Anno XV, n. 165
ottobre 2019
 
La cultura, probabilmente
Un ragazzo alle prese con la maturità,
scolastica e interiore, e i suoi dubbi:
quanto è difficile non avere un sogno?
Un romanzo formativo di Fabio Bacile di Castiglione, edito
Emersioni, arricchito dalla Prefazione di Renato Minore
di Maria Chiara Paone
Molti scrittori nelle loro opere si trovano a descrivere e a riportare sulla carta – o, ormai, sullo schermo di un computer – problematiche che condizionano il loro tempo; il loro obiettivo non è solo portare alla luce tematiche “scomode” e infarcirle di giudizi ma tentare di far riflettere i propri lettori, mediante un approfondimento particolare e personale che può trovare più o meno consensi.
È il caso di Fabio Bacile di Castiglione e del suo romanzo, appartenente alla “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale: Io non ho un sogno (pp.144, € 12,90) pubblicato originariamente da il Seme Bianco e adesso da Emersioni (entrambi marchi del Gruppo editoriale Lit-Castelvecchi) con il titolo Non ho un sogno: Racconto per liceali al prezzo di € 15,50.

La storia di un ragazzo “comune”
Infatti l’autore, come nel caso del suo precedente libro, 7 pagine bianche – di cui abbiamo parlato in precedenza (www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=215) – decide di ispirarsi alla vita reale. Come scrive lo stesso Bacile nella sua Nota dell’Autore «la buona letteratura […] deve suggerire ambienti, sensazioni, pensieri […]. Le storie sono solo una scusa metaforica, un orpello».
Stavolta non è una notizia particolare a ispirarlo, ma un problema più generale, in cui potrebbero rivedersi in molti: l’incertezza e la demotivazione delle nuove generazioni.
Protagonista della storia è Diego, un ragazzo che potremmo definire come tanti altri; ottimo studente, con una famiglia alle spalle e degli amici, senza nessun problema manifesto. Punto di rottura sarà la fine della scuola; dopo aver superato la maturità con ottimi voti, Diego si ritrova a chiedersi cosa vuole fare della sua vita, del suo futuro, rendendosi conto di non avere un sogno o un’ambizione particolare a perseguire; il suo sogno quindi diventerà proprio quello di trovarne uno.
Comincia così un viaggio dapprima solo mentale, che si concretizzerà diventando infine spirituale, sulle spiagge del Salento.
Ci saranno ovviamente degli ostacoli a questo progetto, primo tra tutti il tentativo di omologazione, tramite droghe, alcool e serate in discoteca, per cercare di sentirsi parte «di un mondo leggero», anche se la realtà è tutt’altro che semplice. Infatti, per usare le parole scritte dallo stesso autore «tutti hanno una loro storia e molte di quelle storie sono anche dolorose».
Da sottolineare anche la presenza della Prefazione redatta da Renato Minore, famoso giornalista e critico letterario e che arricchisce ulteriormente il testo, fornendo molteplici spunti narrativi, come quello di seguito: «Il tema del “destino” (la ricerca di un ubi consistam, di qualcosa che dia senso direzione profondità “verità” alla sua vicenda esistenziale, altrimenti confusa come una bussola impazzita) preoccupa e “occupa” la mente di Diego. Ed è come un’idea fissa e quasi ossessiva che lo insegue sempre, lo accompagna come un’ombra in tutta la sua parabola […] O se volete un inatteso tapis roulant che, deviando, imprime alla marcia un ritmo diverso da cui l’intero percorso risulta alla fine irriconoscibile. […] affiora tra le maglie del racconto per imporsi con bella evidenza come scolpito nelle ultime parole (una pagina di diario? Un soliloquio trascritto? Una confessione ad altri?) con cui Diego fotografa il suo sentimento, mette a fuoco la sua emozione, centra il suo sempre mobile pensiero».

La delusione nel diventare adulti
In questa ricerca il protagonista si scontra a muso duro con il mondo degli adulti, scoprendo a malincuore le sue incoerenze e sfumature; dalle semplici perplessità della madre sul presunto orientamento sessuale “diverso” del figlio (senza però minare l’immagine di sé che si mostra con gli altri) alla più importante caduta del mito paterno, diviso tra etica lavorativa e benessere familiare, provocando nel ragazzo un netto rifiuto: «No, non voglio ascoltare… Se sto capendo giusto, per me è davvero la fine. Tutto crollerà. Anche quelle mie piccole certezze. Non ho più niente, niente. È un incubo».
Ma non tutte le persone adulte sono viste in modo negativo, anzi alcune di esse diventano le lenti con cui Diego potrà osservare e soprattutto superare i suoi limiti derivati dalla gioventù, accettando la presenza di un lato diverso della medaglia. Esemplare l’anziano testimone di nozze, incontrato per caso ad un matrimonio, reduce della Seconda guerra mondiale: «avevo diciannove anni, più o meno la tua età, cosa vuoi che ne sapessi di fascismo e politica, noi credevamo nella patria e nell’onore. Avevo il fuoco addosso e non sapevo nemmeno cosa stessi facendo. Non c’era mica la televisione, sai? Non sapevamo mica niente di cosa succedeva davvero, lo abbiamo appreso molto tempo dopo e con gran dolore».

Il tempo delle mele
Uno spazio rilevante viene riservato all’amore e alle donne, viste dal protagonista prima come puri oggetti di desiderio, utili, secondo lui, solo alla soddisfazione sessuale, mediante il quale si dovrebbe portare a termine il rito di passaggio da ragazzo a uomo. Nonostante esprimano le loro opinioni le donne sono rappresentate quasi come meteore, incontrate per puro caso e incapaci a volte di provare empatia per il ragazzo e i suoi malesseri, trasformandosi così in altre figure genitoriali, pronte a fargli “la paternale”.
Solo la figura di Francesca riuscirà a combinare sessualità e intimità, portando quindi a una prima maturità del ragazzo: «Sì, perché lei mi parla. Mi parla e mi ha anche osservato, si è resa subito conto che avevo qualcosa che non va».

L’importanza di una morale(?)
Lo stile di scrittura è molto particolare e pone il libro su un gradino più in alto rispetto a un classico romanzo di formazione: si intervallano riflessioni del protagonista a descrizioni narrative e molti dialoghi serrati, in un linguaggio estremamente contemporaneo, rendendo il romanzo un testo a metà tra un diario e un copione teatrale.
Ovviamente l’autore esprime la sua opinione e i suoi ragionamenti al positivo potrebbero essere rappresentati da padre Cristoforo Ziza, quello che sarà a tutti gli effetti il padre spirituale di Diego, colui che lo aiuterà a rialzarsi letteralmente dal fondo.
Nonostante la sua autorità padre Cristoforo non intende “punire” Diego per aver sbagliato costringendolo poi a prendere una decisione; anzi, lo spinge verso l’incertezza e il dubbio, utili al cambiamento dell’uomo dato che, a volte, «avere una vocazione è una cosa bellissima e tremenda: sapere che il proprio destino è già scritto spaventa».
Se Diego riuscirà a capire chi vuole essere e perché, tramite il contatto con queste vite ed esperienze, spetterà a voi scoprirlo, attraverso la lettura!

Maria Chiara Paone

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 139, aprile 2019)
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