Anno XVII, n. 189
ottobre 2021
 
Questioni di editoria
Fare cultura: si può?
Sì, e talvolta si riesce
Gilberto Floriani racconta gioie
e dolori del bibliotecario
di Rosita Mazzei
«La storia insegna, ma non ha scolari». Queste famosissime parole di Antonio Gramsci assumono un sapore assai amaro in un territorio come quello calabro, dove le vicende passate poco o nulla hanno lasciato come lezione per evitare i disastri già preannunciati e perpetrati.
Un ambiente come quello del Meridione ha più volte dovuto lottare con i medesimi problemi, in diverse forme e con varie intensità, ma, purtroppo, le risposte date spesso sono risultate inefficienti. Attraverso un’attenta ricostruzione storica, tramite la lente di ingrandimento della cultura, Gilberto Floriani riporta alla luce i fatti istituzionali, ma non solo, della regione calabrese e in particolare della provincia di Vibo Valentia. Nel suo libro Note a piè di pagina. Diario di un bibliotecario impegnato (Ferrari editore, pp. 138, € 15,00), l’autore ci mostra i cambiamenti culturali, intervenuti nel corso di vari decenni, che interessano uno degli sbocchi finali della lunga filiera editoriale.

Una storia che si ripete
L’opera proposta da Floriani ha lo scopo, a detta dello stesso autore, di cercare di aprire una discussione produttiva riguardante i fatti che hanno caratterizzato quello che avrebbe dovuto essere lo sviluppo del Mezzogiorno, non solo dal punto di vista industriale, ma anche da quello culturale.
Dalla fine degli anni Sessanta nel Meridione e in Calabria, in particolare a Vibo Valentia, città dove opera l’autore in questione, vi è stato uno sforzo coadiuvato tra Stato e associazioni legate al territorio per migliorare il livello di istruzione della maggior parte dei cittadini del Sud. L’analfabetismo della popolazione nelle regioni meridionali durante il periodo del dopoguerra era infatti un autentico flagello indegno di un paese civile.
In particolare negli anni Sessanta furono istituiti i Centri di servizi culturali (Csc), un intervento che riguardò tutto il Meridione e aveva l’obiettivo di contribuire alla modernizzazione della cultura. L’azione dei Csc era ispirata dai grandi meridionalisti del tempo e fu attuata dalla Cassa per il Mezzogiorno con la collaborazione di numerosi enti e associazioni. Erano delle infrastrutture culturali dotate di una moderna biblioteca, di quattro operatori culturali qualificati che avevano il compito specifico di promuovere la lettura, svecchiare la cultura locale e introdurre nuovi e più attuali linguaggi della comunicazione, quali il cinema, il teatro, la fotografia e di valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale presente nei vari ambiti in cui operavano.
Lo scrittore racconta in particolare del Centro di servizi culturali di Vibo Valentia, in cui l’autore ha operato, del ruolo positivo che ebbe, dei risultati conseguiti, ma anche dell’incapacità della politica e delle classi dirigenti locali di assicurarne la continuità, lo sviluppo e di comprenderne l’importanza innovativa. Lo stesso accade agli altri 14 centri operanti in Calabria a differenza di quanto è avvenuto nelle altre regioni meridionali dove, seppure con inevitabili mutamenti, queste realtà ancora operano.

Gli anni passano
Molte furono le operazioni volte dai centri negli anni in cui lavorarono per l’accrescimento culturale della popolazione e per combattere la povertà educativa, per diffondere la cultura delle biblioteche e della lettura, delle arti, del cinema e del teatro.
Negli anni Settanta, cessato l’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, racconta l’autore, i Centri di servizi culturali furono trasferiti alle regioni. Nel caso della Calabria questo trasferimento ne segnò di fatto la fine, la dispersione di patrimoni documentari che si erano nel frattempo costituiti e di importanti competenze professionali.
L’autore racconta l’evoluzione della regione sotto il profilo culturale nel corso dei decenni, la nascita di case editrici, riviste, cinema, musei, conservatori, dell’Università della Calabria, diverse importanti iniziative che, però, solo parzialmente riuscirono a modificare, per come sarebbe stato necessario, la situazione di ritardo culturale in cui versava la regione. I Csc avrebbero potuto rappresentare un elemento in più. Negli anni Ottanta fu approvata la legge regionale sulle biblioteche ma restò in parte inapplicata. Sul piano locale, continua Floriani, a Vibo Valentia dopo la vivacità degli anni Cinquanta e Sessanta iniziò una lunga deriva sociale che per certi versi ancora dura: perdita di ruolo del territorio, disoccupazione giovanile, emigrazione intellettuale e non, spopolamento dei paesi, degrado dei servizi pubblici, scarso interesse per gli eventi culturali di qualità e per le stesse biblioteche.
In tale contesto malgrado le difficoltà nel 1988 fu istituito il Sistema bibliotecario vibonese, una biblioteca modernamente concepita capace di rispondere alle esigenze di lettura e di cultura dei cittadini. Il sistema, che vedeva la partecipazione di numerosi comuni, aveva anche il compito di garantire la cooperazione bibliotecaria sul territorio, assicurando ovunque gli stessi servizi del capoluogo. Da questo punto di vista il Sistema bibliotecario recuperava la migliore tradizione e l’esperienza che aveva contraddistinto il Csc nei lustri precedenti. In queste nuove iniziative, come nelle precedenti, il nostro autore ebbe un ruolo di rilievo.

La nuova cultura
Nel corso degli anni diverse furono le iniziative rilevanti organizzate dal Sistema bibliotecario: numerosissime attività culturali, pubblicazioni, una moderna offerta bibliotecaria, l’adesione al Servizio bibliotecario nazionale, il progetto Mediateca 2000, un programma di aggiornamento professionale per gli addetti alle biblioteche e la proposizione di interventi finanziari per le biblioteche, il Festival Leggere&scrivere, uno tra i più importanti festival letterari del Mezzogiono.
Il libro che ci viene proposto mostra, dunque, attraverso gli anni e i cambiamenti avvenuti sul territorio vibonese e non solo, fatti, personaggi, istituzioni e lo fa con occhio attento e non risparmiando le critiche o gli elogi laddove è necessario.
Un ricco apparato di note, poi, posizionato alla fine di ogni capitolo, aiuta coloro che non hanno familiarità con queste vicende a meglio calarsi all’interno di quanto narrato. La storia raccontata non viene edulcorata, ma viene descritta per ciò che è stata e porta il lettore a conoscenza di fatti spesso dimenticati o sconosciuti ai più. Il tutto per mettere in luce le dinamiche odierne e spiegare i motivi e la necessità di costruire un futuro più dignitoso per le infrastrutture culturali di base della Calabria, superando le pesanti dicotomie esistenti rispetto alle altre regioni d’Italia.

Rosita Mazzei

(direfarescrivere, anno XVII, n. 182, marzo 2021)
 
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