Anno XV, n. 167
dicembre 2019
 
In primo piano
I volti e le vicende storiche e umane
dei Massoni vittime alle Fosse Ardeatine
Francesco Guida ci offre una rigorosa e appassionata ricostruzione
dell’ignobile eccidio analizzando l’ingente sacrificio massonico
di Guglielmo Colombero
«Non è un libro sulla “massoneria”, intesa come organizzazione astrusa e ramificata, con una storia da esibire e dei fini da perseguire; è un libro sui patrioti di Roma, che furono anche massoni, qualità che connotava il loro impegno civile, oltre che le idealità politiche da cui erano animati. Nessuno di costoro era un mistico o un esoterista ma tutti erano immersi nella caotica realtà quotidiana della Roma del 1943, fatta di ristrettezze e di paure, ma anche di speranze e di impegno, e ispirati ai principi del sacro trinomio massonico: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza». Così è presentato il saggio I Martiri massoni delle Fosse Ardeatine (Gagliano edizioni, pp. 182, € 22,00). Un libro che, per lo stile di narrazione avvincente e per la scientificità dei contenuti, a giusto titolo appartiene alla “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale.
L’autore è Francesco Guida, avvocato originario di Taranto, uno dei maggiori esperti di storia massonica.
Numerosi i suoi contributi accademici su questa materia: La Massoneria non ha anticorpi; Massoneria, errori e nuovi orizzonti; La massoneria tarantina nella Grande Guerra; La Massoneria tarantina dal dopoguerra al 1960; Vita massonica di Salvador Allende; Dall’Albero della Libertà al 2005; Brevi cenni di storia massonica in Terra di Bari agli albori dell’Ottocento; Brevi cenni storici sulla massoneria a Taranto; nonché la monografia Placido Martini. Socialista, massone, partigiano.
Prima della caduta del fascismo, le logge massoniche italiane (il Grande Oriente d’Italia e la Serenissima Gran Loggia d’Italia), sciolte per decreto dal regime nel 1926, vivono una condizione di sostanziale clandestinità: molti massoni, per scelta individuale, sono antifascisti convinti. Venti di loro saranno scaraventati nell’atroce carnaio delle Fosse Ardeatine, la più feroce rappresaglia che si ricordi durante i terribili nove mesi dell’occupazione nazista di Roma. Un’occupazione che, come sottolinea l’autore a chiare lettere, si avvalse della fattiva complicità dei fascisti repubblichini e di alcuni, ma comunque tanti, certamente troppi, cittadini comuni, autori di delazioni prezzolate.
Guida ci presenta le venti vittime, una per una, avvalendosi anche di un toccante supporto iconografico (le fotografie talvolta sbiadite dei volti dei martiri), e ne illustra senza retorica, ma con asciutto approccio storico, e vivido stile giornalistico, da reportage in tempo di guerra, le scelte coraggiose che costarono loro prima l’arresto, spesso poi la tortura in carcere, infine l’inclusione nella Todenskandidaten, la lista dei morituri, e l’olocausto nel buio delle Cave Ardeatine.
Il mosaico tenacemente ricostruito da Guida dopo anni di accurate ricerche (che, sottolinea l’autore, non hanno ottenuto alcuna collaborazione dai vertici del Grande Oriente d’Italia) è umanamente assai variegato: non troviamo infatti solo figure di coraggiosi antifascisti da sempre in lotta contro il regime ma anche ex fascisti (e persino ex squadristi) che si ravvedono e passano dall’altra parte della barricata fino all’estremo sacrificio; e anche sventurati italiani mandati al macello solo perché di origine ebraica accanto a personaggi di assoluto secondo piano emarginati e sconfitti, come piccoli imbroglioncelli, ingoiati dalla rappresaglia nazifascista solo perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Una galleria di ritratti che coinvolge emotivamente il lettore senza mai sconfinare nell’apologia, grazie a una rigorosa documentazione delle fonti che vale come testimonianza preziosa di uno dei periodi più tenebrosi della storia d’Italia, quello cha va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.

Per alcuni massoni l’antifascismo è un dovere morale
In omaggio alle venti vittime faremo una rapida sintesi dei rispettivi profili biografici.
Umberto Scattoni, romano, 42 anni, è un massone di sinistra, che dopo l’8 settembre aderisce ai Gap (Gruppi armati patriottici), braccio armato dell’antifascismo urbano, soprattutto di quello legato al Pci. Il giorno fatidico della sua cattura, Umberto «munito di pistola salutò con un bacio i figli con la raccomandazione di non fare arrabbiare la mamma, quindi lasciò la casa per andare all’appuntamento con il partigiano». Ecco come lo definisce Guida: «Sembrano contraddizioni, come quella di essere cattolico credente e comunista marxista leninista, in realtà sono il risultato della sua capacità di sintesi all’insegna della piena libertà ed autonomia di pensiero, tratto tipico del massone speculativo».
Carlo Avolio, siracusano, 48 anni, colonnello del Regio Esercito, ha sposato una donna ebrea. Veterano della Grande guerra, partecipa, a Roma, il 9 settembre 1943, ai combattimenti di Porta San Paolo contro gli invasori nazisti. Arrestato e brutalmente torturato dalle Ss in via Tasso (racconta sua moglie che quando lo fucilarono «era solo ormai mezzo uomo. Gli avevano cavato un occhio e pestato le ossa fino a rompergli le costole») accoglie la morte quasi come una liberazione.
Giovanni Rampulla, messinese, 49 anni, veterano della guerra italo-turca del 1911 e anche della Grande guerra, combatte in Jugoslavia fino al 1942, quando riporta una ferita invalidante e viene rimpatriato a Roma. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 aderisce alla lotta clandestina antifascista: catturato e sottoposto a tremende sevizie (gli furono strappate le unghie), muore senza cedimenti.
Placido Martini, romano, 64 anni, è una figura emblematica, instancabile: giovanissimo volontario garibaldino combattente a Creta nel 1897 a fianco dei greci contro i turchi, massone dai primi del ’900, laico e anticlericale, veterano della Grande guerra, promotore di occupazioni di terre incolte nel Lazio, più volte confinato dal fascismo, fondatore della loggia clandestina “Carlo Pisacane”, internato in tempo di guerra, eletto Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia d’Italia venti giorni prima dell’arresto. Torturato selvaggiamente («timpani sfondati, un orecchio strappato, piedi massacrati»), al momento dell’esecuzione «si rifiutò di chinare il capo come gli altri, così il suo carnefice lo sparò nella regione fronte-parietale, a sinistra del cranio, morendo a testa alta, proprio come aveva vissuto».
Gerardo De Angelis, avellinese di Taurasi, 49 anni, pilota militare nella Grande guerra, socialista, nel Primo dopoguerra produttore cinematografico, sceneggiatore e aiuto regista, aderisce alla Resistenza dopo la deportazione degli ebrei romani. Arrestato e atrocemente torturato in via Tasso («unghie strappate, sigarette spente sul viso, frattura delle costole»), poco prima di morire scrive ai figli: «se l’ora più buia è quella che precede l’alba io mi auguro possa essere l’alba della libertà”».
Umberto Bucci, pugliese di Lucera, 51 anni, sindacalista, dopo il 25 luglio aderisce a Giustizia e Libertà. Viene arrestato dalla famigerata banda “Koch” e consegnato ai nazisti insieme al figlio ventenne Bruno, appena rientrato in licenza dalla Croazia. Entrambi immolati alle Fosse Ardeatine: come per i fratelli Cervi, la loro morte costituisce uno dei culmini più efferati della barbarie nazifascista.
Silvio Campanile, romano, 38 anni, così ricorda la sua esperienza in collegio: «Ho sofferto e sono felice di aver sofferto, ma non so più ridere: sono come la roccia che conserva le tracce dell’erosione anche dopo che le acque hanno cambiato letto». A soli 23 anni è già confinato dal regime a Ustica, dove conosce due dei fondatori del Pci, Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga. Trasferito poi a Lipari, e infine a Ponza, massone dal 1931, fortemente critico verso Stalin dopo il patto Ribbentrop-Molotov. Durante l’occupazione nazifascista aderisce al fronte clandestino antinazista, rifornendo di pane i partigiani: finirà nel crogiuolo delle Ardeatine.
Salvatore Canalis, sardo di Tula, 45 anni, insegnante di lettere classiche, matura una forte avversione per il nazifascismo a partire dall’invasione del Belgio, paese di origine di sua moglie Rogine. Anche lui vittima della banda “Koch”, ne subisce le sevizie, ed è proprio Koch a trasmettere il suo nome al questore Caruso, per poi includerlo nella lista dei morituri. Rogine lo commemora come «temerario, amante della libertà».
Fiorino Fiorini, nativo di Rieti, 64 anni, è uno dei martiri meno conosciuti: maestro di musica, tipografo clandestino per la Resistenza, ucciso un mese e mezzo dopo l’arresto.

Massoni ed ebrei, una doppia sentenza di morte
Carlo Zaccagnini, romano di origine ebraica, 30 anni, il più giovane laureato d’Italia nel 1933, combattente a Sidi El Barrani nel 1940, ferito e rimpatriato, discriminato in seguito alle leggi razziali del 1938, dopo l’8 settembre è in prima linea contro i tedeschi a Velletri. Durante la prigionia, è l’unico «ad essere riuscito a nascondere l’orologio nella piega dei pantaloni all’atto della perquisizione e delle successive ispezioni».
Angelo Vivanti detto “Tafano”, ebreo massone romano, 59 anni, commerciante di tessuti (volgarmente chiamato “straccivendolo”), sfugge alla deportazione del 16 ottobre 1943 insieme al figlio Giacomo, ma pochi mesi dopo entrambi sono catturati dalla feroce banda “Ceccherelli”, una cricca di delinquenti specializzata nella caccia agli ebrei romani per conto della Gestapo. Moriranno abbracciati, come Umberto e Bruno Bucci.

Fra le vittime anche ex dannunziani ed ex fascisti
Mario Magri, aretino, 46 anni, reduce della Grande guerra, legionario dell’impresa di Fiume con D’Annunzio, confinato dal regime a Lipari, due volte evaso, poi trasferito a Ponza.
Un ritratto memorabile che affiora dalle pagine di Guida: «Mario era uno che piaceva alle donne: altezza media, corporatura asciutta, tonica, agile, occhi cerulei, capelli castani, naso da pugile, eloquio sciolto con buona padronanza della lingua italiana che gli consentiva raffinate evoluzioni verbali, apprese alla corte di D’Annunzio, e soprattutto una buona dose di spavalderia, tipica di chi non arretra davanti a nulla». Prima di morire, è sottoposto a tortura: la moglie Rita ricorda gli abiti «intrisi di sangue ed in mezzo a questi i suoi inseparabili occhiali con le lenti rotte».
Teodato Albanese, pugliese di Cerignola, 39 anni, ha un imbarazzante passato di sedicenne fascista della prima ora: laureato in Scienze sociali assieme al futuro gerarca Alessandro Pavolini, si distacca gradualmente dal regime e ne diventa un fiero oppositore. Durante l’occupazione nazifascista di Roma, ospita e protegge una governante ebrea: dopo la riesumazione, nella sua tasca fu rinvenuto un minuscolo crocifisso.
Manlio Gelsomini, romano, 36 anni, atleta olimpionico, fascista della prima ora, poi medico militare, dopo l’8 settembre aderisce alla Resistenza con il nome di battaglia di Ruggiero Fiamma. Dopo l’arresto è obbligato ad assistere in via Tasso alla tortura della madre (le strappano quattro denti): prima che lo uccidano riesce a scrivere un diario dal carcere con un mozzicone di matita.
Giuseppe Celani, romano, 42 anni, pilota di rally e funzionario dei servizi annonari, dopo la caduta del regime aderisce al Partito laburista di Ivanoe Bonomi: fornisce lasciapassare falsi ai resistenti, dopo l’arresto subisce la tortura, infine è incluso nella lista nera dei morituri.
Umberto Grani, romano, 46 anni, asso dell’aviazione nella Grande guerra, inizia a dissentire dal regime allo scoppio della guerra d’Abissinia. Arrestato dalla Gestapo mentra stava organizzando un assalto alla famigerata prigione di via Tasso, non poteva non finire nella lista dei Todenskandidaten. Durante il processo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, nel novembre 1946, la sua vedova Lina molla un sonoro ceffone a un ufficiale di pubblica sicurezza che stava testimoniando a favore degli aguzzini nazisti.
Aldo Finzi, di Legnago, 53 anni, giornalista e massone, partecipa al raid di D’Annunzio su Vienna del 9 agosto 1918, conosce Mussolini e si iscrive ai Fasci, viene eletto deputato (per ironia della sorte insieme al conterraneo Giacomo Matteotti), è squadrista, accompagna il Duce nella Marcia su Roma. Emarginato in seguito alla proscrizione della Massoneria, espulso dal partito nel 1942, poi confinato. Dopo l’8 settembre aderisce alla Resistenza. Tradito e catturato, sarà uno degli ultimi a essere incluso nella lista dei martiri.
Renato Fabri, di Vetralla nel Viterbese, 55 anni, aristocratico, veterano della Grande guerra, fascista della prima ora, partecipa alla Marcia su Roma, ma viene espulso dal partito con l’accusa di pratiche usurarie. Dopo l’8 settembre collabora con i partigiani nei sabotaggi e nel trasporto di armi ed esplosivi. Arrestato e torturato dalla banda “Koch”, affronta la morte con fierezza.

Vivere da miserabili, morire da eroi
Attilio Paliani, romano, 52 anni, di dubbia appartenenza alla massoneria, vetturino che vive «una sarabanda tra furti, gioco d’azzardo e truffe» finisce nella lista dei Todenskandidaten in maniera rocambolesca: scarcerato, finisce in manette in seguito a una retata in una locanda malfamata, e viene trascinato sul camion diretto alle Cave Ardeatine solo perché, spazientito, un tenente delle SS ordina di prelevare alcuni detenuti a caso per completare la lista.
Mario Tapparelli, vicentino, 53 anni, gestore di un lussuoso locale notturno fallito dopo pochi anni di spese pazze, bancarottiere e millantatore, dopo l’8 settembre organizza la raccolta di fondi per i partigiani. Arrestato e torturato in via Tasso, finisce nella lista nera: in tasca gli troveranno «un piccolo teschio d’osso, emblema sacro e profano, come l’immagine di un pavimento a scacchi, il nero a fianco al bianco. Mario non si tradiva mai».

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XV, n. 164, settembre 2019)
 
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