Anno XV, n. 161
giugno 2019
 
Un editore al mese
Robin edizioni: quando il futuro investe l’editoria.
Trasformazioni e adattamenti nell’era del digitale
Una casa editrice dalle idee chiare e dai progetti innovativi
rivela prospettive future in un’intervista all’editore Claudio Messina
di Letizia Rossi  
Robin edizioni è una casa editrice romana attiva dal 1998, quando l’attuale gestione ha acquisito i diritti della Biblioteca del Vascello, continuando a portare avanti l’opera di diffusione dell’editoria indipendente. Abbiamo incontrato l’editore Claudio Maria Messina in un caldo pomeriggio di settembre, ecco cosa ci ha raccontato.

Partiamo dagli albori di Robin edizioni, con l’acquisizione dei diritti della Biblioteca del Vascello: cosa è variato rispetto alla mission e ai valori della casa editrice, e cosa invece è rimasto immutato?
Sicuramente la mission è rimasta la stessa, ossia la ricerca. La Biblioteca del Vascello era nata con l’intento di dare voce alle letterature poco conosciute. Si indirizzava esclusivamente verso la letteratura estera, prediligendo opere slave, francesi, scandinave e così via. Purtroppo però l’iniziativa non ha avuto un grande successo commerciale. Inoltre i costi di produzione erano elevatissimi: l’acquisizione dei diritti di autori affermati all’estero, ma del tutto sconosciuti in Italia, era estremamente oneroso, e a questo andavano aggiunti traduzione e stampa. Quando la Bdv [Biblioteca del Vascello, Nda] non è più riuscita a sostenere tali costi, ho deciso di acquisire tutto quello che avevo realizzato, per evitare di perdere il lavoro fatto in quegli anni. Per cui la prima azione della Robin è stata quella di recuperare l’intero catalogo della Bdv. Da lì abbiamo continuato sulla falsariga del progetto precedente, portando avanti un’attività di ricerca, ma indirizzandoci verso l’area degli autori italiani emergenti e poco noti. Di fatto questi scrittori hanno pochissime possibilità di essere pubblicati, e noi siamo diventati una delle realtà più presenti nel dar loro attenzione. Riceviamo mediamente circa cinquecento manoscritti l’anno, e per ognuno inviamo un commento. Quando la valutazione è positiva, cosa che accade per circa il 10% delle opere che arrivano, procediamo con la pubblicazione. Diamo agli autori questa opportunità, condividendo con loro parte dei rischi.

Cosa intende esattamente?
Quando si pubblica un libro, se questo diventa un successo, lo è per tutti, mentre se non lo diventa, la perdita è solo dell’editore. Non trovo equo che sia messo a repentaglio sempre e solo il nostro lavoro. Ogni editore affronta costi elevati, non solo per la stampa, ma anche per la gestione della casa editrice. Ed è proprio quest’ultima, fatta degli stipendi di collaboratori e redattori, che non può essere messa a rischio. Su questo argomento c’è molta discussione, perché si tende a considerare che il contributo dell’autore si esaurisca con la parte creativa. Ma il lavoro che viene svolto per pubblicare un libro è altrettanto creativo; si pensi agli interventi di editing, la grafica, le strategie di marketing, la promozione e così via. E queste sono tutte attività che devono essere regolarmente retribuite, a prescindere dal successo del libro. Quindi noi esigiamo che una parte di questo rischio imprenditoriale venga condiviso. Altre case editrici, che magari dichiarano di non volere contributi dall’autore, pubblicano poi il libro, ad esempio, di un giornalista famoso. È vero, il libro viene pubblicato gratuitamente, ma l’editore sa già che riuscirà a vendere grazie alla notorietà dell’autore, per cui ne sfrutta la fama. Ogni casa editrice cerca di avere una base di appoggio, c’è chi preferisce l’una e chi l’altra. Con il nostro metodo riusciamo a pubblicare cento, centodieci libri l’anno, e diamo l’opportunità ad autori emergenti di essere pubblicati. Quasi tutti riescono a ottenere un discreto successo, anche se non clamoroso. A dimostrazione abbiamo scrittori che hanno pubblicato con noi anche fino a otto libri.

Consultando il catalogo della casa editrice si possono notare diverse collane: ce n’è qualcuna che caratterizza meglio lo spirito della Robin?
Le collane hanno senso soprattutto per l’editore, a livello organizzativo, ma sono del tutto convenzionali. Recentemente abbiamo deciso di snellire il catalogo, quindi al momento siamo strutturati su tre collane. La prima è Robin & sons, una collana moderna, agile, che accorpa alcune delle vecchie collane della Robin troppo frammentate. La seconda è Biblioteca del Vascello e ripropone l’intero catalogo della vecchia casa editrice, che comprende ormai circa cinquecento titoli; si tratta di opere che hanno contraddistinto la mia storia professionale, è un po’ come se fosse un portfolio personale. E infine la classica Luoghi del delitto, che è la collana maggiormente caratterizzata e caratterizzante, perché siamo gli unici in Europa ad avere una raccolta di questo tipo. La collana Libri per tutte le tasche è invece un discorso a parte, perché racchiude libri economici, e sono pochissimi titoli. Continuo a portarla avanti quasi esclusivamente per mio gusto personale e propongo i titoli solo alle fiere.

Tra le opere in catalogo va menzionata la saga Il mago di Oz, un progetto di grande prestigio che ha visto la traduzione e pubblicazione di tutti e quindici i titoli di L. Frank Baum, arricchito da illustrazioni. Ci può parlare del progetto, di come è nato e di quale riscontro ha ottenuto?
Il progetto è nato da un’idea del caporedattore Sergio Calderale, che mi ha segnalato il fatto che Il mago di Oz è una saga, così mi sono interessato, abbiamo acquisito i testi e da lì ha preso il via l’iniziativa. È un progetto molto prestigioso, anche se non ha riscosso particolare successo tra i librai, mentre è stato molto apprezzato da chi ha avuto la fortuna di acquistare i libri. Per noi è stato un progetto epico perché Il mago di Oz è un titolo conosciutissimo, ma del tutto sconosciuto è il fatto che si tratta del primo volume di una saga. Abbiamo tradotto tutti i libri, e li abbiamo arricchiti con i disegni di un’illustratrice che lavora solo per noi, Lilia Munasypova. È emblematico che non abbia ricevuto il successo che meriterebbe, e che ci aspettavamo, però io ho imparato, nel corso della mia carriera, che questo genere di progetti rende con il passare degli anni. Oggi fortunatamente attività di questo tipo sono agevolate dalle nuove tecnologie di stampa, che consentono tirature più mirate.

A suo avviso, quanto è importante oggi per il mercato editoriale puntare sull’editoria per ragazzi?
Non saprei. Noi abbiamo fatto un tentativo con la collana di libri per ragazzi Biblioteca dei figli, che però non è andato a buon fine. La collana è stata aperta e chiusa molto velocemente. Probabilmente l’insuccesso è dovuto al fatto che non siamo preparati noi a questo segmento di mercato; i ragazzi hanno interessi diversi rispetto a qualche anno fa, per questo è necessario fare delle indagini a riguardo, e noi non possiamo svolgere questo tipo di attività. La saga di Oz stessa, suddivisa in tre volumi, sarà trasferita nella collana Biblioteca del Vascello, rivolgendola quindi a un target adulto, quello che ha apprezzato il progetto. Nonostante questo, l’editoria per l’infanzia e per ragazzi fino ai 6-12 anni è un’industria fiorente. Vengono realizzate pubblicazioni molto belle e colorate, che io personalmente acquisto come collezionista. Ma l’editoria per ragazzi, quella che si occupa della fascia dai 12 ai 16 anni, l’età in cui corriamo il rischio di perdere lettori, quella è un’editoria che ha dei misteri, e credo che la possano affrontare solo case editrici abbastanza grandi da avere un centro studi per svolgere indagini di mercato, e che quindi abbiano la capacità di mettere in moto strategie di marketing a partire da quelle che sono le esigenze e i gusti dei ragazzi, o di realizzare un prodotto che generi una nuova esigenza.

L’avvento digitale e la diffusione dell’ebook: qual è il punto di vista della Robin?
Estremamente favorevole. Io considero l’ebook fondamentale per due motivi: è democratico ed economico. Attualmente con il sistema della stampa tradizionale su carta le migliaia di volumi che vengono prodotte all’anno convogliano tutte nello stesso punto: le librerie. Queste, essendo imprese commerciali, hanno diritto di scegliere, e quindi fanno una cernita sui libri da vendere. In un contesto del genere, e non esistendo una legge antitrust in Italia, sono i colossi dell’editoria e della distribuzione che dominano il mercato. Inoltre, essendo essi sia produttori che distributori, il loro controllo sulla concorrenza è totale perché conoscono i listini dei competitors ancor prima che un libro vada in stampa, avendo noi l’obbligo di comunicare le uscite per avere la distribuzione. In un mercato così strutturato, la piccola editoria è legata mani e piedi. Questo significa che anche se noi producessimo il miglior libro del mondo, se questo non viene posto in libreria in modo consono, il libro non venderà, quindi è stato un lavoro inutile. Con l’ebook il meccanismo è lo stesso, con la differenza che quando il distributore propone il libro nelle varie librerie, queste non fanno nessuna selezione. Quando un utente entra in una libreria virtuale, scorrendo la lista dei titoli trova anche il mio, per cui ho le stesse possibilità di vendita dei best seller costruiti appositamente da Rizzoli e Mondadori, e questo sì che è democratico. Inoltre produrre un ebook ha costi contenuti, perché si elimina tutto il lavoro dalla stampa in poi. L’effetto è che si ha la possibilità di produrre più titoli e di vendere a prezzi più bassi. Il risparmio che si ottiene può essere investito per la produzione di altri titoli.

Pensa quindi che possa esserci qualche cambiamento significativo nel mercato dell’editoria italiana con la diffusione del digitale?
Questo è ciò che è accaduto nei paesi avanzati, dove circa il 45% del fatturato dell’editoria deriva dal digitale. A un certo punto s’è pensato che si potesse addirittura capovolgere la situazione, che il digitale sopraffacesse il cartaceo, cosa che non si sta verificando. È anche vero che il mondo sta invecchiando, per cui è ancora alto il potenziale di acquisto per i libri cartacei, però solo pensare di arrivare a un 50% anche in Italia significherebbe un grande rilancio per l’economia. Si consideri che per Bur e Rizzoli, pur avendo a disposizione dati frammentati, il fatturato derivato dal digitale è intorno al 3-4%, mentre per noi è già pari al 12%, e questo significa che stiamo vendendo quei libri che la libreria ci ha sempre impedito di vendere.

Per cui il digitale potrebbe rappresentare una svolta importante per le piccole realtà…
Assolutamente sì: se le piccole realtà capissero questo, potrebbero resistere sul mercato ad armi pari. Nella libreria on line c’è sia il mio libro sia quello dei grandi editori: io non pretendo di vendere più copie, voglio però avere il diritto alla visibilità, poi sta al lettore scegliere cosa comprare.

Restando nell’ambito degli ebook, QL2 è una collana esclusivamente digitale e dedicata alla cultura lesbica. Può parlarci del progetto?
Il progetto è nato grazie alla collaborazione con una nostra autrice di gialli molto brava, Sarah Sajetti, la cui protagonista è una poliziotta lesbica. È stata lei a farci questa proposta che noi abbiamo colto al volo. L’autrice stessa dirige la collana, scegliendo e selezionando titoli e racconti da pubblicare, poi ce li propone e noi li valutiamo. In questo caso la scelta del digitale è dovuta anche a una questione di riservatezza. A oggi non c’è un’accettazione totale dell’omosessualità lesbica; non esiste la naturalezza di poter vivere in maniera indipendente le proprie scelte sessuali. Ancora siamo condizionati da una sessualità imposta, per cui l’orientamento omosessuale spesso viene celato, anche al compagno, che può essere del sesso opposto. In questo modo diamo la possibilità di agevolare l’acquisto di libri che trattano l’argomento. Tra l’altro abbiamo scoperto che è un settore molto fiorente, per cui la collana sta avendo molto successo.

Nero su bianco è l’unica libreria fiduciaria della Robin, può parlarci di questa realtà?
Nero su bianco è la libreria con la quale abbiamo un accordo commerciale, per cui abbiamo la possibilità di far esporre tutto il nostro catalogo. Essendo poi situata in un posto strategico, in centro a Roma, siamo contenti di poter dire ai nostri autori che lì sicuramente potranno trovare in vendita il libro che stanno cercando. Stiamo proponendo la stessa cosa nel Villaggio del libro (Libri in porto, a Frassineto Po) che ho fondato in Piemonte circa dieci anni fa e in cui è possibile trovare tutti i nostri libri.

Ci sono novità e progetti per il prossimo futuro della Robin?
C’è l’intenzione di passare alla generazione successiva, non solo in termini di gestione vera e propria della casa editrice, con il passaggio delle consegne ai miei figli, ma in termini di modernità. Sono sempre più convinto che stiamo vivendo in modo sbagliato. Io credo da molti anni nell’homework, ossia nel lavoro a casa, e penso che le persone sarebbero molto più felici di lavorare in un contesto del genere. La nostra sede attualmente è molto ben collegata, e questo ha un costo enorme; sono risorse che potrei utilizzare per altro, come pubblicare un titolo in più, acquisire altri diritti esteri. Sono convinto che la struttura tradizionale della casa editrice sia ormai superata. Quello che posso anticipare è che a breve sposteremo la nostra sede a Torino, dove c’è un grande spazio aperto con la redazione nel punto vendita, e il lavoro dell’attuale redazione sarà trasferito in homework. In questo modo è possibile evitare i tempi morti, ed essere più flessibili. Abbiamo a disposizione delle tecnologie che ci permettono di farlo. Perché non approfittarne?

Letizia Rossi

(direfarescrivere, anno X, n. 109, gennaio 2015)
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