Anno XVI, n. 171
aprile 2020
 
In primo piano
L’estrema forza di un amore eterno,
epico e, molto più importante, vero
Da un progetto di Bottega editoriale il romanzo di Francesca Lami
corredato da una bella e interessante Prefazione di Marco Gatto
di Marco Gatto
Una storia che supera i confini del tempo e dello spazio, ricollegando un amore epico alla quotidianità del lavoro e della scoperta: da questo parte lo sviluppo di @tristran @yseut. Una storia nata dai frammenti del poema di Béroul (Bottega editoriale, pp. 112, € 10,00) su cui qualche mese fa ci siamo soffermati in maniera approfondita grazie alla recensione di Adriana Colagiacomo ( www.bottegaeditoriale.it/larecensione.asp?id=182). L’opera di Francesca Lami, facente parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, è impreziosita da una Prefazione a cura di Marco Gatto, docente universitario di Teoria della Letteratura, che vi proponiamo in versione integrale di seguito. Buona lettura!

Ci sono luoghi letterari che penetrano costantemente nell’immaginario. Travalicano epoche e si rivitalizzano. Rappresentano riferimenti imprescindibili. Tristano e Isotta è senza dubbio uno di questi. Tanto più perché la tradizione testuale di questa leggenda molto probabilmente celtica, al pari di altri luoghi immaginari (si pensi al Don Giovanni), descrive un frastagliato percorso ermeneutico, fatto di riscritture, riletture, e soprattutto ricostruzioni: dal “mitico” testo perduto fino ai frammenti poetici che ne hanno riportato il contenuto e il senso, per giungere alle grandi rese moderne, che culminano, a mio avviso senza dubbio, in quel capolavoro assoluto che è il Tristan und Isolde di Wagner. Non finiremmo di elencarne i precedenti nella tradizione italiana, francese e inglese, come accade per qualsivoglia topos letterario. La domanda è ovviamente scontata: perché questa storia sollecita ancora la nostra attenzione? In quale misura i personaggi, nella loro complessità poetica e letteraria, richiamano in modo permanente certe tensioni universali dell’umano?
Questa cornice anzitutto testuale appare come centrale nel testo di Francesca Lami che avete fra le mani. Le vicende di Tristano e Isotta sono una sorta di palinsesto su cui si gioca un doppio registro: quello più specificamente meta-letterario, che parte, secondo una strategia ben codificata, dalla scoperta del poema in francese antico attribuito a Béroul, e quello più intimamente legato all’intreccio, su cui si innesta una storia ambientata al giorno d’oggi. I due piani sono intrecciati: il lettore seguirà un racconto che si presenta quasi esclusivamente in forma epistolare e nel corso del quale potrà ottenere informazioni su una traduzione italiana del famoso poema. È Caterina, con le sue velleità di scrittrice, a voler difatti rendere nella nostra lingua il testo di Béroul e a desiderarne una pubblicazione presso la casa editrice gestita da suo fratello. Nel proporla, si avvarrà del figlio, che lavora per conto dello zio Marco (nome non certo casuale). E tuttavia da questa richiesta andrà sviluppandosi una serie di vicende assai problematiche sul piano sentimentale, la cui complessità potrebbe richiamare il contenuto stesso del luogo mitico-letterario da cui si è partiti. Starà al lettore giudicare in che misura.
Il testo apre pertanto a una dimensione dialogica. In superficie, il carteggio costante fra i personaggi lo incasella in una cornice appunto epistolare; in profondità, si ricerca una comunicazione intertestuale fra il presente e il passato, quest’ultimo colto nel riferirsi al testo di Béroul e alla traduzione che Caterina cerca di offrirne. Tommaso, suo figlio, rappresenta il profilo più completo: una sorta di Tristano dei nostri tempi che si innamora della donna sbagliata, non a caso una scrittrice, e pertanto un’allegoria stessa della letteratura e del suo retaggio mitico. Un amore in un certo senso proibito, eppure vissuto; costretto fra le maglie delle convenzioni familiari, eppure sperimentato fino in fondo (anche se il finale risulta aperto, privo di certezze). Qui verrebbe pertanto voglia di andarsi a rileggere, anche se appare tra le righe che la scrittrice abbia preferito non cimentarsi con tale arduo termine di paragone, la straordinaria resa che Wagner fa, nell’atto terzo del suo dramma universale, dell’approssimarsi di Isolda alla morte (o, forse, all’attesa: nel testo che leggerete, Mary Ellen aspetta un ritorno di Tommaso in Irlanda): «Ha! Ich bin’s, ich bin’s, / süssester Freund! / Auf, noch einmal / hör’ meinen Ruf! / Isolde ruft: / Isolde kam, / mit Tristan treu zu sterben!» («Ah! sono io, sono io, / dolcissimo amico! / Su, ancora una volta / odi il mio grido! / Isolda chiama: / Isolda è venuta / a morire fedelmente con Tristano!», nella traduzione, per certi aspetti insuperata, di Guido Manacorda).
È forse in ragione di questi richiami e in virtù di questo estendersi del testo oltre se stesso, verso il suo modello, che ogni riscrittura, anche schiettamente contemporanea come quella di Lami, vivifica una tradizione. Certo, dal carteggio telematico qui inscenato non può forse emergere quell’urlo disperato che Isotta amplifica con il suo canto disperato; ma i tempi sono mutati, ed è bene che le storie registrino questi mutamenti. Eppure, la presenza della traduzione da Béroul contribuisce a enfatizzare maggiormente questo dialogo sotterraneo: quasi il testo volesse suggerire al lettore gli accostamenti necessari, in un gioco di rimandi (anche figurativi, si vedrà) che potrebbe essere definito didascalicamente come postmoderno, pur con l’avvertenza – non a caso esplicitata da Caterina – di essere cauti nell’attualizzare: la passione che emerge dal mito letterario e, tanto più, dai versi di Béroul, potrebbe oggi risultare anacronistica o lontana dalla sensibilità contemporanea. Ma, in fondo, è proprio questo l’obiettivo: simulare una presenza del non-contemporaneo, produrre lo scarto, porre in dialogo mondi lontani per produrre il piacere del nuovo.

Marco Gatto

(direfarescrivere, anno XVI, n. 169, febbraio 2020)
 
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