Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
Questioni di editoria
L’editoria “No Eap”
esiste veramente?
Certamente ! Ma in giro ci sono
tanti furbastri falsamente free...
di Fulvio Mazza e Sabrina Spina
È meglio sposare un uomo ricco, bello, aitante oppure un vecchio, povero, brutto e malaticcio?
Coloro i quali ricordano Catalano, il fantastico personaggio di Renzo Arbore in Quelli della notte non hanno bisogno di particolari spiegazioni. A chi invece appartiene a una generazione più recente, consigliamo di farsi un giro su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=m2oth7RRuTk).
Adattando il discorso all’editoria potremmo così riflettere: è meglio una casa editrice con una buona distribuzione, con un buon prestigio, che non chiede alcun acquisto copie preventivo, né alcun contributo in denaro, oppure una casa editrice che per pubblicare e distribuire libri chiede una delle tante forme di contribuzione?
Anche senza scomodare nuovamente Catalano la risposta è ovvia.
Ma quanto nella realtà esistono veramente questi “cavalieri bianchi” disposti a investire tempi e denari per un nuovo libro?
Sì, ne esistono, e non sono pochi. Ciò avviene, però, quasi esclusivamente quando l’autore è una personalità ben conosciuta o quando si tratta di un testo di particolare alta qualità. Il che, come appare evidente, accade però poche volte.
E allora?
Prima di rispondere alla domanda dobbiamo evidenziare che, per un editore, pubblicare libri che hanno firme poco conosciute pone problemi economici che vanno ben valutati in quanto il “mercato”, purtroppo, è ben difficile che lo premi in vendite e in guadagni, a meno che non investa in pubblicità (che tuttavia aumenterebbe il rischio economico per l’editore o, per meglio dire, ne circoscriverebbe ulteriormente le possibilità). In altre parole: un medio editore lo potrà fare per uno, per due o per cinque libri all’anno, ma non potrà farlo troppo di frequente, pena il fallimento.
E allora?
E, ritornando al punto precedente, come si spiega la questione che, pur essendo numerosi gli editori che si fregiano del titolo di “No Eap” (dove la sigla sta per Editori non a pagamento), molti autori finiscano nelle grinfie degli editori a pagamento? Si spiega con il fatto che talvolta, troppo spesso in verità, ci si trova dinnanzi a editori che in teoria sono “No Eap”, ma che, in pratica, sono editori furbastri: editori evanescenti.
Sì: ci sono i “falsi editori free” che alimentano le speranze degli autori, ma che spesso creano un “effetto boomerang”. Se ci fossero davvero gli editori gratuiti seri e normalmente celeri, chi sarebbe quello sciocco che andrebbe da quelli a pagamento?
Risulta chiaro, quindi, che, nella realtà, i veri editori free sono pochi e quindi l’editoria a pagamento gode spedita un po’ perché riguarda quegli editori che pubblicano a occhi chiusi senza il minimo controllo sul prodotto, un po’ perché le case editrici davvero free non funzionano poi così bene.

I vizi occultati in modi sempre più originali dei falsi editori free
Diversi di questi editori presentano, peraltro, vizi occulti che qui cercheremo di svelare.
Ragioniamoci su prendendo a esempio sei tipologie di falsi editori free:
1) L’editore che dice di pubblicare gratuitamente, ma che rimanda sempre la pubblicazione alle “kalendae greche”, sfiancando l’autore e pubblicando, quando va bene, dopo anni e anni.
2) L’editore che non chiede contributi né preacquisti, ma che chiede “casualmente” all’autore quante copie vorrebbe “liberamente” acquistare e, se non risponde in modo congruo, mette il libro nel “dimenticatoio” di cui sopra.
3) L’editore che pubblica gratuitamente subito, ma che dà all’autore una sola copia omaggio e che, quando (liberamente) questi gli chiede qualche copia in acquisto, gli dice che le copie in magazzino sono terminate (magari ne aveva stampata solo una!) e che per averne altre ne deve comprare un minimo molto consistente altrimenti non lo manda in ristampa.
4) L’editore che risponde sempre di “no” e che risponde di “sì” solo quando l’autore, sua sponte, avendo capito l’antifona, decide di offrire all’editore “autonomamente” un preacquisto.

5) L’editore che pubblica il libro gratuitamente, ma che poi non muove un dito per promozionarlo, magari dopo aver buttato un bel po’ di fumo negli occhi dell’autore, dicendo che «il libro sarà distribuito in campo nazionale» (che è una bella frase, ma che non significa nulla) e che fa la promozione reale solo quando l’autore compra un numero consistente di copie di libri.
6) L’editore che sul sito web avvisa che non accetta testi in visione in quanto è pieno di dattiloscritti e quindi non può pubblicare altri testi per i prossimi anni, oppure (o anche) l’editore che, semplicemente, dice di pubblicare free ma che poi non risponde né alle e-mail né al telefono.
Ci spieghiamo meglio, evidenziando sin d’ora che le nostre spiegazioni sono a solo fine esemplificativo e che, spesso, le furberie del vari editori falsamente free si sovrappongono utilizzando più escamotage contemporaneamente.

1) Pubblicare gratis sì, ma con una uscita alle “kalendae greche”
Iniziamo con l’esempio dell’editore che dice di pubblicare gratuitamente, ma che rimanda sempre la pubblicazione alle “kalendae greche”, sfiancando l’autore e pubblicando, quando va bene, dopo anni e anni.
Si tratta di una tipologia di editore che, in effetti, non chiede alcun contributo, ma lascia il dattiloscritto in una lunghissima e vaga attesa.
La giustificazione a tale ritardo che fornisce all’autore risiede nella presenza di una lunga fila di altri testi da stampare; spiega che l’unica soluzione è quella di rimanere in coda e aspettare il proprio turno. Stiamo parlando di numerosi mesi, che possono diventare anni.
Cosa fa l’autore? Inizialmente si sente molto grato all’editore per essere stato coerente e non avergli chiesto alcun contributo, e attende con pazienza, fiducioso. Dopo due o tre mesi magari chiama l’editore per avere degli aggiornamenti, ma costui rinnova spesso il suo refrain, dicendo che è molto impegnato e rimanda ancora la tanto attesa uscita del libro. Si tratta di un comportamento molto comune, poiché l’editore “gratuito” tende ad assumere un atteggiamento padronale nei confronti del testo. Dopo qualche altro mese, però, piccoli segni di malessere e insoddisfazione nascono anche nel più pacifico e paziente autore! Passa un anno, magari un altro; a questo punto un pensiero inizia a farsi spazio nella mente dell’autore, come un piccolo tarlo: siamo sicuri che non si può proprio far nulla per velocizzare, oppure fare qualche sorpasso e guadagnare una o più posizioni nella lunghissima lista di attesa?
L’autore, a questo punto, pensa a una possibile soluzione: quella di acquistare una parte delle copie! È proprio questa la proposta che l’editore falsamente “No Eap” attendeva di ricevere. Un preacquisto (solitamente con un minimo di 100 copie), infatti, tende spesso a far salire il libro magicamente, dal basso della grande pila in cui era posizionato a prendere polvere, e a farlo avanzare verso “la luce”, anche molto velocemente. L’editore in questo caso, quindi, non chiede veramente contributi, ma accetta di buon grado la proposta di un autore ormai spazientito. La sua gratuità è salva, ma è una gratuità ipocrita.

2) L’editore falsamente free che se non gli rispondi adeguatamente...
Passiamo all’editore che non chiede contributi, ma che, in parallelo al contratto, chiede all’autore quante copie vorrebbe, eventualmente, “liberamente” acquistare e, se non risponde in modo congruo, mette il libro nel solito “dimenticatoio”.
Anche in questo caso, l’editore non richiede contributi e la regolare uscita del libro è da calcolare dopo anni e anni. Ma, rispetto all’esempio precedente, questo editore si dimostra un po’ più furbescamente intraprendente.
Dopo qualche mese di regolare inutile attesa, chiede all’autore, a titolo puramente informativo (pura curiosità, vorrebbe far intendere!), se per caso sarebbe interessato a comprare una parte delle copie. Ribadisce che non chiede nessun preacquisto, ma vuole semplicemente sapere se eventualmente l’autore potrebbe prendere in considerazione una simile prospettiva per iniziare a organizzarsi, e a stabilire insieme una possibile tiratura.
Se l’autore informa l’editore di voler comprare copie, allora il testo viene stampato in tempi brevissimi (con l’ordine d’acquisto non inserito nel contratto ma con corrispondenza privata a parte); in caso contrario, l’editore ringrazia lo stesso l’autore, ribadisce la promessa di una prossima uscita, ma continua, nei fatti, a rimandare la stampa.
In tale ultimo caso riparte quindi l’iter dilatorio del quale abbiamo poc’anzi accennato.

3) L’editore che pubblica davvero, ma se l’autore chiede qualche copia…
Eccoci giunti all’editore che pubblica gratuitamente subito, ma che dà all’autore una sola copia omaggio e che, quando (liberamente) questi gli chiede qualche copia in acquisto, gli dice che le copie in magazzino sono terminate (magari ne aveva stampata solo una!) e che per averne altre ne deve comprare un minimo consistente (spesso 100 copie come minimo) o non lo manda in ristampa.
Si tratta di un tipo di editore all’apparenza molto buono (all’apparenza, appunto!). Egli, infatti, pubblica il testo in tempi normali, spesso brevi, e poi dà all’autore la sua unica copia. Il fatto di dare all’autore un solo testo stampato non è un qualcosa da additare di per sé in modo negativo: in fondo l’editore non ha chiesto alcun contributo, è suo diritto, se così contrattualizzato, scegliere quante copie dare gratuitamente all’autore! Il problema nasce dalla conseguenza a questo meccanismo, e cioè dalla naturale probabilissima richiesta da parte dell’autore di altre copie per uso personale (magari una sola manciata di libri da regalare a parenti, ad amici, da mandare a concorsi letterari, ecc…). A tale domanda l’editore risponde che le copie in magazzino sono terminate e che non può avviare una ristampa solo per qualche testo! Propone, quindi, all’autore una stampa a blocco, le classiche 100 (ma molto spesso anche più) copie. Si tratta di un procedimento all’apparenza normale, ma, esaminandolo con attenzione, risulta essere molto furbo: è naturale che all’autore servano delle copie in più, solo con una non può farci nulla e così l’editore attende fiducioso la sua richiesta autonoma, che, com’è naturale che sia, non tarda mai ad arrivare. Ed è a quel punto che scatta il trappolone: o l’autore acquista un grosso quantitativo di testi o sarà costretto a... farsi le fotocopie! Un’altra breve riflessione è doveroso farla: siamo oramai nell’era della stampa digitale e stampare anche piccole quantità di testi non è più un problema. Tuttavia la casa editrice tende a non rivelare questo piccolo segreto e continua a nascondersi dietro al personale contratto con il tipografo, che non consente la stampa di una quantità di testi inferiore alla ormai famosa cifra di 100 esemplari minimi.

4) Quando dal secco “no” al potenziale “sì” la distanza è breve...
Ci troviamo ora davanti all’editore che risponde sempre di “no” e che risponde poi di “sì” quando l’autore, sua sponte, guarda caso, decide di offrire “autonomamente” un preacquisto.
Quest’altra categoria di editori applica una strategia rischiosa, ma sottile allo stesso tempo: dichiara apertamente di non richiedere contributi, e alla valanga di richieste che gli arrivano risponde sempre di “no”, continuamente di “no”. Anche l’autore più smaliziato però, dopo l’ennesimo rifiuto, capisce l’inghippo e lo risolve proponendo, sua sponte, un preacquisto! È proprio a seguito di tale offerta che la casa editrice decide finalmente non solo di rispondere di buon grado all’autore, ma di prendere in carico immediatamente il dattiloscritto e portarlo alle stampe in tempi spesso brevi. E questo preacquisto di quante copie è formato? Ormai sappiamo che si tratta delle classiche 100 copie minime.
Piccolo particolare aggiuntivo: talvolta, come accennavamo anche in precedenza, l’editore non inserisce nel contratto alcunché. Fa camminare due documenti in parallelo: nel contratto dice che non c’è nessun obbligo di copia, ma a fianco viaggia un’altra busta/lettera/documento in cui vengono ordinate le 100 o più copie. In questo modo sul contratto l’editore avrà specificato chiaramente la non richiesta di contributi (così da mantenere immutata la sua pubblicità di editore free) e, sul secondo documento – il più possibile lontano dal contratto – la richiesta dell’autore dell’acquisto di un dato numero di copie.
Nel contratto, quindi, non si è chiesto nulla, ma, nella concretezza, si scarica sull’autore la volontà di averne ordinate (come minimo) 100 copie.

5) L’editore immobile che attende fiducioso una amichevole “spinta”…
Ecco a voi l’editore che, in effetti, pubblica il libro gratuitamente, ma che poi non muove un dito per promozionarlo, magari limitandosi a buttare fumo negli occhi scrivendo, nel contratto, che «l’editore lo promuoverà su scala nazionale» (che è una bella frase, ma che non significa nulla) e che fa la promozione reale solo quando l’autore compra un bel po’ di copie di libri. Si tratta di un editore free, che stampa il testo e lo dà concretamente, e in tempi non troppo lunghi, nelle mani dell’autore. Ma il problema è proprio questo: dà il libro solo all’autore, dicendo che non può condurne la promozione.
Il dato positivo, che va sottolineato, è la velocità con cui il libro viene stampato senza alcun contributo iniziale. Ma a cosa serve tanta professionalità se poi i libri rimangono chiusi in magazzino a prender polvere? Che senso ha averlo stampato (sempre ammesso che sia stato stampato e che non si tratti solo di una stampa effettiva per poche copie e virtuale per molte copie)?
Quando l’autore si lamenta della mancata circolazione del testo, prontamente l’editore risponde sottolineando il fatto che egli non ha pagato nulla e che non può spendere in pubblicità e promozione poiché, secondo lui, sarebbero soldi difficilmente recuperabili.
L’autore, quindi, si sente obbligato a comprare egli stesso delle copie per poter far circolare il libro, per portarlo nel mercato e per dare il via al processo promozionale.
Non vi sembra sia un’altra tattica (ammettiamolo, ben camuffata) per portare il povero autore sempre verso la stessa meta?
Anche in questo caso il contratto è stato sicuramente poco chiaro. Una delle classiche frasi riportate sul documento è: «L’editore lo promuoverà su scala nazionale», frase che non vuol dire assolutamente nulla. Quando lo promuove? Dove? A quale fiera?
Sono tante le frasi altisonanti, grandi paroloni a effetto, ma che nel concreto non portano da nessuna parte.

6) L’editore che categoricamente specifica che non può editare…
Concludiamo questa nostra breve carrellata con l’editore che sul sito web avvisa che non accetta testi in visione in quanto è pieno di dattiloscritti e quindi non può pubblicare altri testi per i prossimi anni, oppure (o anche) l’editore che, semplicemente, non risponde né alle e-mail né al telefono.
Alcuni editori free, infatti, sul sito scrivono di non mandare testi perché sono pienissimi per altri numerosi anni! Ormai sappiamo benissimo cosa fare per farci pubblicare ugualmente (acquistare e acquistare!), ma tale tattica non è controproducente?
Lo stesso editore non crea una buona pubblicità di se stesso: rifiutare perché (falsamente) troppo impegnato vuol dire mandare via gli autori e scoraggiarli a rivolgersi a loro anche negli anni futuri.
In effetti può capitare a tutti di avere davvero un periodo molto pieno di lavoro. Ma stiamo attenti: questi periodi in genere terminano dopo alcuni mesi, di certo non è normale mantenere l’avviso per anni.
Un valido consiglio è quello di fare la “prova del nove”, e cioè di proporre all’editore un preacquisto. State pur certi che un onesto editore non accetterà la proposta. In caso contrario, purtroppo, vi trovate di fronte al furbetto descritto qui sopra.
Infine, non sappiamo come giustificare o comprendere l’editore perennemente irraggiungibile, sia telefonicamente sia per posta elettronica. Ci limitiamo solo a inserire tale tipologia in lista, sperando che non si tratti davvero di editori a un passo dalla chiusura. Pensiamo positivo e consideriamo questa situazione come risultante di una davvero pessima gestione dei contatti!

Due “cavalieri bianchi”: il Ciliegio e Tabula Fati
Ma qualche editore veramente free c’è per davvero, anche se è difficile individuarlo.
Notiamo in tal senso che, mentre esistono elenchi dei “cattivi”, non esistono invece elenchi dei “buoni”.
Ciò non significa che non esistano editori realmente free che pubblicano gratuitamente solo quando veramente convinti del testo da inserire nel proprio catalogo.
Per fornire un dato concreto, che nasce dalla nostra esperienza diretta, citiamo due “cavalieri bianchi”: le case editrici il Ciliegio e Tabula Fati, che, seppur con tempi piuttosto lunghi (il Ciliegio) e con tempi non sempre ben definiti (Tabula Fati) sono veramente editori free. Con pregi e difetti, come avviene per tutti; con alti e bassi, come per tutti, ma indubbiamente free. Il loro catalogo in continua implementazione ne è la migliore tangibile prova che si tratta di due, seppur assai diverse fra di loro, valide realtà.
Editori free più teorici che reali, dunque? Sì purtroppo, perché non abbiamo tanti altri nomi da aggiungere ai due “campioni” citati.
Il che ovviamente non significa che, il Ciliegio e Tabula Fati a parte, il resto dell’editoria italiana sia costituita da soli editori a pagamento: certamente no! La differenza è che i nostri due “cavalieri bianchi” – per chi vuole accettare di affrontare il loro iter di tempi lunghi o di tempi non definiti – non chiedono veramente contributi o preacquisti.
Gli altri invece (con le dovute eccezioni di ulteriori “cavalieri bianchi” che certamente ci saranno ma che, colpevolmente, non conosciamo noi) esaminano i vari testi che pervengono loro e poi rispondono se vogliono un preacquisto copie, un contributo o altro, o se offrono la pubblicazione a proprie spese. Si tratta di quella politica che in modo (forse troppo) dispregiativo viene definita del “doppio binario”.
E le grandi case editrici sono anche loro “doppiobinariste”? In un certo senso sì, perché, se è vero che raramentissimamente chiedono uno sfacciato contributo o un preacquisto copie, è anche vero che chiedono spesso se il libro è adottato all’Università, se è in programma una campagna di presentazioni, ecc…
Ma il difetto maggiore dei grandi editori non è tanto quello testé descritto, bensì quello di non rispondere affatto agli autori che inviano loro i testi per l’eventuale pubblicazione (ma a noi invece sì, eheheh!).

Parafrasando il nostro vecchio caro Vladimir Il’ic Ul’janov
«Che fare?», come diceva il nostro amico rivoluzionario Vladimir Il’ic Ul’janov? Certamente non è il caso di scadere nell’auto-pubblicazione né che siano da preferire gli editori che per principio (o quasi) pubblicano qualsiasi cosa pervenga loro, basta che si paghi. Sull’argomento ci siamo già espressi. Nell’articolo Il self-publishing: esperienza da evitare. I pro e i molti contro dell’onanismo editoriale di Costanza Carzo (www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=108) parliamo dell’autopubblicazione. L’attenzione viene focalizzata sul fatto che negli ultimi tempi si sta espandendo sempre più una nuova modalità di produzione editoriale: il self-publishing o auto-pubblicazione. Ma di cosa si tratta? È come andare alla copisteria sotto casa e stampare un certo numero di fotocopie. Senza dunque alcuno che lo abbia visto e approvato. Ciò significa un alto rischio dovuto, appunto, alla mancanza di un benché minimo controllo del dattiloscritto: errori di editing, discordanze sintattico-lessicali, svarioni grammaticali, pessima impaginazione. Insomma: mancanza generale di quel professionale occhio critico esterno che è sempre necessario, anche per il miglior letterato. È per tale ragione che un libro autoprodotto non ha lo stesso prestigio di un testo edito da una casa editrice reale, anche se il lavoro dovesse risultare eccellente al suo interno.
Nell’articolo Maremmi si difende. Ma non convince. Un libro molto interessante. Ma non certo condivisibile di Francesca Ielpo e Cecilia Rutigliano ( www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=102) abbiamo invece trattato dell’editoria a pagamento. L’articolo illustra come Maremmi, nel volume Stanno uccidendo il libro. Editoria a spese di alcuni amici (Atheneum, pp.160, €7,50), si districa nel complicato binomio editoria a pagamento/editoria gratuita giustificando largamente la prima categoria. Secondo Maremmi troppe volte ottimi progetti vengono messi da parte. Per contrastare questo rischio, consiglia una collaborazione economica tra autore ed editore nel caso in cui quest’ultimo si trovi davanti a un dattiloscritto di ottima qualità, ma con scarsissime prospettive di vendita. Una forma di editoria a pagamento circoscritta per precisi casi e con l'unico scopo di trovare un giusto compromesso tra naturali esigenze di guadagno e diffusione di buona cultura.
Ma lo stesso Maremmi afferma che esistono editori che si nascondono dietro a tali motivazioni esclusivamente per generarne profitto. Altro punto focale del testo è espresso nel sottotitolo: le case editrici, per eliminare lo spiacevole problema finora descritto, dovrebbero essere supportate dall'aiuto di “alcuni amici”. In sintesi: Maremmi giustifica un determinato tipo di editoria a pagamento. Ma, come egli stesso sottolinea, bisogna sempre prestarvi molta attenzione. Assolvibile o meno, noi continuiamo a mantenerci a debita distanza.
Di notevole interesse è anche il lavoro minuzioso svolto dalla giornalista Loredana Lipperini, che, sulla base della ricerca condotta dalla community di Writer's dream, ha stilato un elenco di editori a pagamento e uno di editori a doppio binario, visionabile al sito http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/liste-editori-a-pagamento-e-doppio-binario/.
Manca, lo si sarà già notato, un effettivo e vero elenco degli editori free. Il motivo potrebbe risiedere nel fatto che è senza dubbio più semplice identificare gli elementi negativi che quelli positivi.
Parafrasando: che una persona sia scorretta perché parcheggia in doppia fila è facile a dimostrarsi, basta scattare una foto con la sua infrazione. Che una persona sia corretta è ben più difficile: bisognerebbe seguirla costantemente. Con indubbio coraggio un elenco lo ha predisposto il sito Software Paradiso ( www.softwareparadiso.it/studio/letteratura/scrittori/case_editrici.html) che elenca centinaia di editori free. Una lista che è però vergata in continuazione da frasi che portano all’attenzione degli utenti i cambi di rotta delle case editrici (spostate quindi nella lista a pagamento) o avvisi di editori che non hanno il sito aggiornato, ecc…
Un’altra indicazione che, al di là delle intenzioni del sito, si rivela dunque utile solo in parte.
La difficoltà nella creazione di una lista di editori free è, inoltre, aggravata dal fatto che coloro che si professano tali, la maggior parte delle volte, come abbiamo visto, non lo sono effettivamente.
Quanto abbiamo accennato nei punti precedenti, d’altra parte, lo abbiamo verificato nella nostra attività di agenzia letteraria diverse volte.
E quindi è sempre vero che Internet docet? Sì, ma non troppo
Internet docet? Spesso sì, ma non sempre. Fidiamoci di Internet, ma prendiamolo con il beneficio del dubbio, in modo “sospettoso”, anzi. Non prendiamo per vera ogni informazione che leggiamo e troviamo, cerchiamo di valutare le informazioni che la rete ci propone.
A testimonianza di ciò, riportiamo un esempio significativo riguardante il citato editore Tabula Fati: ebbene, viene inserito nella lista a doppio binario, in un articolo intitolato Editoria a pagamento: la black list degli sfrutta esordienti, (consultabile al link http://www.ilgiornale.it/news/editoria-pagamento-black-list-degli-sfrutta-esordienti.html).
Che si sia trattato di un equivoco o altro, fatto sta che questo editore (ripetiamolo, free veramente!) si ritrova ad avere sulla rete delle informazioni che lo screditano. Noi, che collaboriamo con lui da parecchi anni, possiamo affermare senza remore che è un editore lontano dalla richiesta di contributi.
Siamo anche a conoscenza diretta di una vicenda che ci sembra opportuno riportare: un autore, rivoltosi a Tabula Fati, aveva autonomamente richiesto l’acquisto di 150 copie al fine di accelerare l’uscita del libro, ma l’editore in questione ha rifiutato tale richiesta per rimanere in linea con i propri principi e per rispettare gli altri autori che si trovavano in fila prima di lui. Ha rifiutato un contributo spontaneo e sicuro per rispetto degli altri suoi autori.
Alla luce di queste vicende, invitiamo a fruire con laicità delle informazioni presenti su Internet, evitando posizioni di arroccamento preventivo, con sana diffidenza, e ricordiamo che (purtroppo o per fortuna) chiunque può inserire dati, giusti o sbagliati.

Albatros e Maremmi, caput mundi (dell’editoria a pagamento)
Ci sono dei casi dove i dubbi sono praticamente pari a zero. Un esempio? Due!
Il primo è Albatros, riguardo al quale riportiamo l’illuminante disquisizione fatta da Giorgio Vasta nell’articolo Diventa anche tu un autore! Appunti su self-publishing e pseudoeditoria pubblicato sul blog di approfondimento culturale Minima&moralia ( http://www.minimaetmoralia.it/wp/diventa-anche-tu-un-autoreappunti-su-self-publishing-e-pseudoeditoria/ ).
In tale testo la casa editrice Albatros viene inserita nella categoria della “pseudoeditoria” e viene definita una “vanity press”, meccanismo nel quale viene richiesto all’autore il famoso contributo per la pubblicazione. Ma c’è dell’altro: oltre a essere a pagamento, Albatros, evidenzia Vasta, tende a non visionare adeguatamente i testi prima del passaggio allo step pre stampa. Abbiamo testimonianza di quanto affermiamo proprio a seguito di un evento clamoroso avvenuto durante il Salone del Libro di Torino del 2010. In tale circostanza, infatti, Linda Rando, curatrice di Writer’s dreams, insieme ad altri suoi collaboratori, ha dato vita a un esperimento proprio per testare questa negativa consuetudine della casa editrice in questione: ha presentato ad Albatros un libro paradossale, un’accozzaglia di pezzi senza alcun filo logico a legarli. La questione degna di nota è che la casa editrice ha accettato di buon grado il testo per la pubblicazione.
Anche se a malincuore, da questa vicenda ricaviamo la prova che il testo non era stato esaminato ed era passato senza nessuna difficoltà alla fase di produzione successiva, sulla base di una pubblicazione a pagamento. Giorgio Vasta si sofferma anche su questa esilarante vicenda e invita a prendere visione di un video pubblicato da Costantino Margiotta (rappresentante della casa editrice Zero91) su Youtube, nel quale compaiono Giorgia Grasso (direttore editoriale di Albatros, Il Filo), Linda Rando, Andrea Malabaila (rappresentante della casa editrice Las Vegas) e lo stesso Costantino Margiotta discutere proprio sulla imbarazzante avventura (www.youtube.com/watch?v=A2TXLPqg6M0).
Il secondo caso è Maremmi, relativamente al quale rimandiamo alla sua citata autodifesa effettuata nel libro riportato poc’anzi.
È dunque sempre bene non ragionare su elenchi, ma verificare laicamente. E laicamente ragionare, dunque.

Contributi e preacquisti sempre da condannare? Sì, ma talvolta…
Anche in tal senso ci poniamo la domanda se chiedere un contributo sia sempre e comunque un atto negativo; il che, a nostro avviso, non è costantemente vero. Non abbiamo alcuna simpatia verso l’editoria a pagamento, ma non possiamo far di tutta l’erba un fascio e così bollare d’infamia quegli editori che talvolta chiedono agli autori un contributo per realizzare un comune progetto di promozione editoriale.
Quando si tocca questo argomento durante tutte le edizioni della nostra “Scuola di Redattore di casa editrice”, come esempio riportiamo quello di una casa editrice di Torino (che non ci ha autorizzato a citarla) che, avendo concordato con la concessionaria Manzoni una campagna pubblicitaria su la Repubblica relativa alla pubblicazione di una serie di “quadrotti” (per chi non avesse dimestichezza della problematica: incroci su google i termini “Manzoni”, “Repubblica” e “quadrotti”) chiedeva all’autore di contribuire alla metà della spesa. Beh, in questo caso il chiedere all’autore di contribuire al progetto non ci sembra il solito “taglieggio” ai danni dell’autore stesso ma un vero e proprio contributo (ove il termine “contributo” assume il suo vero valore etimologico) dalla promozione del libro.
Ricordiamo anche il ragionamento che ci fece il direttore commerciale di una casa editrice medio-grande nazionale (che non ci ha autorizzato a citarla). In una nostra visita presso la sede della casa editrice ci fece visionare due testi e ci disse che uno, un saggio scientifico, era un ottimo libro, mentre l’altro era notevolmente inferiore: il solito romanzo d’amore. La domanda dei corsisti sorse all’unisono e spontanea: perché pubblicare un testo essendo coscienti della sua scarsa qualità?
La motivazione ci venne fornita dallo stesso direttore commerciale: il libro che la casa editrice riteneva ottimo era una ricerca specialistica che avrebbe interessato un pubblico massimo di una ventina di persone sì e no. Il libro che invece l’editore riteneva di qualità appena sufficiente godeva, però, della sponsorizzazione di un’azienda locale. Anche qui: Che fare? Il direttore ci spiegò l’operazione compiuta: con la sponsorizzazione del testo di qualità inferiore riuscì a coprire le spese per la pubblicazione del testo ottimo (anche se il testo mediocre – giusta furbata imprenditoriale – venne pubblicato con un sottomarchio editoriale che la casa editrice utilizza per i libri minori).

Cui prodest? A chi giova tutta questa disquisizione?
I lettori più addentro alla problematica si staranno domandando, sin da quando hanno iniziato a leggere in titolo del presente scritto: dove vogliono “andare a parare” i due articolisti e l’agenzia letteraria Bottega editoriale che funge da editore di tale articolo? O, detto più intellettualisticamente: Cui prodest?
Certamente non agli editori a pagamento che, invece di valutare la qualità del testo, guardano solo alla corposità dello stesso.
Quello che, in estrema sintesi, vogliamo dire è che non bisogna calcolare né con la pancia né con i paraocchi. Bisogna ragionare laicamente soppesando i vari pro e i vari contro, valutando anche che, talvolta, un sano editore che chiede un contributo finalizzato potrebbe talvolta essere meglio di un editore che si fregia del marchio “No Eap”, ma poi il libro non lo pubblica o gioca agli autori quegli assai brutti scherzi dei quali accennavamo all’inizio.
Nel soppesare i citati vari fattori, gli autori, soprattutto quelli alle prime armi, devono anche stare molto attenti e oculati nel mare di informazioni che circolano su Internet, e chiedere consiglio a professionisti del settore.
Magari (e qui evidenziamo il nostro conflitto d’interesse) facendosi assistere da un’agenzia letteraria che li aiuti a scansare trappole e a fissare ben bene i vari loro diritti.

Fulvio Mazza e Sabrina Spina

(direfarescrivere, anno XIII, n. 140, settembre 2017)
 
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