono anche raccolti in una pagina web consultabile al link: www.bottegaeditoriale.it/bottega/contenuti/1_Editoria.htm
 
Solo servizi agli autori
Bottega editoriale festeggia il suo primo decennio compiendo una svolta importante. Abbandona il settore dei “Servizi alle case editrici” e ai poteri forti editoriali per concentrarsi esclusivamente verso quello degli autori.
No, non vogliamo rivestirci di bianco con la lancia in resta, non pretendiamo né l’aureola né la corona d’alloro. Non lo facciamo per beneficenza: il nostro è un lavoro, non è volontariato.
La scelta che facciamo è dunque di carattere strettamente professionale: ci siamo resi conto che – pur in un quadro generale di competenze multiple – bisogna specializzarsi. E noi lo facciamo, appunto, guardando solo agli autori.
 
La Siae dia agli autori i diritti che spettano loro
È anche in questo senso che Bottega editoriale rincara la dose nella sua battaglia versus la Siae. E come nella lotta tra Davide e Golia, Bottega editoriale passa dalla pubblica denuncia all’azione concreta, mettendosi così a disposizione degli autori, bistrattati dal famoso gigante, facendo leva sulle proprie piccole, ma (speriamo!) efficaci forze.
Prima di entrare nel merito evidenziamo che per riscuotere i diritti dovuti, gli autori non necessitano l’iscrizione alla Siae: i diritti che maturano a loro favore sui libri che vengono fotocopiati prescindono dall’iscrizione o meno alla Siae stessa, in quanto provengono da una legge.
Dunque: come si potrà leggere dal sotto indicato link: www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=172  molti devono ricevere i propri diritti d’autore dalla Siae che nicchia a darli loro. Il motivo risiede, dice, nel non riuscire a trovarli. Abbiamo molti dubbi in proposito perché, da un lato, notiamo che fra i “non trovati” ci sarebbero tante persone notissime e, dall’altro, ci domandiamo quanta voglia possa avere la Siae di ricercare gli autori a cui dare i soldi loro spettanti, visto che, qualora non fossero reperibili, incamererebbe quanto avrebbe dovuto dare loro.
Riguardo alla percentuale economica che la Siae deve corrispondere agli autori dei libri oggetto di fotocopie, auspichiamo che questa intraprenda la via più veloce ed efficace: rivolgersi agli editori dei libri e farsi dare  i recapiti degli autori in questione. E, per far ciò, necessita che ci sia una norma di legge o regolamentare che obblighi Siae ed editori ad agire in tal senso e a farlo subito e bene.
Ma, finché la Siae e gli editori tergiversano, bisogna far sì che questi soldi non si perdano nelle tasche della Siae stessa. Abbiamo deciso di aprire perciò un settore apposito della nostra agenzia per tutelare i diritti degli scrittori, ponendo costi bassi per l’espletamento di tale servizio.
Invitiamo dunque tutti gli autori di libri, di qualsiasi genere, a contattarci all’indirizzo info@bottegaeditoriale.it . Risponderemo entro 48 ore specificando se spettano loro o meno soldi dalla Siae e, nel caso positivo, indicheremo la procedura da effettuare e li assisteremo in tal senso. Per i particolari cfr.: www.bottegaeditoriale.it/bottega/p2.asp .Il tutto, lo ripetiamo, fino a quando la situazione non si risolverà nel modo auspicato, con la Siae obbligata a comunicare agli editori i nominativi degli aventi diritto e con gli editori obbligati a fare da tramite.

Bottega editoriale




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Edito da Bottega editoriale


Il mondo è bello perché è vario?
Lasciamolo imparare ai bambini!


Gloria Colombo firma (e disegna) un delicato albo per l’infanzia
che insegna la diversità



«I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato» scriveva Keith Haring e non possiamo certo dargli torto: il mondo dell’infanzia, data la sua immersione totale nell’innocenza e il suo punto di vista privo di pregiudizi, è sempre pronto a imparare e apprezzare le caratteristiche più belle del vivere insieme; qualcosa che alcuni adulti, per orgoglio o, appunto, per smemoratezza, non riescono più a fare.
Fortunatamente non tutti sono della stessa pasta, altrimenti chi potrebbe insegnare ai bambini a distinguere cosa è giusto da ciò che è sbagliato? A rappresentazione di chi non lo ha dimenticato c’è Gloria Colombo e il suo Questione di piume (pp. 32, € 10,00), libro pubblicato a marchio Bottega editoriale, dalla cui “scuderia letteraria” è stato “sfornato”.
L’autrice, in questo albo scritto e illustrato interamente da lei, espone “a prova di bambino” un problema assolutamente attuale e di non facile risoluzione nemmeno per il più saggio degli adulti: la discriminazione e l’accettazione dell’altro.
 


La foresta e le sue mille specie

Come in tutte le storie per bambini che si rispettino, l’ambientazione è una foresta in cui convivono serenamente tanti animali, di specie differenti uno dall’altro; tale armonia viene spezzata un giorno da un’improvvisa riunione indetta da Leo il Topo, ormai insofferente per l’atmosfera di superiorità che regna incontrastata nel luogo. Infatti ognuno pensa di essere il migliore del variopinto gruppo, grazie alle caratteristiche che Madre Natura gli ha donato; il Gatto per il suo passo felpato, il Topo stesso per la sua velocità, l’Elefante per la sua maestosità… persino Formiche e Farfalle vogliono rivendicare il loro primato di animale «più bravo e importante di tutti». Ovviamente nessuno perde l’occasione di rinnegare l’altro nel lodare se stesso, generando il caos.
Solo l’intervento del saggio Millepiedi, apparentemente il più semplice e basso degli animali, riuscirà a riportare la pace e a insegnare a tutti una massima importante: che ognuno porta una diversità nel mondo, senza per questo essere migliore o più importante degli altri, ma, semplicemente, «fa bello l’Universo».

 


Disegni e parole

L’importanza della morale, fondamentale e da ricordare a ogni età (non soltanto da bambini, dunque!), è raccontata in maniera leggera e divertente, mediante piccole filastrocche che possono essere lette non solo tutte d’un fiato ma anche a più riprese, prolungandone così la durata in varie «ore della buonanotte» e che potranno diventare un trampolino di lancio per i lettori ancora in erba.
I disegni che accompagnano e illustrano i vari momenti della storia sono molto semplici e dal sapore infantile ma l’impegno dell’autrice nel realizzarli personalmente è assolutamente impagabile e confermato dall’originalità di ricreare con i colori alcune delle rime più divertenti, come il «Topino con la faccia da tacchino» e «Gedeone […] giallo come un limone», capaci di strappare una risata anche al più capriccioso dei bambini.


Maria Chiara Paone
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Edito da Bottega editoriale



Un attuale romanzo di Vincenzo Lista,
che fra il thriller e il giallo svela le trame di un mondo corrotto.

Un romanzo nella sezione che va tra il thriller e il giallo, decisamente attuale, che si serve del genere investigativo per allontanarsi dalla finzione della scrittura e costruire una riflessione incredibilmente aderente ai nostri tempi, in merito ai meccanismi della corruzione e ai rapporti che essa intrattiene con le istituzioni. Si parla dell’imprevedibile e coinvolgente libro Do ut des. Delitti e suicidi, imposte e tasse, sesso e corruzione di Vincenzo Lista (pp. 160, € 10,00) edito da Bottega editoriale.
 
Un mondo corrotto
Il protagonista è Adamo, responsabile dell'ufficio di una società che si occupa della riscossione delle tasse e delle imposte statali. La sua è una vita calma e tranquilla, senza grandi pretese o ambizioni che viene presto trasformata e sconvolta dall'omicidio della sua migliore amica. A ogni passo avanti nelle ricerche e nelle indagini l'uomo sembra collezionare delusioni e una sconfitta dopo l’altra. Rimane completamente senza parole, gli crolla il mondo addosso e scopre che tutta la sua vita è stata fino a quel momento una menzogna, tutta apparenza, relazioni opportunistiche.
I successi sul lavoro, i colleghi, il capo, la donna che amava: niente di tutto questo era reale. Il testo è molto fluido, scorrevole e molto intenso è il contrasto tra la quotidianità decorosa, innocente, impeccabile, ligia al dovere di Adamo e i comportamenti scandalosi e immorali di tutti coloro i quali lo circondano. Una pecora bianca fra tante pecore nere. I crimini sono come le scatole cinesi e lentamente vengono alla luce. Questi sono studiati e costruiti clamorosamente bene, si concatenano e se ne scopre uno nell’altro, e fanno in modo che il romanzo, oltre a raccontare un crimine, ne sveli sempre un altro e tenga sempre alta l’attenzione del lettore.
 
Realtà o finzione?
Una storia immaginaria o accaduta, chi lo sa! I fatti nel modo in cui sono stati rappresentati potrebbero essere possibili e reali. Un libro attuale specie nell’epoca in cui viviamo dove questi esposti sono argomenti di tutti i giorni. Il mercimonio del sesso, lo scambio di favori, la noncuranza verso i propri doveri, l’indifferenza nei confronti della società civile, il perseguimento del proprio tornaconto a discapito del cittadino. Tutta la trama si rifà a commenti, ad articoli di giornali, a trasmissioni televisive. La moralità, la correttezza, il fare bene senza avere nulla in cambio, il compimento del proprio dovere non è stato e non sarà mai di moda. Nel nostro avvincente romanzo le azioni sono razionalmente collocate. Non è importante sapere chi sia stato a compiere il misfatto o l’omicidio, ma far conoscere, sia sul piano morale che legale, la condotta senza scrupoli, disonesta, che intercorre nei rapporti tra istituzioni e cittadini, tra istituzioni e privati. Per combattere la corruzione bisogna non avere paura, non cedere alle relazioni di compromesso, è necessario andare a fondo, ragionare d’astuzia e anteporre il buon esempio con coraggio.
La storia è davvero allettante, per gli amanti del genere, ma anche per chi mette a disposizione la propria vita per sventare le azioni di chi alimenta questo sistema e per chi non lo concepisce e lotta piuttosto che adagiarsi. Il romanzo è una sorta di riscatto per tutte quelle persone che sono vittime di abusi e atti di corruzione, il libro è un mezzo di buon auspicio capace di farci immaginare l’alternativa migliore.
Un interessante e avvincente giallo che ci fa scorgere la polvere sotto il tappeto e vedere la realtà per quella che è senza edonismi. La suspense crea trepidazione, sospensione emotiva, che catturano il lettore e lo aiutano a calarsi nella travolgente vicenda. Funzionale è l’atteggiamento che il narratore assume nei confronti dei fatti, come fa scoprire i personaggi e i luoghi. Il testo rispetta le caratteristiche del thriller in cui compare un linguaggio “legale” e le procedure di legge sono fedelmente riprodotte, ma anche del giallo psicologico e soprattutto del poliziesco in cui ritroviamo descrizioni particolareggiate di procedure che la polizia applica nelle indagini e i protagonisti si muovono negli ambienti tipici del genere, ma si pone anche una particolare attenzione alle relazioni psichiche fra i personaggi. Magistrale la penna del nostro autore che ha saputo fondere i generi, mescolare gli elementi, inserire enigmi da risolvere, le indagini intricate da cui emerge il messaggio che etica e morale sono due valori che non si svendono, e la scoperta delle verità con competenza e originalità, ed è riuscito a mettere nel calderone con assoluta professionalità tanta roba con stile ed eleganza. Un romanzo, tuttavia, distensivo, perché con la tensione rallenta il ritmo della narrazione ma poi va a equilibrare bene con l’entusiasmo della scrittura. Davvero un racconto molto emozionante, travolgente, incredibile per la fantasia poetica che trabocca dalla mente dello scrittore e che paradossalmente però risulta assolutamente credibile. È consigliato per chiunque, soprattutto per chi vorrebbe un mondo più giusto e più equanime. Buona lettura!
Gilda Pucci
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COMUNICATO STAMPA (31/05/2018)
Il Tar condanna ancora la Regione Calabria per il proprio comportamento non trasparente
in relazione al Salone del libro di Torino edizione 2015
In relazione alla (opaca) gestione che il Dipartimento Turismo e Cultura ha effettuato rispetto alla partecipazione calabrese al Salone interazionale del Libro di Torino edizione 2015, è scattata una nuova sentenza di condanna della Regione da parte del Tar.

 
R E P U B B L I C A   I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria
(Sezione Prima)
 
ha pronunciato la presente
 
SENTENZA
 
sul ricorso numero di registro generale 1153 del 2017, proposto da
 
Bottega Editoriale S.r.l. Unipersonale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Andrea Caristi, con domicilio eletto presso lo studio Giovanna Diaco in Catanzaro, via Padre A. Da Olivadi 15;
contro
 
Regione Calabria - Dip. n. 10 Turismo, Beni Culturali Istruzione e Cultura non costituita in giudizio;
 
Per l’ottemperanza
 
del giudicato formatosi sulla sentenza TAR Catanzaro, I sez., 2 novembre 2016, n. 2054 adottata ex art. 116 c.p.a.
 
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 18 aprile 2018 la dott.ssa Germana Lo Sapio e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
 
 
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
 
 
FATTO e DIRITTO
 
Con sentenza n. 2054/2016 depositata in data 2 novembre 2016, il TAR Catanzaro ha accolto il ricorso recante n. R.G. 583/16, introdotto dalla odierna società ex art. 116 c.p.a., ordinando alla Regione Calabria di consentire l’accesso ai documenti indicati nell’istanza presentata dalla società in data 10 marzo 2016 (documentazione inerente l’allestimento dello stand rappresentativo della Regione presso il “Salone internazionale del libro di Torino”, edizione 2015) disponendo altresì, ai sensi dell’art. 1 coma 32 bis l. 6 novembre 2012 n. 190, la comunicazione della sentenza all’Autorità Nazionale Anticorruzione.
Con la medesima sentenza, il Tribunale ha anche condannato la soccombente alla “rifusione in favore della società ricorrente, delle spese e competenze di lite” liquidate in euro 1.200,00 oltre accessori per I.V.A. e C.P.A., come per legge, e contributo unificato di euro 300,00 oltre ad euro 27,00 di contributo forfettario.
Sul presupposto che la Regione Calabria avesse non esattamente ottemperato al giudicato formatosi sulla predetta sentenza, avendo consentendo solo un accesso parziale alla documentazione di interesse della ricorrente, quest’ultima ha agito in ottemperanza, deducendo, in particolare, che che l’accesso non era stato consentito per “le comunicazioni ed email inviate dalla medesima ricorrente (inviate il 3.2.15 alla dott.ssa Sonia Tallarico, il 19.2.15 al dott. Armando Pagliaro, il 30.4.15 al medesimo dott. Pagliaro, il 7.5.15 al dott. Pasquale Anastasi”; nonché per quelle del 9.4.15, del 13.4.15 (Pec) e del 24.4.15 (Pec) con cui la società aveva proposto alla Regione la gestione dello stand a costo zero per la Regione; per quella della stessa Regione Calabria di convocazione della riunione degli operatori editoriali calabresi del 6.5.15 a firma del Dirigente regionale dott. Pasquale Anastasi”.
L’azione di ottemperanza ex art. 112 co. 2 lett a) c.p.a. è stata spiegata inoltre anche con riguardo alla statuizione di condanna alle spese, anch’essa rimasta ineseguita.

Avendo la ricorrente chiesto l’ottemperanza sul presupposto che l’accesso non era stato consentito anche in relazione ad altra documentazione inerente medesima vicenda (con particolare riferimento “ai lavori di progettazione, realizzazione e gestione dello stand e l’arrivo del preventivo stesso” e alle conseguenti trattative intercorse tra la Regione e l’ente responsabile dell’organizzazione del “Salone del libro”), alla camera di consiglio del 23 marzo 2018, il giudizio è stato rinviato per consentire la precisazione della domanda anche con riguardo a tale documentazione.
In data 15 aprile 2018, la ricorrente ha depositato memoria scritta con cui vengono indicati i documenti oggetto di originaria istanza di accesso, non resi disponibili alla visione e/o copia anche all’esito della sentenza di accoglimento del ricorso.
Alla luce di tali precisazioni e dell’assolvimento dell’onere della prova dell’inadempimento, per la parte posta a carico della odierna ricorrente, vittoriosa nel giudizio di cognizione ex art. 116 c.p.a., risulta dimostrata l’ottemperanza solo parziale – e quindi inesatta - al giudicato e deve pertanto accogliersi la domanda ex art. 112 c.p.a. e per l’effetto:
 
- assegnare alla Regione Calabria termine di trenta giorni, decorrenti dalla comunicazione di questa decisione, per consentire l’accesso ai documenti indicati nella memoria del 15 aprile 2018 di parte ricorrente e per il pagamento delle somme oggetto di condanna contenuta nella medesima sentenza TAR Catanzaro 2054/2016;
 
- nominare, in caso di inottemperanza, un commissario ad acta nella persona del Prefetto di Catanzaro o di un suo delegato che, entro i successivi 15 giorni, si sostituisca all’amministrazione inadempiente e ottemperi alla sentenza sopra citata, anche mediante reperimento materiale della documentazione presso gli uffici regionali;
 
All’accoglimento del ricorso, consegue la condanna al pagamento delle spese di lite, secondo il principio di soccombenza, con liquidazione contenuta nel dispositivo.
 
P.Q.M.
 
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei termini di cui in motivazione.
Condanna la Regione al pagamento delle spese di lite in favore della ricorrente che liquida in complessivi euro 1.000 oltre accessori come per legge e refusione del contributo unificato, se versato.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa. Così deciso in Catanzaro nella camera di consiglio del giorno 18 aprile 2018 con l'intervento dei magistrati:

Vincenzo Salamone, Presidente
Francesco Tallaro, Primo Referendario
Germana Lo Sapio, Primo Referendario, Estensore
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Due gli appuntamenti a cura dell’agenzia letteraria Bottega editoriale
durante il Salone internazionale del libro di Torino
                           

 

Anche quest'anno noi bottegai parteciperemo alla celebre kermesse torinese, giunta ormai alla sua 31° edizione.
In particolare, giovedì 10 alle ore 14.30 e venerdì 11 alle ore 16.00 nello spazio dedicato alle “chiacchiere” tra autori, editori e agenti letterari saranno presentati due testi del fitto Porfolio di Bottega editoriale.
Si partirà con il fantasy di Federico Carro Il re della luce. L’ordine degli dèi oscuri , edito da Sovera edizioni e si proseguirà con il giallo di Massimiliano Bellavista L’ombra del caso, edito da Il seme bianco.
A discuterne insieme agli autori, il critico letterario Guglielmo Colombero e il direttore Fulvio Mazza.
Vi aspettiamo numerosi al Padiglione 3 stand U101!
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Il ricordo di Bottega editoriale su Luigi Pellegrini
 
La Calabria perde il suo precursore dell’editoria. Un uomo intelligente, sensibile, innovatore, sognatore, rivoluzionario; un patrimonio per la Calabria e per i calabresi. Tutto questo era Luigi Pellegrini; ma era soprattutto un Signore ove la S maiuscola non è di certo un’esagerazione.
Il fondatore dell’omonima casa editrice era nato nel 1924 a Cleto – piccolo paese in provincia di Cosenza – da una famiglia di umili origini e si era appassionato, fin dall’adolescenza, alla lettura e alla scrittura.
Divenne educatore e giornalista per mestiere, ma ancor più per passione civile.
Dotato di grande personalità e coraggio riuscì, neanche trentenne, a tracciare un sentiero in una Calabria uscita provata dal Secondo conflitto mondiale, un contesto nel quale era alquanto complicato realizzarsi intellettualmente e professionalmente, soprattutto per chi, come lui, nutriva idee socialiste.
Amava le sfide Luigi Pellegrini.
Ed è con questa tenacia che nel 1952, a Cleto, ha dato dunque vita alla casa editrice – prima vera realtà editoriale in Calabria – che ancora oggi porta il suo nome, diventando, nel giro di pochi anni il principale punto di riferimento di giovani autori, calabresi e non.
La sua spiccata abilità imprenditoriale lo ha portato costantemente alla ricerca del “nuovo”; sempre attento ai mutamenti sociali, in continuo sviluppo. In tal modo è riuscito ad ampliare continuamente l’offerta editoriale, rendendo la propria casa editrice esaustiva in relazione ai generi letterari.
Una vita tra i libri e per i libri, promuovendo cultura, custodendo idee, il tutto con la dovuta passione, abnegazione e fiducia e, soprattutto, sempre con il sorriso, il garbo, la cortesia, come enfatizzano coloro i quali hanno avuto il piacere di lavorare con lui.
Un “privilegio” che anche il nostro direttore Fulvio Mazza può vantare, avendo pubblicato con lui il suo primo libro, e che noi tutti di Bottega editoriale possiamo analogamente vantare, grazie alle proficue collaborazioni editoriali instauratesi nel corso degli anni.
La casa editrice Pellegrini, oggi, è assai diversa da quella di Luigi Pellegrini: il figlio Walter e i nipoti, fra cui particolarmente Marta, hanno impresso un ritmo imprenditoriale moderno innestando nuova linfa nel ceppo originario.
E l’aver favorito questa innovazione è stato forse l’ultimo grande merito di Luigi Pellegrini.
 
Bottega editoriale
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COMUNICATO STAMPA (12/04/2018)
 
Franceschini cerchiobottista nella risposta ai Cinquestelle

Smentisce la Siae sulla procedura relativa alla ricerca degli autori dei libri fotocopiati.
Ma glissa sul fatto che la stessa Siae, dicendo  di non riuscire a trovare gli autori  (che invece sono spesso conosciutissimi),
intasca i loro soldi
 
Dario Franceschini, ministro uscente (che faccia subito le valigie, ci viene spontaneo da dire!) non vede, non sente e, per il parlare, balbetta sì e no. Questo è quanto emerge dalla risposta che il suo Ufficio stampa ha diffuso in merito all’Interrogazione parlamentare che il senatore del Movimento Cinquestelle, Nicola Morra, ha posto riguardo alla (voluta?) inefficienza che la Siae e i suoi accoliti mostrano quando devono pagare gli autori dei libri fotocopiati.
Ricapitoliamo per capire meglio: la Siae incassa un certo importo dai negozi che fotocopiano i libri con il compito di trasmetterli poi agli autori dei libri fotocopiati. Ma in migliaia di casi la Siae sostiene di non riuscire a trovare gli aventi diritto. In un elenco che compare, molto difficilmente rintracciabile, sul sito della stessa Siae, troviamo che la medesima Siae dichiara di non riuscire a rintracciare neanche persone che rispondono al nome di Gad Lerner, Enrico Letta, Matteo Renzi, Roberto Saviano, Eugenio Scalfari, Gian Antonio Stella, ecc.
Che la Siae non sia riuscita a trovarli è veramente incredibile. Con danno evidente non tanto per gli autori menzionati (che di risorse proprie ne hanno già), quanto delle migliaia di poveri cristi ai quali farebbe assai bene recuperare un po’ di “diritti” economici. Gli importi non versati sono nell’ordine dei milioni di euro.
Oggi il ministero guidato da Franceschini sostanzialmente avalla questa (involontaria?) inefficienza della Siae e, dato che fra gli sconosciuti c’è Matteo Renzi allora si può dedurre che Franceschini lo abbia veramente rinnegato. Ma, dato che nell’elenco degli sconosciuti c’è anche Enrico Letta, allora deve trattarsi solamente (che ciò sia meglio o peggio è difficile a dirsi) di pura inefficienza, con qualche sospetto di malafede.
Ma andiamo a vedere cosa dice esattamente la risposta che il sottosegretario Antimo Cesaro, a nome del ministero, ha fornito al senatore Morra.
Con fare cerchiobottista smentisce sostanzialmente la Siae nel punto base: la Siae diceva che tutta la procedura da essa adottata per la ricerca degli autori “ha la preventiva approvazione della Direzione generale dei Beni librari del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali”. Mentre il ministero dice che questi “non svolge alcuna funzione, né tantomeno approva gli accordi sottoscritti tra la Siae e le Associazioni di categoria per le riproduzioni effettuate negli altri ambiti previsti dalla legge. L’attività di reprografia è regolata, quindi, dagli accordi intercorsi tra la Siae e le Associazioni di categoria interessate (Aie, Confartigianato, Crui, Unioncamere ed altre)”.
La smentita, benché ovattata dal gergo burocratico è netta.
La parte rimanente della risposta ministeriale è costituta da generalgenerichegenericità poste attorno, però, ad un punto equivoco: va dunque tutto bene così, Madamalamarchesa?
Secondo il ministero di Franceschini, dunque, il fatto che la Siae non riesca a trovare nemmeno personaggi del calibro di quelli dei quali abbiamo fatto esempio, non è un problema. E non lo è nemmeno il fatto che, dopo soli 5 anni di (falsa?) ricerca, la Siae – per sua stessa ammissione – incameri i soldi degli autori che dice di non riuscire a trovare! La destinazione dichiarata di tali fondi è per fare beneficienza regalando libri per iniziative sociali. Non viene però evidenziato con quale criterio vengono acquistati tali libri e ben forte rimane il sospetto che vengano privilegiati gli acquisti a beneficio dei grandi editori egemoni dell’Aie stessa. Ma l’obiezione è soprattutto un’altra: non sarebbe meglio che la Siae facesse beneficienza con i soldi propri e non invece con quelli degli scrittori privati dai propri diritti d’autore?
Ma quali sono queste efficienti associazioni che, guidate dall’efficientissima Siae non riescono nemmeno a trovare autori così noti?
Straniti da ciò abbiamo ripetutamente chiesto lumi all’Ufficio stampa del citato Ministero di Franceschini che però ha preferito tacere.
Una novità è invece emersa dalla stessa Siae. Il suo Ufficio stampa ci ha dichiarato che l’Aie e le varie associazioni degli scrittori (tutte più teoriche che reali, fra le quali ne emerge una particolarmente virtuale, “l’associazione Reprò”) – hanno unanimemente affidato all’Ediser l’incarico di cercare gli autori aventi diritto ai proventi della reprografia. Col il pieno avallo della Siae, ovviamente.
Al che ci siamo ovviamente rivolti all’Ediser e all’Associazione italiana editori (che è la proprietaria dell’Ediser) per capire come mai non riescono a trovare gli autori da pagare, in particolare, quale fosse la proporzione fra gli autori trovati e quelli non trovati. Ma hanno preferito tacere.
Rimane, in estrema sintesi, il problema base enunciato all’inizio: migliaia di autori non hanno percepito i diritti sulle fotocopie dei propri libri in quanto la Siae, l’Aie e le associazioni la cui rappresentatività è assai virtuale hanno incaricato l’Ediser-Aie (in palese conflitto d’interessi, dunque) a svolgere tale servizio. Lo svolgono così male che i soldi degli autori vengono incamerati dalla Siae stessa che li utilizza per sue iniziative con beneficio suo e, molto probabilmente, dell’Aie medesima.
Vorrà, il nuovo ministro per i Beni culturali, bloccare questa scandalosa situazione e far sì che i milioni di euro oggi avviati verso la Siae vadano invece agli autori aventi diritto?
Per approfondire le tappe precedenti: www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=172
 
Fulvio Mazza - Bottega editoriale
06 2447469 / 0984 838217 / 392 9251770
Roma/Rende, 12.4.2018
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Presidente della Regione Calabria faccia pagare ai dirigenti del Dipartimento Cultura/Turismo
i loro errori e lasci che i fondi pubblici rimangano a disposizione 
della Cultura e del Turismo regionale.

Lettera aperta al Presidente della Regione, Mario Oliverio
 
Egregio Presidente,
come saprà, dai fondi destinati alla Cultura e al Turismo regionale sono stati prelevati nei giorni scorsi oltre 2.000 euro, poi bonificati a favore della scrivente Agenzia letteraria Bottega editoriale.
Il motivo, anche se crediamo già lo conosca, risiede nel fatto che il Tar ha condannato, la Regione Calabria, con sentenza (di più di un anno fa!!!) passata in giudicato, a pagare tale cifra per aver ostacolato, tramite i dirigenti regionali del Dipartimento, l’Accesso agli Atti chiesto dalla medesima Bottega editoriale alla Regione stessa.
Una sentenza che si manifesta particolarmente importante anche per un altro aspetto che, potrebbe risultare secondario, ma al contrario non è: il Tar, intravedendo evidentemente sospetti di corruzione, ha fatto inviare la documentazione all’attenzione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.
La richiesta di Accesso agli Atti era relativa alla gestione (se legittima o meno lo stabiliranno i giudici) dello stand calabrese nell’edizione 2015 del Salone internazionale del libro di Torino.
Quel che le poniamo con questa lettera aperta (così come in precedenza abbiamo fatto per una ragione analoga rispetto al Sindaco di Lamezia Terme ed al Sistema bibliotecario Lametino) è il seguente quesito: è giusto che tale danno economico venga pagato con i fondi pubblici?
Non sarebbe più corretto che i fautori del danno pagassero di tasca propria?
In tal senso, egregio Presidente, la invitiamo formalmente ad avviare un procedimento di rivalsa contro i citati dirigenti della Regione stessa.
Alleghiamo, per sua praticità, la citata sentenza del Tar.
Distinti saluti,
Fulvio Mazza – Bottega editoriale

N. 02054/2016 REG.PROV.COLL.
N. 00583/2016 REG.RIC
 
REPUBBLICA ITALIANA
 
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
 
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria
(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente
 
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 583 del 2016, proposto da: 
Società Bottega Editoriale S.r.l. – Unipersonale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Andrea Caristi, elettivamente domiciliata presso lo Studio dell’avv. Giovanna Diaco, in Catanzaro, alla via Padre Antonio da Olivadi, n. 15; 

contro

Regione Calabria, in persona del suo Presidente in carica, non costituita in giudizio; 

nei confronti di

GL Events Italia S.p.a., La Fondazione per il Libro, la Cultura e per la Musica, non costituiti in giudizio; 
per l'accertamento della illegittimità del silenzio-diniego serbato dalla Regione Calabria in ordine all’istanza di accesso agli atti presenta dalla società ricorrente in data 10 marzo 2016.
 
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2016 il dott. Francesco Tallaro e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
 
Rilevato che:
1) la ricorrente Bottega Editoriale S.r.l. – Unipersonale ha formulato, in data 26 ottobre 2015, istanza di accesso agli atti relativi alla procedura di affidamento della realizzazione dello stand della Regione Calabria al Salone Internazionale del libro;
2) l’amministrazione, dopo un primo riscontro con la quale rappresentava di non ravvisare un interesse diretto, concreto e attuale della ricorrente, in data 13 gennaio 2016 ha autorizzato l’accesso agli atti;
3) la Società Bottega Editoriale S.r.l. – Unipersonale, ritenendo che la documentazione non fosse esaustiva, in data 10 marzo 2016 ha formulato nuova istanza di accesso agli atti e, trascorsi i termini di cui all’art. 116, comma 1 c.p.a., si è rivolta a questo Tribunale Amministrativo Regionale affinché accerti l’illegittimità del silenzio serbato dal Regione Calabria sulla richiesta e assicuri l’accesso ai documenti richiesti;
4) la Regione Calabria, cui il ricorso è stato regolarmente notificato, non si è costituita in giudizio;
5) il ricorso è stato trattato alla camera di consiglio del 12 ottobre 2016;
 
Ritenuto che:
6) la Bottega Editoriale S.r.l. – Unipersonale, quale affidataria – per altre annualità – della realizzazione dello stand della Regione Calabria al Salone Internazionle del Libro, ha una posizione differenziata rispetto agli altri consociati e ha l’interesse concreto e attuale all’ostensione dei documenti richiesti, al fine della tutela dei propri interessi;
7) che i documenti, di cui pure non sono noti gli estremi, sono sufficientemente determinati e di essi si può presumere l’esistenza in ragione del contenuto dei documenti ai quali è già stato garantito l’accesso;
8) il ricorso, pertanto, deve essere accolto;
9) la disciplina delle spese deve seguire la regola della soccombenza;
10) i fatti, così come illustrati, denotano un difetto di trasparenza da parte dell’amministrazione, cosicché occorre disporre che la presente sentenza sia comunicata, a cura della Segreteria, all’Autorità Nazionale Anticorruzione, ai sensi dell’art. 1, comma 32-bis l. 6 novembre 2012, n. 190.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, ordina alla Regione Calabria di consentire alla Bottega Editoriale S.r.l.- Unipersonale l’accesso ai documenti indicati nell’istanza presentata in data 10 marzo 2016.
Condanna la Regione Calabria, in persona del su Presidente in carica, alla rifusione, in favore della società ricorrente, delle spese e competenze di lite, che liquida in € 1.200,00, oltre al rimborso del contributo unificato e delle spese generali, nonché oltre a IVA e CPA come per legge.
Dispone che la presente sentenza sia comunicata, a cura della Segreteria, all’Autorità Nazionale Anticorruzione, ai sensi dell’art. 1, comma 32-bis l. 6 novembre 2012, n. 190.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Catanzaro nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2016 con l'intervento dei magistrati:
 
Vincenzo Salamone, Presidente
Francesco Tallaro, Referendario, Estensore
Raffaele Tuccillo, Referendario
 
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COMUNICATO STAMPA (07/02/2018)
 
Abolire la disoccupazione
in Italia: si può

Un libro-Vademecum ci indica come fare:
sterilizzare il Debito Pubblico
e investire le somme risparmiate.
Con Prefazione di Domenico De Masi
Posfazione di Tonino Perna.
Edito da Simple in collaborazione con Bottega editoriale



In libreria un saggio con la ricetta per rispondere ai bisogni dei tanti disoccupati italiani: Vademecum per dare un Lavoro a tutti e mettere in sicurezza il Debito Pubblico, edito da Simple in collaborazione con l’agenzia letteraria Bottega editoriale.
Lo scopo del libro è giungere, anche con il contributo dei lettori, alla costruzione di un Progetto bipartisan che dia soluzione al problema della mancanza di lavoro.
 
Il Progetto, nel rispetto dei Trattati europei, tende a conciliare due fattori che, in un sistema neoliberista, appaiono inconciliabili:
·         la flessibilità del mercato del lavoro, che le imprese richiedono
e
·         la garanzia, per tutti i cittadini, di avere sempre e comunque un lavoro.
 
Il Progetto si propone di creare una Zattera Salvagente per i disoccupati, in attesa che si decida da che parte andare:
·         se continuare, con maggiori garanzie per i cittadini, a percorrere la strada neoliberista
oppure
·         intraprendere una nuova strada, dopo aver messo al sicuro il Debito Pubblico.
 
Gli autori, di idee politiche diverse, si sono proficuamente confrontati e hanno scritto il Progetto ispirandosi alla Costituzione italiana, alle parole del Capo dello Stato, che ha affermato: occorre «creare occasioni di occupazione a sufficienza affinché la cittadinanza sia piena e non sia mutilata» e alle parole di Papa Francesco che ha affermato: «occorre reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori».
Il saggio si pregia di due imprimatur di qualità scritti da due dei maggiori esperti italiani del settore: la Prefazione del sociologo Domenico De Masi e la Postfazione del socioeconomista Tonino Perna
Il saggio si propone quindi come un Progetto che, come scrivono gli autori, prevede la totale eliminazione della disoccupazione in generale e di quella giovanile in particolare. Progetto ambizioso, ma realizzabile.
Più specificatamente ciò avverrebbe tramite la creazione di un’Azienda dei Cittadini, che viene indicata con l’acronimo: Adeci. «L’Azienda – leggiamo dal saggio – sarà di proprietà dei cittadini che ne eleggeranno gli amministratori». E ancora: «Tutti coloro che desiderano lavorare saranno assunti dall’Adeci, che darà loro un Lavoro Minimo Garantito per 4 ore al giorno corrispondendo un compenso di 700 euro mensili e provvederà, se necessario, a riqualificarli. […] L’Azienda dei cittadini sarà quindi un Paracadute per chi perde il lavoro e un Trampolino di lancio per chi ha capacità ma non ha soldi a disposizione».
Lavoro produttivo, quindi: non assistenzialismo.
La copertura finanziaria verrà assicurata dalla sterilizzazione del Debito Pubblico. Operazione che, nel pieno rispetto delle norme giuridiche ed economiche italiane e comunitarie (questo è un particolare che viene ribadito più volte), verrà effettuata tramite l’emissione di una sorta di moneta complementare denominata Eurocertificati.
Domenico De Masi, professore di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, nella Prefazione giudica il libro «[…] prezioso sia per il metodo che per il contenuto. Il metodo implica una lunga meditazione corale sulla disoccupazione, cioè su uno dei massimi problemi del nostro tempo. Il contenuto, a differenza di tante altre proposte che si accontentano di attenuare gli effetti della disoccupazione senza eliminarla radicalmente, mira dritto a una coraggiosa soluzione completa e ne indica le tappe».
Aggiunge De Masi: «Questo Vademecum coraggioso azzarda una soluzione radicale e pone i governi di fronte a scelte drastiche, che non lasciano spazio alla furbizia e all’ignoranza».
Non mancano nel saggio le critiche – sempre costruttive – alle attuali posizioni neoliberiste dell’Unione Europea, alla sua governance, al mondo delle banche e l’indicazione di un percorso per la creazione di una nuova Unione Europea effettivamente democratica e solidale, come auspicato nella Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950.
Nella sua Postfazione Tonino Perna, professore di Sociologia economica presso l’Università di Messina, scrive che «[…] se il denaro non ha più nessun supporto materiale, se è solo “spirito” come scriveva profeticamente Simmel, se dipende solo dalla volontà politica allora perché dobbiamo continuare a essere schiavi di un Debito che ci costa ogni anno dai 60 agli 80 miliardi di euro?». Ponendo l’accento sul punto cardine del libro, il prof. Perna sottolinea che «Sterilizzare il Debito, dunque, diventa una priorità per salvare il nostro Paese e permettere di avere un futuro alle nuove generazioni». Perna continua esaminando le proposte degli autori di Vademecum per dare un Lavoro a tutti e mettere in sicurezza il Debito Pubblico: «Da qui muove l’idea degli Eurocertificati, che si va ad aggiungere ad altre proposte nate in questi ultimi anni, come quella della moneta fiscale sostenuta da noti economisti e studiosi, o delle monete locali complementari di cui abbiamo tante esperienze in Europa e nel mondo».
Ma, al di là degli autorevoli imprimatur dei due docenti – che ovviamente non vanno “tirati per la giacchetta”, che altrettanto ovviamente hanno posizioni proprie, e che dunque non vanno confuse con quelle degli autori, a cui per intero va riconosciuta la paternità dell’opera – l’importanza del saggio risiede in un dato dall’evidenza cristallina: si può e si deve sterilizzare il Debito Pubblico e con i 76 miliardi annualmente risparmiati, si può e si deve creare occupazione per i giovani e per tutti coloro che ne hanno bisogno.
Gli autori precisano: sterilizzare il Debito non significa non pagarlo; l’Italia è un Paese serio, e paga i suoi debiti.
Sterilizzare il Debito significa invece renderlo inoffensivo senza danni per i cittadini.
La sterilizzazione del Debito, è utile non solo ai cittadini, ma anche allo Stato che non sarà più costretto a prendere ordini dalla finanza speculativa che, oggi, è in grado di dare direttive ai governi e di farli cadere se non obbediscono.
Il tutto, lo ribadiamo, nel pieno rispetto della normativa giuridica ed economica italiana e comunitaria.
Altra caratteristica del libro è quella di essere un work in progress. La pubblicazione si apre con un appello che coinvolge tutti: gli autori chiedono infatti non soltanto di agire, ma soprattutto di informarsi, leggere il Vademecum, porre domande, sollevare dubbi concreti e dare suggerimenti al fine di arrivare a proporre un progetto definitivo “senza se e senza ma”. Per questo mettono a disposizione dei contatti email dedicati ai lettori che intendono contribuire a perfezionare il Progetto. Una caratteristica particolare del volume è l’articolazione dei testi in domande e risposte, le c.d. Faq, gradite ai giovani, che facilitano la comprensione dei testi e una veloce individuazione degli argomenti di maggiore interesse.
Per consentire la massima diffusione e per sottolineare lo spirito di pura solidarietà li ha animati, gli autori hanno consentito a un gruppo di giovani di offrire il Vademecum gratuitamente online sul sito www.disoccupatiunitevi.it
Il libro, ovviamente, è presente nelle migliori librerie italiane.

Per ulteriori informazioni e chiarimenti: vademecum@bottegaeditoriale.it

Bottega editoriale
Sede principale
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Tel: +39 0984 838217
 
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COMUNICATO STAMPA (01/02/2018)

A Tropea la Summer school di editoria libraria e giornalistica
 
Un fitto e variegato programma per accedere al mondo editoriale
 
 
Una scuola estiva volta all’acquisizione di nozioni teoriche e pratiche per chi vuole lavorare nel campo editoriale, sia librario sia giornalistico.
Una full immersion in due moduli, ciascuno della durata di 18 ore, che si svolgerà da lunedì 28 maggio a sabato 9 giugno in una suggestiva location di Tropea.
La scuola – organizzata in partenariato con l’agenzia letteraria Bottega editoriale (la quale ha già all’attivo numerosi altri corsi di formazione), la casa editrice Meligrana 
(www.meligranaeditore.comed il centro di lingua e cultura italiana “Studio italiano Tropea” (www.studioitaliano.it– è alla sua prima edizione, ma è già in cantiere la seconda che prenderà il via a settembre.
L’iniziativa didattica tropeana di Bottega editoriale si affianca all’ormai consolidata “Scuola di Redattore di casa editrice” 
(www.scuoladiredattore.itla cui XIII edizione si svolgerà dal prossimo marzo fino a maggio a Rende e Roma (e ovunque tramite collegamento Skype).
 
Logistica della Scuola
Gli appuntamenti formativi si terranno dal lunedì al venerdì dalle 18,30 alle 20,30 nelle aule del centro di lingua e cultura, nel cuore di Tropea, a pochi passi dalle suggestive spiagge bianche. Per ogni lezione vi saranno docenti specializzati della materia che affronteranno gli argomenti offrendo ai corsisti il necessario supporto alla didattica (dispense, libri, ecc.).
Durante lo stesso percorso sarà possibile partecipare, dove richiesto dai corsisti stessi, ad una serie di attività extrascolastiche: visite guidate alle case editrici, librerie e altri agenti del mondo editoriale, o ancora escursioni nelle vicine zone vacanziere. Sarà inoltre possibile usufruire di pacchetti vacanza appositamente predisposti.
 
Accesso alla Scuola
La candidatura potrà essere presentata entro il 14 maggio 2018. Dovrà essere inviata un’email all’indirizzo info@bottegaeditoriale.it nella quale ogni aspirante corsista dovrà indicare i propri riferimenti personali (nome, cognome, indirizzo email, telefono) e una breve descrizione delle proprie esperienze formative, seguite dalle motivazioni di partecipazione.
La Scuola, a numero chiuso, accoglierà un massimo di 25 partecipanti per ciascun corso. Verranno dunque ammessi i primi candidati che entro il 14 maggio avranno perfezionato la loro iscrizione.
Ogni candidato potrà scegliere se iscriversi ad un modulo o ad entrambi. Il costo del singolo modulo è di 690 euro + Iva. Per chi vorrà seguire entrambi verrà applicata una percentuale di sconto, per cui la somma da corrispondere sarà di 990 euro + Iva.
 
I docenti della Scuola
I docenti che terranno le varie lezioni saranno direttori di collane librarie, direttori e responsabili di redazione di testate giornalistico-culturali, docenti universitari, editori, redattori di opere librarie, riviste e saggi. Inoltre, saranno presenti tutors che seguiranno direttamente i corsisti nelle esercitazioni e, più in generale, nei diversi settori didattico-organizzativi previsti dalla programmazione.
A ciascun corsista sarà consegnato in dotazione, all’inizio della Scuola, un “corredo” consistente in libri specialistici sulle attività redazionali editoriali e/o giornalistiche e altro materiale didattico e di cancelleria necessario per sostenere il corso. Inoltre, ad ogni lezione, verranno fornite le dispense e/o il diverso materiale che occorrerà per seguire adeguatamente la lezione successiva.
 
Crediti universitari
L’intera Scuola potrà essere riconosciuta in termini di crediti universitari (Cfu). Ogni ateneo stabilirà, in base ai propri criteri, in che numero assegnarli.
 
Dopo la Scuola: stages
Al termine della Scuola i corsisti otterranno un attestato di partecipazione e saranno privilegiati nella possibilità di accedere ad uno stage da svolgere all’interno della casa editrice Meligrana o dell’agenzia letteraria Bottega editoriale.
 

Per ulteriori informazioni e chiarimenti: info@bottegaeditoriale.it
 
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