Anno XVI, n. 177
ottobre 2020
 
Questioni di editoria
Cinque libri e un filo
comune: il disagio
Tra letture e nuove tendenze,
gli atti dell’incontro alla Fuis
di Guglielmo Colombero
“Nuove tendenze della Letteratura italiana contemporanea”: questo è stato il tema portante del nuovo incontro, relativo al ciclo di convegni promossi dall’agenzia letteraria Bottega editoriale. Dopo la prima “puntata”, svoltasi durante il Salone internazionale del libro di Torino, i lavori si sono spostati presso la sala convegni della Federazione unitaria italiana scrittori (Fuis), il 16 novembre 2019: qui si è assistito a uno “sdoppiamento” in due ulteriori fasi che possiamo considerare come seconda e terza “puntata” di questo percorso ideale sulla Letteratura contemporanea. La presentazione è stata moderata dal direttore dell’agenzia Fulvio Mazza, mentre le relazioni sono state condotte dal critico letterario Guglielmo Colombero che ha individuato nel tema del “disagio” (sociale e individuale) il filo rosso che collega i testi presentati. Al centro del convegno, le opere di: Fabio Bacile di Castiglione, con Non ho un sogno (Emersioni Editore, pp. 124, € 14,50), romanzo che affronta il disagio generazionale della gioventù contemporanea, di cui trovate una nostra recensione qui; Francesco Boschi, con Le incantevoli luci della vita (il Seme Bianco, pp. 264, € 21,90), incentrato sul rapporto tra una maestra e un’alunna dislessica, di cui trovate una nostra recensione qui; Alfio Giuffrida, autore del noir sul Sessantotto e sulla corruzione politica Odore di sujo (il Seme Bianco, pp. 200, € 17,90), di cui trovate una nostra recensione qui; Paolo Parrini, con la raccolta di poesie Quando cadranno i giorni (Giulio Ladolfi Editore, pp. 98, € 10,00), di cui trovate una nostra recensione qui; e Sabrina Sciacca, autrice del romanzo sentimentale La doppia trama di un amore (NeP Edizioni, pp. 344, € 15,00), che scava nelle contraddizioni insite nei rapporti tra uomini e donne, e di cui trovate una nostra recensione qui.
Vi forniremo un resoconto molto dettagliato: tenetevi forte, sarà come essere stati lì!

La prima opera introdotta nella prima fase di questa giornata, considerata la seconda “puntata” dei nostri Convegni, è stata Non ho un sogno. L’autore, Fabio Bacile di Castiglione, purtroppo non ha potuto partecipare al convegno, ma il direttore Mazza e il sottoscritto – che prenderà solo talvolta licenza dal taglio impersonale che dovrebbe avere un report giornalistico – hanno illustrato, letto e commentato i punti salienti della vicenda: la vita di Diego, un neodiplomato che non sa bene che cosa fare della sua vita. Emerge, quindi, la descrizione di un disagio generazionale: il ragazzo è smarrito, disorientato, privo di qualsiasi punto di riferimento. E l’autore parte proprio da qui per raccontarci la sua storia, che si svolge esclusivamente attraverso dialoghi e riflessioni del protagonista.
Diego cerca semplicemente una sua ragione di esistere e questo gli costa un certo sforzo. Osserva Renato Minore, critico letterario che ha curato la Prefazione del libro, che «il tema del destino, cioè la ricerca dell’ubi consistam, di qualcosa che dia senso, direzione, profondità, verità alla sua vicenda esistenziale, altrimenti confusa come una bussola impazzita, preoccupa e occupa la mente di Diego. Ed è come un’idea fissa e quasi ossessiva, che lo insegue sempre, lo accompagna come un’ombra in tutta la sua parabola: dalla “caduta” o “cadute iniziali” con le amicizie sbagliate e l’angoscia per il proprio futuro fino alla “rinascita” conclusiva, avviata attraverso occasioni e imprevisti che sono come un provvidenziale scarto rispetto al passato. O se volete un inatteso tapis roulant che, deviando, imprime alla marcia un ritmo diverso da cui l’intero percorso risulta alla fine irriconoscibile». Si tratta di una vicenda abbastanza complessa dal punto di vista psicologico, in cui l’autore si addentra con profondità e lascia la parola al suo protagonista, sia quando dialoga con altri sia quando riflette fra sé e sé. Infatti, nelle prime pagine del romanzo, Diego esordisce così: «Navigo su Internet senza direzione, forse voglio solo far scorrere questo mio tempo lento». E a un certo punto si chiede: «Come faccio a sognare in grande se non so cosa sognare?». Da qui il titolo Non ho un sogno. Diego ha anche la mente affollata di pulsioni autodistruttive: «Strano, pensa, mi solletica l’idea della morte. Forse mi piacerebbe morire, che pensiero assurdo. Sì, ma se morissi vorrei una morte epica come nei film, o perlomeno una morte onorevole. Se morissi forse mi piangerebbero… sì, mi piangerebbero perché sono giovane, ma in fondo non gliene fregherebbe un… a nessuno». Il suo è proprio uno smarrimento totale, che si esprime anche attraverso la pratica molto triste e desolante del vizio solitario e, soprattutto, nell’uso compulsivo di un turpiloquio sia mentale che colloquiale.
Il momento culminante di questa crisi di Diego è quando scopre che suo padre, ovvero il modello di perfezione da perseguire, in realtà è un corrotto che agisce sempre sul filo dell’illegalità. Vedendo crollare l’unico caposaldo etico che credeva di possedere, Diego amaramente riflette: «Sono sempre stato convinto che papà fosse un vincente e oggi scopro che in realtà è un fallito, pronto a tutto per farci credere di essere una famiglia invidiabile, mentre un giorno lo arresteranno e noi finiremo in disgrazia. Anche quelle poche certezze che avevo si sgretolano. Cado, precipito, ormai sono certo: sono una caccola figlia di caccole».
Si assiste così alla sepoltura definitiva di qualsiasi ideale, di qualsiasi aspirazione: Diego galleggia in questa palude di paure esistenziali, anche se, come specifica ancora Minore nella sua Prefazione: «come un fuoco che arde sotto la cenere e non è mai spento anche quando sembra esserlo, il destino “occupa” la scrittura del romanzo, impegnata com’è (nella forma aperta e disomogenea dei continui dialoghi e monologhi che segna la struttura stessa del romanzo), a “catturarlo” (quel tema con tutti i suoi conseguenti risvolti), nei panni sfuggenti di Diego, nella sua psicologia fin dove è riconoscibile, nell’identikit anche sociale del comportamento».
Non tutto comunque sembra perduto: infatti Diego, nel corso della vicenda, intreccia una relazione sentimentale con una compagna di scuola, Francesca, e sembra diventare più consapevole di quel che è e di quel che vorrebbe essere. C’è un dialogo molto significativo tra i due, quando a un certo punto Francesca si mette a piangere: «“Che fai? Piangi?”. “Sì”. “E perché?”. “Sai, forse non lo lascio intendere, ma anche la mia vita è spesso al buio, questi momenti di luce mi sorprendono sempre. Mi rendo conto che esiste un tempo segreto fatto di silenzio e di vita”. “Quindi piangi perché stai bene?”. “Sì”. “Non capirò mai voi donne!”.»
Passo dopo passo, Diego rintraccia nuovi punti di riferimento. A questo proposito è particolarmente rivelatore il colloquio con un frate, Ziza, molto anticonformista ed eterodosso, che gli confida come l’amore sia il sentiero che apre tutte le strade: «“Adesso vai, torna da Francesca e godi della vita, vedrai che quando troverai l’amore troverai tutte le strade che cerchi”. “Non mi dare troppo questi consigli. Sai, a me piace anche il sesso…”. “Perché a me no?” “Ma tu sei un frate!”. “E con questo? Ho semplicemente detto che piace anche a me come a tutti gli uomini. Le leggi cristiane non sono un fardello, ma sono ali. In effetti tutto può essere ricondotto a un solo principio: l’amore. Se capisci questo principio, ti renderai conto che tutto è puro per chi è puro. A ogni modo, come ti ho detto, ho rinunciato da tempo a certe cose”. “Perché?”. “Figlio mio scoprirai che le passioni e ancor più il denaro sono forse dei buoni servi, ma di sicuro sono dei pessimi padroni. Rinunciandovi si trova libertà. È un po’ come perdere tutto, un morire per non avere più paura. Poi si rinasce e si inizia a vivere”».
Nel corso del dibattito finale con il pubblico su questo primo libro, il sottoscritto rivela come il protagonista rappresenti i giovani di oggi, i millennials, che invece di affrontare i problemi si rifugiano dietro uno schermo, utilizzato come un paravento per nascondere i sentimenti e le emozioni.
Ma a volte questo stesso schermo provoca l’effetto contrario: quello della solitudine, dello smarrimento, della paura di restare isolati. Sembra di avere tutto sotto controllo, ma così non è.
L’autore del secondo libro presentato, Le incantevoli luci della vita, è Francesco Boschi, appassionato di letteratura e fotografia, che affronta un tema molto delicato, quello della dislessia: un’altra espressione di disagio, in quanto evidenzia un disturbo che potrebbe portare all’isolamento e all’emarginazione.
Il sottoscritto cita Rino Tripodi, docente di Lingua e letteratura italiana e direttore della rivista telematica Lucidamente, e la sua Prefazione: «Boschi, attraverso l’Io narrante, costruisce sapientemente le vicende del libro, dalla trama fluida e ordinata, pur con numerosi flashback e parti riflessive. Il testo principale è inframezzato da brani, evidenziati in corsivo, che illuminano le vicende dei personaggi e in particolare della protagonista. Sono fiabe, favole, apologhi, meditazioni, di grande suggestione simbolica, che penetrano nell’inconscio, sfiorando l’effetto perturbante. […] Lo stile dell’autore è pacato e soffice, la lingua perspicua, l’espressione sempre denotativa. Il ritmo segue la storia come un’armonia di sottofondo, liricamente pensosa e l’atmosfera a volte assume toni da favola. Forse l’aspetto maggiormente caratterizzante è l’accurata descrizione dei dettagli. Per esempio, gli interni, i paesaggi, gli animali (l’indimenticabile gatta Sofia), i piccoli gesti quotidiani».
Boschi stesso, presente al momento del convegno, ha precisato che nel suo romanzo descrive la vita quotidiana di una classe di scuola elementare attraverso gli occhi di una maestra, che è anche la voce narrante: «Un contesto scolastico all’apparenza ordinario, in cui si intrecciano storie, personaggi, accadimenti e soprattutto emozioni, per cui la scuola diventa un luogo magico di comprensione e di crescita grazie alla passione e all’impegno dell’insegnante».
Il personaggio fulcro di questo romanzo è sicuramente Stella, una bambina dislessica e quindi la maestra che prende a cuore il suo caso cerca in tutti i modi di limitare i danni di questo disturbo e riuscirà a far intraprendere a questa bambina un percorso non di guarigione (perché purtroppo dalla dislessia non si guarisce), però se non altro riuscirà a indirizzarla verso una crescita più o meno equilibrata nonostante gli inconvenienti della malattia.
Ecco come Boschi descrive la figura di Stella: «una bambina rossa di capelli, che amava portare una passata di brillantini, i capelli legati con una treccia e chiusa in dei nastri colorati, degli stupendi occhi marroni, di un colore intenso, vispi e attenti, un fisico esile e proporzionato, rispettosa degli altri anche se spesso si lasciava trasportare dai suoi pensieri in un mondo surreale, così surreale da apparire distante. Sempre ben vestita, anche troppo per l’età che aveva, amava indossare delle gonne, meglio se verdi, calze grosse e bianche, con scarpe lucide, rigorosamente nere; insomma, una bambolina». Questa bambina quindi costruisce un po’ un suo mondo, rischia di isolarsi rispetto agli altri e la maestra l’aiuta a superare questo isolamento. La maestra pensa: «Ero convinta di fare il mio lavoro coscienziosamente e mi sentivo responsabile. Quelle piccole teste, quei piccoli cuori, quelle piccole mani e quelle piccole menti erano il mio pane quotidiano, la mia linfa vitale, la mia voglia di vivere».
E sono anche toccanti le parole che rivolge a Stella per spiegarle come mai lei è differente dagli altri: «La natura ti ha fatta con un pezzettino sbagliato, rispetto agli altri, ma per compensare il suo errore ti ha dato una grande memoria e intelligenza. Per cui usa queste tue doti e non abbatterti mai».
La maestra all’inizio è single, poi diventerà moglie e madre: purtroppo vivrà anche lei una situazione molto critica e disagevole con la figlia Luana. Prima del matrimonio e della maternità, aveva concentrato tutti i suoi affetti in una gatta di nome Sofia.
Ecco come viene teneramente descritta nel romanzo: «Sofia, la mia gatta, era lì, ferma in fondo alle scale ad aspettarmi. Lei era l’unica cosa “viva” che mi aspettava dentro quelle mura, l’unica cosa che condividesse con me tutte le mie ansie e paure. Di colore grigio a pelo lungo, una macchiolina bianca sul musino, una bellissima coda e degli occhi gialli intensi. Aveva un’espressione della faccia particolare e se anche non aveva la parola mi sembrava di capire e sentire i suoi pensieri».
Sintetizza Tripodi nella sua Prefazione: «La vita va avanti, ma forma anche un cerchio, nel suo eterno ciclo di nascita, giovinezza, amore, procreazione, vecchiaia. Sembrano banalità, ma le abbiamo perse di vista, ce ne siamo dimenticati in questo mondo ipertecnologico e postumano. Boschi ce le ha ricordate, facendole restare impresse per sempre nella mente simili a delicati palpiti di luce, luminescenti sentieri, sapienti costellazioni, circolari equilibri».
Dato che l’autore era presente, il pubblico ha avuto la possibilità di domandargli se, a suo avviso, la situazione sul supporto in caso di disturbi dell’apprendimento nelle scuole italiane sia cambiata o se siamo ancora in una condizione arretrata; se si può fare qualcosa per aiutare chi è afflitto da queste difficoltà, e quanto i maestri, o i professori, o gli stessi genitori rivestono un ruolo guida per i loro studenti/figli.
Boschi ha risposto affermando che, secondo la sua esperienza, la scuola purtroppo non fa molto, oppure dispone di strumenti che non sa come utilizzare, e molte volte gli stessi insegnanti non sanno come affrontare la situazione. Invece altri individuano la radice del problema e cercano in tutti i modi di risolverlo. Perché il motivo principale, in fondo, è che il dislessico si sente diverso rispetto agli altri bambini, perché non riesce a fare ciò che invece tutti sanno fare, e senza sforzi. E questo comporta una situazione di disagio, sia esteriore che interiore. Se poi è vittima di bullismo e di derisione, il bambino dislessico rischia di chiudersi in se stesso, convivendo con un disturbo che non è da considerare patologico, ma espressione di una diversità che in certi contesti significa emarginazione.
Un aiuto per questi bambini può consistere nell’adottare un nuovo metodo di insegnamento, per esempio con mappe e grafici: ma l’essenziale è comprenderli, immedesimarsi nel loro punto di vista. Consapevoli della loro diversità, hanno bisogno di essere ascoltati, sia dai genitori che dagli insegnanti: e sono questi ultimi a esercitare un ruolo fondamentale nella loro crescita e nella loro educazione. Devono essere pazienti e comprensivi, e far capire loro di non essere malati, ma che per imparare hanno bisogno di più tempo e di più strumenti a loro disposizione. I cambiamenti nel metodo di insegnamento, sostiene il sottoscritto nel corso del dibattito, devono riguardare non solo i ragazzi con difficoltà ad apprendere ma tutti i componenti di una classe, sicuramente bisognosi di qualcosa di più del mero nozionismo e di schemi ormai logori e inutili.
Anche la difficoltà di trovare un giusto equilibrio tra due sentimenti può essere avvertito come un disagio, come ha illustrato Sabrina Daniela Sciacca, autrice del romanzo La doppia trama di un amore, quarta opera letteraria presente al convegno.
La protagonista di questo romanzo, Sara, è una donna ancora giovane, e il suo disagio consiste nella ricerca quasi affannosa di un legame autentico con la controparte maschile. Sara stessa confessa: «Stando da sola, avevo sviluppato una specie di schema giornaliero di sopravvivenza. La mattina mi alzavo, andavo al lavoro, mi fermavo lì tutto il giorno, a volte mi trattenevo anche oltre l’orario lavorativo, poi dritta a casa, cena e a letto. Tutto organizzato e scandito per ogni singolo giorno della settimana».
I personaggi maschili sono tratteggiati dall’autrice con una specie di indulgente ironia, che li rende simpatici al lettore. L’incontro con Mattia è emblematico: non a caso è un investigatore privato che saprà puntare la lente sul disagio di Sara e portarlo alla luce. Mattia appare come un lampo nella caligine: «Era trasandato e molto attraente al tempo stesso, indossava i soliti jeans stracciati che gli cadevano perfettamente, e una camicia bianca con le maniche leggermente arrotolate e sbottonata al collo che lasciava intravedere appena i suoi pettorali. Era un abbigliamento veramente poco professionale ma gli calzava divinamente e il suo atteggiamento noncurante giocava a suo favore». È il classico ritratto del bel tenebroso con l’aria casual: proprio per questo rompe certi schemi ed esercita una forte attrazione sull’annoiata e depressa Sara. Sembrerebbe fin qui che questo romanzo sia unicamente una parabola sentimentale. Niente affatto. A un certo punto l’autrice imprime alla trama una svolta del tutto inattesa e fa deflagrare un autentico coup de theatre. Sara viene aggredita e quasi violentata da uno sconosciuto che le sibila nell’orecchio di lasciar perdere Chris – l’altro uomo di cui è innamorata – ma fortunatamente l’intervento provvidenziale di Mattia la salva da questa situazione.
Tornando al personaggio di Sara, alla fine, nelle parole di una sua saggia amica, riecheggia quella che potrebbe essere una soluzione o comunque la possibilità di vivere questo doppio binario in maniera il più possibile serena, di accettare questa ambiguità di fondo e di trasformarla in una condizione esistenziale tutto sommato sopportabile: «Pensa positivo. Tu hai un uomo che torna assetato per la voglia di fare sesso con te, poi, ti gironzola per casa, si stravacca sul divano davanti alla televisione tutto il giorno a vedere partite, ti lascia la tavoletta del cesso alzata, ti fa trovare la casa un casino e i suoi calzini sporchi ovunque e, poco prima che tu stia per scoppiare e ti stiano per saltare i nervi, proprio nel momento in cui vorresti mandarlo a quel paese, lui fa le valigie ed esce di scena da solo, per poi tornare quando comprendi quanto ti manca e quanto lo desideri. Beh cara amica, molte donne ti invidierebbero».
Una deliziosa ironia traspare da questo passaggio, in cui si elencano tutti i vizi tipicamente maschili che possono provocare una crisi di nervi alla partner: quando la tensione approda al culmine, lui si dilegua per poi riapparire quando lei comincia a sentirne la mancanza. Infine l’inatteso salto nel thriller insaporisce ulteriormente l’intreccio narrativo.
L’autrice ha spiegato il perché della presenza di due figure maschili antitetiche: la prima, Mattia, incarna l’amore della sua vita, ma brilla per la sua assenza, e Sara ne soffre terribilmente, sentendosi privata del vivere quotidiano. Sara vive intensamente la sua esperienza amorosa nel momento in cui Mattia è presente, ma quando lui sparisce per mesi, assorbito dagli impegni lavorativi, lei sprofonda di nuovo nella più tetra e frustrante solitudine, in una casa vuota. Chris, l’altro uomo di Sara, alternativo al grande amore assente, garantisce invece la quotidianità: ma fondere due persone in una si rivela impossibile.
Osserva Antonella Napoli nella sua Prefazione: «Il doppio, nel romanzo di Sciacca, non è pura astrazione, ma ha un volto e un nome. Anzi, per meglio dire, due volti e due nomi. Da un lato c’è Chris, l’amore di sempre, rassicurante seppur sfuggente: un amore che è gioia nei rari e intensi momenti di incontro, sofferenza nelle prolungate assenze. Dall’altro lato c’è Mattia, l’amore per caso, incomprensibile seppur attraente: un amore che è reticenza, ma che forse vorrebbe essere abbandono».
Chris è protagonista della svolta thriller del romanzo e imprime uno scossone a tutta la vicenda.
Da qui in avanti spicca la contrapposizione fra amore e raziocinio, l’eterna lotta che coinvolge sentimenti contrastanti. Durante il dibattito, l’autrice ha sottolineato la sua scelta di lasciare libero chi legge di parteggiare per questo o per quel personaggio, e ha ribadito che Sara è una donna forte e indipendente, realizzata anche nella sua professione. Le sue sicurezze sono però insidiate dai sensi di colpa: quando appare Chris, che le sconvolge i sensi, le sembra di tradire ingiustamente l’amato Mattia. In preda all’incertezza, allo smarrimento, Sara è combattuta fra due amori reciprocamente esclusivi, e non riesce a compiere una scelta definitiva.
Contemporaneamente alla seconda parte del Convegno abbiamo assistito a una terza fase in cui sono stati presentati altre due opere, sempre sul tema del disagio. La prima lo introduceva mostrando come sia difficile vivere in una società corrotta, senza valori, e si intitola Odore di sujo. L’autore è Alfio Giuffrida, meteorologo, giornalista e scrittore.
Nel suo romanzo si respira un disagio non solo individuale ma anche sociale e ambientale. La trama infatti si dipana lungo il filo della corruzione e del disfacimento morale di una società dove nessuno alla fine risulta innocente. Il protagonista è Giorgio, un uomo tormentato e pieno di contraddizioni, anche se la vicenda è narrata in prima persona da altri personaggi.
Inizia tutto a Ostia nel 2003: Giorgio viene ritrovato quasi dissanguato da suo cognato Alex, dopo essere letteralmente svanito nel nulla da parecchio tempo. Dall’agendina che Alex trova addosso a Giorgio si risale alla sua ragazza, Jennifer. Ecco come viene descritta: «Una donna giovane, alta, mora, riccia e un po’ scura di carnagione, dal trucco marcato e dall’abbigliamento scollato e provocante, che camminava avanti e indietro, nervosamente».
A questo punto Giuffrida sposta il focus narrativo da Alex a Jennifer, la quale racconta le sue vicende personali. Una tecnica narrativa che riecheggia, in una veste postmoderna, la tradizione classica del romanzo epistolare, in cui ciascuno dei protagonisti raccontava in prima persona le proprie vicende.
Jennifer è originaria di Cuba: ha abbandonato il paese nel 1959, quando è salito al potere Fidel Castro, dato che la sua famiglia era implicata col dittatore spodestato Batista. Jennifer lascia il figlioletto Pablo in mani amiche in Giamaica, ma tutto quanto appare all’inizio si rivela poi ingannevole: dopo una serie di peripezie in America Latina e in Europa, emerge l’intreccio con una torbida rete di narcotrafficanti, in cui risultano coinvolti alcuni importanti personaggi politici corrotti quanto spietati. L’autore immerge il lettore in una vicenda dolorosa e violenta, in cui persino il giudice chiamato a districare questo groviglio di esistenze finisce per rivelare un tremendo segreto che riaffiora dal suo passato. In questo romanzo, nessuno è del tutto innocente.
Il procedimento che usa Giuffrida è molto simile a quello cinematografico. Un continuo mutare prospettico delle inquadrature, stacchi, primi piani, piani sequenza, riprese al rallentatore oppure accelerate: una varietà di forme espressive che rendono questa narrazione molto avvincente. Renato Minore, che ne ha curato la Prefazione, osserva: «Così, il “thriller d’azione” di azione ne ha davvero tanta, e non fa davvero difetto di materia per una detection incalzante che cambia continuamente scenari e irrompe con effetti sempre inattesi e spiazzanti. Il lettore può davvero inseguire i suoi protagonisti e le comparse del gran gioco narrativo, con le sorprese, le agnizioni, i colpi di scena, i ribaltamenti di prospettiva, gli inserimenti più o meno allusivi di fatti clamorosi di cronaca politica e giudiziaria». L’autore stesso ha asserito: «Occorre far capire al pubblico che il mio non è un libro come tanti altri, ma rappresenta una svolta rispetto al passato. Le due figure di politici corrotti presenti nel mio romanzo, non sono solo collusi con il crimine organizzato, ma sono entrambi veri e propri boss di altrettante organizzazioni narcotrafficanti ed entrambi assassini. Come Pablo Escobar, che infatti era deputato del parlamento colombiano e si era comprato tutti gli altri».
Le identità dei personaggi non sono omogenee. Sono come un magma che ribolle continuamente e produce sempre nuove metamorfosi, nuove immagini, nuove trasformazioni.
Quindi, quello che a prima vista potrebbe apparire come un thriller classico, in realtà poi assume cadenze da melodramma quasi shakespeariano. E qui è necessario un accenno a un nuovo genere letterario teorizzato da Giuffrida, il Verismo Interattivo. Come Verga, Giuffrida è nato a Catania ed è proprio al grande scrittore inventore del Verismo che si ispira per mettere a nudo la società, raccontarne i fatti veri e metterli insieme in una fiction che, seppur inventata, deve essere plausibile e soprattutto trasmettere un ben preciso messaggio etico al pubblico.
Il Verismo Interattivo si nutre anche di impennate espressioniste: il racconto è al contempo realistico e visionario. In questo romanzo, infatti, emergono sfumature variegate che, abbinate a un ritmo sempre incalzante, ne costituiscono l’aspetto più affascinante.
L’autore ci offre anche alcune profonde riflessioni di tipo politico e filosofico sul Sessantotto: «Il ’68 è stato un fenomeno socioculturale molto complesso, sicuramente necessario per correggere alcune questioni, ormai superate. Tuttavia non mi è ancora chiaro se fu una necessità dovuta alle aspirazioni dei giovani di rivoltare il mondo, o se fu la nostra società a non essere più idonea ai nuovi bisogni. O se la rivoluzione fu solo frutto di una reazione al terrore provato nel vedere un mondo che crollava e andava allo sbaraglio, senza far intravedere possibilità di riuscita. Forse il ricordo dei sacrifici della passata guerra, in contrapposizione al boom economico che abbiamo vissuto nei primi anni Sessanta, ci ha fatto dimenticare che, a volte, mettere un palo per sorreggere un albero non serve solo a farlo crescere dritto per un fatto di estetica, ma è utile a sostenerlo, ad aiutarlo a crescere, perché altrimenti la pianta non avrebbe forza sufficiente per vivere».
Nel corso del dibattito con il pubblico sui personaggi del suo romanzo, Giuffrida ha sottolineato la doppiezza e il marciume morale dei politici legati al narcotraffico.
In questo clima che “odora di sujo” (parola portoghese che significa “sporco”) spicca la figura di Jennifer, una madre affettuosa che cerca di rintracciare il figlio per distoglierlo dall’ambiente criminale che frequenta. O meglio, Jennifer è diventata una madre che supera mille peripezie pur di riuscire a rintracciare il figlio. Lo tocca, lo vede, ma lui continua a sfuggirle, per poi scoprire una sconvolgente verità che ovviamente non riveliamo per non guastare il piacere dei futuri lettori.
Come ultimo, ma ovviamente non per importanza, Paolo Parrini, che ha pubblicato una silloge poetica intitolata Quando cadranno i giorni; già dal titolo si può intuire che queste poesie parlano dell’esistenza umana, dello scorrere inesorabile del tempo, del trascorrere dei giorni. Il tema della caducità dell’esistenza, la sabbia che scorre nella clessidra è quindi il leitmotiv della sua produzione poetica. Renato Minore, che già abbiamo avuto modo di conoscere, scrive nella sua Prefazione: «L’amore perduto e perciò più amato ancora, l’amore che si fa memoria, l’unica possibile memoria emotiva. E anche scuro e impraticabile, minimo e interminabile territorio che unisce, o divide, il poeta e il suo femminile oggetto: alla donna tocca vivere o addirittura incarnare, mettere in scena e rendere comprensibile l’amore e al poeta il compito, la misurazione dello scarto, dell’impossibile che lo tiene al di qua dell’amore stesso e della donna». Basta citare questo verso per comprendere l’essenza poetica che ci offre: «So che dureremo un frammento soltanto/ che separa l’alba dal risveglio». Già questo ci fa capire quale sia l’itinerario che percorre Parrini; è una ricerca dell’inafferabile, e ci sono sfumature cangianti in questi versi che derivano dal retroterra culturale dell’autore. Nei suoi versi sono rintracciabili suggestioni simboliste, struggimenti crepuscolari e anche echi postmoderni: tanti stimoli che vanno a confluire, poi, in questa produzione poetica. È un distillare continuo, nell’ambito poetico, di moti interiori, di pulsioni tormentose, di nostalgie, di rimpianti agrodolci, di disperati aneliti vitali che immettono linfa nelle vene di un eros che ancora non può cedere di fronte all’approssimarsi di thanatos. Un’altra citazione significativa: «Respirami addosso amore mio/ ho freddo stasera/ i morti sono venuti a trovarmi/ e anche se li amavo/ ho tanto gelo dentro». Qui il conflitto tra eros e thanatos è evidente.
Nota ancora Renato Minore: «Tra le righe si può percepire chiaramente un percorso emotivo, un viaggio che il poeta intraprende in balia del passato, del presente e del futuro. Questo lo condurrà a un cammino da una sorta di gioventù poetica a un mezzogiorno e poi a una sera che, lungi dall’essere una resa, diventa una rinascita colma di speranza nei giorni a venire. La struttura della silloge riflette questo sentimento legato allo scorrere del tempo».
Altra citazione significativa: «Quanto sempre mi mancherai,/ fulgido, effimero graffio./ Il tempo ci consuma/ e lo so, so che tu non tornerai./ Forse non sei stata mai».
In questo viaggio interiore in cui passato, presente e futuro si fondono, il lessico di Parrini risulta elegante e sofisticato, ma al contempo distante dall’accademismo; quindi tenta continuamente di riordinare i frammenti sparsi di una percezione del reale che si addentra nel subconscio, oltre la soglia del raziocinio. Illuminante a proposito ancora Minore: «Lo stile delle poesie è diretto, lo stato d’animo dell’autore si riflette in modo evidente nella forma che i versi di volta in volta assumono. La punteggiatura si fa portavoce dell’impossibilità di rielaborare alcune emozioni, ma anche dell’impellente desiderio di esprimerle. E così visioni impresse con potenza nella memoria dello scrittore si succedono senza sosta e conquistano l’attenzione del lettore che si sente quasi assorbito dai versi, entrando a far parte del “racconto” a tal punto da trovarsi trasportato in una spiaggia o in una vecchia casa al mare o ancora, in un parco ingiallito dall’autunno».
In alcuni versi troviamo la metafora delle nuvole bianche lontane che quasi riecheggiano la poesia di Montale sul male di vivere: la nuvola, lo smarrimento di mancata risposta ai dilemmi, l’amore che si esprime nei dettagli ambientali con una sorta di strettoia un po’ angosciosa: «Ho inseguito l’amore/ tutta la vita, in ogni strada sterrata/ nelle crepe dei muri, dentro i sogni/ di carta e sulle strade di asfalto rovente». E così la figura della donna amata si stempera, si confonde in visioni oniriche, senza tempo.
Non tutte le poesie hanno la stessa matrice, tiene a sottolineare lo stesso Parrini, ma ci sono anche poesie molto reali, persone della sua vita con cui non necessariamente ha avuto una relazione ma che ha conosciuto, che ha apprezzato, che in qualche modo lo hanno colpito, anche storie di persone che ha conosciuto tramite amicizie comuni, e poi ci sono anche delle cose più ideali, che magari racchiudono un insieme di persone, di donne che ha incontrato nella sua vita. L’autore comunque parte sempre da un dato reale, da un ricordo, da immagini sedimentate nella mente: infatti, spiega l’autore, la donna e l’amore diventano un qualcosa di universale, non molto distante dall’amore per Dio, per qualcosa di oltre.
Altri due elementi importanti sono la natura e il mare: la natura che rievoca le lunghe passeggiate con sua nonna nelle campagne toscane, e il mare dove è cresciuto, che è per lui casa e rifugio, pace e tranquillità interiore.
Parrini ha poi concluso l’intervento leggendo una delle sue poesie, quella che dà il titolo alla raccolta: «Quando cadranno i giorni/ sulle mie spalle nude/ e le tue ali saranno frange/ d’infinito, aspettami./ Quando sentirai le voci/ sonanti del mistero risolto/ aprirsi un varco tra le tenebre/ fitte, aspettami./ Quando la foresta dove ci perdemmo,/ sarà un lamento di cielo scuro/ abbraccia il mio tronco/ cullami suadente melodia/ e aspettami./ Ho brividi d’eterno addosso/ scoprimi denudami canto celeste,/ le mie ali sono questa strada/ e tutto l’amore irrisolto non basta/ a frenare il mio volo./ Si spegne il rancore/ del tutto in un fiore nuovo/ il giallo fiore della vita che grida».
E si è così conclusa questa giornata, ricca di letture, riflessioni e spunti poetici, con l’intento di coinvolgere sempre più persone, interessate alle “Nuove tendenze della Letteratura italiana contemporanea”.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVI, n. 170, marzo 2020)
 
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