Anno XVIII, n. 196
maggio 2022
 
In primo piano
Un congegnato viaggio nel tempo
nel conflitto tra Roma e Veio
L’ambiziosa opera prima di Marco Quaranta per Nep
sarà presentata a Più libri più liberi a Roma
di Massimiliano Bellavista
Veio, la città più meridionale d'Etruria, fulgida dominatrice di un vasto territorio (Agro Veientano) che si estendeva dalla riva destra del Tevere sino oltre il lago di Bracciano. Il conflitto inevitabile con Roma, legato al controllo degli approdi commerciali lungo il Tevere e le saline, si concluse dopo un leggendario assedio e con la sconfitta della città etrusca a opera di Furio Camillo (396 a.C.). Tutti questi eventi sono ora narrati da Roma versus Veio. Il duello mortale, opera prima di Marco Quaranta (Nep edizioni, pp. 448, € 20,00), parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale e che verrà presentata al pubblico, nella cornice della Fiera di Roma Più Libri Più Liberi, il 6 dicembre alle 18.30 presso la Sala Giove.
Si tratta di un periodo storico cruciale per i destini di Roma: si giocava al tempo un micidiale all in dove, inevitabilmente, il prevalere di una potenza avrebbe significato l’annullamento dell’altra. In effetti, nel 27 d.C. Augusto elevò la città sconfitta al rango di Municipio, nel tardivo atto di arrestarne la decadenza, ma il declino fu comunque inesorabile, E il clima di tensione è ben reso da questo romanzo storico: «Pensa a queste mie parole ragazzo: tutti i grandi personaggi della storia sono concordi che presto questa interminabile rivalità tra Veio e Roma, che si alterna con scontri e periodi di latente ostilità, vedrà la fine con la vittoria di una delle due, e comunque il conflitto non si potrà rinnovare in eterno in ogni stagione […]. È risaputo che due popoli che sono come il sole e la luna non possono coesistere nello stesso spazio contemporaneamente». Del resto questo tipo di congiunture economico-militari non sarebbe stato un unicum nell’ascesa di Roma, anzi. Quaranta ha il pregio di saper dominare molto bene l’ambientazione storica e allo stesso tempo di gestire con buona padronanza e cautela gli innesti di personaggi e situazioni di fantasia. D’altronde, lo dichiara lui stesso nel suo “manifesto”: «Questo è un romanzo storico, un’opera di fantasia che cerca di rimanere il più possibile vicino agli eventi così come ci sono stati narrati in Ab Urbe condita di Tito Livio (fonte principale)».
Ciononostante o forse proprio per questo, a questo articolato romanzo storico occorre un’ampia dramatis personae. Tutti i personaggi sono però necessari e assolutamente ben incardinati nel ritmo narrativo, a cominciare proprio da quelli totalmente inventati. Il sanguigno senatore Azio Lovinio ad esempio non fa eccezione a questa regola. «Azio Lovinio era fuori di sé, mentre camminava lungo la via Sacra, seguito da due dei suoi servi. L’uomo aveva un’andatura sostenuta mentre incedeva con il suo passo regolare e pesante. Violento. Deciso. Minaccioso. Era chiara l’appartenenza a una classe di militari, più abituati alle faticose marce che alla vita politica dell’Urbe. Disposti a sopportare miglia e miglia di percorso, piuttosto che aver a che fare con la ressa che popolava le strade della città».
Il romanzo tratteggia e caratterizza assai bene le varie figure, a cominciare dagli atteggiamenti dei personaggi, per poi passare al linguaggio e al modo di descrivere la situazione di profondo cambiamento della società e della politica romana che ciascuno di loro, a suo modo, stava vivendo e naturalmente cercando di volgere a proprio vantaggio.

Una corda tesa tra respiro epico, storia e attualità
Il romanzo storico è in auge in questi anni e il seguito dei suoi lettori è in costante crescita. Perché? La risposta sta proprio nella struttura e nella tecnica narrativa tipica del romanzo storico contemporaneo stesso, e quello di Quaranta non fa eccezione. Si rileva insomma un equo bilanciamento tra epica e storia, supportato da un ritmo narrativo asciutto e ritmico che pare tratto da un quotidiano contemporaneo, capace di trascinare il lettore non solo verso una dimensione di svago, ma anche di comprensione della realtà attuale attraverso la cifra storica. Per rendersene ben conto basta leggere lo Yehoshua di Viaggio alla fine del millennio: «Proprio a causa delle voci propagatesi in quest’ultimo anno in Andalusia e nel Maghreb, riguardo alla paura e al nuovo fanatismo religioso che si stanno diffondendo nei principati e nei regni dei cristiani, il mercante ebreo e il suo socio arabo Abu-Lufti hanno deciso di ridurre al minimo gli spostamenti sulla terraferma, per non mettere in pericolo se stessi e le merci in un viaggio tra castelli, villaggi, tenute e monasteri pullulanti di fedeli della croce». Stiamo parlando del Medioevo o forse anche, in qualche modo, dei nostri tempi?
Così si può dire anche di alcuni passi di questo ben studiato romanzo storico: «Il mondo della politica era impressionante agli occhi del ragazzo, che ne percepiva solo il lato negativo dato dagli intrighi e dai tradimenti che erano più evidenti delle azioni di grande spessore. Soprattutto in quei momenti di guerra, quando decine di migliaia di romani erano impegnati in un assedio decennale». Insomma: cosa c’è alla fine di più contemporaneo per un lettore di un romanzo storico? È proprio il contesto del “già accaduto” che libera maggiormente, rispetto ad altre forme letterarie, il senso critico e la capacità di analisi di lettore e scrittore. L’importante è non eccedere con i ragionamenti didascalici o filosofici, ma non ci pare che il romanzo di Quaranta corra questo rischio.

Azione e riflessione
Ciò che infatti si nota scorrendo le pagine di questo romanzo è il costante tentativo da parte dell’autore di non essere didascalico o caricaturale. In altre parole, le descrizioni e le ambientazioni sono certo ben curate e sviluppate, ma quel che attrae nella storia è la ricerca di una struttura psicologica, un tentativo più volte ripetuto di far comprendere al lettore non solo cosa pensano i personaggi, ma soprattutto come articolano la loro riflessione su sé stessi e sul mondo che li circonda. «Marco si rese conto che l’immagine di un condannato trascinato verso il suo destino lo aveva incuriosito, senza sentire di esserne stato toccato emotivamente. Dentro di sé sapeva che era giusto dare una lezione ai disertori per evitare che i più codardi potessero solo lontanamente pensare alla fuga dalla battaglia, ma razionalmente si chiedeva dove fosse lo spirito di un popolo evoluto, degno della benevolenza del Padre degli dèi, incapace di insegnare ai propri soldati l’onore e il sacrificio per un ideale ben più superiore di una singola vita. Sapeva che era giusta una punizione, per quanto questa potesse essere violenta e definitiva. Lo sapeva perché così gli era stato insegnato. Lo sapeva perché era una parte della sua cultura di romano e parte della sua identità. Sicuramente sarebbe stato meglio se i disertori non fossero esistiti. La loro sorte non avrebbe rappresentato un’atrocità da giustificare in nome di un bene comune di fronte agli dèi». Ma non si tratta di una narrazione statica, anzi tutt’altro: il ritmo degli accadimenti politici, bellici e personali è costantemente intrecciato alla narrazione e in movimento. Per tutte queste ragioni si tratta di un testo da consigliare anche a chi non si è mai convintamente avvicinato al genere storico, che pure vanta in Italia una illustre e felice tradizione.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 191, dicembre 2021)
 
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