Anno XV, n. 160
maggio 2019
 
In primo piano
Mimmo Gangemi: poesia e narrazione
tra natura, morte, vita e appartenenza
Mediante la riflessione sui temi fondanti della sua letteratura
analizziamo temi e stile di un importante scrittore contemporaneo
di Guglielmo Colombero
Tanti, troppi, probabilmente, scrivono; molti, ancora troppi, più probabilmente, si autodefiniscono “Scrittori”. Qualcuno fa eccezione e “Scrittore” lo è veramente: è il caso di Mimmo Gangemi.
L’obiettivo della presente analisi critica è lo studio di temi e stile di questo importante scrittore contemporaneo. Lo faremo attraverso la rassegna di cinque filoni tematici, presentati da altrettanti paragrafi.
Mimmo (all’anagrafe: Domenico) Gangemi, nativo di Santa Cristina d’Aspromonte, è un ingegnere dalla fertile vocazione letteraria. Lo vediamo autore eclettico e raffinato nel romanzo Il giudice meschino (pp. 354) – pubblicato da Einaudi nel 2009 e vincitore del Premio Selezione “Bancarella”, l’anno successivo – che infranse gli schemi ormai obsoleti del poliziesco all’italiana, uno dei pochi generi letterari che ancora attira una cerchia di lettori sempre più esigua, apatica e distratta. Per questo motivo, Il giudice meschino costituirà, assieme ai suoi “gemelli” Il patto del giudice (edito da Garzanti nel 2013, pp. 266) e La verità del giudice meschino (Garzanti, 2015, pp. 204) il trampolino di lancio per una indagine a tutto campo sulla sua opera letteraria che, passo dopo passo, si espanderà verso altri romanzi quali La signora di Ellis Island (Einaudi, 2011, pp. 626), Il prezzo della carne (Rubbettino, 2014, pp. 266), Un acre odore di aglio (Bompiani, 2015, pp. 202).
L’obiettivo di questa analisi sarà passare in rassegna cinque filoni tematici, presentati da altrettanti paragrafi, su cui è incardinato questo percorso tra le pagine di Mimmo Gangemi.
In Una atavica e bestiale ferocia ci addentreremo in una tecnica narrativa assai simile al montaggio di una sequenza cinematografica, utilizzata dall’autore per descrivere, senza alcun compiacimento ma con tremenda efficacia visiva, brutali sussulti di violenza.
Una ferocia connaturata non solo alla logica perversa della ’ndrangheta in quanto crimine organizzato, ma a una fenomenologia assai più enigmatica e complessa, definibile come il lato oscuro della generosa terra d’Aspromonte.
Una ferocia, appunto, atavica, in quanto saldamente radicata in un retroterra ancestrale, su cui incombe la selvaggia e incontaminata natura dell’Aspromonte, spettatrice impassibile delle miserie umane, spesso anch’essa sfregiata, come i corpi delle vittime, dagli schifosi tentacoli della speculazione edilizia e del dissesto idrogeologico provocati dall’uomo.
Una ferocia bestiale perché prodotta da un retaggio di odio e di sangue tramandato di generazione in generazione, annidata in quei verminai di corruzione e di efferatezza che sono le famiglie egemoni all’interno della ’ndrangheta. Una tenace incrostazione barbarica che continua ad attecchire nelle periferie degradate della civiltà tecnologica, nelle sacche di arretratezza dimenticate dalla politica e dalla società, in quel mondo “altro” che resta sospeso in una dimensione estranea allo scorrere inesorabile della Storia.
In Creature di sogno e megere da incubo si analizzerà una galleria di personaggi femminili che l’autore tratteggia collegando sempre le caratteristiche esteriori alle pulsioni interiori.
Le donne di Gangemi somatizzano emozioni e sentimenti attraverso il linguaggio del corpo, rispecchiano nella goffaggine e nella bruttezza sia lo squallore morale che la turpitudine criminosa dei loro uomini, oppure attirano un simpatico erotomane come Alberto Lenzi lanciando intermittenti e maliziosi segnali seduttivi per poi, magari, mandarlo puntualmente in bianco…
Un variegato mosaico di ritratti, spesso e volentieri intrisi di acidulo sarcasmo, di cinico disincanto e di raffinato erotismo, mentre il volgare e il pecoreccio affiorano unicamente nella fantasia libidinosa di maschi frustrati, ossessionati dalla materia sessuale come i maiali lo sono dalle ghiande.
In Aspromonte, terra amata e maledetta verrà tracciato un itinerario attraverso incantevoli paesaggi naturali, che Gangemi ben conosce essendovi nato e cresciuto. Aromi e sapori di terra e di mare, cieli tempestosi percorsi dai lampi, nubi maestose e indifferenti, solitudini desolate, impalpabili sensazioni che scaturiscono da una contemplazione attonita e struggente, pervasa da una sorta di innocente stupore primordiale.
Una tavolozza cromatica addensata di umori vitali, ma anche intorbidita da manifestazioni di putredine e di morte.
Nelle pagine di Gangemi il paesaggio è qualcosa che pulsa e che respira; emana un alito primigenio, un soffio invisibile e potente, quasi a voler ammonire gli umani sulla caducità della loro esistenza.
In Un flusso intenso di emozioni il focus si concentrerà sull’introspezione psicologica infusa nella narrazione, sforzandosi in ogni passaggio narrativo di scandagliare a fondo i pensieri dei personaggi, di materializzarli nella pagina con plastica vividezza evocativa. Rabbia e paura, repulsione e desiderio, coraggio e vigliaccheria, opportunismo e ipocrisia, voracità e ferocia, amore e amicizia… una gamma inestricabile di sentimenti e di emozioni che talvolta racchiudono presagi di morte o, al contrario, slanci di selvaggia vitalità.
Gangemi descrive senza mai giudicare, lasciando questa mansione al lettore, e senza scivolare nella banalità dell’apologo moralistico. Non a caso il suo personaggio più conosciuto – anche dal grosso pubblico, grazie alla fiction televisiva – ovvero il “giudice meschino” Alberto Lenzi, incarna la classica figura dell’antieroe, con tutti i vizi e le debolezze che lo rendono assai più credibile di certi sbirri “ammazzacattivi”.
Infine, in Assieme alla notte, il silenzio, si affronta l’aspetto più enigmatico e affascinante della narrativa di Gangemi: la sacralità (laica) del rapporto tra uomo e natura. Una ragnatela invisibile di sensazioni, un fiume carsico di tormenti, di passioni, di segreti spesso inconfessabili. Il tutto frammisto a un panteismo che la civiltà consumistica ancora non è riuscita a cancellare tra le rupi dell’Aspromonte. Simboli, allegorie e metafore si condensano nelle vertiginose vedute di paesaggi mitici, nei quali memorie arcaiche rivivono in volti enigmatici e silenziosi, in movenze rituali dettate da tradizioni risalenti alla notte dei tempi. Gangemi incastona nel racconto riferimenti a mitologie solo in apparenza dimenticate, ne riscopre le tracce ancora vive, ne insegue le orme tuttora presenti nel sottobosco, ne distilla con suggestive alchimie il substrato plurisecolare.

Le radici di un narratore
Mimmo Gangemi è nato in un magico lembo di Calabria che si chiama Santa Cristina d’Aspromonte, e questo alito di sortilegio lo ritroviamo tra le pagine più suggestive dei suoi romanzi. Nel cuore di questa piccola comunità sgorgano due cascate conosciute come Schiccio di Paola e Schiccio di Teresa. Nomi di donna, femminili come il nome stesso della regione in cui trovano luogo. Lo spettacolo che si apre di fronte allo sguardo del visitatore è assolutamente incantevole: acque cristalline come quelle di una laguna incontaminata, picchi di rocce grigi e marroni da cui scaturisce uno zampillio scintillante, laghetti di un verde smeraldino dai riflessi cangianti aurei e argentati. Un paesaggio fiabesco incorniciato da forre rigogliose, da felci antiche quanto l’uomo (e anche più di esso), da boscaglie fitte di lecci. E come sottofondo, il fragore incessante delle cascate, eterno, immutabile.
Ecco, quello che ci racconta Mimmo Gangemi trae ispirazione, come una vera e propria linfa vitale, da queste immagini seducenti, in questa natura al contempo tenera e selvaggia, che esercita un fascino quasi ipnotico in chi si ritrova a contemplarla.
Possiamo quasi affermare che leggere le pagine di colui che potremmo definire “poeta dell’Aspromonte” equivale a inabissarsi nella limpida purezza delle acque delle già citate cascate sorelle: Gangemi depura la narrazione dai fattori inquinanti, ormai ampiamente diffusi nella letteratura di genere cosiddetto poliziesco.
Evita gli stereotipi, scansa i luoghi comuni, rifiuta qualsiasi morbosità o compiacimento: è un autore dalle molteplici sfaccettature e, nello stesso tempo, capace di mantenere sempre una sobrietà e un controllo nella manipolazione della materia spesso dolorosa e scottante dei suoi racconti.
Genuino come i paesaggi del suo luogo di nascita e, in una sospensione senza tempo, capace di donare al lettore le medesime emozioni che si provano al cospetto di una cascata che sfavilla di luce primordiale.

Una atavica e bestiale ferocia
Nell’aula del tribunale, Gangemi tratteggia la somatizzazione quasi lombrosiana del Male, il marchio della Bestia impresso a fuoco come uno stampo rovente sulla faccia malevola di Ciccio Manto, feroce sicario di un clan della ’ndrangheta e presunto mandante dell’assassinio del magistrato Giorgio Maremmi: «grassoccia e butterata, occhi cerchiati, l’iride rigata da sottili linee sanguigne, sopracciglia folte e scomposte a cespuglio. Emanava da lui un che di selvaggio, di incontrollabile, era dura tenerne lo sguardo, incuteva paura».
Un analogo, efficace ritratto di predisposizione genetica al crimine lo troviamo nel Il prezzo della carne, nel personaggio di Vestiano che, come Manto, reca nelle sembianze, e persino nell’odore che emana, l’impronta barbarica dell’emarginato che, incapace di comunicare con la società, sa esprimersi solo attraverso l’intimidazione e la minaccia: «aveva il volto scavato e segnato da profondi solchi attorno alla bocca – gli sagomavano un ghigno beffardo – la pelle del viso sottile e increspata in mille rughe, gli occhi duri e freddi da rapace, i capelli grigi e lisci, pettinati con la riga di bordo, il fisico muscoloso, le mani callose e grosse da non riuscire a chiudere il pugno. Addosso, il puzzo di pecora del contatto giornaliero».
L’unico piacere che prova Vestiano è quello di percepire lo sgomento che suscita la sua sola presenza: «Gli piaceva impattare sulla paura della gente, se ne cibava, gli compensava la rabbia accumulata negli anni giovanili trascorsi in solitudine ad accudire gli animali in montagna, quando rimuginava odio e malanimo verso quanti svernavano comodi in paese». L’uomo, se così può essere definito, incarna dunque un sordo e vendicativo rancore, alimentato da un senso doloroso di esclusione, destinato a divampare in una belluina voluttà nello spargere sangue umano.
E ancora, ne Il patto del giudice, è lo sguardo del pubblico ministero Lenzi quando tratteggia la figura selvatica di Peppino Tinto, un sospettato da torchiare durante l’indagine: «Lo catalogò una bestia di fatica. Era magro magro, scavato sulle guance, quasi usasse il vezzo di succhiarsele in dentro, contadino fino alle unghie dei piedi, il volto castigato dalla vita all’acqua e al vento. Ed era rozzo, da aspettarsi che estraesse dalle tasche castagne secche, noci, fave abbrustolite, carrube».
La sua acredine non risparmia nemmeno la tronfia figura del procuratore, un intrigante che si diletta ad affidargli le investigazioni più rognose per poi accaparrarsene il merito. Qui Gangemi visualizza il palpabile ribrezzo che Lenzi prova al cospetto del suo ringhioso superiore: «Per Alberto Lenzi intrattenersi a colloquio dal procuratore era come starsene con i piedi a mollo nella fanghiglia di una porcilaia affollata di maiali. Non che l’ufficio puzzasse. Ci metteva anzi gli odori migliori, quel profumo farinoso, alla mela acerba, che sprigiona fragranza a contatto con la brace della sigaretta. Era lui, il procuratore, il fetente».
Infine, ne La verità del giudice meschino, la repulsione di Lenzi si concentra sulla figura untuosa di un giovane collega che lui a prima vista detesta (ma che in seguito imparerà ad apprezzare): «Non meritava informazioni: gli stava antipatico, senza un motivo, a pelle, e perché da un magistrato era sacrosanto pretendere un minimo di presenza. Cippo invece figurava meno d’una pianta infracidita di fichidindia, ne perdeva la categoria: grasso di carne molle che gli sballottava al minimo movimento, paffuto – un puffo paffuto, un dito premuto contro la sua guancia si smarriva nell’affondo – alto e ingombrante, categoria dei supermassimi, in un bagno di sudore perenne e sempre con la mano ad allargare il colletto della camicia, per l’impressione di strozzo della cravatta».
Tornando a Il giudice meschino, la morte di Maremmi è una sequenza rarefatta, rallentata, degna delle pagine più memorabili dei classici noir americani alla Mickey Spillane: «Gli si parò davanti una mano bianca, esageratamente bianca, che teneva qualcosa di scuro. Sentì lo scatto del portone che si richiudeva. Provò a gridare appena realizzò che l’uomo portava un guanto da chirurgo e che quel qualcosa di scuro era una pistola a canna lunga. Non fece in tempo. Avvertì un soffio ovattato. E, subito, come la puntura di un insetto. Non dolore. Si sentì scivolare in terra, mentre fermava scene di un attimo, momenti già vissuti: lui ragazzino alla mano della madre, la famiglia tutta riunita al tavolo della cena, i due figli che si contendevano la sua gamba per farci cavalluccio. E il padre. Severo e in toga. Su lui sfumò gli occhi. L’uomo gli sparò un colpo ravvicinato in testa, si sistemò la pistola dietro la schiena e si dileguò».
Analoga, ne Il prezzo della carne, la lenta rarefazione che pervade, fotogramma per fotogramma, la morte del protagonista Gino Parisi: «Non provò dolore mentre gli si squarciavano le carni. Piegò le ginocchia, che batterono sul selciato, e s’accartocciò in terra come un feto. Non vide gli assalitori, pur avendoli davanti, a portata d’occhi, non erano importanti nei pochi attimi del distacco. Gli percorrevano la mente immagini accelerate, via una e avanti l’altra, scene domestiche, serene: Giuseppe che gli correva felice tra le braccia, Mariella, intenta ai fornelli, che lo accoglieva sorridente, il piccolo Marco che giocava sul pavimento. Non s’accorse del giovane che si parò di fronte e gli esplose in faccia il colpo di grazia».
La tecnica narrativa di Gangemi contempla la “morte al lavoro” con apparente distacco, ma è un involucro sottile al cui interno palpita una dolente partecipazione emotiva: i denominatori comuni rintracciabili nelle due morti qui descritte sono i frammenti di vissuto che affiorano negli istanti di agonia, l’assenza di dolore come preludio all’annientamento della sensibilità corporea, il lento distacco della psiche dalla carne.
Maremmi era il migliore amico di Alberto Lenzi, il “giudice meschino”, dalla carriera sgangherata che, come in un flash da rotocalco, emerge da una iperbolica istantanea letteraria: «Sui quarant’anni, alto, d’aspetto gradevole, di lingua buona, scansafatiche – dentro la Procura una reputazione a dir poco rasoterra – e puttaniere».
Ancora più mordente il ritratto di Lenzi tratteggiato ne La verità del giudice meschino, intessuto di metafore efficacemente pittoresche: «Questione d’indole, di delusione, di una professione da cui si sentiva tradito, o di se stesso che s’era tradito e si difendeva incolpando del tradimento la professione. Di conseguenza, la reputazione non gli svettava granché, minimi rialzi collinari, il tracciato che precede la morte cerebrale. Non fosse stato per due casi importanti risolti negli ultimi anni, avrebbe avuto quotazioni stabili da brocco – un brocco di quelli che sono più le volte che rovinano di schianto sulla pista prima della linea del traguardo».
Tornando al primo romanzo che lo vede protagonista, Lenzi esamina il filmato delle telecamere di sorveglianza, da cui si tenta di ricavare qualche elemento probatorio, e Gangemi, come in seguito avremo più volte occasione di osservare, sottolinea la fisicità della sua rabbia, della sua sofferenza per la perdita dell’amico: «Ad Alberto s’inumidirono gli occhi di fronte agli ultimi minuti di vita dell’amico. Senza accorgersene il fiato gli era diventato raschioso, un rantolo quasi. Tanto che si girarono a guardarlo».
La morte prosegue implacabile il suo lavorio, e dopo Maremmi risucchia il presunto mandante dell’omicidio, quel Ciccio Manto che, pur non avendo espressamente commissionato la mattanza al feroce fratello latitante, Antonio, se ne pavoneggiava in carcere di fronte agli altri detenuti: «Non riusciva a trattenere la soddisfazione che gli sciacquettava dentro. Pretendeva considerazione. Reputava ciò che gli attribuivano meglio di una medaglia al valore». Una spavalderia ben presto raggelata da uno sguardo glaciale di don Mico, incollerito da un delitto eccellente avvenuto senza il suo beneplacito. Il vecchio boss, ligio alla tradizione, considera l’uccidere una eventuale necessità e non un piacere fine a se stesso, per cui detesta le bestie sanguinarie come Ciccio Manto, il quale, a suo avviso, meriterebbe «d’essere calato vivo nell’acqua bollente, come gli avevano detto si usava per le aragoste, e provato di sale ogni cinque minuti».
Nel seguito de Il giudice meschino, Il patto del giudice, ricompare don Mico, e ribadisce perentorio il suo tenace attaccamento alla tradizione, insieme al ribrezzo che prova, lui che è uomo d’onore d’altri tempi, per la sanguinaria anarchia che ora spadroneggia dentro il crimine organizzato. E, per esprimere la sua nostalgia per il tempo che fu, si sofferma sulla frequenza delle evacuazioni come grottesco indicatore del benessere economico delle famiglie. Un apologo amaro che Gangemi abbozza con graffiante ironia: «Un tempo esistevano regole e non si sgarrava. Anche nell’andare di corpo. Che so… se uno solitamente la faceva un giorno sì e cinque no, perché non aveva che cosa mandare di corpo, e all’improvviso non saltava mattina, significava che nella sua casa erano capitate novità e si mangiava tutti i giorni, mezzogiorno e sera. E di questo doveva dare conto, se era stata Sisal, o un lavoro ben pagato, se intrallazzava, se andava all’unghia. I cristiani dovevano sapere. Per regolarsi. Per trarre conseguenze. Ora non più. Ora, chi la mattina si alza per primo si sente Mussolini. E poi finisce che lo appendono per i piedi come hanno appeso Mussolini».
Nella rappresentazione della violenza, Gangemi sa ritagliare delle vere e proprie inquadrature cinematografiche, come un regista consapevole del proprio lavoro, nel realizzare primi piani e sequenze efficaci e vivide. Il sangue di Ciccio Manto, marchio orrido e nauseabondo di una efferata carriera criminosa arrivata finalmente al capolinea, ne annuncia l’esecuzione in cella con nitida crudezza visiva: «Un rivolo rosso sul nudo cemento: una sottile striscia era avanzata lenta per poi bloccarsi su una sconnessione del pavimento. Lì s’era allargata a macchia e si andava seccando. Formiche dalla testa rossa già vi bivaccavano sopra».
La tappa successiva di questo allucinante sentiero di omicidi approda al frantoio di don Peppino Salemi, benestante incensurato, che compie una macabra scoperta: «le ruote qualcosa avevano macinato, c’era dentro la vasca una pasta, rossastra con venature bianche, che non era di olive, e una lunga macchia, spiaccicata e appiattita sul fondo, coperta di pezze ormai a brandelli. Tutto intorno, sui bordi della vasca, sui fianchi delle ruote, per terra e sulle pareti, schizzi solidi, anch’essi rossastri, e grumi densi che sembravano marmellata. Allungò la mano, se ne imbrattò un dito e sbiancò. Avevano macinato un uomo».
I resti appartengono ad Antonio Manto, presunto esecutore dell’omicidio Maremmi: i suoi carnefici lasciano intatta solo una mano, conficcandola ben in vista su una pala di fico d’India, quasi fosse un monito simbolico. Su questo dettaglio quasi orrorifico Gangemi intarsia una caustica pennellata di umorismo nero: «L’impronta sul fondo della vasca s’identificò per i familiari in Antonio Manto per il grosso neo scuro sulla mano tranciata e per le unghie, lunghe e farcite di un nero su cui avrebbe potuto tranquillamente germogliare un piede di prezzemolo».
La catena di uccisioni si propaga come un’onda lunga, e carpisce anche don Peppino Salemi, mentre è intento a sfoltire i rami secchi di una palma da datteri nel giardino di casa sua e immagina di accoppare il corteggiatore sgradito di una delle sue figlie. Anche qui, analogamente alla morte di Maremmi, i pochi istanti di agonia sono filmati al rallentatore, con lancinante precisione anatomica: «La fucilata l’avvertì nelle carni mentre l’accetta, che intaccava un nuovo ramo, mentalmente l’abbatteva sul giovane ragioniere ad aprirgli il cranio. Non avvertì il secondo colpo. Che lo centrò in pieno petto quando s’era già librato in caduta libera e con le ali ripiegate. Finì sul prato inglese, la scala gli cadde addosso, l’accetta volteggiò nell’aria e si conficcò di taglio nel terreno. Gli riuscì un mezzo giro, ad avere la faccia in su. Brevi attimi in cui sentì arrivare la morte e roteò invano gli occhi intorno alla ricerca di un albero d’ulivo. Da dentro gli salì un rantolo. Gli s’impastò in bocca un liquido caldo che gli faceva amara la lingua. Un boccone di sangue gli schizzò fuori a canale. Finì di morire sfumando la vista sul grande cipresso al centro del giardino, un albero d’ombra che nulla produceva e su cui s’era sprecato un buon pezzo di terra».
Una violenza ancora più disturbante scaturisce da alcune pagine de Il patto del giudice, quasi a voler attanagliare il lettore, prenderlo letteralmente alla gola per scuoterne la coscienza, per suscitarne l’indignazione più profonda. Un bieco livore razzista impregna la cruda sequenza dell’omicidio di alcuni emigrati «nigri» sfruttati come manovalanza a basso costo nelle campagne: «La luce di una torcia gli arrivò in faccia. Poi rovistò intorno e centrò Lodit e Kwei, ancora rannicchiati. Mohà allungò una mano e un sorriso verso l’uomo che stava un passo avanti altri sei o sette. La sbarra di ferro gli si abbatté, inaspettata, in piena fronte. Rimbalzò indietro, cadde sulle ginocchia, vomitò, scivolò lentamente in terra, a testa in avanti. Gli furono addosso. Mohà solo sui primi colpi riuscì a distinguere quand’era bastone e quando spranga di ferro. Era finito a ridosso del muro, sotto una delle finestre. Non si rese conto del colpo che gli aprì la testa, sprizzando sangue e materia grigia, e gli chiuse i giorni».
Altrettanto rapido e brutale, come un lampo repentino a ciel sereno, è lo scorcio dell’uccisione dei fratelli Pinnuto: «Dalla scuria dentro la pineta lampeggiarono bagliori ed esplosero boati assordanti, in rapida successione. Caddero sotto i primi due spari. Vestiano fece in tempo a realizzare ch’erano colpi di fucile con piombo grosso e che il maresciallo li aveva fottuti, per denaro, e che l’avrebbe passata liscia, dato che della telefonata aveva riferito solo a Carmine. Il resto delle fucilate si abbatté, su carni morte, scuotendole come se contenessero ancora vita». Abbattuti come due animali infetti, i Pinnuto concludono degnamente la loro carriera criminosa, ed è significativo che Gangemi immetta nei loro ultimi pensieri non i ricordi di famiglia, ma il risentimento verso chi li ha fatti cadere in trappola, e il sapore acre del piombo che continua a falciarli quando già sono cadaveri.
E ancora, il culmine dell’efferatezza colpisce come un pugno nello stomaco quando Lenzi resta impietrito di fronte a uno spettacolo orrendo, in cui la truce ritualità intimidatoria con cui si è fatto scempio della vittima fa pensare ai sacrifici umani dell’era precristiana: «il corpo martoriato di un uomo, nudo dalla cintola in su, era appeso per i piedi a una corda fissata alla trave orizzontale di una capriata del tetto. Aveva un coltello a serramanico piantato per intero sotto lo sterno. Sul volto, una maschera al sanguinaccio. Scie rinsecchite si consumavano al bordo del mento. Sul petto, bruciature, forse di sigaretta, e strisce di carne viva da cui era colato altro sangue. Gli avevano mozzato le dita delle mani. Alcune gliele avevano infilate in bocca, altre facevano macabra vista in terra. Gli restavano i due medi, lunghi sul palmo, forse per realizzare la mossa d’irriverenza tanto in uso, per un messaggio».
Infine, in La verità del giudice meschino, il ritrovamento di un cadavere è percorso da fremiti di orrore, resi ancora più lancinanti da spaventose sensazioni olfattive: «Impiegarono dieci minuti per estrarre il corpo di un uomo sui trenta, trentacinque, ch’era stato ben vestito. Il viso era tumefatto e irriconoscibile, già vi pasteggiavano i vermi. Era legato sull’intera figura con filo di ferro.
“Ecco il capocollo” pensò Lenzi. E davvero faceva venire in mente il capocollo dei suoi ricordi più antichi.
Il puzzo ora si avvertiva fastidioso, le carni putrefatte sconfiggevano il salmastro del mare e s’accaparravano l’aria».

Creature di sogno e megere da incubo
Per quanto riguarda, invece, il tratteggio dei personaggi femminili, Gangemi ci ripropone frammenti esilaranti di umorismo velenoso nei ritratti delle compagne di vita dei malavitosi, orride di aspetto quanto i loro mariti, come a voler ribadire come spesso l’aspetto esteriore sia una rappresentazione concreta del marciume morale.
Come la moglie di Ciccio Manto che, agli occhi del carabiniere che la interroga, sembra scaturita da uno specchio deformante: «non gli veniva da credere che potessero esistere al mondo uomini di mastico tale da invischiarsi con una fogna simile. Era ripugnante: il grasso le ballava addosso al minimo movimento, un viso che neppure il miracolo di un santo di sostanza avrebbe potuto rendere gradevole, due occhi fuori orbita, da rospo, e sdentata, unta, insipida nel parlare. Appena finito l’incontro, il capitano aveva dato aria alla stanza ed era corso a lavarsi».
Ancora più graffiante la descrizione della moglie di Antonio Manto, quasi un clone sputato della cognata: «un gufo gonfio e nero dalle cui maledizioni proteggersi con gli scongiuri più efficaci. Si batté, forte il petto e scomodò i santi e le anime del Purgatorio per convincerli che non aveva contatti con il marito da quand’era latitante. Aggiunse una lacrimuccia al filo di voce con cui disse che poteva essere morto, chissà da quando. Credibile come la verginità di una battona».
Altrettanto impietosa emerge, o meglio deborda, dalla pagina il ritratto quasi mostruoso della ipertrofica consorte di un avido e corrotto ingegnere, collettore di mazzette: «L’aveva scelta trent’anni prima. Non certo con l’idea di migliorare la razza, dato che in altezza spiccava quanto un bonsai giapponese. Compensava però in larghezza, categoria dei mediomassimi – sugli ottantacinque alle ultime operazioni di peso – con un posteriore che le saltellava di carne molle al minimo incedere, braccia con nulla da meno di un capicollo nostrano, cosce da lottatore di sumo».
Sprigiona invece una fragrante sensualità mediterranea, mista a eleganza felina, il personaggio di Marina, giovane ufficiale dei carabinieri con cui Lenzi ha intrecciato una relazione sessuale senza vincoli: «con la camicetta da cui straripavano seni che un solo bottone tratteneva dall’esplodere, gambe, nude fino alla curva sacra, da poterle degnamente sfilare in passarella, lunghi e disordinati capelli neri che le incorniciavano il volto conferendole un che di selvaggio, occhi scuri e profondi e ora luccicanti come sempre le luccicavano dopo la passione. Davvero una gran femmina».
La contrapposizione è netta e squisitamente simbolica: contro la bruttezza e il degrado, anche fisico, delle donne dei boss e dei tangentari trionfa il fascino fresco e pulito di una donna poliziotto, che incarna la porzione sana della società.
In La signora di Ellis Island, Gangemi ci offre un altro efficace contrasto tra due figure femminili, madre e figlia. La genitrice appare «brutta da fare spavento. Grassa e sformata, il volto a bolle e con vampate di rosso, una peluria in viso da richiedere pelo e contropelo, due occhi fuori orbita come le rane dei pantani» mentre invece la figlia Sara è «alta, il volto fresco, occhi scuri e profondi, capelli neri, lisci, tirati indietro e raccolti a tuppo appena sopra la nuca, un sorriso che le sprofondava una piacevole fossetta sul mento». Un confronto attuato quasi a volere simboleggiare il rifiorire della speranza, mediante una nuova e più rigogliosa generazione, dalle macerie di quella precedente, rappresentante dei vinti.
Poco generoso anche il ritratto di Pasca, sorella del protagonista Giuseppe, ragazza in età da marito che la natura ha penalizzato nell’aspetto esteriore, privandola di quelle forme opulente che spesso attenuano la bruttezza, distraendo l’uomo da essa: «Per quanto Saverio le poggiasse addosso occhi di padre, non credeva potessero esserci buoni matrimoni per un legno di scopa così, secca da farsi pendere qualsiasi abito come da una gruccia, la pelle cotta dal sole e gli occhi con un che di afflizione, mai immaginando che invece Pasca piacesse. Quindi, per lui, qualunque partito era meglio afferrarlo al volo».
Addirittura orripilante, con accenti grotteschi, appare la figura della Pitta, «popolana degli infimi gironi del Borgo», pelosa e maleodorante come una babbuina, quasi a ribadire la fondatezza della teoria darwiniana sulle origini della specie umana: «occorreva uno stomaco foderato d’acciaio e un’astinenza ventennale per farsi bastare una così, un monumento grasso e flaccido, con un petto molle che le scendeva fino all’ombelico, sopracciglia da scimmia, peluria ovunque, da poterci fare il verso con il pettine, e un tanfo di orina e sudore che si mangiava l’aria per decine di metri».
Dall’afrore mefitico della Pitta, la visuale si sposta più avanti sulla brezza corroborante e piena di vita sprigionata da una giovane abissina amata dal figlio di Giuseppe, Saverio, durante il suo soggiorno in Abissinia come marconista dell’esercito: «Portava i capelli a treccine, arrotolate e grosse quanto bucatini, che le scendevano in una sorta di caschetto. Aveva labbra carnose e con uno spacco al centro, il volto bello e solare, grandi occhi penetranti. Indossava una gonna bianca, di cotone, ed era nuda dalla vita in su, con i seni in gagliarda sospensione». Mehrèt, questo il nome della donna, prorompe dalla pagina come una magnifica preda del colonialismo fascista, fiera e arrendevole nel medesimo tempo, innamorata, ma consapevole dell’ineluttabilità del distacco, dell’estraneità del pur adorato Saverio in quanto appartenente alla stirpe odiosa dei dominatori bianchi. Figura squisitamente emblematica, Mehrèt incarna un Terzo Mondo che non possiede ancora quel possente respiro liberatorio destinato a innescare la decolonizzazione del Secondo dopoguerra, ma già lo prefigura, come il vagito di un neonato prefigura la sua prossima crescita. Dolce e appassionata Afrodite dalla pelle color dell’ebano, fascinosa come una perla nera, Mehrèt sembra evocare l’indimenticabile amante indigena di Kurtz in Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
Anche in Un acre odore di aglio Gangemi esibisce una variegata galleria di personaggi femminili, con tonalità spesso discrepanti, ma tutti accomunati da rifiniture colorite quanto sintetiche, essenziali. La qualità della narrazione, qui, si annida nei dettagli, in sfumature apparentemente impercettibili nella forma quanto significanti nella sostanza.
Esemplare l’istantanea che raffigura Carmela, la sposa di Cola, colta in tutta la sua giovanile e verginale freschezza. Spontanea nel portamento, ancora limpida e incontaminata come lo specchio d’acqua di una laguna: «Aveva un viso gradevole, delicato e senza spigoli, occhi profondi e di un grigio fuggevole, cangiante, un corpo che si intuiva ben fatto sotto le vesti ampie, mani gentili, lunghe trecce di capelli nerissimi disposte a coroncina attorno alla nuca e un’aggraziata compostezza. Sapeva di pulito. E appariva tanto dolce e innocente quanto la madre si mostrava volgare, zoccola».
Sul versante opposto, ecco le fattezze deteriorate della Marchesa, moglie del dispotico signorotto feudale del posto conosciuto come il Generale: la donna è l’emblema vivente della corruzione e dello sfacelo di una casta imbalsamata, reazionaria e retrograda, ormai decomposta, eppure ancora avvinghiata al potere come una mummia marcita dentro il proprio sarcofago. Ormai incapace di ostentare un sia pur minimo residuo di aristocratica dignità, la nobildonna decaduta è una vescica gonfia di frustrazione, di rabbia impotente e di rancore: «Benché Marchesa, era di una bruttezza repellente: sformata da un flaccido che le pendeva, le gote raggrinzite, una sottile peluria che le intorpidiva il mento, occhi cisposi a cui le sopracciglia folte e scomposte negavano la dolcezza tipica delle persone grasse. Non la si vedeva in giro, se non per la funzione della domenica, e non sempre. Né girava granché per casa, ristretta per scelta nelle sue stanze, con le serve, che la aggiornavano su quanto accadeva fuori, pettegolezzi, arguzie, liti, matrimoni, e su quanto dentro, le malefatte e i tradimenti del Generale, con il quale dormivano e mangiavano separati, e ormai si parlavano solo per scagliarsi le più turpi invettive».
Dalla realtà contadina emerge invece la figura florida, sanguigna e prepotente, di Francisca, promessa sposa del giovane Peppe, «bella femmina, soda e colorita, rigogliosa e imponente quanto la gigantissa della festa di Palmi, una da stimare a cubatura – a cominciarla, non si sapeva quando la si finiva. Solo, aveva reputazione di tiranna e di una lingua velenosa, al pari delle altre donne di casa, da essersi meritate da generazioni, per contrasto e per sfottò, il soprannome Mussuduci. A starci accorti, qualcosa s’intuiva in Francisca, dai tratti tirati del volto, dalle labbra a broncio, dai denti serrati che le indurivano le mascelle».
E infatti, nelle pagine successive, Francisca si rivela coerente, nell’indole e nel comportamento: con la propria esuberanza corporea, è attaccabrighe, prevaricatrice, opprimente. Un quadretto familiare che Gangemi intride di pungente ironia, nel solco della tradizione inaugurata da Verga, Capuana e De Roberto: «Presto Francisca si rivelò peggio di quanto Peppe avesse supposto. Era acida, rispostiera, mal disposta verso chiunque, sempre con il broncio, mai soddisfatta di niente. Scatenava guerre per un nonnulla. Si guastava il sangue al minimo successo di altri. S’imbestialiva persino sui silenzi di Peppe, quando lui si paralizzava la lingua pur di evitare e far quietare la tempesta».
Meritano un cenno anche alcune figure femminili presenti ne Il patto del giudice, Marina, e, ne La verità del giudice meschino, Laura. Siamo, ovviamente, nel perimetro delle conquiste di Lenzi, libertino impenitente al quale la fedeltà di tipo coniugale costa uno sforzo sovrumano, quasi sempre per lui insostenibile: «Bella femmina, Marina. Pure tenera e di compagnia quando sapeva contenersi entro i limiti di un rapporto cui lasciare margini di provvisorietà, invece di ingegnarsi a programmare il futuro. L’errore era stato aver fatto casa assieme e che il legame fosse risaputo e consolidato. Che si comportassero da famiglia, insomma, al punto da insinuargli gli scrupoli propri dei mariti, se faceva tardi, se gli scappava una bottarella fedifraga, se spendeva un pomeriggio a giocare a poker, se non la portava appresso nelle uscite con l’amico di sempre, Lucio Cianci Faraone – al ritorno, pretendeva le giurasse su Enrico che non c’erano state donne con loro e, siccome lui si rifiutava, muso a broncio da porco d’ingrasso, mugugni, sbattere di padelle, il fastidioso ronzio del forno a microonde per disturbargli il TG, e la pasta sfatta o da volerci una tenaglia al posto dei denti, o con sale a sazietà, o pane e acqua ostentati sulla tavola deserta di altro. E che cazzo».
Ne La verità del giudice meschino Lenzi trova in Laura un osso duro da rodere, e in uno scorcio narrativo decisamente esilarante visualizza con impietosa ironia la mortificazione del seduttore che, credendosi irresistibile, si ritrova a finire la serata in bianco come in una barzelletta al vetriolo: «Ogni volta gli faceva pregustare un finale al bacio, che i fatti sbriciolavano. Come la sera precedente, tirata fin oltre le due. Per cosa poi? Bocca quasi asciutta. S’era lasciata toccare, la mano aveva percorso un breve tratto più su, carni fino allora inesplorate, lei s’era contorta più d’una biscia d’acqua e aveva mugugnato sulle dita che la rovistavano ma, quando era parsa matura per lo sbuffo liberatorio e la resa, giù la saracinesca, faticosa, tra sospiri e gemiti, però giù. La biscia d’acqua aveva smesso di contorcersi, l’affanno le era scemato, le guance avevano perso il fuoco, gli occhi le si erano spannati, le mani avevano forzato a togliere le sue, le mutande s’erano disperse in lontananza».
Del resto, alle tentazioni Lenzi non può e non vuole resistere, come quando si trova alle prese con la collega Chiara Allegri, «un gingillo di magistrato, il viso di una madonna e il fisico di una diavolessa – senza coda però – da scialarsi gli occhi, movenze da far friggere l’aria, poppe di gran gagliardia».

Aspromonte, terra amata e maledetta
Per questo filone tematico partiremo da Il prezzo della carne in cui Gangemi insegue visioni caravaggesche come un affrescatore di agonie, intrecciando ai destini umani lo sfondo naturale.
Una natura, quella dell’Aspromonte, che partecipa silenziosa alla tragedia, come entità viva e respirante, quasi pensante, come quando assiste all’uccisione di Cola, capobanda di una gang di giovani malviventi: «Improvvisi, dalla parte opposta del costone, un bagliore e uno sparo, e una sensazione di calore sul petto, non ancora dolore. Altri due colpi gli sciancarono le carni. Cadde. Rotolò lungo il sentiero. Finì bocconi. Intorno, s’era fatto silenzio. La natura sembrava essersi fermata, che stesse trattenendo il fiato, rispettosa verso una vita che lì si consumava. Riprese appena l’eco delle fucilate si spense nell’aria. Cola c’era ancora, la fibra forte lo tratteneva terreno. Chiedeva al cuore un ultimo sforzo, per girarsi a guardare in su e non avere sulla bocca l’odore della terra da cui era scappato. Si aiutò con le felci e ci riuscì. Si trovò la mente colma di Maria. Si sorprese della dolcezza del ricordo. Gli passarono immagini dei momenti assieme, gli sguardi teneri e maliziosi, le piccole attenzioni. Il dolore era scomparso. Sentiva un liquido caldo percorrergli il corpo. Gli si velarono gli occhi. Avvertendo la morte, cercò la vita, nello stormire delle foglie, nel canto degli uccelli. Dopo, trovò il sorriso del vecchio padre con il viso segnato dalla polvere, dal peso della vanga, dal vino e dalla miseria. Gli tendeva la mano. Cola la colse. Moriva com’era nato, con addosso odore di donna».
Dopo l’assassinio di Cola, la longa manus della ’ndrangheta stende la sua ombra sull’esistenza di Gino Parisi, imprenditore ricattato e perseguitato, e non gli concede scampo, annientando in lui ogni superstite barlume di speranza: «Né era il caso d’affidarsi alla Legge, non ingeriva, aveva deciso l’Aspromonte zona franca, da lasciare in abbandono. Né agli uomini d’onore, non in grado di garantire neppure loro stessi, insidiati dalle nuove orde sanguinarie».
In Un acre odore di aglio, la morte di un misero e disprezzato servo della gleba è un atroce connubio dell’uomo con l’humus che aveva vangato e dissodato per anni, un amplesso finale con l’amaro substrato di una esistenza marchiata dalla schiavitù del latifondo, «fradicio più d’una pannocchia matura dopo la pioggia, un piede nudo a cui mancava il calzare di pelle di pecora, la mano irrigidita ad artiglio a penetrare la terra in un estremo aggrapparsi alla vita».
Nel medesimo romanzo, il personaggio del Generale incarna il più bieco dispotismo feudale, beffardo e sprezzante verso gli umili e i diseredati. La sua proterva arroganza (una vera e propria hybris da tragedia greca) persiste fino alle soglie dell’aldilà, quando il tiranno morente chiede dell’acqua, ma rifiuta sdegnoso il bicchiere che gli accostano alle labbra. L’acqua che pretendeva, la sua acqua, è quella che piove dal cielo dopo il suo rantolo finale. Anche le nuvole, simboli dell’onnipotenza divina, sono tenute a tributargli un omaggio funebre, a spargere lacrime di pioggia sul suo trapasso: «Gli era toccato il letto, dilaniato da una tosse che sfociava su un risucchio di petto sempre più simile a un rantolo. A sera sembrava che la falce stesse per mieterlo, e che pazientasse per carpirlo nel sonno. Al risveglio però il Generale riguadagnava quanto perso di giorno. E a chi lo aveva visto arrendersi a un irrequieto torpore ogni volta pareva un prodigio – non di Cielo, piuttosto preparato e cucinato tra le fiamme dell’inferno – che si fosse ridestato. Durò a lungo in quella confusione tra vita e morte che sconcertava e induceva a presagire scenari terribili. “L’acqua,” disse prima di arrendersi, con una voce chiara e forte come non gli usciva da tempo. Serrò le labbra per rifiutare il bicchiere che vi poggiarono. E stralunò gli occhi, annaspò in cerca di altri fiati. Si sentì staccare caldo e vaporoso dal corpo. E sciogliersi in lenta dissolvenza, confuso tra i tenui colori del mattino e spinto in alto, già nuvola mentre entrava tra le nuvole. I lumini lasciati accesi sugli usci delle case durante l’agonia li spense di colpo il venticello di terra che si erse ad accompagnare il momento del trapasso e che trascinò le nubi acquattate dietro le colline. E queste mandarono giù l’acqua, la sua acqua. Il venticello si fece vento di levante e imperversò forte e tempestoso assieme alla pioggia sciamata di qua e di là».
Un suggestivo squarcio pittorico accompagna, invece, il ritorno di Cola al paese dopo il servizio militare, con accensioni cromatiche che zampillano tra le righe e vanno a comporre un affresco naturalista venato di riverberi crepuscolari: «Qua e là, terre franate tranciavano la natura rigogliosa. E le serpeggianti strisce marroni delle mulattiere rigavano i costoni. In cima, il profilo ondulato dei monti opponeva al cielo del suo rientro i faggi della dorsale. L’abitato si arricchiva man mano di particolari, e di colori: il rosso di pomodori e peperoni appesi alle facciate, le gialle mele limoncelle nelle reti attaccate alle ringhiere, le vivide tinte delle sufetare – le maglie rifatte con i rimasugli di lane – stese ad asciugare. Lo intristivano il grigio dei coppi muschiati d’antico, i muri in pietra, senza lo spreco e il lusso dell’intonaco, il groviglio delle baracche del Borgo, una addosso all’altra, tra vicoli dove l’aria non bastava per tutti. Il paese largheggiava solo nella piazza, su cui affacciavano i palazzi signorili. Era fine settembre. Il sole, acquattato dietro le nubi, era lì lì per mostrarsi, già se ne coglieva il bagliore. Comparve, infine, allungando ombre di tre anni più vecchie, ma del tramonto». Le tonalità di colore rispecchiano lo stato d’animo del protagonista, intriso di struggente malinconia (un espediente letterario che ricorda quello analogo, ma nel cinema, dell’Antonioni di Deserto rosso), e nel contempo tracciano uno spartiacque invalicabile tra le casupole muschiose dei contadini e l’empireo distante delle dimore padronali.
Passando a La signora di Ellis Island leggiamo di un ulivo poco fruttifero che viene concimato con le deiezioni delle donne di casa, ma con scarsi risultati, provocando le invettive del patriarca contro quelle «femmine buone a nulla» che «neppure di una buona andata di corpo erano capaci».
Sempre in questo tolstoiano “romanzo-fiume” (che sarebbe piaciuto molto a illustri predecessori di Gangemi, come il Riccardo Bacchelli de Il mulino del Po, il Corrado Alvaro di Gente in Aspromonte e l’Ignazio Silone di Fontamara) una delle famiglie del borgo tenta di mascherare la miseria inscenando con i vicini il rito del ragù domenicale: «E magari si trattava di un po’ di ossa con pezzetti di polpa, qualcosa in più di quello che il gucceri lasciava per i suoi cani».
Anche la tavola apparecchiata per la cena all’imbrunire rappresenta una vera e propria pittura impressionista, dove ogni minimo dettaglio arricchisce una quotidiana cronaca della miseria più nera, di una fame endemica dalle radici remote, di una tetra e stanca rassegnazione che riecheggia il “Ciclo dei Vinti” di Giovanni Verga: «Sul tavolo, una tovaglia a quadroni unta, l’insalatiera con cipolle e pomodori tagliuzzati, strizzati di succo e conditi con olio e origano, una ruota di pane il cui carro toccava ai più piccoli, un piatto di peperoni cotti sulla brace e che spennavano una sottile crosta nera, un altro con peperoni rosolati alla fiamma e croccanti, una bottiglia di vino di fragola già buono per condire l’insalata e su cui potevano allungare le mani solo gli adulti, un unico coltello che non trovava pace».
In Un acre odore di aglio, la fame bussa alla porta d’inverno, e ne fanno le spese i volatili abituati a becchettare gli ulivi, unica risorsa che la povera gente può addentare per non crepare di inedia: «Lui e la madre masticarono la sola carne dei tordi che, nel posarsi sull’ulivo ottobrarico nell’orto alla fiumarina, trovarono piombo invece delle grosse olive nere».
In altre circostanze, è l’alcolismo che infligge il colpo di grazia al fisico debilitato di un povero ubriacone: «Fu il puzzo che esalava dai legni della sua baracca e che si spandeva intorno a smuovere a pietà i vicini. Lo trovarono già in putrefazione, la testa poggiata sul tavolo e, accanto, una bottiglia di vino quasi vuota e il bicchiere riverso».
Ma anche in città, a Gioia Tauro per l’esattezza, il violento contrasto tra il fetore della miseria e l’effluvio della ricchezza rappresenta con poche efficaci pennellate le spaventose disuguaglianze sociali del Mezzogiorno: «emanava odori nauseabondi – del pesce nelle botteghe, delle viscere e degli intestini nelle beccherie, del piscio di uomini, e di cani che circolavano senza un padrone a tutte le ore. Confondevano l’aria, mischiandosi alla fragranza del pane appena sfornato, ai profumi delle sale da barba, agli aromi dei locali raffinati dove dame eleganti e signori pomposi consumavano vermouth, marsala, passiti».

Un flusso intenso di emozioni
Il protagonista de La signora di Ellis Island, Giuseppe, come fosse un pronipote indigente del Dante della Divina Commedia, si inabissa in una serie di gironi infernali a partire dal primo Novecento, periodo culminante delle migrazioni di massa dall’Italia all’America, sotto i morsi della fame e della disperazione. La discesa nel Tartaro inizia dentro la stiva fetida di un bastimento pullulante di emigranti, prosegue nelle viscere tenebrose di una miniera e in quelle sulfuree di una fonderia, tocca il culmine dell’orrore nel fango insanguinato delle trincee della Grande guerra.
La massa degli emigranti appare agli occhi di Giuseppe come uno stuolo di anime dannate che si accalcano nel ventre di un mastodontico traghetto infernale, il piroscafo diretto a New York: «quell’ondata di miseria che si muoveva in un unico sciame, quegli uomini con le coppole e i berretti, le camicie ruvide e senza colletto, i pantaloni di orbace, le donne dalle lunghe saie nere e il fazzoletto o lo scialle tirato sui capelli, i bambini dagli occhi spauriti ancorati alla mano dei genitori». Persino il pasto degli emigranti effonde un sentore di bolgia dantesca: «inservienti dai volti truci e i modi bruschi riempivano una ciotola metallica – una specie di gavetta – con brodaglie contenenti fagioli, farro, piselli, qualche filo di pasta e, qua e là, cotiche di maiale. Gli emigranti vi annegarono il pane nero e il biscotto di pane portati da casa».
Il girone successivo in cui sprofonda Giuseppe è la miniera, presentata nel suo più nero orrore: «Laggiù non era America, le viscere della terra non hanno un nome, l’oscurità poteva essere qualsiasi posto, o il nulla, una notte eterna appena rischiarata dalle lampade dei caschi e da quelle con le candele di sego appese lungo le gallerie». Le parole di un suo compagno di fatica riecheggiano, ancora, come un dantesco «lasciate ogne speranza voi ch’intrate»: «Più scavi a scendere e più si avvicina l’inferno».
Nel casuale ritrovamento in un cunicolo del cadavere decomposto di un minatore, l’orrore si condensa in un miasma soffocante, per poi cristallizzarsi in immagini che sembrano sgorgare dai dipinti più orripilanti di Goya: «Mezz’ora dopo, quando già avevano portato una cassa di legno per deporvi i resti, dal corpo disfatto e da terra si sollevarono piccole farfalle nere. Non finivano di uscirne e di librarsi in volo. Riempirono la volta e s’avviarono in un unico sciame di morte di là del buco, inseguendo l’aria».
Anche l’incidente che costa la vita a un giovane minatore, amico fraterno di Giuseppe, è collocato in uno scenario funereo, da dissolvenza finale, sempre per utilizzare termini legati al mondo della sceneggiatura: «Prese in braccio il corpo inerme e si avviò verso i montacarichi con lo stesso passo lento con cui si accompagna una bara. La confusione era finita. Niente più boati, eco, schiantarsi d’impalcature. Si udivano solo gemiti, rantoli di morte. E un fruscio lontano, forse il vociare e le prepotenze nel contendersi la salita “al giorno”».
L’altro girone infernale che percorre Giuseppe è la fonderia, più tecnologica nell’impianto, ma tanto mortifera quanto la miniera: «un rumore assordante di ferraglia e di macchine in movimento, stridii metallici che accapponavano la pelle, fumi di vapore, un esplodere di scintille».
Infine, il girone più terrificante, in cui si arriva a vedere il volto di Lucifero in persona: la trincea della Grande guerra, dove il fango si mescola al sangue e al sudore, alla putredine dei cadaveri insepolti dei soldati caduti, alla paura compulsiva che prende alla gola i morituri destinati a cadere falciati nella “terra di nessuno” che li separa dagli avamposti nemici: «La nebbia avvolgeva la vallata insanguinata. Ristagnava un’umidità che con il passare delle ore faceva del corpo un pezzo di legno e obbligava a muoversi per rimettere in circolo il sangue. Nelle notti stellate gelava ogni cosa. Persino la barba dei compagni morti che l’infuriare della battaglia o il fuoco dei cecchini non aveva consentito di portare via o di seppellire lì intorno». Giuseppe nell’azione infilza un nemico, e quella morte gli resta incollata addosso come un marchio d’infamia, anche se, in quell’istante, l’unico motore che stava guidando le sue azioni era l’istinto di sopravvivenza: «Fu più svelto a ficcargli la baionetta in pieno petto. Lo vide spalancare la bocca, piegarsi in avanti e cadere tenendo su di lui gli ultimi occhi sul mondo. Appena in terra, scalciò i piedi, li stirò in avanti, restò immobile. L’elmetto gli era caduto, rivelando i capelli biondi. Era un giovane di non più di vent’anni».
Tornando a casa come reduce, annientato dai traumi subiti, il ragazzo non riesce a districarsi nel labirinto dei suoi ricordi poiché: «si trascinava appresso la guerra, gli popolavano la mente i campi di battaglia, concimati a sangue e fumosi più della terra, rivoltata dalla vanga, al tepore del sole, il candore della neve oltraggiato dal rosso».
E la morte continua la sua mietitura: dopo la nave, dopo la miniera, dopo la fonderia, dopo la trincea, eccola varcare persino la soglia del focolare domestico. Sua figlia Antonia resta vittima dell’epidemia di spagnola e le pagine sono inondate di una cocente angoscia per la reazione di Giuseppe: «La chiamò, la scrollò forte, le sgranò gli occhi per costringerla a riaprirli. Quando realizzò che era tutto inutile, gridò disperato, non resse lo strazio e sbatté, con violenza la testa contro la parete a cui era addossato il letto. Poi piantò uno sguardo ostile a penetrare le nubi, il cielo sopra e quant’altro c’era più su». Il silenzio di questo padre, sopravvissuto alla prole, è assordante più di cento bestemmie, l’occhiata inferocita verso l’alto è una ribellione contro una divinità percepita come dispensatrice di morte, e non come il padre amorevole che infonde la vita ad Adamo presente ne La Creazione di Michelangelo.
Una situazione analoga la troviamo in Un acre odore di aglio, quando Cola stringe tra le braccia il corpicino del figlio nato morto: «spostò in su gli occhi pregni d’odio, e penetrò le nubi immobili nel cielo, l’azzurro, l’aria e quant’altro c’era prima di arrivare alla fine di tutto. E là li piantò, fissi, ostili, feroci. Comunicava così la sua inimicizia a quel Dio ingiusto che non teneva in alcun conto gli uomini».
Il confine che separa la blasfemia dalla devozione è comunque molto sottile: infatti, quando un’altra figlia di Giuseppe, Antonietta, guarisce miracolosamente dalla difterite, suo padre, che è uomo di fede, stavolta china la testa di fronte alla misericordia divina: «Le preghiere con cui ringraziava le portò in cielo il vento che frusciava le poche foglie che vestivano gli alberi. Sentì che era importante lasciare un pegno là dove si era concretizzata la salvezza. Salì sul castagno più vicino e infilzò in un ramo la coppola di velluto. Antonietta visse».
Ormai avviato su una specie di sentiero di redenzione, Giuseppe, in preda a un delirio mistico-religioso, trasfigura la signora di Ellis Island che l’ha soccorso quando stava per essere rimpatriato e che gli ha consentito di «trovare la Merica». Si persuade, infatti, che si tratti di una vera e propria apparizione sovrannaturale; che la Madonna, protettrice degli ultimi, sia scesa per qualche minuto sulla terra per offrirgli il suo aiuto benevolo: «Giuseppe sollevò lo sguardo e si trovò davanti una donna giovane, con un volto dolce, sereno, bello. Era di là delle transenne. Teneva in braccio un bambino piccolo, bianco e rosso di colorito. Si stagliava contro il finestrone che si apriva sulla baia e sulla statua della libertà. Gli rivolgeva un sorriso tenue, rassicurante. Indossava una veste azzurra, che le scendeva a pieghe, uno scialle, in testa un fazzoletto bianco ricamato. Incuteva un senso di rispetto, per il portamento, per i modi, per la serenità di cui era avvolta».
Questa apparizione popola i suoi sogni, lo insegue nel corso della sua esistenza, fantasma premonitore che riemerge nei momenti cruciali, lo ossessiona, senza abbandonarlo mai: «Gli entrò in sogno sul finire di agosto, in una notte incattivita da zanzare che attaccavano a sciami e da un’aria immobile dentro cui ristagnava un’afa appiccicosa, la baracca arroventata da poterci infornare il pane».
Giuseppe la vede «corrucciarsi in viso. Lungo le guance le calarono due lacrime silenti. Che, al bordo del mento, si staccarono, caddero con un tonfo di cui vibrò la terra e scavarono un grosso buco circolare. Le chiese cosa avesse. Lei rispose con un sorriso triste. E scomparve dentro il sogno stesso».
Il giorno dopo questa visione, nella miniera una fuga di gas scatena il panico. In questa impennata onirica della narrazione – dove il simbolismo delle lacrime telluriche della Virgo Potens prelude alla sciagura in miniera – Gangemi costruisce una sequenza di forte impatto visionario, gettando lo scandaglio negli angoli più reconditi della psiche di Giuseppe.
Un altro sogno angosciante dentro cui Gangemi immerge il lettore mediante immagini nitide e febbricitanti è quello di Cola in Un acre odore di aglio. Una specie di premonizione della morte, portata dai gas asfissianti, che coglierà suo figlio Ntoni in trincea: «La notte sognò una cannula da cui fuoriusciva il suo sangue. Sfociava dentro una pentola nera, messa su un treppiedi, con il fuoco che avvampava sotto, come usavano per la salsa. Bolliva, denso e rosso, il sangue, sprizzando in alto gocce da bolle che salivano dal fondo e in superficie allargavano lenti cerchi concentrici. Più ribolliva, più si accendeva di colore, mentre a Cola si sciupava il suo». Ci troviamo di fronte a una metafora atrocemente efficace: la Grande guerra paragonata a una orrida marmitta in cui ribolle il sangue dei padri, disperso nelle insensate carneficine che inghiottiranno i loro figli. Un brano che mette i brividi con le sue fattezze da incubo astratto ma, allo stesso tempo, crudamente concreto nella plastica evidenza dei dettagli.
Tornando di nuovo, infine, al romanzo su La signora di Ellis Island notiamo che qualcuno conosce la vera identità di tale signora, ma non vorrà infrangere l’incantesimo in cui, come in una bolla d’aria, resta dolcemente imprigionato Giuseppe – «Quella Madonna che ha soccorso tuo padre a Ellis Island non era la Madonna. La Madonna non si sogna di comparire a noi miserabili» – quindi, pietosamente, tacerà: «Quella donna se la intendeva con un capo dei gendarmi di guardia all’isola delle lacrime. Uno sposato. Ci aveva fatto due figli. Poco seria, ma con un cuore grande così. Si prendeva a compassione i paesani e qualcuno lo faceva passare. Lei è stata la fortuna di tuo padre, altro che la Madonna».
Nella realtà, quella che Giuseppe continuerà a ignorare, la Madonna si trasforma in una moderna Maddalena, altrettanto caritatevole e in carne e ossa, anche se emersa (e confusa) come un’apparizione dai bassifondi di New York.

Assieme alla notte, il silenzio
L’ultima tappa del nostro itinerario nella narrativa di Mimmo Gangemi approda a una specie di antologia dei suoi brani più lirici e struggenti, quelli dove il respiro della natura avvolge le parole come una invisibile ragnatela. In Un acre odore di aglio la descrizione della siccità, che annichilisce la campagna con una torrida e implacabile arsura, è pervasa da una desolazione apocalittica. Esclude la presenza umana, popolando lo scenario unicamente di terra, frutti e animali: «Un’estate la luna oscurò il sole, le cicale arrivarono mute, e mute restarono tutto il tempo, le rane furono trovate morte ai bordi dei pantani, a pancia in su, l’acqua della fiumara grande scese torbida. I rigagnoli restarono quasi asciutti e non bastarono per gli orti, che seccarono o produssero i frutti più rattrappiti della pelle di Cicca, sulla cui età l’unico dubbio era da quanto avesse battuto i cento. La stagione olearia, da gravida come le toccava, fu ottobrina e inutile, per le olive ammorbate dal parassita, raggrinzite, magre di sola pelle sopra il nocciolo e talmente indebolite ai rami che bastò una venticata da niente a strapparle».
In un altro passaggio di rara intensità, i sensi dei personaggi sono aggrediti dalla sofferenza. Il lutto per la morte di Maria, figlia di Cola e Carmela, confluisce nell’odore inconfondibile dell’aglio, si espande nell’ambiente come una esalazione pestifera, impregna cose e persone, non si attenua nemmeno di fronte al sacrale aroma dell’incenso: «L’odore d’aglio s’impossessò dell’aria di casa, compagno stabile che nemmeno l’incensare del prete tolse. Gli occhi di Carmela avevano preso il lutto, con l’iride di un grigio scuro che le incupiva lo sguardo. E le cresceva indifferenza verso il mondo che non cedeva di ruotare. Smise di andare in chiesa, dopo che per anni mai aveva saltato una messa. E non raccolse olive quell’inverno».
Ma la vita deve comunque continuare, inesorabilmente, e l’arrivo dell’estate coincide con la ritrovata voglia di vivere della coppia: l’odore di morte cede il passo allo sbocciare gioioso e colorato dei fiori, all’humus generoso della terra, alla rinascita degli ulivi, e «giugno insinuò dentro la porta di Cola e Carmela, chiusa per il lutto, l’annuso odoroso delle terre rivoltate dalla vanga, i profumi dell’agonia delle rose e delle gardenie che ornavano i balconi e i giardini nobiliari. E rispuntò la grana sugli ulivi – una brezza bastava a staccarla e a svolazzarla leggera. L’odore d’aglio si disperse».
Dedicandosi, invece, al personaggio di Ntoni, il figlio di Cola arruolato nell’esercito durante la Grande guerra, Gangemi lo plasma infondendogli un amore disperato e struggente per la sua terra, una nostalgia lancinante che lo tormenta mentre sfida la morte nel fango delle trincee: «Ntoni si infelicitava di rimpianto per quell’angolo di mondo dove il sole annegava nelle acque macchiando l’orizzonte di chiazze sanguigne e il mare di una striscia rossa che moriva sulla risacca. L’ultimo sguardo, per cogliere in un colpo solo le cime delle isole Eolie arrampicate oltre la foschia, l’Etna che svettava bianco e mandava su un ricciolo di fumo presto nuvola tra le nuvole e il triangolo di Sicilia che si allargava sinuoso in due direzioni».
Scandita attimo per attimo nel livido e spettrale scenario della trincea invasa dai gas asfissianti, la morte di Ntoni è un crescendo toccante, fino a elevarsi in un disperato e struggente inno alla vita, alla natura, all’amore: «Successe in una notte stellata, dentro una trincea di retroguardia data per sicura. Successe al rimbombo di cannonate lontane che impattavano sulla prima linea lasciata il giorno prima per il turno di riposo. Successe mentre Ntoni dormicchiava rischiarato dalla stessa luna piena, alta nel cielo, sotto cui dormicchiava il padre al lento incedere della mula su percorsi noti. Ntoni annaspò in cerca d’aria – riempiendosi invece i polmoni di gas. Appena comprese la fine, si vide a casa, in una scena con il padre a cui crollava la testa dal sonno e con la madre intenta al telaio sotto la luce di una lampada a olio legata a penzolarle dalla lunga treccia. Da lì tornò nel fosso. Girò lo sguardo sulla terra che gli inceppava i giorni: perdeva i contorni, svaniva in dissolvenza, finché si mutò nel verde delle sue colline. E si ritrovò a snodare i passi di un ritorno che non ci sarebbe stato, in vista del paese in una scena d’autunno, con le case che degradavano dal monte tranciando la natura, una leggera foschia che impallidiva gli ulivi, i rami sottili di giovani castagni che si sollevavano nudi e scomposti a perforare il cielo. Sfumò lo sguardo sul volto fresco e bello di una giovane donna. E mutò la smorfia della morte in un sorriso dolce e tenue».
Mentre Ntoni esala l’ultimo respiro, a centinaia di chilometri di distanza, suo padre si sveglia di soprassalto, in preda a una strana inquietudine, e contempla un ulivo illuminato dalla luna piena (lo stesso ulivo velato di foschia su cui sfuma il ricordo di Ntoni agonizzante): «Cola aprì gli occhi nell’esatto momento in cui Ntoni chiudeva i suoi. Stava percorrendo un tratto di sterrato, diritto e pianeggiante, dove il carretto ondeggiava senza cigolii, conciliandogli il sonno. Lo assalì una sensazione di malessere. Si guardò intorno allarmato: solo i rassicuranti ulivi – inchiodavano al suolo ombre più scure del buio – e la luna alta e piena. Ugualmente non gli passò».
L’immanenza della natura, che Gangemi insinua negli snodi narrativi con il fervore genuino di chi in quelle terre ha vissuto, ha camminato, ha respirato, intride panoramiche suggestive e seducenti, dove la vegetazione, gli animali, la terra stessa non sono cartoline statiche, ma palpitano di vita che, come gli esseri umani che le abitano, sono affamate e assetate: «colli vestiti di ulivi con le foglie argentate dalla brina sotto il primo sole. E i tre castagni dietro cui andavano a spegnersi i fulmini e che si stagliavano contro il cielo».
E ancora: «Era giorno fatto, con il cielo di un azzurro intenso, per la pioggia della notte che aveva schiarito l’aria e che la terra, arrostita e fessurata in squame e in linee contorte da un’estate seccagna, aveva bevuto avida, saldando le ferite».
La natura viva ed empatica si mostra anche nella morte di Carmela, accompagnata da una vera e propria sinfonia di ombre e di colori, di fragranze e di profumi, di brezze e di frescure, di creature viventi che sfrecciano nell’aria: «Era un tardo pomeriggio che imbruniva cancellando il rosso di fiamma di cui bruciava l’orizzonte. Già si intravedevano le stelle. Lucciole attraversavano con scie sinuose il cielo che andava tingendosi di sera. Gli alberi ancora appiattivano in terra un’ombra leggera – un’arietta temperata ne scuoteva appena le foglie, ma bastava a trasportare l’aroma dei gelsomini e le farfalle nere dal corpo tozzo. I pipistrelli uscivano a darsi il cambio con le altere rondinelle di ritorno verso i nidi nei cornicioni dei palazzi nobiliari».
Invece, rievocando la tremenda alluvione del 1951, Gangemi rappresenta una natura incollerita contro l’uomo, che scatena tutta la sua energia primordiale, rompendo gli argini, travolgendo tutto e tutti in un diluvio apocalittico: «Poi lo scirocco forzò, portando un’afa irrespirabile. E i contadini vi lessero il botto del congedo dell’estate, come la bomba più potente a chiusura della cassa infernale dei giochi di fuoco. Infatti, verso sera, lampi squarciarono l’orizzonte e i tuoni si appiccicarono sempre più a essi. Nella notte, linee contorte di fulmini possenti sciancarono l’oscurità. L’acqua si anticipò con un fruscio e il cielo la buttò con i secchi. Pochi minuti e saziò la terra riarsa, saldando le fessure. Insistette violenta. Portò rovina: demolì case coloniche e muri a secco, devastò fondi, sradicò alberi secolari, fece letto di fiume delle vie del paese, s’insinuò nelle abitazioni, penetrò persino la chiesa».
Ne Il prezzo della carne Gangemi si concede qualche sussulto barocco, immaginando i venti come due titani che lottano per il possesso del firmamento. Affiorano in queste pagine le magiche reminiscenze di miti pagani, accompagnate da un senso di sospensione temporale, ai limiti del fiabesco: «Lo scirocco e il levante si erano contesi il cielo. Prima lo scirocco aveva respinto il levante, relegandolo dietro il monte, assieme alle nuvole che si portava appresso, e mantenendo calda l’aria giù. Nell’euforia della vittoria, aveva imperversato pesante. Si accaniva sugli alberi, fischiava i muri, strappava gemiti contorti alle baracche della Timpa. Portava con sé la terra rossa del deserto d’Africa, stendendola ovunque. A notte avanzata, il levante, in alta quota, aveva rilanciato la sfida con maggior vigore. E s’erano attorcigliati, confusi, incuneati uno dentro l’altro. Al primo albeggiare, campeggiava un soffio più fresco che li conteneva entrambi e che vagava nubi gonfie, nere e minacciose».
Venti e stagioni come espressioni di un Mito perenne che si rinnova senza sosta li incontriamo in altri scorci narrativi di forte impatto visivo: «Era una notte dei primi di ottobre in cui il tempo sembrava essersi dimenticato che toccava all’autunno, e insisteva l’estate, arrostendo con l’aria calda dello scirocco. Per trovare refrigerio, l’unica era fidare nel levante, che fosse partorito dallo Ionio e avanzasse per lo scontro, e che i due venti, assieme, forgiassero nuvole pregne d’acqua, e la pioggia a rinsaldare le fessure della terra assetata. Intanto, l’afa guastava i sonni».
E la notte nebbiosa, come un immenso sudario, si stende sulle rupi dell’Aspromonte, elevando una impenetrabile muraglia di caligine: «Il buio della montagna era rischiarato da uno spicchio di luna, ma ridiventava fitto, una cappa impenetrabile, appena dentro la faggeta, per l’ombra che aggiungeva oscurità all’oscurità. Banchi di nebbia inghiottivano tutto, a tratti erano fitti da farsi pensare un muro bianco alto fino in cielo».
Ne La signora di Ellis Island Giuseppe alimenta lo straziante ricordo della figlioletta morta innestandolo negli elementi naturali che facevano da cornice ai suoi giochi spensierati, e il furore con cui vanga, dissoda e recide, fino a crollare sfinito, coincide con l’inutile sforzo di dimenticare poiché «tutto gli ricordava Antonia: la pianta di sorbe sotto la cui ombra avevano santificato una scampagnata pranzando in festosa allegria, la fontanella con un filo d’acqua incanalata su una regola dove faceva il bagno alla bambola intagliata nel legno, l’albero di granati di cui attendeva impaziente i frutti, il piccolo bosco di castagni dove giocava a nascondino con i fratelli. Vinto da un’immagine perduta, dal rimbombo della sua voce dentro la testa, dalla risata allegra che gli rintronava nelle orecchie, abbatteva violenta la zappa a ferire la terra e l’accetta a tagliare un ramo caduto, sibilava nell’aria la falce, ramazzava frenetico le foglie secche. Si sfiancava. E si fermava affannato».
Un paesaggio rasserenante, in cui Lenzi trova rifugio per riflettere in solitudine, compare ne Il giudice meschino: «Il sentiero tagliava a mezza costa, su brevi saliscendi e contorto come una serpe che striscia frettolosa. Da lontano era un filo marrone che spezzava il verde della scarpata, quel disordine – di erbe, arbusti, ginestre, fichi d’india, agavi, alberi – che risaliva il costone fino a placarsi in vetta su un pianoro proiettato sul mare e da cui s’affacciavano castagni con un ammasso di rami nudi a pungere il cielo, maestosi pini dal largo ombrello e querce da sughero. Il monte s’impennava dalle acque rapido fino in cima, tranne brevi pause qua e là, piccole terrazze sostenute dai muri a secco di un’arte antica».
Anche ne La verità del giudice meschino l’autore ci offre una tavolozza suggestiva in cui la vegetazione, il mare e il cielo emanano una cupa e malinconica bellezza: «Qua e là, piccole oasi di ulivi secolari. Lato mare, la macchia mediterranea. Ombra da prima sera là dentro. E un groviglio di arbusti bassi, scomposti, che allungavano in ogni direzione un disordine di nudi rami tentacolari. Oltre, il giallo pallido della spiaggia granulare, quindi l’acqua, quel giorno di un azzurro chiaro, con l’orizzonte liquido disperso nella foschia e complicato da separare dal cielo».
Concludiamo la nostra rassegna con una citazione da Il patto del giudice, in cui Gangemi fonde l’oscurità al silenzio, amalgamandoli alla brezza e alla marea, creando così un mosaico ammaliante di chiaroscuri, riflessi e sfaccettature, intessuto di echi misteriosi e di aneliti arcani provenienti dai più nascosti recessi dell’incantevole terra di Calabria.
«Di là delle grandi vetrate, la notte. Spettrale, indecisa se abbattere la pioggia – se ne coglieva l’umore sudaticcio – e scura da farsi pensare una barriera avvolgente, melmosa, un involucro compatto, e denso da non riuscire più a sciogliersi nel giorno. Colpa delle nuvole cupe e pregne di un’acqua trattenuta a lungo. E che avevano celato le stelle e la luna, frapponendo l’ingombro di quell’impasto nero e ammorbando un paesaggio che nelle ore di luce era uno spettacolo sfavillante di bellezza. Assieme alla notte, il silenzio. Dalla campagna deserta, intorno al locale, esso degradava fino al mare, un centinaio di metri più giù, per un filo di vento che arrivava dall’orizzonte indistinguibile e che non aveva forza bastante a trascinare fin lassù il fruscio della risacca e il fragore dell’onda che s’infrangeva sugli scogli o s’allungava sulla spiaggia».

Nota biobibliografica
Domenico “Mimmo” Gangemi è nato a Santa Cristina d’Aspromonte il 19 ottobre 1950. Completati gli studi di Ingegneria a Catania nel 1977, si è specializzato in Ingegneria clinica nel 2003 all’Università dell’Aquila, pur coltivando sempre la passione per la scrittura, che ne fa una delle voci più interessanti nel raccontare quell’angolo di Calabria. Residente a Palmi, alterna la professione di ingegnere a quella di giornalista e di scrittore. Attualmente è editorialista per le pagine culturali de La Stampa.
Inoltre è collaboratore di altri giornali e riviste, tra cui Panorama, Italianieuropei, Gazzetta del Sud, Il Quotidiano del Sud, La Riviera, Calabria Sconosciuta. Inoltre è titolare della rubrica Il racconto su Calabria on web, giornale on line ufficiale del Consiglio regionale della Calabria. È stato insignito nel 2016 del Premio “La matita rossa e blu” per il giornalismo della Fondazione “Italo Falcomatà”.
Di seguito l’elenco cronologico delle sue opere e dei premi letterari ricevuti: Un anno d’Aspromonte, Rubbettino, 1995 (Premio Rhegium Julii 1996 - Premio “Fortunato Seminara” 1998, Premio internazionale dei due mari “Il Pino d’Oro”, Premio letterario “Vincenzo Tieri” nel 1998, secondo classificato al Premio “Giuseppe Berto” 1996);
Quell’acre odore di aglio, Rem Edizioni, 1998 (Premio Selezione “Feudo di Maida” 1999, terzo classificato al Premio “Firenze” 1999);
Pietre nel levante, La Città del sole - Sosed Editrice, 2000 (Premio “Città del Sole” 2001);
Il passo del cordaio, Il Sole 24 ore, 2002 (Premio “Il Pungitopo” 2002, Premio Selezione “Feudo di Maida” 2002);
25 Nero, Pellegrini Editore, 2004;
Il giudice meschino, Einaudi, 2009 (Premio Selezione “Bancarella” 2010, Premio “Epizephiry” 2010, Premio “Anassilaos” Narrativa 2010, Premio “Bronzi di Riace” 2010);
La signora di Ellis Island, Einaudi, 2011 (Premio “Leonida Repaci” 2011, Premio “dei Lettori” Lucca 2011/12, Premio “Saverio Montalto” 2012, Premio “Tropea” 2012);
Il patto del giudice, Garzanti, 2013 (Premio Cristo d’argento “Giovanni Losardo” 2013);
Il prezzo della carne, Rubbettino, 2014 (Premio per la Cultura Mediterranea “Carical” 2015);
Un acre odore di aglio, Bompiani, 2015 (Premio Rhegium Julii alla narrativa “Pasquino Crupi” 2015);
La verità del giudice meschino, Garzanti, 2015.
La sua trilogia de Il giudice meschino è stata pubblicata con successo in Francia, dal 2014 al 2017, da Éditions du Seuil, con i titoli: La revanche du petit juge; Le pacte du petit juge; La vérité du petit juge.

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XV, n. 156, gennaio 2019)
 
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