Anno XIV, n. 152
settembre 2018
 
Questioni di editoria
Scrivere è soprattutto
riscrivere (ma bene!)
Il lavoro di Editing, le sue fasi
tra tecnica, rischi e coerenza
di Maria Chiara Paone
Si dice, in Politica, che la qualità di un governo è migliore non tanto quando è eccellente la qualità della maggioranza a sostegno del governo stesso, quanto invece è eccellente in relazione alla qualità dell’opposizione a tale governo medesimo. Trasponendo questo concetto in Letteratura, potremmo dire che la qualità di uno scritto non è data tanto dalla qualità dell’autore quanto da quella dell’editor. Esageriamo? Forse, ma non così tanto come sembra.
Cerchiamo di spiegarci.
Ogni scrittore dopo aver terminato il suo lavoro – che si occupi di saggistica o narrativa, che sia alle prime armi oppure con parecchie pubblicazioni all’attivo – necessita di un elemento di fondamentale importanza affinché quel lavoro possa ritenersi concluso: qualcuno che si renda disponibile a leggerlo e, soprattutto, a (eventualmente) modificarlo. Può capitare anche ai più grandi autori di commettere qualche errore di battitura, magari dovuto alla fretta, oppure, a causa della mole di pagine, di dimenticare qualche passaggio, o di riportare una fonte sbagliata… Insomma: a tutti può capitare di redigere un testo con errori tali che si renderebbe facile a qualche casa editrice il compito di rifiutare la loro opera!
«Basterà allora che l’autore in questione rilegga» direte voi, ma non è quasi mai questa la giusta soluzione: infatti, lasciando l’atto della correzione in mano a chi quelle parole le ha scritte, c’è la possibilità che i suoi occhi siano così abituati ad esse da non fare caso ad eventuali errori.
È a questo punto che, fulgido e splendente come un cavaliere di altri tempi, interviene la mistica figura dell’editor a cui tocca l’onere e l’onore di ricevere il dattiloscritto per renderlo a prova di pubblicazione.
Ovviamente è un lavoro che non si può improvvisare, deve invece marciare con precise fasi da rispettare: noi “bottegai” abbiamo provato a distinguerle e di esse parleremo tra poco.

Gli interventi
Innanzitutto occorre difatti spiegare come viene svolto generalmente in agenzia il lavoro di editing e, tramite questo, la comunicazione con l’autore. Il primo punto fondamentale è prendere atto che, trattandosi di interazioni soprattutto via email, per ovviare i rischi connessi alle – spesso ingenti – lontananze geografiche fra i vari editor e l’autore, bisogna essere chiari e diretti il più possibile.
Perciò tutti gli interventi sono compiuti in modo esecutivo. Solo se assolutamente necessario verranno inseriti suggerimenti stilistici e contenutistici e richieste di chiarimenti da effettuarsi sempre con il colore. Tali frasi di dialogo con l’autore andranno effettuate fra parentesi quadre e in grassetto maiuscolo; ciò al fine di differenziarle nettamente dal testo dell’autore stesso. La citata netta differenziazione ha anche lo scopo, una volta finito il processo di editing, di favorire la facile cancellazione delle parti “estranee”. Guai se ciò non dovesse avvenire: chi vorrebbe mai, leggendo il proprio libro preferito, incappare nei dialoghi intercorsi mesi o anni prima fra autore ed editor? in qualcosa che ne rovinerà dunque la magia?
Chi legge potrà meravigliarsi della semplicità estrema di questo metodo, usato a discapito dei più immediati e “moderni” commenti presenti in Word, ma per questo dubbio abbiamo una pronta risposta. Infatti talvolta bisogna dover interagire con autori che, avanti negli anni, non sempre sono avvezzi alla tecnologia; nostro compito è semplificare loro la vita onde evitare fraintendimenti, sempre in nome della chiarezza sopra accennata.

Gli strumenti indispensabili
Nel vasto arsenale dell’editor ci saranno sicuramente la logica e un’ottima conoscenza della grammatica italiana; ma le sole doti “innate” non sono sufficienti. Facendo parte di un team è fondamentale seguire una filosofia comune e con un solido punto di riferimento; ebbene, mettendo da parte per un momento la modestia, abbiamo deciso di utilizzare come personale bussola il Nuovo Manuale pratico di Scrittura (Rubbettino, 2016, pp. 280, € 15,00), che noi stessi abbiamo, assieme al collega Rino Tripodi, fatto nascere. Un volume estremamente utile per individuare errori oggettivi e insindacabili ma anche per avere sempre a disposizione una serie di norme redazionali (come possono essere maiuscole, virgolette, corsivi, ecc.) che, non essendo universali, vanno adeguate ogni volta allo stile autoriale.

La scelta è dell’autore
Infatti una cosa da non dimenticare mai durante questo lavoro è che l’editor, come il migliore dei camaleonti, deve “spogliarsi” dei propri panni e vestire ogni volta quelli dell’autore che in quel momento richiede il suo aiuto rispettando categoricamente le sue scelte, a cominciare dalla punteggiatura. Solo in mancanza di una linea coerente o di una scelta platealmente erronea l’editor è autorizzato ad utilizzare la propria voce ma sempre con rispetto. A meno che, sia beninteso, l’autore non sia, seppur coerente, anche sgrammaticato. In tal caso, al diavolo vada la coerenza e il rispetto per lo stile dell’autore: vince sempre e comunque la grammatica!
Ora si può passare finalmente ad analizzare la correzione vera e propria.

Cercare, trovare e correggere: le varie fasi
Le prime due azioni sono esclusivamente di controllo del testo in esame. La prima riguarda non solo gli errori oggettivi ma anche quelle parole che hanno più modi per essere scritte: può essere il caso dell’alternanza che vi è tra “obiettivo” e “obbiettivo” oppure di una parola semplice come “tè” che può essere scritta anche the/thè o, volendo prendere ad esempio un nome proprio: Mao Tse Tung che ora prevalentemente si scrive Mao Zedong.
Saranno da ricercare anche eventuali errori seriali o specifici, suggeriti dalla peculiarità del testo stesso. Ad esempio, se si sta correggendo un testo religioso bisogna accertarsi che siano scritti e usati correttamente, oppure che siano coerenti nella modalità di scrittura, tutti i termini appartenenti al relativo campo semantico, come “santo” (o “Santo”, “s.”, “S.”, “san” o “San”), “Vangelo”, “monastero”, e così via. Se invece ci troviamo dinnanzi ad un testo di Storia è probabile che dovremo affrontare il più classico dei casi, ovvero il termine Dopoguerra, che può anche essere scritto “Dopo guerra”, “Dopo-guerra”, “Dopo Guerra”, “Dopo-Guerra”, “dopo Guerra” e, infine, “dopo-Guerra”. Anche in questo caso l’editor mette da parte il proprio gusto personale e uniforma seguendo il maggior numero di occorrenze utilizzato dall’autore, rendendo coerente il suo stile.
Durante la seconda fase, invece, presteremo particolare attenzione alle possibili incoerenze testuali, quali possono essere: l’utilizzo della maiuscole e minuscole, del corsivo e del grassetto, dell’apostrofo, gli accenti e la punteggiatura tutta.
Per compiere entrambe le operazioni è obbligatorio l’utilizzo della funzione Trova di Word: permetterà di scovare immediatamente gli errori tecnici senza correre il rischio di perderne qualcuno lungo la via (ed essa può essere anche abbastanza lunga!).
Tuttavia non bisogna farsi scoraggiare da queste azioni un po’ meccaniche; sarà nella terza fase che si potranno utilizzare a pieno occhi e cervello! Infatti a questo punto sarà possibile avviare la lettura vera e propria; in questo caso ci si può permettere di dare più spazio alla creatività e suggerire all’autore quanto si ritiene opportuno.
Le proposte di modifica possono riguardare vari aspetti del testo; possono essere alternative utili per una maggiore comprensione o per la linearità della trama oppure interventi rivolti allo stile e al linguaggio. Per esempio: in un romanzo ambientato a Napoli l’autore ha deciso di utilizzare indiscriminatamente il dialetto; in questo caso l’editor può provare a proporre una distinzione in base al ceto sociale, “italianizzando” la parlata nel caso di persone colte e lasciando il dialetto più puro per i popolani, introducendo così un tocco di realismo.
Infine vi è la quarta fase, quella della protoimpaginazione, ovvero sistemare la forma grafica del testo; per raggiungere lo scopo va prestata massima attenzione ai margini e ai rientri, al controllo del font e dell’interlinea (da mantenere sempre coerenti) e, qualora non fosse presente, inserire un indice dei capitoli presenti alla fine del dattiloscritto.

Rispetto, rispetto e ancora rispetto
Come è stato già accennato più volte in precedenza, tutto questo lavoro sarà vano se non si rispetterà il diktat fondamentale (ove il termine autoritario diktat non è riportato a caso), ossia il rispetto nei confronti di chi ha scritto l’opera. Ciò non significa che l’autore debba essere “coccolato” eccessivamente, anzi le correzioni devono esserci davanti a quegli errori oggettivi di cui sopra. È un’operazione dura e difficoltosa ma, soprattutto dopo i primi editing, verrà naturale attuarla e in tal modo “spersonalizzarsi” per ogni testo.
Nessun suggerimento stilistico o contenutistico, dunque? Certamente sì: solo che, in questi casi, pur operando sempre con il colore, non lo si farà esecutivamente ma, come accennato prima, inserendo ogni nuova proposta tra parentesi quadre e segnalandola con il grassetto maiuscolo; così si dà vita ad un dialogo, seppure a distanza, tra le due parti in gioco.
Questa, lasciatecelo dire, è la ciliegina sulla torta dell’editor dare i propri suggerimenti quando lo si ritiene necessario ai fini della validità e della comprensione del testo; dopotutto l’ultima parola sarà sempre quella dell’autore!

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XIII, n. 139, agosto 2017)
 
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