Anno XX, n. 221
giugno 2024
 
In primo piano
Mare fuori: la camorra
e i problemi dell’emulazione
La serie Rai talvolta induce
a costruire falsi eroi
di Alessandro Milito
L’imponente successo della fiction Mare fuori si basa su diversi fattori ampiamente discussi dalla critica nel corso degli ultimi mesi, decisivi per la sua definitiva consacrazione. La serie rappresenta una novità nel ripetitivo e stanco panorama televisivo italiano, a lungo abituato a visioni edulcorate del rapporto tra cittadini (anche criminali), istituzioni e forze dell’ordine. La rappresentazione di un istituto penitenziario minorile napoletano, e le vicende dei minorenni protagonisti, offrono momenti di inedita crudezza e drammaticità. Non mancano i difetti di sceneggiatura, che spesso lascia spazio a soluzioni improbabili e stucchevoli da fiction Rai vecchio stile, ma il risultato finale è più che apprezzabile.
Proprio la qualità del prodotto, e il suo essere diventato un vero e proprio fenomeno popolare e culturale, rendono necessario interrogarsi su un suo aspetto particolare: il rapporto tra Mare fuori e la camorra.

Raccontare il male: un difficile dilemma
Ogni rappresentazione televisiva e cinematografica della criminalità organizzata si trova di fronte a una duplice sfida: raccontare e rappresentare il male nel modo più realistico possibile e, allo stesso tempo, evitare che tutto ciò possa diventare fonte di emulazione e ammirazione. Si tratta di un compito crudele e paradossale in quanto, all’aumentare della qualità della rappresentazione e della bravura degli interpreti, parallelamente cresce la possibilità che il pubblico possa immedesimarsi in personaggi, pratiche e linguaggi tipici dell’ambiente mafioso.
È un dilemma difficilmente risolvibile quello che accompagna la rappresentazione cinematografica e televisiva della criminalità e i suoi possibili effetti pedagogici negativi: il rischio che il personaggio mafioso, specie se magistralmente interpretato come il padrino di Marlon Brando, possa ergersi a modello da seguire o a paradigma di un certo substrato criminale, è elevato. Dall’altra parte non sembrano essere risolutive – se non essere addirittura peggiorative – goffe censure che vorrebbero paternalisticamente sostituirsi al senso critico individuale, limitando la libertà d’espressione degli autori letterari, televisivi e cinematografici. Insomma, il problema c’è ed è inutile negarlo.
Un problema che ha riguardato prima La Piovra e dopo Gomorra, ovvero due delle serie televisive più celebri entrate nell’immaginario collettivo: la prima per la rappresentazione di Cosa nostra, la seconda per il racconto del sottobosco camorristico. E Mare fuori?

L’ antimafia di Mare fuori
Da questo punto di vista la serie ideata e scritta da Cristiana Farina e Maurizio Careddu, coprodotta da Rai fiction e Picomedia e distribuita da Rai 2 e Rai play, presenta delle peculiarità ben definite. Se in Gomorra lo Stato non appariva quasi mai – se non sottoforma di sirene di volanti in sottofondo e di agenti di polizia che arrivavano sempre dopo il fatto di sangue – in Mare fuori le istituzioni hanno ruoli di primo piano.
La direttrice, il comandante, il personale di polizia penitenziaria dell’Istituto penale per i minorenni sono figure positive che cercano, con tutti i loro limiti umani e con risorse insufficienti, di accompagnare i giovani reclusi nel loro percorso di reinserimento nella società. Una missione a tratti quasi impossibile, specie quando a fare da controparte è la legge dei clan camorristi. I detenuti minorenni sono reclusi per vari reati, ciascuno generato da un particolare contesto economico e sociale, ma è senza dubbio la matrice mafiosa quella più pericolosa, quella che sfida apertamente le leggi e impone un proprio sistema di (dis)valori particolarmente pervasivo e sfrontato.
Proprio in questo solco si inserisce la storia di uno dei protagonisti di Mare fuori, Carmine, figlio di una delle più potenti famiglie camorriste di Napoli. L’intero arco narrativo del personaggio si fonda su un messaggio chiaro, più volte riproposto ai telespettatori: non sono i legami di sangue a definire chi sei ma le scelte che autonomamente decidi di compiere. L’emancipazione di Carmine dalla sua famiglia mafiosa, e la sua testardaggine nel voler crescere al di fuori della legge delle faide, rappresentano uno dei pilastri del messaggio di Mare fuori. A questa storia principale si inseriscono altre linee narrative minori, tutte dirette a sottolineare come sia difficile scontrarsi con il proprio contesto d’origine ma non impossibile e, soprattutto, come questa sia l’unica via di salvezza.
In questo la serie è intelligente nel non scivolare mai apertamente in un buonismo stucchevole e dalla facile morale ma, al contrario, racconta con crudezza le conseguenze che ogni azione, di rifiuto o di adesione alla camorra, comporta.

Il rischio della normalizzazione della violenza
Piuttosto Mare fuori rischia di cadere nel problema opposto, ovvero quello di sovrastimare la violenza e, in qualche modo, normalizzarla. La ripetizione continua di delitti, in particolare assalti con armi da fuoco e omicidi, può portare a ritenere queste violenze come atti di normale amministrazione per le vie di Napoli; un qualcosa di normale e, dopotutto, tipico del luogo e quindi difficilmente scindibile dalla città.
In realtà, come conferma l’ultimo rapporto pubblicato dall’Istat il 24 novembre 2022 sulle vittime di omicidio nel 2021, in quell’anno in tutta Italia sono stati commessi 303 omicidi, dato in calo rispetto al 2019. Senza nulla voler togliere al terribile dramma che comunque questi crimini rappresentano, è un elemento che stona con la rappresentazione degli omicidi e delle sparatorie più volte riproposti in Mare fuori. Si tratta ovviamente di una scelta narrativa ma qualche spettatore poco informato potrebbe credere che il livello di omicidi nel napoletano sia pari a quello registrato nelle aree più violente del mondo.
Quindi Mare fuori non può essere accusato di propagandare, almeno direttamente, le logiche camorristiche, né rischia le critiche che videro protagonista a suo tempo la serie di Gomorra.

Un’occasione per stroncare “o sistema”
Tuttavia, sarebbe bene riflettere su un ulteriore aspetto che la stessa, riuscitissima, sigla di Mare fuori richiama. La camorra, il suo sistema di regole, vendette e ritorsioni, vengono denominate come “o sistema”. Si tratta di una vera e propria dichiarazione di resa, la rappresentazione di un fallimento: in alcuni rioni di Napoli a far da padrone non sono le leggi dello stato ma quelle della camorra che, addirittura, si eleva al ruolo di garante dei rapporti tra cittadini. La mafia che si fa “sistema” e si istituzionalizza, lo stato che viene vissuto come estraneo, agente straniero in un territorio ostile.
Il fatto che intere zone del paese siano direttamente o indirettamente sotto il controllo della criminalità organizzata dovrebbe togliere il sonno a qualsiasi governante in carica, indifferentemente dal colore politico. Stroncare le mafie, creare le condizioni economiche e sociali per riprendere il controllo di quei rioni in cui spadroneggiano, dovrebbe essere la priorità di qualsiasi azione di governo. Invece così non è: sembra quasi che la società italiana sia assuefatta, abituata ad accettare le mafie come un fenomeno strutturale. Serie tv di qualità come Mare fuori possono essere utili se, oltre a offrire una realistica rappresentazione delle mafie e di chi gli si oppone, diventano occasione per ricordare a tutti l’obiettivo finale nell’interesse della collettività: stroncare le mafie e riportare questa necessità in cima a tutte le agende politiche.
Non si può gravare un prodotto televisivo del compito di istruire un intero popolo. Eppure, quello stesso prodotto, specie se diventa fenomeno di massa, può fare da apripista per ulteriori e più consapevoli riflessioni.

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XIX, n. 207, aprile 2023)
 
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