Anno XVI, n. 171
aprile 2020
 
In primo piano
In che strano mondo stiamo vivendo?
Ce lo comunica un particolare romanzo!
Dal talento di Fabiano Pini una storia per la giustizia,
con incredibile audacia. Prefato da Antonio Oliverio
di Elena Cangiamila
Paradiso. Dimensione atemporale volgarmente chiamata eternità. Quattro importanti uomini del passato, più un riflessivo e affabile barbiere, rimangono attoniti di fronte al mondo e alle azioni dell’uomo, mentre osservano la Terra dall’alto attraverso un modernissimo monitor chiamato «Grande Oblò».
È con queste incredibili e accattivanti premesse che ha inizio Che mondo! (Kimerik, pp. 152, € 15,00), il romanzo di Fabiano Pini, dalla penna coinvolgente e originale. Quello ideato nel romanzo è infatti un paradiso super tecnologico, in cui il così chiamato Principale – nientedimeno che l’Onnipotente – chiama a raccolta alcune delle personalità più geniali che hanno popolato la Terra, dando loro il prestigioso ruolo di Indagatori celesti e creando dunque una squadra che si occupi di risolvere i mali dell’umanità.
Così ci ritroviamo innanzi a Napoleone III, Albert Einstein, Sandro Pertini, Leonardo da Vinci e il meno celebre (ma non meno importante) Ovidio Ruffini in un gruppo di discussione e riflessione sui problemi che affliggono l’umanità, tentando di risolverli con tenacia, perseveranza e un pizzico di follia.

La lotta ai mali del mondo: tra ironia, denuncia sociale e fantapolitica letteraria
Come già accennato in precedenza, in Che mondo!, l’incarico degli illustri e sapienti defunti convocati dall’Onnipotente è l’importantissimo nonché complesso compito di portare il bene laddove alberga il male. Per fare ciò, i nostri Indagatori celesti dovranno affidarsi alla loro intuizione e capacità di riflessione, potendo operare direttamente sulla Terra soltanto attraverso degli Emissari, angeli autorizzati a interagire con gli uomini.
Avendo stabilito simili premesse, un lettore attento non può certamente aspettarsi che il romanzo prosegua in modo prevedibile: tanto l’ironia acuta quanto gli scenari fantastici stabiliti inizialmente dall’autore si trasformano infatti molto presto in un’amara denuncia, in una riflessione che analizza in profondità la società del presente e del passato, che ne scopre i drammi e le contraddizioni. La lotta contro il male si inasprisce sempre più, mentre i capitoli dell’opera toccano alcuni tra i temi più scottanti dell’umanità intera: il bullismo, l’uso spropositato e dannoso dei social network, la solitudine, la corruzione morale e politica, il degrado, la schiavitù infantile, il femminicidio e la droga.
Ecco che allora la fervida fantasia dell’autore si mischia alla denuncia sociale e alla politica generando un romanzo che porta in sé le parti migliori di ogni genere letterario che lo compone. La fantapolitica, anzi, la «fantasociologia» – così chiamata da Antonio Oliverio nella sua Prefazione all’opera stessa – è quindi una delle forze motrici che guidano la narrazione del romanzo, rendendola dinamica, autentica e dolorosamente attuale.

I magnifici cinque: Indagatori celesti a confronto
«Parbleu!»[1] direbbe Napo, «Für das Elend!»[2] esclamerebbe Albi, «Corpo di mille pipe!» aggiungerebbe l’ex presidente. E dopo essere stati calmati dal pacifico Ovidio Ruffini, tutti si volterebbero a guardare Leo attirati dal familiare tramestio che segnala la creazione di una nuova invenzione.
Tra indignazione, malinconiche discussioni e geniali risoluzioni, viene declinata dunque la vita dei cinque Indagatori Celesti in paradiso, così diversi tra loro eppure allo stesso tempo così uguali. Napoleone III, Albert Einstein, Leonardo da Vinci e Sandro Pertini – rispettivamente Napo, Albi, Leo e il Presidente – appartengono a epoche e culture diverse, ma sono animati da una sete di giustizia autentica, da principi che nella vita, così come nella morte, impongono loro tenacia e coraggio anche di fronte a quelle questioni apparentemente irrisolvibili.
A unire le spiccate personalità che compongono il gruppo è Ovidio Ruffini, un barbiere giunto da poco in paradiso, un individuo qualunque. Ma proprio nella sua modestia e nella sua condizione di uomo comune si nasconde la forza di Ovidio: la sua pacatezza riesce a mitigare gli animi spesso indomiti dei suoi compagni, la sua indole tranquilla, che potrebbe quindi restare sommersa dalle personalità carismatiche che la circondano, riesce invece ad emergere e affermarsi, mostrandosi decisiva per la risoluzione di ogni conflitto.

Leonardo da Vinci e l’umana speranza
A guardarla dal Grande Oblò, l’umanità si direbbe perduta per sempre.
Il fantasma della sconfitta aleggia minaccioso nelle menti dei defunti protagonisti continuamente, li scoraggia e li annichilisce mentre osservano increduli il male che gli uomini sono stati capaci di generare nel corso dei secoli.
Eppure, quando tutto sembra perduto, quando ogni discussione colma di amarezza si è infine esaurita, accade qualcosa di inaspettato che accende ancora la fiamma della speranza: Leonardo da Vinci, Leo per i suoi amici, tira fuori all’improvviso un’invenzione capace di risolvere la spinosa questione del momento, qualunque essa sia. E benché l’uomo non disponga delle tecnologie decisamente ultraterrene che Leo utilizza in paradiso, l’ingegno di quest’ultimo, la sua fede, quella forza che lo spinge ad agire e a creare, mentre gli altri rimangono a discutere inutilmente, sono tutti impulsi meravigliosamente propri dell’essere umano. La resilienza di Leo rappresenta dunque quella dell’uomo, nonché la chiave per il trionfo del bene.
È così che, nonostante l’amarezza e il dolore, nonostante le domande senza risposta che i cinque Indagatori si pongono attoniti alla fine della loro missione, il romanzo fornisce all’uomo un barlume di speranza, l’accenno confortante di un lieto fine: se l’uomo è responsabile del suo declino, allora, con grande forza e tenacia, può anche essere artefice della sua rinascita.
Così, con altrettanta tenacia e irresistibile ironia, Fabiano Pini muove le redini del suo romanzo, incantando con maestria noi «pazzi uomini moderni» e demolendo ad uno ad uno i tabù della nostra società.

[1] Dal francese: Per Giove!

[2] Dal tedesco: Per la miseria!

Elena Cangiamila

(direfarescrivere, anno XVI, n. 170, marzo 2020)
 
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