Anno XXII, n. 239
febbraio 2026
 
Un editore al mese
Porthos edizioni: l’editoria del gusto
come pratica culturale e critica
La narrazione del vino e del cibo tra lentezza
autonomia e comunità interpretativa
di Ivana Ferraro  
Il presente contributo analizza l’esperienza di Porthos Edizioni come caso rappresentativo di editoria enologica, gastronomica e critica nel panorama culturale italiano contemporaneo. Attraverso l’esame della linea editoriale, delle pratiche di produzione testuale e delle scelte etiche che caratterizzano il progetto fondato e diretto da Sandro Sangiorgi, l’articolo mette in luce come Porthos abbia progressivamente costruito un modello alternativo rispetto alla divulgazione del settore agroalimentare dominante.
La ricerca evidenzia il ruolo centrale attribuito alla lentezza editoriale, alla pluralità delle voci e all’autonomia economica. In questa prospettiva, la rivista e la produzione libraria di Porthos si configurano come spazi di elaborazione teorica in cui il gusto diventa strumento di conoscenza storica, antropologica e sociale.

Origini e sviluppo di Porthos: una storia editoriale controcorrente
Porthos nasce nella seconda metà degli anni Novanta come rivista indipendente dedicata al vino, in un contesto culturale in cui la comunicazione enologica italiana era prevalentemente orientata alla valutazione tecnica, alla classificazione gerarchica e alla promozione commerciale. Fin dalle prime uscite, la rivista si distingue per un’impostazione radicalmente diversa: il vino non è trattato come prodotto da recensire, ma come fenomeno culturale complesso, intrecciato a pratiche agricole, relazioni sociali, paesaggi e memorie collettive.
Sotto la direzione di Sandro Sangiorgi, Porthos assume progressivamente una fisionomia riconoscibile, fondata su alcuni principi cardine: il rifiuto della pubblicità, l’assenza di punteggi e classifiche, la centralità del racconto e dell’ascolto delle voci dei vignaioli. La rivista diventa così uno spazio di riflessione critica sul lavoro contadino, sulla trasformazione dei territori e sul significato stesso della qualità, anticipando temi che diventeranno centrali nel dibattito sul vino artigianale e naturale.
Nel corso degli anni Duemila, accanto alla rivista, prende forma Porthos edizioni, che amplia il progetto originario attraverso una produzione libraria coerente con la medesima visione culturale. I libri pubblicati non rispondono a mode o tendenze contingenti, ma si configurano come strumenti di approfondimento, capaci di restituire complessità a storie individuali e collettive, spesso marginalizzate dalla narrazione dominante.
Le uscite editoriali si diradano nel tempo, fino a diventare episodiche: una scelta che non segnala un arretramento, ma una radicalizzazione del metodo. L’ultimo numero della rivista, dedicato al tema della naturalità, rappresenta il punto di arrivo di questo percorso: un’opera corale, frutto di anni di riflessione, che sintetizza l’approccio critico di Porthos e ne rilancia l’attualità in un contesto profondamente mutato, segnato dall’accelerazione digitale e dalla sovrapproduzione discorsiva.
In questo arco temporale, Porthos ha mantenuto una coerenza rara nel panorama editoriale italiano, consolidando un’identità riconosciuta non solo dagli addetti ai lavori, ma anche da una comunità di lettori e studiosi che ne riconoscono il valore culturale e la funzione critica.

Il tempo dell’editoria: lentezza come metodo e come valore
Uno dei tratti distintivi del progetto Porthos è la riflessione sul tempo editoriale, inteso non come variabile tecnica o commerciale, ma come categoria epistemologica. Sangiorgi ha più volte sottolineato come la produzione di contenuti significativi non possa essere subordinata alla logica della periodicità obbligata o dell’aggiornamento continuo imposto dalle dinamiche digitali.
La scelta di una editoria lenta non è, in questo senso, una rinuncia, ma una presa di posizione teorica: la scrittura sul vino e sul cibo richiede sedimentazione, ascolto, confronto, e soprattutto la possibilità di sottrarsi alla pressione dell’attualità. Le lunghe pause tra un numero e l’altro della rivista, così come i tempi distesi della produzione libraria, rispondono a un’idea di conoscenza che privilegia la profondità alla tempestività.
I libri pubblicati da Porthos Edizioni si presentano così come opere a lunga durata, pensate non per esaurire rapidamente il loro compito informativo, ma per accompagnare nel tempo il dibattito critico, mantenendo intatta la loro rilevanza anche a distanza di anni. In questo senso, la loro attività editoriale si oppone alla logica dell’obsolescenza programmata dei contenuti.

“Dare voce”: pluralità dei punti di vista e rigore redazionale
Un’espressione ricorrente nel lessico di Sangiorgi è “dare voce”. Si tratta di una formula che sintetizza efficacemente l’approccio redazionale di Porthos, ma che va intesa in un’accezione tutt’altro che generica. “Dare voce”, in questo contesto, non significa accumulare testimonianze o moltiplicare le opinioni, bensì costruire le condizioni affinché un pensiero possa esprimersi nella sua complessità, senza essere semplificato o piegato a esigenze narrative preconfezionate.
Il lavoro editoriale si configura quindi come un processo di mediazione attenta e rispettosa, che mira a preservare la densità concettuale degli interlocutori – vignaioli, studiosi, critici, artigiani del gusto – restituendone le contraddizioni, le incertezze e le traiettorie di pensiero.
Emblematico, in questo senso, è l’ultimo numero della rivista, dedicato al tema della naturalità che non si delinea secondo le più diffuse e pubblicizzate idee di “biologico e naturale”, anzi ne adduce le più storiche e motivate ragioni, intrinseche nella stessa radice del lemma. Lontano da definizioni dogmatiche o da slogan ideologici, il progetto si sviluppa come una polifonia di voci, in cui il vino naturale emerge come campo di tensioni teoriche, pratiche e culturali, più che come categoria univoca.

Autonomia editoriale e sostenibilità etica
Uno degli aspetti più radicali e distintivi di Porthos riguarda la questione dell’autonomia editoriale. In un settore fortemente condizionato da pubblicità, sponsorizzazioni e rapporti diretti con i produttori, Porthos ha scelto consapevolmente una strada controcorrente: l’assenza totale di inserzioni pubblicitarie e di legami economici che possano compromettere la libertà di giudizio.
Questa scelta, che comporta evidenti difficoltà sul piano della sostenibilità economica, viene rivendicata come condizione imprescindibile per la credibilità del discorso critico. Per Sangiorgi, la possibilità di decidere autonomamente temi, autori e prospettive è il fondamento stesso di un’editoria che voglia dirsi indipendente.
Da questo punto di vista, Porthos rappresenta un raro esempio di coerenza etica nel panorama editoriale contemporaneo, dimostrando come la sostenibilità non debba essere intesa esclusivamente in termini finanziari, ma anche come fedeltà a un progetto culturale e a una responsabilità nei confronti dei lettori.

Il lettore come comunità interpretativa
L’idea di lettore che emerge dal progetto Porthos si discosta nettamente dalle strategie di targetizzazione tipiche dell’editoria commerciale. Il lettore di Porthos non è un consumatore di novità, ma un interlocutore consapevole, disposto a investire tempo e attenzione nella lettura.
Si tratta di una vera e propria comunità culturale, un insieme di lettori che condividono l’idea che il gusto possa e debba essere pensato, discusso, messo in relazione con altre forme di sapere. La lettura diventa così un atto partecipativo, una pratica di interpretazione che prolunga e arricchisce il lavoro editoriale.
In questo rapporto dialogico tra editore, autori e lettori si realizza uno degli elementi più originali dell’esperienza Porthos: la costruzione di uno spazio pubblico critico, fondato sulla lentezza, sull’ascolto e sulla responsabilità del linguaggio.

Porthos come laboratorio culturale
Più che un marchio editoriale, Porthos può essere definito un laboratorio di pensiero. La dimensione collettiva del lavoro – fatta di confronti, revisioni, riscritture e dialoghi – è centrale tanto nella produzione della rivista quanto in quella libraria. La scrittura non è mai un atto solitario, ma un processo condiviso che si alimenta della complessità delle relazioni.
Questa impostazione consente a Porthos di mantenere una forte tensione tra autonomia e dialogo, evitando sia l’autoreferenzialità sia l’omologazione. Il risultato è un’editoria che assume il vino e il cibo come strumenti di conoscenza del mondo, capaci di interrogare questioni più ampie: il rapporto con la terra, il lavoro, la memoria, il linguaggio, il tempo.
L’esperienza di Porthos Edizioni rappresenta, oggi, una delle più significative sfide culturali nel campo dell’editoria enogastronomica italiana. In un contesto dominato dalla velocità, dalla semplificazione e dalla sovrapproduzione di contenuti, Porthos propone un modello alternativo, fondato sulla lentezza, sull’indipendenza e sulla profondità critica.
La rivista e la casa editrice non si limitano a raccontare il vino e il cibo, ma li trasformano in oggetti di pensiero, invitando il lettore a un esercizio di interpretazione che è, al tempo stesso, estetico, etico e politico. In questo senso, Porthos non è soltanto un’esperienza editoriale, ma una pratica culturale che continua a interrogare il presente attraverso il linguaggio del gusto.

Ivana Ferraro

(direfarescrivere, anno XXII, n. 239, febbraio 2026)
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