Anno XIV, n. 153
ottobre 2018
 
In primo piano
Quando ci si trova in una selva oscura:
se l’assenza di un sogno spaventa
Fabio Bacile di Castiglione, per il Seme Bianco, firma un romanzo
che fotografa il divenire, infine, adulti: prefato da Renato Minore
di Stefania Ciavattini
L'ultimo romanzo di Fabio Bacile di Castiglione, un autore che Bottega editoriale ha seguito da tempo con molta attenzione, propone nuovamente le problematiche umane ed esistenziali che l’autore predilige, portandole alla luce, questa volta, nella vita di un liceale che, al termine degli esami di maturità, si trova a dover affrontare la scelta universitaria: si tratta di Io non ho un sogno. Racconto per liceali (Il Seme Bianco, pp. 144, € 13,90).
Lo stile, chiaro e preciso, si esprime all'inizio nella forma dei dialoghi o monologhi, che rendono con molta immediatezza il personaggio di Diego, lo studente alle prese con il suo futuro, mentre nella seconda parte del libro si fanno più lunghe e acquistano maggiore importanza le riflessioni. Prima l'incalzare del problema, poi, via via appare una qualche soluzione, un lento rilassarsi sia del personaggio che dello stile che ne segue l’evolversi del pensiero.

Lo smarrimento
Il titolo che l'autore dà al primo capitolo è tratto dalla Divina Commedia, è quel «mi ritrovai in una selva oscura» a tutti nota e senz'altro adatta a descrivere lo stato d'animo confuso di un liceale nel momento in cui deve mostrarsi all’altezza di affrontare una nuova fase della sua vita, più autonoma, più responsabile, meno protetta. Diego soffre la mancanza di un desiderio, l’assenza di un sogno nel cassetto, capisce che in assenza di questo non può, non sa cosa decidere per il suo futuro. Intorno a lui, gli adulti al contrario si mostrano ossessivi e poco comprensivi, con domande a cui lui non riesce a dare risposta.
Diego quindi soffre perché sente un vuoto là dove per altri si manifesta una “vocazione”, o prende perlomeno forma una passione.
Lo scrittore riesce in questa fase, senza essere descrittivo, visto che è il dialogo l'espressione principe della sua esposizione, a immergerci negli ambienti purtroppo attuali che ci circondano. Bacile ci trascina ora nel vortice di esperienze che il protagonista vive, tuffandosi nelle classiche avventure giovanili accompagnate da delusioni e disillusioni, fino all’incontro di quella che potrebbe essere “la ragazza giusta”, Francesca.
E così lo scenario del racconto cambia e segue Diego nel suo approccio a Francesca, nei suoi incontri con persone che sembrano mostrargli un mondo meno arido, in grado di avvicinarlo alla sua meta: capire quale possa essere il suo sogno.
Nello svolgersi delle vicende, Bacile non manca però di introdurre vari spunti di riflessione, tra cui uno sui suoi temi preferiti: l’apprezzamento della bellezza. La villa cinquecentesca del ricevimento, a esempio, e alcuni suoi particolari che Diego e Francesca scoprono insieme, rimandano a una funzione alta dell’arte, testimone dell’esistenza della capacità degli uomini di creare armonia, nonostante le estreme brutture di cui spesso si circondano.

Il viaggio e la scoperta di qualche verità
Sarà l’incontro con il personaggio (riferimento quanto mai letterario!) di padre Cristoforo a segnare un punto di svolta per Diego, che lo conosce durante un viaggio.
Con lui Diego riesce a esprimere come si sente: una vera “caccola”, quanto di più infantile, fastidioso e repellente possa esserci. A padre Cristoforo confessa il suo smarrimento, e il domenicano cerca di fargli capire l’importanza di sentirsi parte di un progetto, con semplici racconti che gli mostrano la facilità nell’imboccare una strada, quando si segue ciò che si ha nel cuore. Bisogna sì credere, ma nessuno può darci contenuti di fede, come nessuno può sostituirci in quel percorso personale che è la crescita, pena il renderci incapaci di evoluzione.
Molti sono i messaggi che i personaggi incontrati vogliono offrire a Diego e che l’autore offre a noi. Il rimando alla scintilla divina che alberga in tutti noi, la connessione con gli altri, che rende tutti indispensabili, il richiamo all’arte e alla bellezza, l’invito a uscire dagli stereotipi e soprattutto l’attenzione agli affetti, all’amore.
Anche l’ultimo saluto a padre Cristoforo riapre le questioni circa il senso della vita, dell’importanza di non fermarsi all’intelligenza che divide ma alla saggezza che a poco a poco sa dare a tutto un significato unitivo. L’amore sembra essere l’inizio, ma anche il motivo per continuare a sperare, ad avere fiducia, ad abbandonare la paura della solitudine.

Il senso profondo delle cose
Il libro, pur breve e quasi sempre dialogato, presenta veramente tanti spunti di riflessione. Da un lato fotografa molti degli aspetti deleteri della nostra contemporaneità, dall’altro ne coglie il senso di smarrimento e vuoto: nella Prefazione, il critico letterario Renato Minore lo definisce appunto un libro «istintivamente “filosofico”», che probabilmente tenta anche di intravedere possibili via di uscita da una provvisorietà che sembra renderci adattabili a qualunque “legge” di mercato.
L’autore, posponendo al racconto una sua riflessione, ci propone, anche qui al seguito di Dante, diverse letture, da quella letterale che segue Diego nella sua crescita aiutata dagli incontri con adulti validi, passando per quella allegorica che in Diego nasconde la sorte di tutti gli uomini, quella morale, che ci rimanda alla necessità di una ricerca profonda, sino a quella esoterica per cui tramite la mistica si può più facilmente accedere all’intreccio tra via, verità e vita di cui parla Cristo.
Un invito alla fede? Se sì non certo a una fede da catechismo, fanciullescamente rassicurante, ma a qualcosa di molto più profondo.

Stefania Ciavattini

(direfarescrivere, anno XIV, n. 153, ottobre 2018)
 
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