Anno XXII, n. 238
gennaio 2026
 
In primo piano
Il Rapporto segreto di Kruscev
al 20° Congresso del Pcus
Intervista al leader della Sinistra radicale
Fausto Bertinotti fra Berija, Lenin, Stalin e Trockij
di Fulvio Mazza
In occasione della pubblicazione del libro Il Rapporto Segreto di Kruscev al XX Congresso del Pcus (Armando editore, pp. 164, € 16,00), a cura di Fulvio Mazza, segnaliamo come, in apertura, siano presenti due interviste fondamentali: una al leader della sinistra radicale, Fausto Bertinotti, e un’altra a uno dei maggiori storici italiani, Aldo Giannuli.
La prima viene pubblicata in questa rivista; la seconda viene pubblicata, in contemporanea, su Bottega Scriptamanent ( http://www.bottegascriptamanent.it). Si noterà come lo schema di partenza delle domande sia sempre uguale fra le due conversazioni.
Per gli approfondimenti, rimandiamo al libro stesso ove si potrà leggere il testo integrale del Rapporto segreto. il libro si conclude con un’Appendice che riporta uno sconvolgente discorso di Sandro Pertini e un indizio che, se venisse confermato, rappresenterebbe un cambiamento della storia novecentesca: una lettera di metà anni Trenta nella quale Trockij chiede a un giovane Chruščëv di mettersi a capo di una sollevazione antistaliniana.
Segnaliamo, infine, disinnescandolo, un conflitto di interessi: il curatore, Fulvio Mazza, è anche il direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale ( http://www.bottegaeditoriale.it) e, dunque, anche delle due citate riviste.

La Redazione



Lo stalinismo come tradimento del leninismo. Intervista a Fausto Bertinotti

Fulvio Mazza: Cosa ritiene che abbia rappresentato, in estrema sintesi, il XX Congresso del Pcus?
Fausto Bertinotti: Una svolta profondissima, perché, almeno nelle intenzioni dei proponenti, e certamente del famoso relatore del Congresso, Nikita Chruščëv, è la parola “fine” sullo stalinismo. Quindi un evento politico e storico di prima grandezza. L’Unione Sovietica “svolta” o, almeno, si propone di svoltare per chiudere con il lungo ciclo staliniano.

FM: La scelta di eleggere Chruščëv come leader del Partito sino a che punto la trova gravemente contraddittoria (visto che era stato uno stretto collaboratore di Stalin) e fino a che punto ritiene che fu invece una scelta obbligata?
FB: Beh, la scelta era obbligata dal quadro preesistente che imponeva un collaboratore di Stalin.

FM: Erano tutti collaboratori di Stalin!
FB: Certamente, nessuno poteva ascendere a ruoli apicali nel Partito comunista dell’Unione Sovietica senza essere stato, non solo semplice collaboratore, ma anche aver scelto e accettato l’intero percorso staliniano.

FM: Chi era, quindi, Chruščëv?
FB: Chruščëv si rivela subito un uomo di fortissima personalità: spezzare il circuito dello stalinismo, anche dopo Stalin, era un’operazione tutt’altro che facile. Non solo. Basterebbe vedere le reazioni che si manifestarono al XX Congresso per dire della potenza messa in campo da Chruščëv. Vorrei ricordare che uno degli uomini più colti e anche più interessanti della classe dirigente internazionale dei partiti comunisti, Palmiro Togliatti, pur condividendo l’indirizzo politico del XX Congresso, più volte manifestò critiche sui limiti teorico-culturali che, secondo lui, quella svolta conteneva. Questo, insomma, solo per dire degli ambienti “alti” del comunismo internazionale. Oppure dei punti più folkloristici, però importanti: basta leggere il libro di un osservatore di quel XX Congresso, Vittorio Vidali. Ricordiamolo: si tratta del famoso comandante Carlos, l’uomo del V Reggimento, che aveva risolto le controversie drammatiche dei comunisti in Messico. Egli racconta, nel suo celebre libro Diario del XX Congresso, che, mentre parlava Chruščëv, s’immaginava di battere sistematicamente le mani sulla testa del relatore, come su un tamburo, per dire cosa poteva suscitare quel Rapporto Segreto.

FM: Nel Rapporto ci sono, soprattutto nella prima parte, continui rimandi pedissequi, acritici, al pensiero e alle azioni di Lenin. Ci domandiamo: non c’è un culto della personalità di Lenin?
FB: Beh, Lenin è stato il più grande rivoluzionario del Novecento, quindi diciamo che non è un culto: è un giudizio storico. Vorrei ricordare che intellettuali europei di primissimo ordine, ancora nella seconda metà del Novecento, hanno lavorato su alcuni impianti politico-culturali di Lenin. Principalmente su Stato e Rivoluzione, ma anche su molti altri testi assai significativi. In ogni caso, anche negli anni Sessanta, per esempio, in Italia e in Francia intellettuali di primo rilievo hanno parlato di una rinascita del leninismo. E vorrei ricordare che nel Partito comunista italiano (Pci), che certo non può essere accusato di qualche sudditanza, il riferimento al marxismo-leninismo è durato fino a qualche anno prima del suo scioglimento. Quindi, diciamo che Lenin è un elemento cruciale della storia dei partiti comunisti.

FM: Un dato oggettivo, insomma.
FB: Un dato oggettivo, e il credito va da Sartre a Toni Negri. Vorrei ricordare che tra questi si può annoverare Pietro Nenni. E, soprattutto, forse il più grande intellettuale del Partito socialista italiano, cioè Rodolfo Morandi.

FM: In diverse parti del Rapporto, Chruščëv afferma che i vari esponenti che erano stati sconfitti (quindi Trockij, Bucharin, Kamenev, Zinov’ev) bastava “metterli da parte”, al limite metterli in galera, ma non era necessario ammazzarli. Su questo aspetto Chruščëv è molto critico contro Stalin. Ma io mi domando e domando a lei: se in una disputa politica perdo, è normale andare in galera (perché Chruščëv sembra pensarla così)?
FB: Ma no, mi pare semplicemente la “discesa di qualche scalino”. Dice: “Meglio in galera che morto”.

FM: Però accetta la possibilità della galera.
FB: FB: Non devo difendere io Chruščëv, ma la sua tesi è molto semplice: data la drammaticità dei tempi, come durante la Rivoluzione francese si poteva finire sotto la ghigliottina per un dissenso con la tendenza prevalente nel campo rivoluzionario, così negli anni del Terrore staliniano, al posto dell’uccisione, il carcere sarebbe stato un male minore.

FM: Come si comportarono i “partiti fratelli”? Andrebbe dato un giudizio cadauno, ma limitiamoci alle tendenze di massima.
FB: Secondo me si possono dare due giudizi diversi. Il primo, se i partiti si calano nella congiuntura storica; il secondo se si considerano in una prospettiva di futuro. Rispetto a quest’ultimo punto, in generale i partiti comunisti reagiscono alla svolta con una difficoltà evidente. Calati invece nella congiuntura, vanno analizzati partitamente, perché la reazione del Partito comunista italiano è diversa da quella del Partito comunista francese (Pcf); nettamente diversa. Nel Partito comunista italiano, poi, l’atteggiamento si diversifica all’interno in maniera significativa, sino a una, seppur piccola, scissione, che avverrà invece, naturalmente, dopo. Avverrà, come coda, sull’Ungheria. Si può dire che l’Ungheria stessa è il banco di prova: si vede allora tutta la difficoltà dei partiti comunisti a uscire dallo stalinismo. Anche se la reazione del Pci fu diversa, pure rispetto al Pcf, però le reazioni furono tutte inadeguate. Viste con gli occhi “di dopo”, assolutamente inadeguate.

FM: Ecco. Approfondiamo un attimo la reazione del Pci. In che cosa si caratterizzò, in bene o in male?
FB: Beh, si caratterizzò per molte ragioni. La prima è che il Partito comunista italiano del secondo Dopoguerra, forgiato nelle carceri dalla Resistenza, aveva visto con Togliatti costruirsi un gruppo dirigente che affiancava ad alcune straordinarie presenze operaie una prevalenza di figure borghesi intellettuali, spalancando le porte alla cultura, alla critica. Si può dire che tra il ’45 e il ’50 la stragrande maggioranza della cultura italiana fosse prossima al Pci.

FM: Sì, ma anche dopo direi.
FB: Ma, intanto, quella è la fase che segna molto i comunisti italiani. Per cui è evidente che c’è una reazione originale nel Pci, ma curiosamente è frenata proprio da colui che aveva pensato il “partito nuovo”, cioè Palmiro Togliatti. Secondo me, per ragioni non riguardanti la natura dei partiti comunisti, ma per una interpretazione geopolitica, cioè l’idea secondo cui l’indebolimento dell’Unione Sovietica avrebbe favorito l’occupazione del campo mondiale da parte dell’“Imperialismo americano”.

di Fulvio Mazza

(direfarescrivere, anno XXI, n. 237, dicembre 2025)
 
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