Anno XX, n. 219
aprile 2024
 
In primo piano
“Golpe Borghese”: acclarate
le responsabilità di Andreotti
Nella seconda edizione emerge anche che il Pci
sapeva tutto sin dall’inizio delle operazioni
di Fulvio Mazza
Dopo aver pubblicato in anteprima la parte introduttiva del saggio di Fulvio Mazza, Il Golpe Borghese. Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il “golpista” Andreotti, i depistaggi della “Dottrina Maletti” proponiamo l’Introduzione che ha aperto la seconda edizione del medesimo saggio. Qui si fornisce non solo un’anticipazione agli argomenti trattati ma anche una fondamentale dichiarazione di intenti sul perché sia stato assolutamente necessario fornire al pubblico un’edizione più aggiornata, alla luce di dichiarazioni avvenute nel periodo del cruciale anniversario: la Storia è in continua evoluzione e tutti dobbiamo essere pronti a esserlo con lei.

Il libro che il lettore ha tra le mani non è solo un saggio sul “Golpe Borghese” (7-8 dicembre 1970) in senso stretto ma è anche un testo sull’iter delle indagini e sui depistaggi delle stesse, con il conseguente flop processuale.
Non mancherà una cronistoria del “Golpe”, che verrà offerta al lettore soprattutto tramite l’apposita Cronologia annotata. Dalla lettura del libro emergeranno diversi dati di novità e il permanere di alcuni misteri. Ci saranno ovviamente anche numerose conferme che verranno spesso opportunamente integrate con dati ulteriori. In alcuni casi, relativamente al ruolo di Giulio Andreotti e di Michele Sindona, per esempio, tali dati integrativi non sono esaustivi.
Verrà fatta luce, tra l’altro, su come il generale Gian Adelio Maletti e il ministro Giulio Andreotti censurarono importanti parti del “Malloppo originario”, frutto dell’inchiesta portata avanti essenzialmente dal capitano Antonio Labruna. In particolare si delineerà la “Dottrina Maletti”, ovvero la chiave interpretativa sul “Golpe” e sulle altre deviazioni elaborata dal presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, e avallata, seppur a denti stretti, dallo stesso Maletti. Emergeranno così le motivazioni di base e le modalità operative che adottarono i vertici istituzionali per salvare molti golpisti.
Risulterà altresì evidente come il “Golpe” stesso si inserì nella “Strategia della tensione” che – a incominciare dalla strage di piazza Fontana – prevedeva una prima fase terroristica da attribuire alle sinistre e una seconda di repressione, quella del “Golpe”, con la scusa del ripristino dell’ordine costituito.
Emergerà anche il ruolo centrale di Licio Gelli, di cui è certa la primaria importanza. Ciò non solo perché ebbe il più importante ruolo operativo: quello di guidare il commando che avrebbe dovuto rapire il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Ma pure perché ne ebbe, secondo fonti attendibili, anche un altro di ancor maggiore importanza: quello di telefonare a Borghese inducendolo a diramare il “contrordine”.
Al contrario del punto sul rapimento di Saragat, usiamo, su questo secondo aspetto, una certa cautela perché ha ricevuto meno riscontri probanti. Il lettore avrà comunque modo di costruirsi un’opinione propria.
Emergeranno ugualmente diversi punti ancora oscuri: primo fra tutti il mistero sul falso giudiziario relativo a uno dei “Malloppini” consegnati alla magistratura.
La Repubblica italiana corse un grave rischio che però la magistratura non colse. Questo fallimento giudiziario avvenne sostanzialmente per due ragioni: innanzitutto perché il pubblico ministero Claudio Vitalone si mosse in linea con la strategia minimizzatrice di Andreotti; ma prima ancora perché le citate censure fecero sì che nei tre “Malloppini” consegnati alla magistratura venissero omessi i riferimenti a diversi personaggi, situazioni e organizzazioni.
A mo’ di esempio sottolineiamo, fra i singoli, le deviazioni che salvarono lo stesso Licio Gelli e il futuro capo di Stato maggiore della Marina (e poi della Difesa) Giovanni Torrisi; fra le organizzazioni citiamo gli analoghi depistaggi che nascosero il contributo essenziale che fu dato al “Golpe” da Avanguardia nazionale e dalle mafie.
Quanto sinora detto vale fino a un certo punto: e tale punto si chiama – tanto per cambiare – Giulio Andreotti.
Come si avrà modo di leggere, alcune fonti, sinora non sufficientemente verificate (o, per meglio dire, che è probabilmente impossibile controllare appieno), disegnano un Andreotti golpista ma (così ha sostenuto) a sua insaputa. Tali fonti riferiscono difatti che i golpisti, all’inizio del 1970, chiesero l’appoggio degli Usa al loro progetto e che il “Grande Fratello” americano lo promise, seppur recalcitrante. Pose però alcune condizioni fra cui quella che il nuovo governo golpista fosse presieduto, appunto, da Andreotti.
Ove ciò fosse vero – anche solo limitatamente alla conoscenza che il “Divo Belzebù” abbia avuto di questa “designazione” – la sua politica minimizzatrice e di censura andrebbe interpretata non più come difesa dell’ordine costituito contro l’arrembaggio di magistrati troppo curiosi ma risponderebbe, a questo punto, al preciso scopo di annebbiare e affossare quanto più possibile le indagini per non far emergere il suo coinvolgimento diretto.
Verrà anche evidenziato che tale documentazione di provenienza Usa, certamente attendibile, trova una sponda e una sorta di estensione in un’altra fonte che, seppur dalla dubbia attendibilità, non può essere però ignorata. Ci riferiamo al (controverso) “Testamento politico”[1] di Borghese sul quale ci soffermeremo opportunamente.
Il “Rebus Andreotti” rimarrà dunque aperto, anche se la tesi che lo identifica come consapevole protagonista della vicenda golpista emerge fortemente con sempre maggior peso.
In ogni caso, l’interpretazione dei fatti (l’organizzazione del “Golpe”, il “contrordine”, i depistaggi delle indagini e tutto il resto) non cambierebbe granché, muterebbe solo la ratio insita nelle sue azioni.
Dalla lettura del testo si noterà altresì che il ruolo del leader democristiano – sia nella figura di “Andreotti consapevole” che in quella di “Andreotti ignaro” – fu sostanzialmente passivo in quanto non voleva comparire e preferiva stare “alla finestra”. Con una significativa eccezione: quella del “contrordine” che, secondo fonti accreditate, diede tramite un suo delegato, Gilberto Bernabei.
Che Borghese emise il “contrordine” dopo aver ricevuto una perentoria telefonata da Gelli (come, lo abbiamo già accennato, riportano alcune fonti accreditate) o da Andreotti (cosa che abbiamo visto adesso) non cambia però – nella sostanza – più di tanto. Entrambi, difatti, erano portatori di una linea politica reazionaria negli obiettivi e collusa con settori delinquenziali nella prassi. Non è per nulla da escludere, peraltro, un coordinamento fra i due protagonisti. È, anzi, ben probabile che – al di là di chi dei due soggetti (Bernabei nel caso di Andreotti) fece materialmente la telefonata al Comandante – la ratio fosse uguale: gli Usa e i Carabinieri si erano ritirati, dalle Forze armate giungevano messaggi incerti, ambigui e contraddittori, bisognava lasciar stare per non mettere a rischio i golpisti e, più in generale, gli equilibri politici conservatori.
Come si sarà notato, la quantità di argomenti – che abbiamo suddiviso in ventiquattro punti – è ingente. In tal senso tutto verrà toccato solo tramite rapidi, ma sufficientemente completi, riferimenti.
Per gli adeguati approfondimenti andrebbero redatti ventiquattro specifici saggi: il che, in questa fase, non è stato ovviamente possibile. In ogni caso, per sei argomenti: l’assassinio di Borghese, l’iter delle indagini e quello processuale, il ruolo di Andreotti e quello di Gelli, la reazione del Pci, il “Piano antinsurrezionale” e il “contrordine” che bloccò il “Golpe”, effettueremo dei, benché sempre rapidi, approfondimenti.
La trattazione ha portato comunque alla realizzazione di un quadro nel complesso esaustivo, che nasce e si verifica anche e soprattutto tramite la documentazione, spesso inedita, proveniente da varie fonti: innanzitutto il Sid, la Commissione parlamentare P2 e la Commissione parlamentare stragi. Questa seconda edizione, che esce in concomitanza con il 50° anniversario dello scoop di «Paese Sera» (17 marzo 1971) che denunciò all’Italia l’avvenuto “Golpe” mancato, si differenzia dalla prima essenzialmente per cinque principali novità.
La prima è un piccolo/grande particolare: sono state eliminate, nel sottotitolo, le virgolette dal termine «golpista» che precedeva il nome di Andreotti. Ora sono state tolte a significazione che il ruolo di appoggio del “Divo Belzebù” è stato sufficientemente acclarato. Ciò è avvenuto anche perché, in occasione del 50° anniversario che cadeva lo scorso 7 dicembre, sono emerse nuove testimonianze e nuove interpretazioni.
La seconda novità rispetto alla precedente edizione riguarda il tentato depistaggio portato avanti da un personaggio, Adriano Monti, alle cui parole si è data spesso un’eccessiva importanza: è vero che si tratta di uno dei pochi cospiratori viventi di un certo peso e con la voglia di parlare ma è anche vero che quanto dice va sempre preso con le pinze e non va considerato come il responso dell’Oracolo!
Ma per parlare di lui bisogna prima superare quel forte disagio che sorge spontaneo per quello che rappresenta, quando si fa riferimento a un personaggio che è entrato volontario a quindici anni nelle Ss e che, nelle mille interviste che abbiamo visto in questi anni, non ha mai espresso parole di vergogna per essere stato assieme a chi operava ad Auschwitz o negli altri campi di sterminio. Superato il disagio, dunque, va notato il tentativo da lui messo in atto per allontanare dal “Golpe” le ombre di Giulio Andreotti e di Licio Gelli sostituendole, d’emblée con quelle – evidentemente per lui più presentabili – di Gino Birindelli e di Vito Miceli. Questo avviene quando Monti afferma che a indurre Borghese a emanare il “contrordine” non fu dunque (disgiuntamente o comunemente, in ogni caso concordemente) la prima coppia bensì la seconda.
La terza novità rispetto alla prima edizione riguarda invece il raggiungimento della convinzione che il Pci fosse riuscito a sapere del “Golpe” sin dall’inizio. Una conoscenza certamente non particolareggiata ma altrettanto certamente concreta.
La quarta principale novità afferisce infine a un importante elemento del Paratesto editoriale: l’Indice analitico che abbiamo inserito in questa seconda. Esso fornisce al lettore, e particolarmente allo studioso, la possibilità di identificare con facilità e immediatezza le varie tematiche oggetto della trattazione del libro.
Last but not least, è emerso chiaramente che Borghese fu assassinato per evitare che potesse raccontare chi lo indusse al “contrordine” una volta tornato in Italia.
Come si potrà riscontrare, dal combinato disposto di tali fattori si conferma la tragica erroneità della “verità giudiziaria” che sentenziò che il “Golpe” non ci fu. Di contro, emerge una “verità storica” ben diversa: ed è quella che andremo a dimostrare con questo nostro provocatorio “Quarto grado di giudizio”.

[1] 1 Il “Testamento politico” è un incartamento rinvenuto casualmente da un dirigente dell’Istituto di studi “Pollio”, Enrico Debocar. Una documentazione la cui attribuzione al Comandante non è del tutto acclarata. Sull’argomento, cfr. Solange Manfredi, Il golpe Borghese. In una lettera-testamento a firma Junio Valerio Borghese. La “verità” sul golpe, autopubblicazione, 2014. Fulvio Mazza

Per approfondimenti, cfr.: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=257 (direfarescrivere, anno XVIII, n. 193, febbraio 2022)
 
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