Anno XXII, n. 240
marzo 2026
 
In primo piano
La nuova silloge di Saccomanno:
un alfabeto inquieto e ramingo
Edita da Interno Libri, Rimango fedele alla terra
scava nel tempo tra visioni di guerra e sussulti di luce
di Guglielmo Colombero
Come l’autore specifica nella sua Premessa minima, la silloge poetica Rimango fedele alla terra (Interno Libri Edizioni, pp. 132, € 15,00), il cui titolo rimanda al Prologo di Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, è definibile come un «un alfabeto ramingo che si mostra aperto e inquieto nella forma».
La vocazione poetica di Mario Saccomanno sboccia in una piena maturità espressiva, che condensa emozioni e sentimenti in un impasto intensamente evocativo, suddiviso in un Preludio, un Atto Primo (Notturni e Dissonanze), un Intermezzo e un Atto Secondo (Acuti, Inni e Dissolvenza).

Tra nostalgia e oscurità: l’architettura del Preludio
Nel Preludio la cornice dell’inesorabile trascorrere del tempo («mi ostino a graffiare delle ore / la loro scorza / malsana e tanto dura») racchiude l’amaro retrogusto dei rimpianti («Eccomi allora, / avvolto da una nera ghiacciaia / che rosicchia la linfa del mio corpo») e l’agrodolce sapore della nostalgia («Non siamo i cadetti dell’ultimo tempo / e nella nostra mente / si dilata la forza di agognare / l’intenso gusto della luce»).
Nei Notturni (reminescenza dannunziana?) prevale la dimensione onirica della notte, intrisa della sostanza chimerica dei sogni e degli incubi, come nella suggestione visionaria scaturita da un traumatico cupio dissolvi («Sopraggiunto su un campo di grano, / l’urto furente delle cavallette / lascia non più / che una vuota distesa, / un vizzo terreno ormai spoglio).

Il prisma della notte e l’eco dei disastri
La tematica del buio, entità che sprigiona una vertiginosa attrazione siderale, si scompone in un prisma pluriprospettico: le stelle sono «nei che rischiarano / la schiena seducente della notte»; un senso di smarrimento pervade la definizione della notte come «l’assaggio / del nulla // l’angolo cieco / dell’intelletto», dalla quale è possibile «bere il latte ombroso della sera».
Il registro poetico resta in bilico fra un elegiaco abbandono all’oblio e la tangibile rappresentazione di un subdolo malessere esistenziale, immersa nelle sfumature crepuscolari di una fusione simbiotica tra la fascinazione arcana della natura («picchi lucenti e feroci slavine») e il sussulto quasi impercettibile di palpitanti moti interiori («l’umana esperienza è levigata / dall’enigmatica fiumana dei pensieri»).
Non manca un suggestivo rimando figurativo alle atroci visioni de I disastri della guerra di Francisco Goya e al lancinante e sconsolato apologo contro la pena di morte nel comandamento Non uccidere del Decalogo del cineasta polacco Krzysztof Kieślowski: «Non ci riuscì Goya / a seppellire la guerra, / né mostrandolo Kieślowski / ha pensato potesse mutare / il cardiogramma dell’uccidere».

L’urlo contro l’orrore della Storia
Ancora più raggelante il presagio apocalittico sull’assurdità della guerra, che simboleggia i dispensatori di morte (i droni, i missili) che hanno smembrato sadicamente la carne innocente di uomini, donne e bambini a Kiev come a Gaza: «Forse l’ultimo sopravvissuto / non trovando / più corpi pulsanti da addentare, // ma solo sangue / su una terra maciullata // bombarderebbe i morti».
Anche la denuncia dell’indifferenza di fronte agli orrori della Storia risuona come un’indignata invettiva: «Perché neanche un urlo / sembra piu spezzare / le nubi di quiete / che trasudano di morte / e che anneriscono la terra?».

Dissonanze barocche e labirinti introiettivi
In Dissonanze una distillazione alchemica delle più sommesse fibrille emozionali si stempera in echi simbolisti venati di ascendenze sia neoromantiche (Federico Garcia Lorca) che postmoderne (Jorge Luis Borges), intrisi di limpido lirismo evocativo (ma anche di turgide impennate barocche, sulle quali si proietta l’ombra immortale di Luis de Góngora, vate inimitabile del Rinascimento spagnolo): «Della durezza / di certe / tempeste, // che di un’esistenza / ne sfibrano / il respiro, // fanno / più male / i silenzi».
In una delle composizioni di questa sezione, il poeta paragona la valeriana che popola le sponde del fiume Crati a una «schiera / di labbra carnose»: la natura diventa la trasfigurazione metamorfica di un esplicito richiamo pansessuale.

Dalla cenere all’oro: l’approdo all’eterno
Negli Acuti del Secondo atto si assiste a una svolta paragonabile alle intricate peregrinazioni nell’interiorità del James Joyce di Finnegan e del William Faulkner de L’Urlo e il furore: l’autore si addentra in un rarefatto labirinto introiettivo dove alberga una remota e quasi indistinta musicalità. Il poeta disegna fiabeschi e allucinati miraggi (Sotto il candore selvaggio della luna / l’uomo postatomico / prende nota di voragini mai assopite), tratteggia le sfumature iperrealiste di illuminazioni balenanti destinate subito dopo a inabissarsi nelle profondità insondabili del subconscio («è lì che i colpi delle intenzioni / tessono una grazia armonica / portando un barlume / lento a mutare in chiarore»): il suo microcosmo poetico si nutre di attonite sospensioni simulacrali («in bocca / alle urla crudeli di madri, / non resta nient’altro che polvere»), di ascensioni paradisiache («carezzare gli istanti – / tra le folate che ci squassano / e mutano cenere e oro – // può essere l’atrio dell’eterno») e di ruzzoloni dentro l’inferno («il male che si è fatto / si ripeterà // e i corpi / sollevati dalla terra, / di nuovo / ricadranno in cenere»). Per poi adagiarsi in un desolato mea culpa sulle tragedie dei migranti risucchiati dal mare nella composizione Mare nostrum (premiata col primo posto al concorso “Sguardi e Voci di Pace”): «No, non dalle tue acque / viene il male. // Siamo noi che ti abbiamo spinato, / reso sangue le speranze, / mutato da culla in cimitero».
L’epilogo che sfocia negli Inni è un caleidoscopio di ovattate palpitazioni sensoriali («il pulsare materico del tempo / nei rintocchi ossuti di campane») e di struggenti venature intimiste («nessuna cancrena umana / adesso si frapponga / fra me e l’azzurro manto crespato del mare»).
La Dissolvenza finale si addensa in una metafora dell’ispirazione poetica contigua a quella pittorica di un Caravaggio, che la poesia seppe infonderla nel silenzio assordante delle sue pennellate: «Nella penombra, / ho costruito la dimora / di nuovi sorrisi».

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XXII, n. 240, marzo 2026)
 
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