Anno XVIII, n. 196
maggio 2022
 
In primo piano
L’originale filosofia di Fredric Jameson,
tra il neomarxismo e il postmodernismo
Marco Gatto, in un saggio edito dalla Rubbettino, prende in esame
criticamente le proposte teoriche del noto pensatore statunitense
di Giuseppe Licandro
La nozione di “postmoderno” – termine presente in ambito artistico-letterario già dagli anni Trenta dello scorso secolo – cominciò a diffondersi nel panorama filosofico occidentale a partire dal 1979, quando Jean-François Lyotard scrisse La condizione postmoderna (Feltrinelli), annunciando la fine del modello progettuale della modernità, identificabile con un certo stadio di sviluppo del capitalismo monopolistico, e l’avvento di un’epoca di supremazia della “tecnoscienza”, contrassegnata dalla sfiducia nei saperi onnicomprensivi e dalla frammentazione dei gusti e dei valori.
Un contributo importante alla diffusione in Italia del pensiero postmoderno lo ha fornito Gianni Vattimo, il quale ne La fine della modernità (Garzanti) ha prospettato una concezione del tutto innovativa dei processi storici, secondo cui «non c’è una storia unitaria, portante, e ci sono solo diverse storie, i diversi livelli e modi di ricostruzione del passato nella coscienza e nell’immaginario collettivo».
La segmentazione della realtà, indotta soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa e dalle tecnologie multimediali, ha fatto sì che la Storia da flusso unitario razionale sia diventata – come scrive lo stesso Vattimo ne La filosofia del presente (Garzanti) – «una quantità di informazioni, di cronache, di televisori che abbiamo in casa, molti televisori in una casa».

Per un’ermeneutica marxista
Tra gli studiosi del postmodernismo un posto certamente rilevante lo occupa Fredric Jameson, filosofo statunitense di formazione marxista, il cui pensiero è stato oggetto di un interessante studio da parte di Marco Gatto, dottorando di ricerca in Filosofia e teoria delle Scienze umane presso l’Università degli Studi Roma Tre, il quale ha da poco pubblicato Fredric Jameson. Neomarxismo, dialettica e teoria della letteratura (Rubbettino, pp. 288, € 20,00), un volume esaustivo che è corredato da una ricchissima bibliografia.
Nella Prefazione dell’opera, Margherita Ganeri, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università della Calabria, sostiene che «il libro nasce con l’intenzione di offrire al pubblico italiano “un’introduzione critica al pensiero di Jameson”, sullo sfondo ben documentato del dibattito internazionale». Tuttavia, non si tratta di un saggio puramente divulgativo. Come chiarisce la stessa Ganeri, «Gatto non si limita a presentare, riassumere, introdurre, bensì problematizza le questioni, suggerendo ipotesi ermeneutiche, operando collegamenti trasversali e, soprattutto, prendendo posizione, generalmente a favore di Jameson».
Nell’Introduzione, infatti, l’autore difende Jameson dalle accuse di “tradimento” rivoltegli da altri studiosi marxisti, in particolare da Terry Eagleton e Romano Luperini. Gatto, invece, è persuaso che Jameson «fa sua la necessità di un ripensamento generale del materialismo dialettico, convinto che la validità del marxismo si giochi proprio sulla sua riformulazione». Nella stretta correlazione fra istanza critica decostruttiva e momento di ricostruzione della storia come “totalità” consiste il connotato distintivo del neomarxismo jamesoniano, che si concretizza nell’interpretazione politica dei testi letterari, informata dalle categorie portanti del materialismo storico-dialettico e volta alla creazione di un’ermeneutica marxista.
Gatto passa in rassegna l’intera produzione letteraria di Jameson, descrivendone la parabola evolutiva attraverso l’analisi dei principali scritti, tra cui ricordiamo: Marxism and Form (1971), The Political Unconscious: Narrative as a Socially Symbolic Act (1981), Late Marxism: Adorno, or, The Persistence of the Dialectic (1990), Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism (1991), Brecht and Method (1998), A Singular Modernity: Essay on the Ontology of the Present (2002), Archaelogies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions (2005), The Modernist Papers (2007), Jameson on Jameson: Conversation on Cultural Marxism (2008).

La rivalutazione del pensiero dialettico
Il primo capitolo del libro è dedicato soprattutto all’analisi di Marxism and Form, uno tra i più importanti testi jamesoniani, che fu tradotto in italiano nel 1975 dalla casa editrice Liguori col titolo Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura del XX secolo.
Gatto porta avanti un serrato e proficuo confronto fra Jameson e i maggiori pensatori dialettici della storia della filosofia contemporanea, a partire da Hegel e Marx, soffermandosi in particolare su Theodor Adorno, Walter Benjamin, Ernst Bloch, György Lukács, Herbert Marcuse e Jean-Paul Sartre, senza disdegnare una breve digressione sullo strutturalismo e il formalismo russo. Fondamentale gli appare il contributo che alla formazione del pensiero jamesionano è stato fornito da ciascuno di questi filosofi, specialmente da Adorno, Lukács e Sartre.
Adorno, valorizzando il «momento della negazione», rappresenta «il tentativo, attraverso la critica del concetto di totalità, di ravvivare la dialettica». Pertanto, la dialettica negativa e il prospettivismo dagli accenti postmodernisti di Adorno «diventano armi di resistenza contro l’impossibilità della filosofia e risorse essenziali della persistenza dialettica», soprattutto in un’epoca come quella odierna, nella quale l’industria culturale ha imposto modelli consumistici, privi di una reale valenza estetica, e ha sancito «la fine del rapporto critico con il testo narrativo o musicale», conducendo inevitabilmente «all’apologia populistica di un livello basso di produzione culturale».
Lukács, di contro, ha avuto il merito «di dimostrare come la base materiale della realtà mutante informi le caratteristiche delle opere d’arte: a ogni suo movimento corrisponde una modificazione della sovrastruttura». Centrale nel pensiero lukacsiano si presenta la categoria di “totalità concreta”, che, pur mutuata da Hegel, ribalta in chiave materialistico-dialettica l’astratto idealismo del filosofo di Stoccarda.
Lukács «ha inteso la totalità concreta [...] come la “categoria autentica della realtà”, sulla scorta di Marx, che aveva concepito la concretezza come il risultato conoscitivo di un pensiero che non crea la realtà, ma la riproduce con i suoi particolari strumenti». Egli ha compreso l’importanza, dal punto di vista marxista, di estrapolare il significato sociale recondito che ogni opera d’arte contiene, andando oltre le intenzioni manifeste di uno scrittore.
Sartre, infine, ha rappresentato per Jameson l’esempio di un intellettuale che ha saputo superare la coscienza alienata del proprio tempo, oltrepassando l’angusto orizzonte entro cui si muoveva il protagonista de La nausea e approdando ad una visione compiutamente dialettica della Storia che include la possibilità della liberazione individuale all’interno di un superamento più generale del sistema capitalistico. In tal senso, «non è un caso se la Critica della ragione dialettica, il libro che Sartre ha dedicato alla riflessione sulla Storia, [...] rappresenti il termine di confronto fondamentale dell’analisi jamesoniana – almeno a partire dall’assunto preminente: ovvero che la Storia è un aporèma e, per tale motivo, eminentemente dialettica».

L’interpretazione dei testi letterari
Nel secondo capitolo, Gatto prende in esame The Political Unconscious: Narrative as a Socially Symbolic Act, il saggio di Jameson del 1985, che è stato poi tradotto in italiano da Garzanti nel 1990 col titolo L’inconscio politico. Il testo narrativo come atto socialmente simbolico.
Jameson vuole elaborare in questo scritto un «sistema ermeneutico di superamento», che porti a reperire la realtà concreta sottesa all’opera letteraria, decodificando il «non detto» attraverso una «lettura sintomale» che, interpretando quanto manifestato nel testo come “indizio” di una causa nascosta, ponga la Storia come sfondo privilegiato dell’interpretazione testuale.
Il confronto, in questo caso, è da un lato con la psicanalisi freudiana e lacaniana, dall’altro con Louis Althusser, le cui teorie – influenzate dallo strutturalismo e contraddistinte da un forte antiumanismo e antistoricismo – animarono il dibattito filosofico a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.
Diventa necessario, in tal senso, applicare un metodo di analisi «capace di studiare le implicazioni esistenti fra i codici di lettura che spesso inconsapevolmente adottiamo come abitudini non sottoposte a verifica». Questo procedimento consiste nel «metacommentario», ossia nella ricerca del «codice ultimo» che permetta di capire la parzialità delle altre interpretazioni, superandole dialetticamente e sussumendole all’interno di una visione storicamente onnicomprensiva.
Si giunge, pertanto, a delineare – attraverso il recupero della categoria di causalità proposta da Althusser secondo tre modalità distinte: “meccanicistica”, “espressiva” e “strutturale” – tre livelli ermeneutici o «orizzonti semantici» dentro i quali decodificare un’opera letteraria: l’«orizzonte della storia politica», l’«orizzonte della società», l’«orizzonte della storia».
Ciascun orizzonte coglie e approfondisce i vari aspetti del testo, in una connessione di tipo dialettico: l’«orizzonte della storia politica» esamina l’espressione letteraria come atto simbolico nella sua sequenza temporale; l’«orizzonte della società» fa emergere l’ideologema, ossia i grandi discorsi collettivi che esprimono il conflitto fra le classi; l’«orizzonte della storia» ci porta a percepire la trasformazione dialettica del tessuto sociale, quindi a capire «la sequenza macroscopica dei modi di produzione». È nel terzo livello interpretativo che emerge compiutamente il punto di vista marxista, perché tramite esso si comprendono le tendenze insite nella Storia e si decodificano le sovrastrutture che ogni modo di produzione genera, elaborando una visione dinamica che, attraverso il ricorso all’istanza utopica di liberazione dell’uomo da ogni forma di asservimento, porta al superamento dialettico delle contraddizioni storiche.
A tale scopo diventa rilevante comprendere il «momento della rivoluzione culturale», allorché esplodono anche nella cultura le contraddizioni intrinseche di ogni modo di produzione e si delineano «le risoluzioni adatte a superarlo». Sul piano esplicativo, Jameson applica le sue teorie estetiche allo studio di tre distinti narratori: Honoré de Balzac, George Gissing e Joseph Conrad. Ma lasciamo al lettore il gusto di scoprire cosa dica in proposito...

Il postmodernismo
Gatto, nel terzo capitolo, prende in esame l’opera forse più famosa di Jameson, Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism, pubblicato nel 1991, la cui traduzione integrale è stata curata nel 2007 dalla casa editrice Fazi col titolo Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo.
L’autore ritiene che già in questo scritto il filosofo statunitense abbia distinto chiaramente il postmodernismo dalla modernità, definendo il primo come «la più recente modificazione sistemica del capitalismo [...] le cui connotazioni appaiono come negazioni delle logiche di pensiero proprie della modernità», anche se ha assunto nei suoi confronti un atteggiamento fortemente critico.
Partendo dal presupposto che «il postmodernismo è ciò che ci si trova di fronte allorché il processo di modernizzazione si è compiuto e la natura è svanita per sempre», Jameson si è impegnato a fondo nel descrivere i connotati di questa nuova fase storica in campo artistico, politico ed economico. L’era postmoderna gli appare, innanzi tutto, segnata dal trionfo del capitalismo multinazionale su scala globale, nel quale si realizzano il culto feticistico delle merci e la riduzione del soggetto a mero consumatore, succube delle immagini pubblicitarie.
Egli mutua da Ernest Mandel un’interessante periodizzazione del modo di produzione capitalistico, distinguendo al suo interno «il capitalismo mercantile, lo stadio del monopolio o lo stadio dell’imperialismo, e il nostro – chiamato erroneamente postindustriale, che potrebbe essere definito meglio come capitalismo multinazionale».
Sul piano culturale, il postmodernismo presenta caratteristiche particolari, espresse soprattutto nell’architettura, nella pittura e nella cinematografia, oltre naturalmente che nella letteratura. Il tratto ricorrente nello stile postmoderno è il collage o il pastiche, che consiste in quella che Gatto definisce «miscela vettoriale indistinta», cioè nell’imitazione e nell’ibrida riproposizione degli stili del passato, senza un’identità estetica ben definita, in cui l’opera d’arte è ridotta a puro oggetto di consumo (secondo le intuizioni che furono già espresse da Walter Benjamin negli anni Trenta). Un’altra caratteristica del postmodernismo è la creazione di realtà virtuali o di “iperspazi”, come l’Hotel Bonaventure di Los Angeles, vero e proprio modello di città in miniatura, nella quale però l’individuo perde totalmente il senso dell’orientamento (analogamente a quanto avviene nel “mondo reale”).
A tutto questo, secondo Jameson, si deve contrapporre una nuova arte politica, che, partendo dalla consapevolezza della condizione postmoderna, dovrà elaborare una «mappa cognitiva» in grado di comprendere e contrastare efficacemente «lo spazio mondiale del capitalismo multinazionale», recuperando la soggettività negata e «la capacità di agire e di lottare».

L’ultimo Jameson
La quarta parte del saggio di Gatto è dedicata agli sviluppi più recenti del pensiero di Jameson, che da taluni studiosi è stato tacciato – come abbiamo già detto – di aver abbandonato la prospettiva marxista. Vengono prese in esame le elaborazioni teoriche contenute soprattutto in A Singular Modernity: Essay on the Ontology of the Present (tradotto in italiano dalla Sansoni nel 2003 col titolo Una modernità singolare. Saggio sull’ontologia del presente) e Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions (tradotto in parte dalla Feltrinelli nel 2007 col titolo Il desiderio chiamato Utopia).
Nel primo di questi scritti, Jameson polemizza con la tendenza, emersa agli albori del Nuovo millennio, a rivalutare apologeticamente la modernità, riducendo il postmodernismo ad una parentesi critica del moderno stesso.
Il filosofo statunitense valuta sfavorevolmente questo atteggiamento, giudicandolo, secondo Gatto, «come reazionario e nostalgico, come negazione di qualunque idea di progresso». Si è trattato, in sostanza, di una «riscrittura modernista del postmoderno», che ha comportato la restaurazione acritica dei valori del mondo occidentale e ha generato l’ideologia dello “scontro fra civiltà”.
Per Jameson, tuttavia, l’epoca del postmodernismo non è affatto terminata, anche se si cerca di velarla sotto la coltre mendace del “tardo modernismo”: l’inganno, però, deve essere smascherato e risolto attraverso «una proiezione verso il futuro», che faccia leva su «quel desiderio particolare, e totalizzante, che è l’Utopia».
Archaeologies of the Future rappresenta, appunto, il tentativo di ritrovare uno slancio politico propositivo, in base all’assunto secondo cui «è la forma utopica la risposta all’universale convinzione ideologica dell’impossibilità di un’alternativa al sistema».
Senza entrare nel merito della discussione sulle posizioni teoriche dell’ultimo Jameson (espresse anche nei saggi The Modernist Papers, Jameson on Jameson e Valence of the Dialectic – quest’ultimo in corso di pubblicazione) − ci pare opportuno notare che il filosofo statunitense, pur manifestando una legittima istanza di rilettura «sintomale» dei testi letterari, finisca per privilegiare un approccio puramente teoretico ai problemi del nostro tempo, perdendo di vista la lezione gramsciana, secondo la quale il materialismo storico-dialettico è essenzialmente «filosofia della prassi». In una fase in cui i movimenti d’ispirazione marxista stentano a incidere sul corso degli eventi, questo rifugiarsi in una sfera prettamente teoretica costituisce, a nostro avviso, un grosso limite per chi si pone l’obiettivo di contrastare efficacemente il capitalismo nell’era della globalizzazione. Lo stesso Gatto – come ha scritto Massimo Raffaeli su Alias del 4 ottobre 2008, p. 21 – ne sembra consapevole, allorché sottolinea come in Jameson sia sempre presente «il rischio di una ontologizzazione della Storia», che, negli ultimi scritti, lo ha portato ad «una passiva contemplazione dell’esistente, acritica, e per questo manchevole di prassi».
In conclusione, di fronte ai nuovi scenari aperti dall’11 settembre, Jameson sembra rimanere ancora vincolato a un’ottica troppo postmodernista, «provando a recuperare l’idea di una totalità perduta col richiamo all’utopia, al desiderio, alla possibilità dell’alternativa». Questa prospettiva appare a diversi studiosi ormai anacronistica. Luperini, infatti, parla esplicitamente di «fine del postmoderno», mentre Alfonso Berardinelli pensa che l’umanità sia entrata in un’epoca di «mutazione», sebbene, secondo Gatto, «è probabile che la supposta mutazione in atto sia in realtà una nuova contraddizione generata dal tardo capitalismo».

Giuseppe Licandro

(direfarescrivere, anno IV, n. 34, ottobre 2008)
 
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