Anno XVII, n. 184
maggio 2021
 
In primo piano
Una fiaba nera con suggestioni
dense di postmodernismo
Dalla penna di Eleonora Fontolan una storia fantasy
colma di spunti e di omaggi alle opere classiche del genere
di Guglielmo Colombero
Pubblichiamo in anteprima una recensione a firma di Guglielmo Colombero, contenuta nella sua raccolta di scritti di prossima pubblicazione, Nuovi percorsi della Letteratura contemporanea. Analisi, convegni, Prefazioni e recensioni sugli scrittori coevi .

La fiaba, nelle sue innumerevoli sfaccettature, è il genere letterario più antico. Il primo archetipo, l’epopea di Gilgamesh, risale al terzo millennio a.C. Nei secoli successivi è stata rielaborata e riproposta da autori di pregio assoluto, mantenendo un nucleo di matrici ancora feconde. Questo seducente substrato fiabesco riaffiora nel romanzo di esordio di Eleonora Fontolan, Semplice svolta del destino (Planet Book, 2020, pp. 376, € 19,00), che fa parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale e già dal titolo allude alla dimensione epica (e anche mitologica) degli eroi predestinati a una missione redentrice e dei loro nemici servitori del male, anch’essi avvinti alle catene invisibili del fato. Interminabili peregrinazioni in terre ignote, incantesimi di magia nera e sortilegi benefici, metamorfosi mostruose, morti viventi, ragni giganti, scoiattoli sensitivi: i classici ingredienti della narrativa fantasy ci sono tutti.
Attraverso gli arabeschi di una prosa raffinata e fortemente evocativa, l’autrice ci offre come elegante biglietto da visita un suggestivo caleidoscopio di citazioni letterarie: dalle fiammate barocche di Tanith Lee (la perfidia di alcuni personaggi femminili riecheggia Il signore delle tempeste) alla sofisticata truculenza di George R.R. Martin (duelli e massacri sulla falsariga de Il Trono di Spade), dal gusto per l’intrigo di Marion Zimmer Bradley (la scespiriana carneficina iniziale ricorda l’incipit de Il giglio nero) al dinamismo incalzante di Roger Zelazny (l’incombenza delle entità maligne richiama Le Corti del Caos). Sono solo alcuni dei sedimenti culturali rintracciabili in questa opera prima decisamente eccentrica e inconsueta nel collage di situazioni e caratteri, quanto lucida e calibrata nel complesso itinerario dei suoi snodi narrativi. Le etichette di genere lasciano il tempo che trovano, ma non si può fare a meno di sottolineare il variegato sincretismo che emerge dall’amalgama del racconto: un pizzico di heroic fantasy, una spolverata di sword and sorcery, una sfumatura di fantastic tale. Un ampio perimetro letterario che permette a Fontolan di spaziare tra diverse situazioni narrative e catalizzare il suo sforzo inventivo verso soluzioni mai banali, sia nello stile che nei contenuti. Scansando le insidie del compiacimento calligrafico, l’autrice procede spedita su un registro narrativo dal tessuto variopinto, irrequieto e gradevolmente turbolento, che ravviva costantemente il page turner con trovate imprevedibili e sorprendenti.
Il fantastico, il fiabesco, l’irrazionale: poli di attrazione di un impianto narrativo che si mantiene solido anche quando la galleria di eventi e personaggi si fa più affollata, fra picchi di crudele efferatezza e sobbalzi di lirismo struggente. Il senso del fatidico e dell’ineluttabile fertilizzano ulteriormente il racconto, facendo della brama di potere, dei legami di sangue, dei conflitti fratricidi gli spunti per una reinvenzione dei miti ancestrali. La chiave ultima di lettura, rintracciabile soprattutto nel personaggio del Prescelto Widar, risiede nella capacità di farsi artefici del proprio destino, riplasmando il fato con le armi del coraggio e della tenacia. La centralità del concetto di predestinazione giova anche alla tensione narrativa, che si accumula inesorabile fino alla battaglia finale contro l’implacabile antagonista maligno.
Su tutto questo prevale, comunque, il piacere di raccontare, pur con cadenze epiche, ma senza sterili accademismi, tra fremiti di puro godimento estetico e vampate di rovente respiro barocco.
L’ispirazione di Fontolan è camaleontica: alterna sussulti di odio feroce a slanci di delicata tenerezza, sparge a piene mani lacrime e sangue, ma sa anche attenuare le deflagrazioni di furore in pause contemplative e in silenzi assordanti.
Come accennato prima, il concetto di predestinazione suggerito già nel titolo è il leitmotiv che pervade l’intera architettura del romanzo. Tutti i personaggi, anche quelli in apparenza riluttanti ad accettare il loro destino, si muovono e agiscono come pedine di una scacchiera. L’autrice scandaglia i recessi più enigmatici della loro psiche e ne svela le pulsioni più segrete, spesso rivelate da una mimica espressiva pennellata con efficacia: «I riccioli scuri gli accarezzarono il viso accuratamente rasato quando inclinò la testa di lato per deriderla con gli occhi, due finestre scure e vivaci su un animo costantemente permeato di divertita malizia». E ancora: «Henored era terribilmente magro per essere un ragazzo nel fiore degli anni e non molto alto, con il viso pallido ed effeminato incorniciato da lunghissimi capelli corvini e caratterizzato da due inquietanti occhi color ametista resi ancor più evidenti da una fila di ciglia arcuate come quelle di un bizzarro felino. Le dita, affusolate come quelle di una donna, scostavano di tanto in tanto un ciuffo ribelle che ricadeva davanti al piccolo naso durante la marcia».
Negli scorci narrativi appena citati vediamo come l’autrice introduca protagonisti e comprimari tramite la descrizione dettagliata del loro aspetto esteriore, per poi tratteggiarne l’indole e le inclinazioni con una graduale penetrazione nelle pieghe più occulte del loro animo, nella sostanza più autentica dei loro impulsi e dei loro pensieri.
A tale proposito, uno dei tasselli fondamentali del racconto è il tema del doppio, incarnato nelle figure contrapposte delle sorelle Rejna e Sirke, la prima buona e la seconda malvagia. Infatti, Rejna, al momento del duello fra Sirke e il Cavaliere della Musica, «gridò loro di smettere, la visione di quel violento scontro le era divenuta insopportabile perché non sapeva dimenticare che Sirke, nonostante tutto, era la sorella che Andhera le aveva strappato prima ancora che fosse nata». Quest’ultima, invece, rappresenta il lato oscuro della stirpe regale degli Heimblar, una dark lady assetata di sangue umano e ribollente di odio malcelato, «con i capelli corvini lunghi sino alle spalle e gli occhi scuri come una notte senza stelle», fasciata da una «uniforme di pelle nera sfacciatamente aderente che lasciava scoperte le spalle e i glutei torniti, mentre un vecchio squarcio ricavato forse in combattimento non nascondeva molto del petto generoso».
Sirke uccide a morsi come una lupa mannara «ripulendosi le labbra carnose col dorso della mano dalle lunghe unghie laccate» e si dilegua trasformandosi in un «rapace notturno in un battito di ciglia» al pari del famigerato conte Dracula: impennate orrorifiche che infondono alla narrazione qualche colorita sfumatura di pulp.
La violenza si propaga negli sguardi attoniti e atterriti di fanciulli innocenti (come Gerwin, figlio del sanguinario usurpatore Narwel Lorye), spettatori di atrocità destinate a lasciare piaghe inguaribili nel loro fragile subconscio infantile: «Quando tornò a guardare, il volto di Ansgar, Sovrano di Almanerdh, Protettore del Nord, Figlio del Fiume, ricambiava il suo sguardo con gli occhi fissi e vacui di un uomo morto, i lineamenti contratti in un’eterna smorfia di atroce dolore, a immortalare il momento in cui la testa gli era stata separata dal corpo». In un altro climax di crudo impatto visivo, nella scena del delitto nel bordello, l’autrice sparge emoglobina a piene mani, in un crudo tableau vivant degno del Grand-Guignol: «Lo scarso arredamento era rovesciato e rovinato dall’esito di una violenta colluttazione, in cui il cliente di Corinna aveva dovuto soccombere a un’inaudita ferocia. Il suo sangue bagnava orrendamente il pavimento di legno fuoriuscendo ancora a fiotti dal corpo appena sventrato».
L’impeto visionario dell’autrice prorompe anche nella descrizione di alcune creature simulacrali, per metà umane e per metà bestiali, pullulante di reminiscenze pittoriche medievali che ricordano il labirinto fantastico di Hieronymus Bosch: «Il loro aspetto era umano e vestivano gli abiti scuri tipici dei sicari su commissione, ma poco al di sotto delle cinture ondeggiavano le lunghe code sinuose dei seguaci di Andhera e i loro occhi, incastonati in volti striati da macchie di lucide squame, sembravano quelli di un serpente in caccia, con le pupille verticali che tagliavano di netto le iridi del colore del fuoco».
La teratologia è infatti una componente essenziale del romanzo, espressa in varie modalità: come metamorfosi nella già citata strega proteiforme Sirke; come mutazione nel ragno gigante del bosco («un orrendo ragno nero con sottili zampe arcuate e il corpo gonfio e lucido, chiazzato qua e là di rosso e d’arancio, con raccapriccianti ciocche di scura peluria che spuntavano lungo le zampe e intorno alle grandi chele, frementi protuberanze del muso che già smaniavano per afferrare qualcuno di loro»); come degenerazione nella legione degli scheletri redivivi («Altri esseri affini spuntarono tutt’intorno, tra i fitti tronchi d’albero, con spade arrugginite sguainate e scudi di foggia antica sollevati davanti alla fragile cassa toracica ancora recante i segni della decomposizione. Dalle costole infatti pendevano brandelli di carne ormai secca e raggrinzita, resti di abiti imbevuti in passato del loro caldo sangue e grigie ossa segnate da vecchie macabre ferite»).
Per quanto riguarda l’ambientazione, l’autrice sa disegnare scenari da bolgia dantesca, brulicanti di un’umanità derelitta: «Uomini già ubriachi accasciati sui tavoli si alternavano a volgari meretrici che concedevano le proprie attenzioni in ogni angolo appartato del bordello, strette in lisi corpetti che mettevano in risalto i loro petti floridi e con le gonne sollevate sopra il ginocchio per mostrare le calze sgualcite». E, per contrasto, compone scenografie idilliache, dove il paesaggio rispecchia gli stati d’animo dei personaggi: «Giunsero dunque nello stupefacente giardino, traboccante di vita tanto quanto l’interno del castello evocava pensieri di morte. Nessun fiore colorava quell’atmosfera surreale, ma le foglie delle piante e dei cespugli scintillavano lucide al sole come fossero state d’argento e una sottile foschia avviluppava ogni cosa, luminosa come polvere di diamanti gettata su una spiaggia assolata». Altrettanto cangiante appare la cesellatura di sfondi cromatici, in cui i chiaroscuri si alternano alle eruzioni di colore e le tonalità talvolta livide e fangose in vampate repentine di luce: «Il tramonto intanto colorava di rosso e oro l’orizzonte, mentre il sole di Aset lasciava lentamente spazio alla pallida luna dell’argentea Hilal con la sua scintillante corona di stelle, che tuttavia furono presto oscurate da rapide nuvole nere sospinte dal vento verso est». In pagine come queste affiorano sfumature impressioniste che assorbono le vibrazioni luminose di un albeggiare oppure, all’opposto, colgono il palpito abissale delle tenebre notturne.
Il cammino tormentato del Prescelto Widar verso il riscatto finale è ostacolato dalle esalazioni malsane sprigionate dalle antiche leggende nere. Tale conflitto si ritrova anche nella lotta senza quartiere fra l’austero misticismo dei monaci del Sacro Ordine dell’Illuminazione e la sfrenata idolatria dei seguaci di Andhera. L’antinomia Bene contro Male è avvolta da una patina di angoscia esistenziale su entrambi i versanti: Sirke possiede le fattezze di un angelo caduto (appena nata è stata rapita da un’entità maligna e “demonizzata”) ed è mossa da un’ossessiva sete di potere, mentre il suo messianico antagonista, il Prescelto Widar, è pervaso da una sete di assoluto, inteso come anelito verso la conoscenza. In altri momenti, la fascinazione fiabesca fa coincidere le sembianze dei personaggi con gli elementi della natura, in una simbiosi ipnotica e seducente: «due creature fatate emersero dall’oscurità facendo scintillare alla luce della sfera la pelle del colore del mare, i capelli d’un verde intenso quanto le fronde di una quercia vigorosa, gli occhi scuri come la terra di un campo appena arato e le carnose labbra rosse con il fascino del fuoco vivo».
In sintesi, Fontolan elabora una cifra stilistica definibile come epos postmoderno, in cui condensa l’armonica combinazione di svariate alchimie creative: l’affabulazione narrativa incardina l’intreccio romanzesco su binari paralleli che finiscono poi per sfociare in una simbologia metastorica affollata di riferimenti colti, quasi ipertestuali. Se gli adepti del Sacro Ordine dell’Illuminazione rievocano gli ascetici e monacali custodi di un patrimonio culturale minacciato dalle orde barbariche, l’inaccessibile biblioteca di Cansaleer (che non può non riportarci al memorabile Edificio de Il nome della rosa di Umberto Eco) rappresenta l’ultimo baluardo del sapere di fronte al dilagare di un nichilismo distruttore. E anche le varie figure di eroine e di eroi in lotta contro l’impero dell’oscuro su cui regna il demone Andhera possiedono individualità ben distinte l’una dall’altra, il che costituisce uno dei pregi più originali del romanzo: il giovane e impulsivo guerriero Hatyapet che si piega alla saggezza della solenne e ieratica Regina Madre Muthem (allegoria della supremazia del potere politico su quello militare); l’indomito Prescelto Widar che, come un paladino alla ricerca del Sacro Graal, sopporta stoicamente le più atroci torture e non solo sopravvive, ma ne esce temprato dalla sofferenza (metafora trasparente di un doloroso percorso iniziatico); il Cavaliere della Musica, bardo cantore di ballate e combattente per la libertà (l’arte che esce dalla nicchia e si schiera contro gli oppressori). L’autrice ribalta dunque i meccanismi più prevedibili del genere fantasy: centrifuga nel frullatore ingredienti solo in apparenza discordanti e ne ricava una miscela stimolante, densa di umori trasgressivi.
Un ultimo aspetto del romanzo su cui vale la pena di soffermarsi è quello erotico-sentimentale, che l’autrice tende a collocare in una dimensione rarefatta, sospesa fra languidi riti amorosi e impeti di intensa passione. Esemplare lo sguardo lascivo con cui Widar contempla la sacerdotessa Echo: «L’abito scuro le accarezzava i fianchi con una sensualità che poco s’addiceva alla prima esponente dell’ordine sacerdotale consacrato alla vergine dea della luna, i capelli bruni raccolti in una spessa treccia posata sul petto seguivano con grazia le linee del suo corpo perfetto». Subito dopo, il contatto fra i loro corpi si accende come in una lenta combustione: «L’almanese la spinse dolcemente contro la parete del corridoio premendo il corpo contro il suo e con le labbra scivolò lungo il collo sino alla pelle scoperta della spalla, trasalendo quando la donna con un barlume di lucidità lo costrinse a fermarsi».
In conclusione, il romanzo di Eleonora Fontolan può essere definito come un prisma multicolore, stregonesco e sfuggente, da cui scaturisce una gamma iridata di sollecitazioni per il lettore. La fenomenologia sviscerata dall’autrice è indubbiamente quella classica dei racconti di spada e magia, ma il tenore della narrazione si spinge ben oltre la soglia delle etichettature di genere. L’autrice scavalca in scioltezza lo steccato della tradizione fantastica, immettendo fra le pieghe dell’intreccio un crescendo di colpi di scena mutuati dal filone avventuroso, che opportune pause meditative (e talvolta persino filosofiche) fanno lievitare al punto giusto: il suo stile eclettico, che si avvale di un lessico ricercato in cui nulla è lasciato al caso, ottiene un delicato equilibrio fra vivacità creativa e senso della misura. L’apparato iconografico che l’autrice utilizza per dispiegare pienamente le sue potenzialità narrative si avvale di un dosaggio attento a ogni singola componente: lo sfondo su cui agiscono i personaggi è sempre curato nei minimi dettagli e infonde nelle pagine del racconto uno spiccato gusto teatrale. Opera prima che denota un apprezzabile controllo sulla materia narrativa, Semplice svolta del destino vince la scommessa più difficile per chi esordisce nell’arte del romanzo: non scivola mai nell’ovvio e nel banale. Potrà piacere oppure no, ma sicuramente non lascerà indifferenti i futuri (e, ci auguriamo, numerosi) lettori.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVII, n. 180, gennaio 2021)
 
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