Anno XVI, n. 177
ottobre 2020
 
In primo piano
Musica, corruzione e visione del mondo:
un fil rouge nei nostri Convegni
In sola via telematica portiamo avanti riflessioni illuminanti
tramite la lettura della nuova Letteratura Contemporanea
di Guglielmo Colombero
In linea con gli analoghi incontri effettuati nei mesi precedenti a Torino e a Roma, seguiti dai due convegni moderati dallo psicologo Annibale Bertola in occasione della fiera Più Libri Più Liberi di Roma 2019, stavamo programmando altre iniziative relative a ulteriori autori, per noi di particolare importanza.
La nota pandemia da Coronavirus, però, ci ha impedito di proseguire nell’organizzazione di tali eventi, e dunque, uniformandoci allo stile e ai criteri scaturiti dalla pandemia stessa ‒ cioè di effettuare le iniziative di questo tipo a distanza e non in maniera frontale ‒ abbiamo organizzato questo sesto approfondimento sulla Letteratura contemporanea, in particolare sulla Saggistica, in modo virtuale: i libri presentati sono tutti parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale.


La panoramica è variegata: un vero e proprio caleidoscopio di frammenti letterari, che navigano in un arcipelago di tematiche solo apparentemente scollegate. Se la musicoterapia evocata da Cangemi è una medicina dell’anima, la corruzione descritta da Lista è invece un cancro che la divora. E, in una sintesi finale di questa dicotomia, nel saggio di Giraudi la conflittualità filosofica fra il senso comune e il pensiero speculativo teorizzato da Hannah Arendt genera l’embrione del terrore totalitario.

Emanuela Cangemi: la musica come medicina dell’anima
La musica che educa e insegna la dignità. La musica che allevia il dolore. La musica che diventa armonia interiore. La musica che cristianamente consola gli afflitti. Queste le quattro facce del prisma costruito da Emanuela Cangemi nell’ibrido fra romanzo e saggio A modo mio mi prendo cura di te (Armando Editore, 2019, pp. 144, € 15,00).
Nel primo capitolo, i sei amici che vivono nel retroterra contadino calabrese creano fra mille ostacoli (primo fra tutti l’ostracismo delle rispettive famiglie) un fecondo sodalizio musicale nel casolare ribattezzato “la tana del lupo”. L’emblematico personaggio di Carmelo esprime compiutamente il suo impulso di comunicare con il mondo esterno attraverso la musicalità non solo dei suoni, ma anche del linguaggio: «Parlava e suonava contemporaneamente, trasformando la sua idea in qualcosa di musicale, in parole e suoni da porgere a chi ascoltava per farsi capire e comprendere».
Il contesto sociale è caratterizzato dall’immancabile solco generazionale che caratterizza la società nel Mezzogiorno degli anni Sessanta: «I sei erano stati viziati dai loro nonni, uomini e donne che avevano vissuto le due guerre, alcuni attivamente come soldati. Erano i discendenti di capostipiti che avevano patito la fame, anche se non in prima persona, ma ugualmente erano stati in grado di rispettare la fame altrui».
La scrittura dell’autrice sconfina nella dimensione metanarrativa quando cattura il lettore nella ragnatela della magia musicale, del contrasto emozionale fra consonanze e dissonanze, della vibrazione segreta delle note che riecheggiano come i cerchi concentrici di un sassolino gettato nello stagno: «Quello che noi definiamo con il termine suono è un effetto psico-percettivo, neurologico e musicale, studiato sia nel vasto campo musicologico, sia in quello delle scienze come l’acustica musicale e la neurologia della musica». Anzi, si spinge fino a tentare un’identificazione, peraltro assai suggestiva, fra la persona umana e il suono armonico: «Perché non concepire l’animale sociale per eccellenza, ossia l’essere umano, come un suono?». Esemplare a questo proposito l’esibizione di Carmelo e della partner Giuseppina: «I due esecutori si erano espressi, avevano donato la loro musicalità, la loro anima, i loro pensieri, le loro paure e il pubblico empaticamente aveva percepito tutto questo».
Ancora più audace e intrigante il parallelismo prefigurato fra il fenomeno della risonanza acustica, detto anche oscillazione simpatica, e il flusso emotivo nell’essere umano: «ho paragonato le vibrazioni del corpo sonoro alle emozioni dell’essere umano, e il fenomeno dell’oscillazione simpatica all’empatia, per arrivare a dimostrare una cosa molto semplice: attraverso la comunicazione intesa nella sua accezione più ampia, è possibile riuscire a capire e comprendere l’altro. E queste due semplici azioni, ossia capire e comprendere, fanno sì che in un gruppo, una famiglia e, più in generale, in un’intera società regni la serenità».
Infine, quando la malattia di lei (il tumore stigmatizzato come l’Innominato) irrompe tellurica nella vita di coppia di Carmelo e Giuseppina, le ballate del menestrello postmoderno Angelo Branduardi (la danza macabra della Nera Signora in Ballo in Fa diesis minore) e le geometriche alchimie polifoniche di Johann Sebastian Bach accompagnano il doloroso tragitto di Giuseppina verso la fase terminale del male: «Anche se la musica risulta quasi inspiegabile, in realtà è spiegabilissima. È arte, disciplina artistica, ma diventa anche scienza, neuroscienza e ricerca musicoterapica».

Vincenzo Lista: le “Sorelle Escort” e una nuova tangentopoli
Do ut des. Delitti e suicidi, imposte e tasse, sesso e corruzione di Vincenzo Lista (Bottega editoriale, 2018, pp. 160, € 10,00), si accosta a Un libro di Federico Crisio mediante il comune denominatore del delitto, e coincide anche nella figura del protagonista, Adamo, un burocrate onesto e scrupoloso (speculare al Professore in quanto uomo pieno di qualità, ma ciononostante altrettanto frustrato), che, sconvolto da un inspiegabile duplice omicidio, si addentra sempre più a fondo in un verminaio di putrefazione morale, di prostituzione d’alto bordo, di tentacolari connivenze dietro un’ipocrita facciata di rispettabilità.
La narrazione è in prima persona, e l’incipit rispetta il canone del thriller alla Hitchcock: «vidi il corpo di una donna, quasi nudo, immobile, un rivolo di sangue usciva da sotto la testa. Mi avvicinai ancora e riconobbi con orrore che era Caterina». Contestualmente, viene scoperto anche il cadavere della sorella di Caterina, l’insegnante di ballo Sibilla. Adamo frequentava entrambe le vittime, e ovviamente, anche se non sospettato, viene interrogato dalla polizia. Tramite un’agendina che casualmente finisce nelle sue mani invece che in quelle degli investigatori, Adamo scopre che le due sorelle usano i loro corpi per favorire gli intrallazzi del presidente della concessionaria esattoriale per cui egli stesso lavora: «Si era costituito un rapporto anomalo, uno scambio di favori, non tanto per soldi ma sotto forma di prestazioni sessuali».
Una tangentopoli fondata sull’uso strumentale del sesso, in cui le due donne fungono da ambasciatrici disinibite e inappuntabili nel costruire con le loro sofisticate performance da escort di lusso una fitta ragnatela di contatti. La realtà è uno specchio a due facce, che continuamente si riflettono l’una nell’altra: ciò che sembrava vero si rivela falso, e ciò che sembrava falso si rivela vero. L’autore si colloca così in bilico fra il realismo straniante alla Kafka e il gusto per gli enigmi a scatola cinese alla Borges: «Esistono periodi nella vita in cui all’improvviso, senza rendercene conto, ci viene sbattuto in faccia un brusco evento che sembra irrevocabile e che ci fa perdere ogni speranza, come se tutto sparisse e ci spingesse in un baratro».
Anche se la scelta dell’autore resta nel solco classico del thriller con implicazioni sociopolitiche, la struttura labirintica del romanzo rivela non pochi punti di contatto con la metanarrazione di Crisio: Lista infatti architetta un doppio livello di lettura, ritagliando all’interno dell’itinerario investigativo del protagonista il focus sul dualismo fra realtà e apparenza. Sotto una scorza patinata di decoro borghese scorre un magma ribollente di marciume morale: le due sorelle, irreprensibili e quasi asessuate nel contesto professionale, si rivelano avide, spregiudicate e calcolatrici in quanto a elegante capacità seduttiva verso i clienti altolocati da soddisfare in cambio di illecite agevolazioni. Adamo riemerge con l’amaro in bocca dalla palude vischiosa di malaffare e dissolutezza che ha rischiato di sommergerlo, dato che il crimine resta sostanzialmente impunito, con gli ipotetici mandanti protetti da un impenetrabile cono d’ombra: notti e nebbie di una società malata che non riesce ancora a sviluppare i propri anticorpi.
L’epilogo è sconsolato: «La vita non è altro che un susseguirsi di tante illusioni e tante delusioni spesso inspiegabili che ti lasciano il cuore triste e vuoto».

Alessandro Giraudi: la mancata condivisione del reale
In La visione universale del mondo. Per la rivoluzione inclusiva (Armando Editore, 2019, pp. 460, € 15,00), Alessandro Giraudi riflette sulla Weltanschauung come possibile sintesi fra realismo e antirealismo: all’interno del suo monumentale saggio filosofico – che anche il più agguerrito critico letterario non sarebbe in grado di analizzare compiutamente se non scrivendo a sua volta un “saggio sul saggio” di decine e decine di pagine dopo aver studiato il testo per mesi – è possibile estrapolare un campione particolarmente significativo, consistente nelle pagine dedicate a una delle indagatrici più lucide e penetranti del Secolo breve, la filosofa Hannah Arendt, secondo la quale, «per evitare il ripetersi del delirio di onnipotenza della ragione, che ha portato il Terrore nel Novecento, perché sia possibile una convivenza umana rispettosa della originalità e della singolarità di ognuno, è necessario riscoprire qualcosa che tutti gli uomini hanno in comune».
Premesso come assioma che l’origine di ogni cultura e di ogni civiltà è radicata nel cosiddetto common sense, vale a dire in uno “sfondo comune” inteso come superamento della conflittualità fra tradizioni contrapposte, Arendt si interroga su quale rapporto esista fra filosofia e senso comune. Nel saggio La vita della mente, la sua definizione ricorre a un’allegoria suggestiva, la «guerra intestina tra ragionamento di senso comune e pensiero speculativo». Una guerra dichiarata dalla filosofia (intesa come facoltà di pensiero e bisogno di ragione) contro il senso comune definito come «sesto senso che accorda gli altri cinque a un mondo comune».
Da una parte quindi l’empireo dei filosofi, dall’altro la massa: «È il filosofo che di sua iniziativa abbandona la Città degli uomini», afferma Arendt con un’altra delle sue geniali allegorie; i pensatori sono scettici sulla fiducia riposta dalla massa nella percezione sensoriale, alla quale preferiscono il raziocinio del pensiero. La mela del senso comune viene suddivisa da Arendt in cinque spicchi: psicologia, politica, scienza, società e pregiudizio sociale. Si risale al pensiero del grande umanista cattolico Nicola Cusano, che nei Dialoghi dell’idiota ‒ scritti nel 1450, alla vigilia di quella spaventosa catastrofe (paragonabile all’11 settembre 2001) che fu per la civiltà cristiana occidentale la caduta di Costantinopoli – paragona l’intellettuale a un cavallo abituato a nutrirsi soltanto con quanto trova nella mangiatoia, mentre per l’uomo incolto «la Sapienza grida all’aperto nelle piazze» (nel XX secolo purtroppo questa frase si rivela profetica: i comizi isterici di Hitler ipnotizzano un popolo colto ed evoluto come quello tedesco, in una terra che ha dato i natali a Goethe e a Schopenhauer). Questa visione è antitetica rispetto a quella di Hegel, che focalizza il concetto di verità all’interno del pensiero filosofico: in Fenomenologia dello spirito, egli sostiene che «Il senso comune calpesta la radice dell’umanità, in quanto la natura dell’umanità è quella di tendere all’accordo reciproco, e la sua esistenza è riposta soltanto nella compiuta comunanza delle coscienze». In definitiva, per Hegel l’universalità del sapere «non ha nulla a che vedere con la volgare indeterminatezza e indigenza del senso comune». Arendt considera Hegel come testimone emblematico della «guerra intestina fra filosofia e senso comune».
A questo punto, gettate le fondamenta del dibattito, ci sembra doveroso citare due intellettuali di immenso prestigio riguardo al conflitto fra l’élite filosofica e le masse. Uno è il romanziere francese Georges Bernanos, che nell’indimenticabile j’accuse contro il franchismo intitolato I grandi cimiteri sotto la luna (1938) profetizza che «l’ira degli imbecilli riempirà il mondo», spalancando le porte alla tirannide dei demagoghi guerrafondai. L’altro è lo spagnolo José Ortega y Gasset, che in La ribellione delle masse (1930) definisce l’uomo-massa come «bambino viziato della storia», che trasforma le pretese in diritti e finisce per calpestare e distruggere il retroterra da cui è germogliata la libertà, vale a dire la democrazia liberale. In altre parole, l’uomo-massa finisce per segare il ramo sul quale si è appollaiato: Lenin (e dopo di lui Stalin), Mussolini e Hitler, idoli deliranti delle “masse idiote”, incarnano i quattro cavalieri dell’Apocalisse generati dalla «guerra intestina» teorizzata da Arendt, e mirabilmente sintetizzata nel personaggio emblematico della burocrazia dell’Olocausto in La banalità del male, l’angelo sterminatore piccolo-borghese Adolf Eichmann, con i suoi replicanti come il sovietico Jezov, artefice delle purghe staliniane, e l’americano McCarthy, promotore della caccia alle streghe. Squallidi esecutori di sentenze decretate da capi carismatici ritenuti infallibili (Stalin per Jezov) o da ideologie aberranti (l’antisemitismo per Eichmann, la cultura del sospetto per McCarthy), i carnefici appartenenti alla sponda per così dire “filosofica” (nel senso che fanno parte di un’oligarchia decisionale come il summit di gerarchi nazisti che sottoscrive la Soluzione Finale della questione ebraica nella conferenza di Wannsee) finiscono per perdere il contatto con la realtà non solo delle masse, ma di tutte le infrastrutture economiche e sociali di una nazione: nel suo ultimo mese di vita Hitler ordina l’annientamento del popolo tedesco e della stessa Germania, per lasciare agli alleati solo un mucchio di rovine, ed Eichmann continua a deportare e assassinare migliaia di ebrei a pochi mesi dal crollo del Terzo Reich.
Se, come un invisibile Muro di Berlino, la filosofia si erge come barriera fra il libero pensiero e la psicologia di massa, il rischio è la deriva populista e totalitaria del Pensiero Unico livellatore.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XVI, n. 175, agosto 2020)
 
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