Anno XVII, n. 188
settembre 2021
 
In primo piano
La Seconda guerra mondiale vinta
dagli “altri”: cosa sarebbe successo?
Il nuovo romanzo di Gian Corrado Stucchi ci immerge
in un mondo dominato dalle potenze dell’Asse
di Guglielmo Colombero
Gian Corrado Stucchi, brianzolo di nascita e bergamasco d’adozione, classe 1953, è uno degli scrittori di punta della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, al quale il sottoscritto ha avuto il piacere di dedicare un saggio sull’opera omnia, incluso nell’antologia appena pubblicata Nuovi percorsi della Letteratura contemporanea (cfr. anche: www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2283&idedizione=154).
Autore dallo stile eclettico e raffinato, che predilige le trame labirintiche vagamente borgesiane, i rituali ibridi a metà strada fra iperrealismo e fiction, l’amalgama tra indagine sociologica e gusto per il fantastico, Stucchi, come sottolineato nel mio già citato saggio critico, «naviga in un arcipelago di intriganti contaminazioni culturali e non smette mai di stupire anche il lettore più smaliziato: si passa dallo scenario postapocalittico di una futura utopia regressiva alla cruda e violenta realtà, tristemente attuale, dell’Africa devastata da insanabili conflitti etnici; dalla contemplazione delle radici ancestrali dell’aggressività umana vista attraverso lo sguardo di una quercia millenaria alla catena di morti misteriose in un immediato futuro dai connotati angosciosi; dall’apologo fiabesco sull’emarginazione dei diversi alla rievocazione nostalgica di un mondo contadino destinato a scomparire». Per poi approdare, nel suo più recente e audace esperimento narrativo, all’ucronia letteraria fondata sull’agghiacciante congettura di un’Italia dominata dal trionfante nazifascismo e dilaniata da una sanguinosa guerra civile. Dirigente del Gruppo Eni, Stucchi ha viaggiato per lavoro in quattro continenti: Europa, America latina, Asia e soprattutto Africa. Da questa condizione di “cittadino del mondo”, Stucchi ha tratto parecchia linfa vitale per la sua ispirazione letteraria: il “cuore di tenebra” conradiano dell’Africa torbida e feroce evocata nel suo romanzo Nero Opaco contiene non pochi riferimenti a luoghi e personaggi realmente conosciuti dall’autore. Sette finora le pubblicazioni che portano la firma di Stucchi, ciascuna a sé stante nell’ambito dei generi letterari: la fantascienza antiutopica di Deywoss (Kimerik, pp. 288, € 16,00, tradotto e pubblicato anche in Francia da Éditions Laborintus); l’avventuroso e drammatico Nero Opaco (Kimerik, pp. 274, € 16,00), ambientato in Nigeria ai giorni nostri; il dittico fiabesco formato da I dialoghi della quercia (Il Seme Bianco, pp. 168, € 15,90) e da Le straordinarie avventure di Nerina e dei suoi numerosi amici (Kimerik, pp. 52, € 12,60); il singolare “thriller quantico” La puntura del bombo (Bottega editoriale, pp. 116, € 15,00); l’autobiografico e nostalgico Ricordi lombardi (Bertoni, 2020, pp. 208, € 16,00); e infine Come piegati dal vento (Bottega editoriale, pp. 109, € 15,00) ambientato fra la Lombardia e il Tirolo a metà degli anni ’40, romanzo ucronico che s’innesta nel solco tracciato da La svastica sul sole di Philip K. Dick e, più di recente, da un capolavoro cinematografico beffardo e truculento come Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Un drammatico groviglio di atrocità e di passioni
In effetti, svastiche e bastardi abbondano nel romanzo di Stucchi: in un contesto dove gli Stati Uniti sono neutrali e la Gran Bretagna ha capitolato, il Terzo Reich domina incontrastato il mondo occidentale, mentre anni addietro in Russia i bolscevichi sono stati sconfitti dalla controrivoluzione zarista. Galeazzo Ciano, invece di finire davanti al plotone d’esecuzione, è il successore del Duce ma non ha saputo impedire che l’Italia spaccata in due precipitasse nel baratro della guerra civile. Vanni Conago, un giovane e promettente fisico nucleare, ama Eloisa, «uno splendido bocciolo di giovane donna che tutti chiamavano Lisa». La madre di Lisa, Margherita, è legata a Vittore Comaschi, un tracotante ras fascista che si diverte a seviziare i detenuti politici. Adottato dalla nobile famiglia dei Gromini, Vanni ne sposa per convenienza l’erede Tania, ma la passione per Lisa finisce per travolgerlo. Personaggio ambiguo, in preda a una specie di smarrimento esistenziale, Vanni oscilla fra un’adesione opportunistica al regime e una larvata simpatia per i partigiani antifascisti, che insidiano il regime con uno stillicidio di imboscate e di attentati. Emblematica, a questo proposito, la sua qualunquista affermazione riguardo all’antisemitismo: «Io non odio gli ebrei, ma ci dovremo pur difendere… loro fanno lobby, si proteggono l’un l’altro, non si creano scrupoli a dare priorità ai propri biechi interessi, chi sono in realtà i veri razzisti? Se vuoi sapere la mia sincera opinione, mi appaiono esosi, antipatici e pure rompiballe». E il suo scetticismo sul concetto stesso di democrazia, misto al disprezzo per la “plebaglia”: «Le mille parole inutili dei dibattiti democratici non portano mai a decisioni precise, fatti concreti nell'interesse della nazione. Vedi? Ci conosciamo da poco e quasi già litighiamo pur essendo in due, figurati decine, centinaia di opinioni diverse in una popolazione di milioni. Cesarismo, questa la via, il popolo è bue, va tenuto al giogo nel suo stesso interesse, solo così si può progredire». Frequentando la spocchiosa aristocrazia reazionaria incarnata dai Gromini, Vanni finisce per assimilarne la mentalità: Stucchi tratteggia questo complesso profilo psicologico con estrema finezza, arieggiando costantemente la narrazione con dialoghi fitti di riferimenti storici e culturali. Altrettanta cura si riscontra nella descrizione della violenza, come nell’episodio dello sciopero antifascista brutalmente represso dalle forze dell’ordine, in una escalation pervasa di tensione quasi spasmodica: «La compagnia dei carabinieri a cavallo apparve in lontananza a sbarrare il vialone, dietro di loro un muro grigioverde di poliziotti allineati con i manganelli in pugno. Il corteo si arrestò e un silenzio irreale avvolse i manifestanti. I capi parlottarono e poi tutti rimasero in attesa. Snervanti nitriti di destrieri tenuti alla briglia rompevano l’aria ghiacciata. Al segnale di tromba, i cavalieri in tenuta da guerra iniziarono la carica e, elmetti di acciaio calati sulla fronte, piombarono brandendo i frustini sulla folla che rumoreggiò sbandando verso i lati del corso. Molti caddero coprendosi la testa con le mani per ripararsi dagli zoccoli che naccheravano il suolo come grandine sui tetti. Presto i poliziotti presero a colpire chiunque venisse a tiro. Il sangue iniziò a imbrattare i volti. Molti rimasero riversi senza dare segni di vita».

La truce arroganza dello squadrista nero
Nella proterva figura del federale Vittore Comaschi l’autore riesce a condensare la spietata brutalità che costituisce l’essenza dell’ideologia fascista: un clone dell’Attila Melanchini impersonato da Donald Sutherland in Novecento di Bertolucci. Mentre il personaggio di Margherita, la fiera e voluttuosa madre di Lisa, sprigiona addirittura umori femministi ante litteram in una società rigidamente patriarcale e fallocentrica come quella fascista: «L’indole indipendente e fiera, dimostrata a volte nell’abitudine scandalosa di indossare pantaloni all’ultima moda, i capelli rossi raccolti in un semplice codino, non sminuivano affatto la prorompente sensualità del suo corpo perfetto e del viso di una bellezza radiosa, qualità trasmesse a Lisa tanto da farla apparire una sorella minore». Il pregio più evidente di questo racconto ucronico è proprio la capacità che Stucchi dimostra nel costellare il suo itinerario narrativo di continui riferimenti all’attualità: l’Italia per l’ennesima volta sanguinosamente divisa fra neoguelfi e neoghibellini, lo slancio di emancipazione che pervade i personaggi femminili, il gretto conformismo che invece caratterizza quasi tutti quelli maschili (il tentennante Vanni, il vetusto clan dei Gromini ancorato ai propri privilegi, il dispotico fascista Comaschi pronto comunque a tagliare la corda quando il vento cambia). Ulteriore dimostrazione di quanto Stucchi sappia padroneggiare una materia sfuggente come la “fantastoria” ucronica sta nella disinvoltura con cui prefigura il corso alternativo della Storia: del resto, anche certi eventi storici contengono risvolti assolutamente imprevedibili. Chi nel 1945 avrebbe mai scommesso sulla sopravvivenza del regime di Franco in Spagna, vincitore della guerra civile grazie al sostegno militare di Hitler e Mussolini? E invece l’avvento della Guerra fredda ha consentito a un regime fascista e corporativo di durare ancora trentasei anni, fino alla morte del Caudillo. Per quanto riguarda l’aspetto formale, Stucchi non si smentisce: il ritmo si mantiene incalzante, l’azione procede a pari passo con la riflessione, e il tessuto narrativo che ne scaturisce può contare su un page turner sempre vivido e coinvolgente.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)
 
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