Anno XVI, n. 179
dicembre 2020
 
In primo piano
50 anni fa il “Golpe Borghese”:
un denso saggio di Fulvio Mazza
Per Pellegrini editore una sorta di provocatorio “Quarto grado
di giudizio”. Fra i tristi protagonisti, Andreotti, Gelli, Maletti…
di Guglielmo Colombero
Nel saggio Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il “golpista” Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” (Pellegrini editore, pp. 272, € 16,00) viene affrontato, con grintoso spirito giornalistico, un argomento particolarmente delicato e spinoso: la ricostruzione di quanto accadde nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970, quando le istituzioni democratiche del nostro paese rischiarono di essere violentemente sovvertite dai neofascisti guidati dall’ex comandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, e manovrati nell’ombra dal “Gran Maestro” della loggia massonica deviata P2 Licio Gelli. Il tutto con la probabile (la documentazione è credibile, ma non è sufficiente per dare una parola definitiva) complicità di Giulio Andreotti.

L’autore è il nostro direttore Fulvio Mazza, che non avrebbe bisogno di ulteriori presentazioni, ma del quale evidenziamo comunque come sia un affermato storico contemporaneista, con, al suo attivo, numerosi saggi editi, fra gli altri, da: Esi, Franco Angeli, Istituto della Enciclopedia italiana (“Treccani”), Laterza, Pellegrini, Rubbettino (cfr. https://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib;jsessionid=87A71733BAE715CDFC7E06D37869B2D3).

Il saggio nasce e si verifica anche e soprattutto tramite la documentazione, spesso inedita, proveniente da varie fonti: innanzitutto il Sid, la Commissione parlamentare P2 e la Commissione parlamentare stragi. Una documentazione che viene anche riportata per alcuni atti più qualificanti.

La demonizzazione dei “rossi” come “Antefatto” e pretesto del “Golpe”
Il primo capitolo si occupa di esaminare i fatti, la cui trattazione è approfondita in dieci paragrafi. Nel primo paragrafo, Il contesto politico: per le Forze armate il Pci e la sinistra sono i nemici e la Dc non riesce più a garantire l’ordine costituito. L’influenza delle vicine dittature, l’autore analizza i presupposti della cospirazione: la pulsione golpista fermenta all’interno di una «classe arrogante che avvertiva come prossimo il termine del proprio potere di casta». Il teorema è suggestivo quanto verosimile: il “Golpe Borghese” come ultimo colpo di coda di un’oligarchia agonizzante, che, non potendo più contare sulla prevalenza degli elementi più conservatori all’interno della Democrazia cristiana dopo la caduta del governo Tambroni, punta a riprodurre in Italia una situazione analoga a quella della Grecia dei colonnelli, dove tre anni prima, con il pretesto di una (inesistente) minaccia comunista, una cricca di militari corrotti (finanziati dietro le quinte dai ricchi armatori come Onassis e Niarchos: i corrispettivi dei nostri Calvi e Sindona) si era impadronita dello Stato, gettando in carcere migliaia di oppositori. Mazza sottolinea come nel corso degli anni ’60, dopo la prima esperienza del centrosinistra, la Dc sia diventata un «marasma correntizio sempre più oscillante fra il conservatorismo, che la permeava fortemente, e le nuove istanze progressiste che vedevano crescere i consensi tra le sue fasce giovanili, intellettuali e fra quelle legate al mondo del solidarismo cattolico e del sindacalismo cislino». Dal canto suo, l’opposizione di sinistra, egemonizzata dal Pci ancora legato ideologicamente all’Urss, è maggioritaria all’interno del sindacato più rappresentativo, la Cgil, e l’“Autunno caldo” ha dimostrato come le istanze della classe lavoratrice siano state in grado di ottenere una conquista fondamentale come lo Statuto dei lavoratori, che ha eroso notevolmente lo strapotere dei “padroni delle ferriere” italiani.

Una sentenza di assoluzione che rimette in circolo le tossine eversive
Nel secondo paragrafo, Un “Quarto grado di giudizio” che fissa la “verità storica”: i golpisti vengono assolti solo grazie ai depistaggi dei vertici del Sid e di quelli dello Stato, l’autore puntualizza la differenza fra “verità storica” e “verità giudiziaria”: tre mesi dopo il fallito “Golpe”, uno scoop di Paese Sera scoperchia il vaso di Pandora ma il processo celebrato tre anni dopo si conclude con una generale assoluzione. Mazza elabora così un immaginario “Quarto grado di giudizio” ed emette un’ipotetica “sentenza storica”. L’espediente letterario escogitato dall’autore scavalca lo steccato della pura e semplice indagine documentale, e si spinge oltre, entrando in una dimensione per così dire “metafisica” del Potere: Mazza si addentra in un labirinto di intrighi, depistaggi e complotti, si districa in una ragnatela di silenzi e di complicità, ma il volto del Tessitore resta sempre nascosto in qualche cono d’ombra, in qualche nicchia segreta, negli scantinati più sordidi della politica di casa nostra. Un’atmosfera che ricorda la machiavellica e malsana atmosfera di Todo modo, il romanzo di Leonardo Sciascia portato sullo schermo da Elio Petri: mandanti occulti, strategie ricattatorie, misteri irrisolti.

“Malloppo originario”, “Malloppone/Malloppastro” e “Malloppini”
Nel terzo paragrafo, Gli importanti elementi innovativi: la doppia censura ai tre (e non due) “Malloppi”, l’isolamento all’interno del Sid, del capitano Labruna, la “Dottrina Maletti”, Mazza architetta il dispositivo del suo “Quarto grado di giudizio”: il “Malloppo originario” è la cospicua stesura, appunto originaria, delle indagini condotte dal capitano Antonio Labruna; il “Malloppastro” (termine introdotto proprio dall’autore per evidenziare le clamorose manipolazioni effettuate dal superiore diretto di Labruna, generale Gian Adelio Maletti, anche su suggerimento dell’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti) è la versione epurata; i “Malloppini” sono quanto resta dopo due successive ondate di tagli e censure. In altri termini, i “Malloppini” sono paragonabili a una costata alla fiorentina più volte mordicchiata finché non rimane qualche brandello di carne ancora attaccata all’osso. Le identità dei partecipanti a questo banchetto restano oscure nella maggior parte dei casi, immerse in una foschia torbida su cui si tenta faticosamente di proiettare un fascio di luce: «Il confine fra il lecito e l’illecito era assai labile e spesso fu infranto per ragioni assai poco nobili», così sintetizza l’autore per quanto riguarda l’operato del Sid, il Servizio informazioni della difesa. Dall’indagine di Labruna scaturisce un complesso mosaico sulla cosiddetta “Strategia della tensione”, inaugurata dalla bomba di piazza Fontana (che, nel piano originario dei golpisti, pare dovesse sincronizzarsi con il “Golpe dell’Immacolata Concezione”) e culminata con l’occupazione, anche se non integrale, del Viminale; ma, lungo l’itinerario che porterà al processo, Maletti e Andreotti si dedicano a una sistematica sottrazione di tasselli, vanificando il paziente lavoro del loro subordinato, anzi, spingendosi fino a un vero e proprio scempio della sua opera. Maletti, in particolare, è fautore di una strategia occultatrice che l’autore battezza come “Dottrina Maletti”. Il teorema machiavellico elaborato da Maletti giustifica la copertura offerta ai neofascisti con l’esigenza di non infangare la reputazione degli apparati di sicurezza nazionali. Un cinismo che mette i brividi al pensiero che il Sid è comunque un organismo finanziato dai contribuenti…

Macchinazioni massoniche, connivenze nixoniane, triangolazioni repressive
Il quarto paragrafo, Le undici ipotesi riformate e confermate: dal sostegno degli Usa con Giulio Andreotti capo del governo, al ruolo di Licio Gelli, al “Piano antinsurrezionale”, mette in rilievo gli ambigui intrecci fra funzionari ministeriali, esponenti della destra eversiva e “amici degli amici” in odore di mafia. Aspetti sui quali Labruna aveva indagato a fondo, ma delle sue deduzioni nei “Malloppini” non è rimasta traccia: notte e nebbia. Il tramite delle connessioni fra cospiratori, neofascisti e mafiosi è ampiamente ipotizzabile nella massoneria deviata, vale a dire la famigerata loggia Propaganda 2 creata dalla “primula nera” Licio Gelli: va sottolineato anche l’atteggiamento fortemente ambiguo dell’ambasciata statunitense, che durante gli anni fangosi dell’amministrazione Nixon non mancava mai di esercitare pressioni anticomuniste. Inoltre vi è qualche sospetto che all’interno sia dell’Arma dei Carabinieri che dei vertici dell’Esercito si annidasse qualche fautore di una esasperazione in senso repressivo (leggi: antimarxista) di un certo “Piano antinsurrezionale” (già ampiamente collaudato all’epoca dell’attentato a Togliatti e sporadicamente durante i moti di piazza contro il governo Tambroni) denominato “Esigenza Triangolo”.

Dall’analisi di documenti riservati emerge la mefistofelica ambiguità del “Divo Belzebù”
Da due fonti significative (più attendibile quella proveniente dagli archivi diplomatico-militari Usa, discussa l’altra estratta dal “Testamento politico” di Borghese) emerge un particolare alquanto inquietante della cospirazione golpista: il ruolo assegnato a Giulio Andreotti come premier dell’esecutivo “di salute pubblica” consequenziale alla svolta autoritaria (ed è questo il comune denominatore di entrambi i documenti). Nel “Testamento” di Borghese compare anche il nome di un elemento di raccordo fra Andreotti e i golpisti: un fido collaboratore di Andreotti, Gilberto Bernabei. Secondo Borghese, il vero autore della telefonata che lo indusse a mandare all’aria il “Golpe” sarebbe stato proprio Bernabei su ordine di Andreotti, e non di Gelli. Sottolinea l’autore che comunque, al di là della paternità della telefonata, sia Andreotti che Gelli «avevano in quel frangente (come in altri…) una visione comune», e che inoltre, «Dalle carte Usa emerge un atteggiamento dell’amministrazione Nixon perplesso ma sostanzialmente disposto ad appoggiare il “Golpe”». In definitiva, si può tranquillamente congetturare (dato che prove certe, purtroppo, non ne esistono, e se mai ne fossero esistite sono state abilmente fatte sparire) che personaggi di grosso calibro come l’ambasciatore statunitense a Roma Graham Martin, il responsabile della Cia in Italia Hugh Fendwich e, dulcis in fundo, addirittura l’ex ufficiale nazista Otto Skorzeny, il sedicente liberatore di Mussolini, fossero tendenzialmente favorevoli al complotto ma solo nel caso in cui questo fosse andato in porto grazie all’appoggio determinante dell’Arma dei Carabinieri, elevando alla guida del governo un democristiano conservatore gradito all’amministrazione nixoniana come Andreotti, in funzione anticomunista, antisovietica e filoatlantista. Un atteggiamento analogo a quello dell’amministrazione Johnson che, tre anni prima, aveva avallato il brutale colpo di Stato dei colonnelli in Grecia senza mai stigmatizzare le sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare di Papadopoulos.
Nel quinto paragrafo, Le altre conferme: le relazioni con il conservatorismo politico e sociale, da Pacciardi a Sogno. I rapporti con massoneria e Msi; la “Strategia della tensione”, l’autore, preso atto della sostanziale estraneità della massoneria al progettato “Golpe” (solo la loggia P2 di Gelli ne era al corrente), sottolinea il ruolo sostanzialmente marginale del Msi di Almirante, sicuramente ben disposto verso un’eventuale svolta autoritaria ma titubante nel procedere decisamente alla mobilitazione dei suoi militanti in appoggio al “Golpe”. Come l’ambasciata Usa, la Confindustria e il Vaticano, anche gli eredi del fascismo non si espongono più di tanto, timorosi di finire intrappolati da un eventuale fallimento del “Golpe”. Anche esponenti conservatori con un passato antifascista come Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi (la Resistenza per il primo, la Guerra di Spagna per il secondo) risultano invischiati nelle trame golpiste più che altro per l’ingenua aspirazione di rivestire ruoli di primo piano in un eventuale esecutivo a guida Andreotti.

Gli uomini che sapevano troppo: una scomparsa irrisolta e una morte sospetta
Nel sesto paragrafo, I sette punti oscuri: il sospetto assassinio di Borghese, il Dossier sulle Forze armate, la scomparsa di De Mauro, il falso sul terzo “Malloppino”, il “contrordine”, l’autore riflette sulla scomparsa del giornalista De Mauro, notoriamente di sinistra ma con radici nell’estrema destra: fu decisa perché avrebbe potuto sprigionare rivelazioni scottanti sui rapporti fra mafia e golpisti? Potrebbe fare il paio con la morte improvvisa in circostanze mai chiarite del tutto – Mazza adombra esplicitamente l’assassinio – dello stesso Borghese in Spagna? Il provvidenziale attacco di pancreatite che uccide Borghese a Cadice nell’estate del 1974 avviene in compagnia di una donna: secondo la testimonianza di un noto terrorista nero, Vincenzo Vinciguerra, la partner sessuale del principe al momento del decesso non era altro che una agente del Sid… Tutto da dimostrare, ma che i servizi segreti di ogni paese si servano spesso e volentieri di avvenenti quanto letali creature femminili non è una novità… Ancora più inquietante e intricata la vicenda della scomparsa di De Mauro, ex legionario della X Mas di Borghese (al quale era talmente devoto da battezzare sua figlia con il nome Junia), rapito e sicuramente eliminato dalla mafia tre mesi prima del “Golpe”: cosa sapeva? E chi decise di commissionare la sua eliminazione alla mafia?
Quanto a due poteri forti che in Italia contavano parecchio, la Confindustria e il Vaticano, l’autore sottolinea che pare assai improbabile una loro totale estraneità alla vicenda golpista. Non va dimenticato che gli industriali italiani (destinatari fra il 1940 e il 1943 di sostanziose commesse belliche) iniziarono a sganciarsi da Mussolini solo quando cominciarono a piovere le bombe angloamericane sulle loro fabbriche. Altrettanto ambiguo l’atteggiamento di un papa storicamente importante come Pio XII: non solo salutò con esultanza l’ingresso del generalissimo Franco a Madrid ma durante l’ultimo conflitto, pur di evitare rappresaglie anticattoliche da parte di Hitler, tacque per anni prima sulla politica antisemita del Terzo Reich e poi sull’Olocausto. Un silenzio rimasto impenetrabile nonostante numerose informative riservate in proposito anche da parte di esponenti antinazisti del clero polacco. Un dettaglio, quello della triade ambasciata Usa-Confindustria-Vaticano che, più o meno tacitamente, sta alla finestra in attesa degli eventi (per poi magari saltare repentinamente sul carro del vincitore) scarsamente preso in considerazione dalla memorialistica sul “Golpe Borghese”, e che invece varrebbe assolutamente la pena di approfondire.
In questo stesso paragrafo si parla del falso giudiziario che caratterizzò il terzo “Malloppino”. Questo fu consegnato da Andreotti al procuratore della Repubblica di Roma, Elio Siotto, il 15 settembre 1974. E, fin qui, nessun problema. Il fatto è – evidenzia Mazza – che «nel documento si descrive anche l’avvenuto svolgimento di due riunioni che “si terranno/si tennero” il 23 e il 29 settembre 1974. Una vera e propria preveggenza! Come è stato possibile che un documento potesse contenere informazioni afferenti a fatti accaduti dieci giorni dopo la sua consegna? La gravità dell’episodio – conclude Mazza – è acuita dal fatto che, mentre gli altri documenti che abbiamo visto erano “solo” atti del Sid, i “Malloppini” erano anche e soprattutto atti giudiziari».

Qualcuno molto in alto allunga il piede per far inciampare Labruna…
Il settimo paragrafo, Le indagini di Labruna colgono nel segno. I neogolpisti organizzano la vendetta e vengono baciati dalla fortuna. Riemerge prepotentemente la “Dottrina Maletti”, esplora le inquietanti connivenze fra apparati di intelligence e vere e proprie mine vaganti neofasciste. Secondo l’autore, che cita il presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino (che, a sua volta, cita lo stesso Maletti), appare chiaro che i vertici del Sid abbiano deliberatamente offerto copertura al terrorismo neofascista in cambio di un sostanziale appoggio in quella che viene definita come “Guerra fredda interna”. Il discredito vendicativo gettato dagli ex golpisti sulla figura di Labruna, che viene addirittura accusato di connivenza con l’eversione neofascista che lui tentava di smascherare, annichilisce definitivamente il suo sforzo investigativo, e sul fallito “Golpe Borghese” cala una saracinesca di impenetrabile omertà.

Un dossier incandescente raffreddato e sterilizzato per renderlo innocuo
L’ottavo paragrafo, I documenti vengono finalmente mandati alla Procura. Ma prima si epurano i nomi imbarazzanti e quelli degli “amici”: Cangioli, Gelli, Paglia e Torrisi, per esempio, esamina l’epurazione del “Malloppone” e la sua metamorfosi nel “Malloppastro”, poi ulteriormente spezzettato nei tre “Malloppini”. Sembra una gara a eliminazione in stile “Grande Fratello” televisivo: uno dopo l’altro i partecipanti svaniscono come spettri dal Dossier originario di Labruna. In primo luogo il “Gran Maestro” Gelli, poi l’ammiraglio Torrisi seguiti da vari esponenti della destra eversiva coinvolti nelle “trame nere”. Una volta sottoposto all’attenzione del ministro Andreotti, lo scarnificato “Malloppastro” subisce ulteriori mutilazioni; voraci come squali, i suoi manipolatori continuano a sbranarlo, pezzo dopo pezzo. Evaporano così altri dettagli fondamentali: la mappa della capillare rete territoriale della pericolosa organizzazione paramilitare neofascista denominata Fronte nazionale, i suoi inquietanti legami internazionali con la Cia nixoniana, il ruolo cospirativo dell’ex capo partigiano monarchico Edgardo Sogno. Insomma, una sciarada che fa impallidire la memoria storica delle mistificazioni eseguite sulle prove accusatorie da parte dei vertici militari francesi all’epoca del caso Dreyfus, con Labruna costretto suo malgrado a recitare un secolo dopo un ruolo analogo a quello dell’onesto maggiore Picquart…

La sconcertante indulgenza della magistratura nei confronti dei golpisti
Nel nono paragrafo, Il flop del processo: l’accusa minimizza, le prove vere sono state tagliate e quando riemergono è troppo tardi! La Cassazione sentenzia: il “Golpe” non è mai avvenuto, emerge la pesante ingerenza di Andreotti sui già epurati “Malloppini” allo scopo di sminuirli e disinnescarli ulteriormente. In soccorso del presunto “Divo Belzebù” interviene anche la Cassazione, che amalgama le tre indagini in un unico pastone, dirottato a Roma dove all’epoca il rapporto fra il pubblico ministero Claudio Vitalone e Andreotti era paragonabile a quello fra l’unghia e il dito: il processo si conclude con una generale assoluzione. «Se l’unico vero investigatore era stato ostacolato, isolato e screditato; se l’accusa era sostenuta da chi era in stretta sintonia con Andreotti che, in ogni occasione, minimizzava e screditava l’inchiesta stessa, cosa ci si poteva attendere di più?» conclude l’autore. Lo strascico finale risale al 1991, quando Labruna, dopo un «acuto e lungo travaglio interiore», decide consapevolmente di infrangere il segreto d’ufficio e consegna al giudice Salvini la copia originale dell’intera documentazione investigativa sul “Golpe Borghese”: la magistratura potrà quindi vedere anche i numerosi atti censurati da Andreotti e Maletti, ma l’oblio della prescrizione impedisce ogni ulteriore procedimento penale.

L’ombra inquietante del grande Burattinaio
Il decimo paragrafo, Il ruolo centrale di Gelli nel “Golpe” è acclarato. Fu sempre lui a indurre Borghese al “contrordine”? O fu Andreotti, capo designato del governo golpista?, affronta quello che potremmo definire, come scriverebbe Jorge Luis Borges, «un enigma che racchiude un mistero in cui è nascosto un segreto». L’enigma è il seguente: Licio Gelli era oppure no l’eminenza grigia del “Golpe Borghese”, vale a dire l’artefice occulto della cospirazione? Un punto è certo: un commando golpista capitanato da Gelli stesso aveva fatto irruzione nel Quirinale per rapire il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Infine, il segreto: fu Gelli a emanare il “contrordine” che arrestò il meccanismo già avviato del “Golpe”, oppure fu Bernabei per conto di Andreotti? Ed ecco le tre ipotesi più attendibili. Primo, Gelli era effettivamente il numero uno del complotto, dato che godeva di libero accesso al Quirinale grazie a un lasciapassare fornitogli (sembra) da Miceli. Il che, al di là del fallimento o meno del “Golpe”, è già di per sé piuttosto allarmante. Secondo, il rapimento di Saragat fu mandato all’aria perché, all’ultimo momento, Gelli venne a sapere che l’Arma dei Carabinieri non avrebbe messo in atto il “Piano antinsurrezionale”, l’“Esigenza Triangolo”, in supporto al colpo di Stato. Terzo, diversi testimoni provenienti da ambienti neofascisti hanno concordemente affermato che fu una telefonata di Gelli a indurre Borghese a impartire il “contrordine” una volta appurato che l’amministrazione Nixon non avrebbe legittimato il “Golpe” (come invece accadde in Cile contro Allende tre anni dopo), e tantomeno avrebbe ordinato ai militari presenti nelle basi Nato in Italia di fornire sostegno logistico ai golpisti, principalmente sul versante delle telecomunicazioni. In sintesi, l’autore perviene a questa conclusione: dalla documentazione di matrice Usa emerge, riferendosi ad Andreotti, «un’ipotesi del leader democristiano quale elemento di contatto di vertice fra i golpisti e l’amministrazione Nixon. Un ruolo che collima con quello che emerge dal “Testamento politico” di Borghese. Una documentazione, quest’ultima, che va sempre presa con le pinze perché, come abbiamo accennato, la sua attendibilità è dubbia, ma non si può ignorare d’emblée. Ciò vale ancor di più perché ci restituisce una figura di Andreotti che risulta perfettamente compatibile con questa degli archivi federali statunitensi».

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVI, n. 178, novembre 2020)
 
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