Anno XVI, n. 175
luglio,agosto 2020
 
In primo piano
La storia della presenza italiana
nella Repubblica democratica del Congo
Un saggio scientifico e divulgativo di Carlo Carbone.
Per Franco Angeli la storia del rapporto con l’Italia
di Riccardo Berardi
Con grande acume critico la monografia di Carlo Carbone, Italiani in Congo. Migranti, mercenari, imprenditori nel Novecento (Franco Angeli, pp. 268, € 32,00) storico contemporaneista, noto soprattutto per i suoi studi di Politica internazionale e africana, ricostruisce la vicenda di quegli italiani – migranti, mercenari e imprenditori – che fra il 1903 e il 1980 circa furono presenti nel territorio che oggi costituisce la Repubblica democratica del Congo. Si tratta di un eccellente volume che analizza un aspetto poco trattato dalla storiografia, infatti riporta alla luce – anche tramite documentazione inedita dell’Archivio dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) – la storia di uno degli interventi tecnologicamente e finanziariamente più corposi dell'imprenditoria industriale italiana pubblica e privata in Africa.
Il libro fa parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale ed è stato occasione di rinnovo per una collaborazione che si era caratterizzata con questo importante editore sempre nell’ambito della Storia politica contemporanea internazionale: L’Argentina fra democrazia e golpe, scritto da Tiziana Salvino (con Prefazione di Silvio Gambino).
L’opera di Carbone si divide in quattro capitoli suddivisi in diversi paragrafi: il primo, dal titolo Al Congo dall’Italia liberale. Un colonialismo subalterno, prende le mosse dal contesto storico dell’Unità d’Italia, soffermandosi sulla politica coloniale e sulle classi sociali protagoniste del dibattito. Quest’ultime vengono divise in due fazioni dall’autore: «I favorevoli all’espansione erano in buona sostanza quelli interessati direttamente a una politica estera muscolosa (soprattutto imprenditori della siderurgia, della cantieristica e del tessile) che ne aspettavano comande militari e che si trovarono inopinatamente in compagnia dei grandi proprietari terrieri del Sud impazienti di deviare la pressione sociale delle loro campagne. I contrari – che l’espansionismo fascista avrebbe dipinto come i sostenitori di un’Italia in tono minore: ‘l’Italietta’– erano per una ‘politica del piede di casa’, come si disse all’epoca, per curare i mali italiani e sostenere terapie finanziarie orientate allo sviluppo capitalista. La linea di divisione fra gli uni e gli altri era solo in parte geografica perché i motivi per sostenere l’una o l’altra opzione raccoglievano, nell’una parte e nell’altra, uomini e settori sociali apparentemente incompatibili dell’economia e della cultura italiane». Nel capitolo non viene tralasciato il ruolo della Chiesa cattolica sulla politica coloniale nonché le vicissitudini – descritte in modo dettagliato – di alcuni ufficiali italiani stanziati all’inizio del Novecento per un determinato periodo nell’État indépendant du Congo (1885) dominato dal re del Belgio Leopoldo II.
La seconda sezione Dai liberali ai fascisti. Vecchio e nuovo nel racconto coloniale si incentra, in particolare, su un aspetto importante della storia italiana: il colonialismo in epoca fascista. Come segnala l’autore: «Nell’insieme, in epoca fascista, il Congo – almeno il Congo d’inizio secolo, quello del periodo in cui furono implicati gli italiani arruolati dall’Eic – non rientrò nell’orizzonte politico internazionale del regime, salvo per le polemiche legate alla questione etiopica». Gli stessi interessi economici dell’Eic, nelle terre orientali del Congo, si possono riassumere nel progetto di mettere a coltura questa enorme zona di confine garantendone al contempo il presidio contro i temuti appetiti degli inglesi e dei tedeschi che erano attestati al di là dei Grandi Laghi. D’altra parte non si trattò di rivendicazioni «dal momento che non ne esisteva nessun presupposto giuridico internazionale né alcuna pressione politica fondata sulla forza», inoltre, insieme a tutte le altre problematiche coloniali, anche queste si sarebbero dissipate con l’esaurirsi del ruolo internazionale dell’Italia fascista.
Nel terzo capitolo Paga e anticomunismo. Il mercenarismo in Congo e la partecipazione degli italiani l’autore descrive il ruolo degli italiani in un contesto storico nuovo, ovvero la nascita del Congo indipendente nel 1960. Trascorso il periodo dell’immediato dopoguerra, il Congo ritornò all’orizzonte politico internazionale italiano, «per quanto sempre in maniera tangenziale e, ora, nell’ombra greve della guerra fredda. Ed è in quest’ambito che va vista la reviviscenza di attività parafasciste in Africa centrale, ora con un taglio nuovo, di natura militare mercenaria, attività che hanno avuto un peso nella repressione delle ribellioni ‘lumumbiste’ del ’63-67».
Ci furono diversi italiani che prestarono la loro opera come mercenari nelle diverse turbolenze che portarono alla nascita dello Zaire istituita per volere di Mobutu Sese Seko. Carbone si sofferma in modo critico sulle motivazioni che spinsero tali combattenti, affermando che «si arriverebbe così alla conclusione che l’unico loro movente sia stato il denaro o, più precisamente, la supposizione che se ne potesse guadagnare tanto di più, e in un tempo decisamente più breve, di quanto un proletario o un borghese di città (la maggioranza fra loro) ritenesse possibile attraverso attività più consuete»; aggiungendo anche che c’era «fra tutti un’indispettita insoddisfazione, anche di carattere sociale, inestricabilmente connessa alla fumosa ideologia di una qualche primazia da confermare teoreticamente e da riconquistare praticamente alla ‘razza bianca’». Infine nell’ultimo capitolo Italiani nel Congo indipendente. Pubblico e privato nelle relazioni economiche si ricostruisce il rapporto tra l’Italia e il Congo durante la Repubblica dello Zaire. È proprio in questo periodo, a partire dall'ultimo governo presieduto da Bettino Craxi, che iniziò il declino dell'attività economica italiana in Africa, guidata, tra gli altri, dalla grande impresa privata Astaldi. Gli italiani lasciarono il grande impianto siderurgico di Maluku nel 1980, chiudendo così il periodo in cui la loro presenza tecnologica e finanziaria ebbe un impatto non trascurabile sul ‘destino industriale’ del Congo. Scrive l’autore: «Solo trent’anni dopo, nel 2010, per l’industria italiana si aprì, per richiudersi nel 2013, una nuova finestra congolese sempre sugli infiniti cantieri di Inga. All’impresa lombarda Franco Tosi Meccanica, attraverso tre successivi appalti, fu infatti commessa la riabilitazione di alcune delle turbine fuori uso di Inga I e di Inga II138, impegno che onorò e che fu compensato, lasciando intravedere nuove opportunità per il futuro.
Tuttavia, nonostante il volume degli importi, diverse decine di milioni di dollari, l’impresa non riuscì a rimettere in sesto dei bilanci che (evidentemente all’insaputa dei mercati) periclitavano e, proprio nel 2013, dichiarata insolvente, fu posta in amministrazione straordinaria».
Il volume, impreziosito da dettagliate carte storico-geografiche del Congo, si conclude con un ricco resoconto generale, una ponderosa bibliografia e un accurato indice dei nomi e delle sigle.

Riccardo Berardi

(direfarescrivere, anno XVI, n. 168, gennaio 2020)
 
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