Il panorama della narrativa contemporanea si arricchisce di una voce che entra a far parte con merito della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale. Come struttura poliedrica da anni impegnata nel cuore dell'editoria italiana, la nostra Agenzia letteraria non si limita alla cura del testo, ma si pone come un vero e proprio ponte tra il talento puro e il mercato librario. La nostra missione di scouting ci porta a selezionare solo opere dotate di una forza espressiva fuori dal comune, capaci di lasciare un segno nel lettore e di offrire prospettive inedite sulla complessità dell’animo umano.
È proprio in quest’ottica che vi offriamo un’anteprima esclusiva di Fuori è buio, il romanzo di Sergio Righetti. Il testo, che attualmente sta affrontando con successo la delicata fase di Rappresentanza editoriale, ha già destato interesse tra gli addetti ai lavori per la sua capacità di trasfigurare il trauma personale in una narrazione universale e poetica.
In attesa che l’opera approdi sugli scaffali delle librerie e veda ufficialmente la luce, vi proponiamo la Prefazione firmata da Mario Saccomanno.
La Redazione
L’archeologia dell’anima e il salto ermeneutico
Nella produzione letteraria contemporanea, dove l’autobiografismo spesso scivola nel mero esercizio di memoria, Fuori è buio di Sergio Righetti si distingue come un’opera di intensa archeologia dell’anima. Infatti, quanto risulta proficuo sottolineare in prima battuta è che non si ha a che fare un mero racconto confessionale, ma con un viaggio ontologico che sfida il confine ultimo tra la vita e la morte, trasformando il dolore in un ordito narrativo di rara intensità.
Il romanzo si apre con una premessa radicale che scuote il lettore: il suicidio del protagonista. Questa scelta colloca l’opera in un solco illustre della letteratura novecentesca; se in Cesare Pavese l’atto estremo era il compimento di un “mestiere di vivere” divenuto insostenibile, in Righetti il salto dalla torre diventa un atto ermeneutico.
La visione “fuori campo” e il tempo emotivo
Morire non è la fine, ma l’inizio di una visione “fuori campo”, un sedersi sulla «poltrona più comoda del Paradiso», così come si legge nel testo, per osservare, col distacco di chi non ha pagato il biglietto al cinema, il dipanarsi della propria esistenza. L’autore lo dichiara con una lucidità disarmante, quasi metafisica: «È uno dei motivi per cui mi sono tolto la vita. La vita io non l’ho mai sentita mia». Il Paradiso qui non è certo da intendere come l’iperuranio dogmatico, ma come un «rettangolo bianco su un foglio azzurro», un rifugio personale dove finalmente il “nero” accumulato può essere dimenticato.
L’autore adotta una struttura temporale non lineare, scandita da date che fungono da vere e proprie stazioni di una via crucis laica: il 2020, il 2008, il 2016. Questa frammentazione può ricordare il procedimento della memoria involontaria proustiana, ma qui è mediata da una voce che oscilla tra il lirismo della poesia e la crudezza della prosa introspettiva. Righetti non racconta i fatti, ma il loro riverbero emotivo sulla «pelle», termine che nel testo ricorre come confine sensibile tra l’io e il mondo: «La pelle non dimentica. Assorbe il dolore come spugna e lo restituisce sotto forma di brivido».
Le sentinelle d’amore e il silenzio del padre
La narrazione diventa così una dissezione del trauma, dove il tempo non è cronologico, ma emotivo.
Al centro di questo microcosmo affollato di assenze e presenze si staglia la figura della madre e della nonna, Rosa, descritta come una «sentinella» d’amore, il cui nome diventa simbolo cromatico ed esistenziale di speranza. La scrittura di Righetti riecheggia in questo aspetto il Lessico famigliare di Natalia Ginzburg: i gesti quotidiani vengono elevati a rituali di salvezza. È una figura che impastava «il dolore con la farina», capace di insegnare a «cucire con l’ago della pazienza le ferite che il mondo non sa vedere». In opposizione, la figura paterna incarna il silenzio punitivo e l’incomunicabilità, un vuoto che il protagonista tenta di colmare attraverso la scrittura clandestina su pezzetti di carta e scontrini. Questa urgenza espressiva trasforma l’opera in un manifesto sulla funzione salvifica dell’arte: scrivere per non morire, o meglio, scrivere per capire perché si è scelto di morire.
La verità del vernacolo e il tema dell’invisibilità
Particolarmente originale è l’uso del vernacolo napoletano, che irrompe nella pagina con la forza di una verità ancestrale. Il dialetto non è un semplice vezzo coloristico, ma la lingua dell’anima e della verità, che emerge nei momenti di massima tensione lirica, come nel dialogo con la «signurina» o nella consapevolezza del proprio stato. In questo, Righetti si avvicina alla lezione di Eduardo De Filippo, dove la parola dialettale diventa strumento per dissezionare le dinamiche relazionali, le “guerre d’amore” domestiche e la fatica immensa di restare umani in un contesto che chiede solo di performare.
Il tema del doppio e dell’invisibilità percorre l’intero testo come un filo rosso. Il desiderio del bambino di essere invisibile per sfuggire agli occhi non empatici si traduce, nell’età adulta, in una costante ricerca di un «monolocale del tuo cuore» dove rintanarsi. Righetti delinea un protagonista che, come il Mattia Pascal pirandelliano, si sente un estraneo alla vita, sospeso tra il desiderio di volare e il peso delle catene invisibili del dolore. Eppure, proprio in questa “trasparenza” forzata, l’autore trova la forza di una visione totale sul mondo.
Dunque, per quanto detto, si comprende più facilmente come l’elemento perturbante della morte non sia un punto d’arrivo, ma un catalizzatore per un’indagine sociale e privata.
Dall’oscurità all’alba: la pienezza ritrovata
La ricerca di senso si compie nel finale, dove l’oscurità opprimente del titolo viene finalmente sconfitta da una luce nuova: «Fuori era buio. Ma dentro, finalmente, è alba. Un’alba Rosa». È l’epifania definitiva. La redenzione non passa per il perdono altrui, ma per l’accettazione della propria fragilità: «“Va bene avere paura”, me l’hai insegnato tu».
In conclusione, Fuori è buio è un’opera catartica, che invita il lettore a non temere le proprie ombre. Attraverso una prosa che è, al contempo, «fuoco e polvere da sparo», Righetti consegna un libro che inizia nel vuoto del nulla per approdare a una pienezza ritrovata. Nel farlo, ricorda che le ferite, se guardate con amore e scritte con coraggio, possono diventare feritoie da cui entra la luce. Le persone, suggerisce l’autore, non svaniscono mai del tutto: «Vivono nei figli, nei ricordi, nei nodi che ci stringono il cuore ma non ci fanno cadere. Vivono nei libri scritti, nelle parole dette». È in questa eternità della parola che l’autore trova la sua definitiva, luminosa dimora.
Mario Saccomanno
(direfarescrivere, anno XXII, n. 241, aprile 2026)
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