Anno XX, n. 222
luglio 2024
 
In primo piano
Come devono essere oggi i giornalisti?
Ma soprattutto: cosa non devono fare?
Frutto di una ricerca durata diversi anni, il libro edito da Lindau
indaga sull’informazione e sulla pericolosità di certe scelte errate
Germana Luisi
C’è sempre più informazione, ma si tratta di vera informazione? Esistono numerosi giornali, quotidiani, periodici, sia cartacei che telematici, ma si può in tutti i casi parlare di buon giornalismo? Forse no, o almeno non è sempre così. Molte persone sono consapevoli che la qualità delle notizie non è ovunque eccellente e che spesso queste non sono sottoposte neanche a verifica, per non parlare del fatto che l’informazione il più delle volte tende a trasformarsi in intrattenimento perdendo la propria oggettività.
Di questo e di molto altro ancora si parla nel libro I fondamenti del giornalismo. Ciò che i giornalisti dovrebbero sapere e il pubblico dovrebbe esigere (Lindau, pp. 304, € 19,00). Bill Kovach, uno dei due autori, è stato, tra le altre cose, soprintendente della “Nieman” foundation for journalism di Harvard, capo della redazione di Washington del New York Times e attualmente è presidente del Committee of concerned journalists. Invece il secondo, Tom Rosenstiel, è stato critico dei media per il Los Angeles Times e attualmente dirige il Project excellence in journalism.

Tre anni di ricerche e sondaggi
Quello che viene alla luce dallo studio e dalle ricerche degli autori – ricerche concentrate sui media americani, che hanno coinvolto 300 giornalisti e 3000 lettori – è che il giornalismo sta attraversando forse un momento di crisi, e a vacillare è la credibilità e l’indipendenza dell’informazione. Non vengono più rispettate delle regole fondamentali che invece è giusto, soprattutto per il pubblico, pretendere.
Il libro non è un trattato, ma un insieme di risultati emersi da tre anni di studi e di interviste a cittadini e giornalisti. Alle spalle infatti ci sono numerose assemblee pubbliche, interviste, sondaggi e approfondimenti di ogni tipo.
Secondo storici e sociologi il voler sapere qualcosa, il voler arrivare a delle informazioni non è altro che un tentativo di soddisfare un nostro bisogno umano e basilare che ci porta a proteggere noi stessi, a stringere legami e a distinguere gli amici dai nemici. In parole povere il giornalismo influenza, più di quanto possiamo immaginare, la nostra vita, le nostre convinzioni, e, in senso più esteso, la nostra cultura. Da ciò deriva l’importanza di un buon giornalismo, di un giornalismo controllato, altrimenti chi ne paga le conseguenze siamo tutti noi, destinatari dell’informazione.
Uno tra i pericoli maggiori è che le gratifiche dei giornalisti si leghino sempre più al profitto dell’azienda e non alla qualità del lavoro; in questo modo, come si legge nel testo, l’informazione diventa intrattenimento e l’intrattenimento informazione. Si perde dunque l’informazione indipendente e affidabile, e i lettori perdono la loro libertà.

Il giornalismo: tra verità e menzogne
Nella parte iniziale del libro troviamo la domanda: «A che cosa serve il giornalismo?». La risposta che emerge è che: «lo scopo primario del giornalismo è fornire ai cittadini le informazioni di cui necessitano per essere liberi e autogovernarsi» e che «il primo obbligo del giornalismo è nei confronti della verità».
La “verità” è un termine che ricorre spesso nel testo, ma è anche un termine pericoloso, dai confini non marcati e per questo a volte ambiguo. Può infatti significare molteplici cose, come comprendere bene i fatti, rincorrere l’esattezza delle cose, essere sempre corretti, non aggiungere e non omettere nulla. Quello che andrebbe fatto è eliminare dalle notizie le insinuazioni e le cose prive di significato e dare valore a ciò che c’è di vero e importante in un racconto. Il tutto, detto in due parole, diventa: sintesi e verifica.
Il lettore deve potersi fidare del giornalista, bisogna che si instauri un legame di fiducia reciproca, e deve pretendere da questi chiarezza e oggettività nella comunicazione. Per giungere all’oggettività e alla verità c’è bisogno di arrivare alla fonte della notizia e verificare la notizia stessa, che vuol dire ascoltare più testimoni, vedere l’evento da più angolazioni, confrontare, approfondire. Il pericolo in cui inciampano oggi i giornalisti risiede nel fatto che per essere veloci si accontentano di notizie già confezionate, “scopiazzano” di qua e di là senza recarsi sul posto, senza conoscere realmente i fatti, si affidano ad altri giornalisti senza sapere l’attendibilità di questi e delle loro fonti.
Dallo studio condotto dagli autori è emersa una serie di importanti concetti che di seguito riportiamo per poter meglio comprendere i principi di un sano giornalismo. «Non aggiungere», ossia non ricamare sulla notizia, non scrivere fatti che non sono realmente accaduti e non supporre nulla; «Non ingannare»: il lettore deve avere fiducia, quindi non indurre in errore; «Essere trasparenti circa i propri metodi e motivazioni»: cioè essere sinceri per dimostrare il rispetto verso il pubblico; «Affidarsi a notizie raccolte ed elaborate di prima mano»: non bluffare, evitare inganni; «Essere umili»: mettersi in discussione e fare i conti con la propria coscienza.
Concludendo, si tratta di un testo capace di un’analisi giornalistica basata su fatti concreti e su attente ricerche, un libro che vale la pena leggere per capire meglio il mondo odierno dell’informazione, visto che siamo tutti noi ad abitarlo. Capirne le regole, capire quello che non funziona, capire meriti e colpe dell’informazione, capire come un giornalista deve essere, ma soprattutto come non deve essere.

Germana Luisi

(direfarescrivere, anno IV, n. 27, marzo 2008)
 
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