Anno XV, n. 167
dicembre 2019
 
In primo piano
Un romanzo fiabesco ma molto attuale:
espresso il rapporto tra uomo e natura
La nuova pubblicazione di Federico Carro, edita da Pellegrini,
descritta dal critico letterario Renato Minore nella sua Prefazione
di Renato Minore
Un’opera che attraverso l’uso sapiente dello spazio e del tempo, oltre a quello della parola scritta, ci catapulta in un mondo all’apparenza lontano e antico, in cui gli abitanti vivono in pace e prosperità. Questo fino a che non arrivano la decadenza e la crisi: da lì si cercherà di comprendere i motivi di questo tracollo e il modo migliore per rimediarvi. Un concetto semplice ma complesso, che unisce un passato di fantasia al mondo attuale e vero, e che prende piede nella nuova opera di Federico Carro, Le vestigia dell’antico splendore (Pellegrini, pp. 174, € 15,00), che fa parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale.
Per adesso non intendiamo dirvi molto di più della storia in sé ma fornirvi qualche chiave di lettura tramite la
Prefazione scritta dal critico letterario Renato Minore. Buona lettura!

Come raccontare la storia di un luogo avvolto nel mistero di un’origine da svelare, ripercorrendo le tappe per cui esso è diventato ciò che è?
Come definire quello che Robert Musil chiama «lo spirito di casa»? Il sentimento della vita, il sentimento del tempo, l’umore anche quotidiano della comunità che l’ha abitata nel tempo e ancora la abita, quei casi e quelle circostanze, anche fortuite, che hanno trasformato in destino, nell’irreversibilità di un cammino già segnato, errori, infelicità, atti distruttivi, fatali distrazioni, tanto dolore, rabbia e un rapporto sempre intenso con il paesaggio, con la presenza sempre viva della natura nella sua potenza, bellezza e con tutte le sue tante metamorfosi.
Federico Carro prova a raccontare questa storia che gli appartiene, il “cuore di sentimenti e di affetti” che appartiene alla comunità ligure dentro cui ha le proprie radici, nella forma di una fiaba dall’impronta un po’ gotica, un po’ picaresca, un po’ segnata dall’alone di una “realtà” che si impone con i segni distintivi di un vero e proprio descensus i cui segni “reali” sono svaporati nel clima del sogno e della reverie.
Con la sua scrittura molto ipotattica, con la ridondanza dell’aggettivazione e un complessivo effetto di accumulo per addizione di costanti effetti lirico-paesaggistici, Carro prova a inseguire la fatale attrazione verso quel luogo – non solo fisico, collocato nel tempo e nello spazio – in quella cornice comune e a suo modo unica.
Un luogo fortemente simbolico, che diventa “memoria immaginativa”, cioè senso di continuità con se stessi, la propria storia, la propria fantasia, la propria presenza nel mondo. Affidato a un altrettanto simbolico imprinting di parole, gesti, ritualità private e pubbliche, condensazioni del mito, un immaginario che si alimenta di quei gesti, di quei miti, di quelle evocazioni nel passaggio da un’esperienza all’altra, nell’aver sempre voce da una voce diversa, come se ci si passasse una staffetta altrettanto simbolica.
Ma, senza cadere nell’eccesso del campanile, nell’ossessione identitaria, nel sottosuolo del passato, nella “nostalgia canaglia” che è il vizio e il vezzo di tanta letteratura che fa della “piccola patria” un facile mito consolatorio.
Carro prova a circoscrivere la sua storia nel tempo allargato del racconto, in un caleidoscopio che, facendo scivolare persone e storie vissute o raccontate (spesso il vissuto è racconto e il racconto è vissuto in presa diretta), mescola incontri, leggende, dicerie consolidate nel tempo e semplici soffi portati via dal vento, voci appena sussurrate, eppure capaci di produrre reazioni, comportamenti, mutazioni, di far affiorare le cantilene del cuore, gli spasimi della rabbia, le corde della tenerezza, un tono che si piega nello stentoreo innalzamento del fiato o si insinua, si accavalla, si smonta e rimonta in un pulviscolo di sentimenti, emozioni, intenerimenti.
Un coro di voci che si amalgamano nell’insieme di un quadro anche affannato e dolente. Come una grossa fune, la cui forza non è tanto nelle singole parti, ma nell’essere composta da molti fili intrecciati, i quali singolarmente non avrebbero resistenza né capacità costruttiva. Come se, nella grande confusione, ci siano delle traiettorie comuni che producano senso in una pista che virtuosamente ha un traguardo finale: quella per cui «la natura si è rimessa una sintonia con l’uomo e, forse, con i consigli e la tenacia delle persone, essa potrà risplendere ancor più che nel passato, privo di qualunque rancore».
Nel caleidoscopio, appena lo agiti un po’, mutano i contorni e i colori e nulla prende forma in una figura più definitiva dell’altra. «l’ombra del vento che calpesta le orme di una vita lontana diventa terra color rugiada, le desolate stelle piangono voluttuose lacrime dal cielo, il cristallino mar si tinteggia il cuor di un solenne canto d’amor e ogni goccia di fango riflette gli occhi persi delle persone, vi è tuttora un avvenente lido, intriso dal suadente profumo di campagna marina», scrive Carro in una delle tante variazioni paesaggistiche che segnano il racconto cercando di fissarlo nei suoi temi portanti che sono «la perdita di cose che si sono lasciate andare con il tempo, le tradizioni, la famiglia, il rispetto della natura che ci circonda».
Con un solo oggetto che è nel conto di questa appartenenza, di questo “cuore di sentimenti e di affetti” messi in gioco attraverso un “dono” tanto più importante tanto più nascosto e rimosso: la realtà, l’avventura del viverla, la possibilità o l’impossibilità di afferrarla, possederla, conoscerla, sulla scena di una concreta, semplice chiara quotidianità su cui si stende un senso di compassione e fraternità umana.
Dicevo della scrittura. L’impressione è che per Carro l’esperienza raccontata nel libro sia in fondo un tutt’uno con le parole e i segni che la raccontano. E, non so con quanta consapevolezza, sono la scelta di una forma espressiva e la fedeltà a questa scelta a determinare l’alone di un mistero che continuamente sfugge a ogni sua spiegazione, segno distintivo della storia raccontata. E non è vero che i comportamenti nascondono l’esperienza, nascondono la realtà, che sarebbe esperita in una dimensione puramente soggettiva. Al contrario, è vero che l’esperienza, e quindi la soggettività, si mostra nelle parole, nei segni, nelle azioni che la raccontano, nella effervescenza romantica, nell’eccesso verbale, anche nella labirintica dismisura del romanzo.

Renato Minore

(direfarescrivere, anno XV, n. 162, luglio-agosto 2019)
 
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