Anno XIV, n. 151
agosto 2018
 
In primo piano
Un coraggioso romanzo-denuncia
sulla prostituzione coatta a Brescia
Da Sandro Biffi per La Vita Felice, una storia vera e sofferta
che racconta l’amore nel drammatico mondo del marciapiede
di Elisa Barchetta
Lui è bello, affascinante, ricco – molto ricco – e a bordo della sua auto da miliardario si perde in una strada della città.
Lei è bella, non è ricca, ma fa la prostituta per scelta – per pagarsi gli studi – proprio su quella strada.
I destini dei due si incrociano nel momento in cui lui si ferma a chiedere proprio a lei informazioni sulla direzione da prendere per ritrovare la strada.
I due si innamorano, ma le differenze di status sembrano impedire il coronamento di un sogno. Alla fine lei decide di smettere di prostituirsi e proprio quando sta per partire, lui arriva a bordo di una limousine con un mazzo di rose al vento a dichiararle il suo amore chiedendole di non andarsene.
Più o meno tutti avranno riconosciuto in queste righe la trama di un famosissimo film del 1990 che vedeva come protagonisti Richard Gere e Julia Roberts. Una commedia romantica in cui la prostituzione veniva raccontata in modo piuttosto edulcorato e con toni romanzati.
Da tempo si sa, però, che la realtà è ben diversa e anche se ci sono stati amori tra prostitute e uomini per bene non sempre si è trattato di storie a lieto fine. Uno spaccato di quella che è la realtà, nuda e cruda, la racconta Sandro Biffi, pseudonimo dell’autore del romanzo Io piangio a Brescia-Auschwitz. Dieci milioni per finire su un marciapiede (La Vita Felice, pp. 244, € 16,50), è docente, scrittore e volontario attivo nel mondo dell’associazionismo. Nel libro, appartenente a quelli della “scuderia letteraria” di Bottega editoriale, si narra la storia vera di Alberto, lavoratore dipendente, e di Alexandra, diciannovenne nigeriana sfruttata come prostituta nel bresciano. L’incontro fra i due avviene per caso e da questo nasce un amore, forte, intenso, reale… ma che nulla ha a che vedere con la favola di Pretty Woman.

L’importanza di un romanzo
Scritto in modo molto onesto e senza tentare di “indorare la pillola”, il romanzo di Biffi si presenta al lettore come un’importante testimonianza di quella che è la realtà che ci circonda e che spesso proviamo a ignorare. Il linguaggio è diretto e scabro, pur non mancando di un certo senso poetico – forse nemmeno intenzionale – quando racconta l’amore fra i due protagonisti e che emerge non tanto dal linguaggio utilizzato quanto dalle emozioni che suscita. Andando oltre questi momenti, la narrazione è quanto di più veritiero si possa trovare su una tematica tanto importante quanto difficile come quella dello sfruttamento della prostituzione; anche perché Biffi non si esime dal riportare i dati di questo mercato così come sono, aspetto che rende questo romanzo importante a livello socio-economico ma che lo rende anche uno “schiaffo morale” per tutte le persone che preferiscono “far finta di nulla”.

La realtà della prostituzione
In Italia, con l’approvazione della legge Merlin del 1958, si pensò di riuscire a combattere lo sfruttamento della prostituzione chiudendo le case di tolleranza. In realtà da oltre un ventennio il fenomeno è diventato sinonimo assoluto di schiavitù e sfruttamento e appannaggio di racket e criminalità.
Che si tratti di ragazze dell’Est Europa o di donne provenienti dall’Africa, la modalità con cui vengono portate via dai loro Paesi è più o meno la stessa. Adescate con la promessa di un lavoro in Italia, che possa permettere loro di pagarsi gli studi o sostenere le famiglie, affrontano viaggi lunghissimi senza possibilità di riposo e una volta in Italia vengono private dei documenti e sbattute sul marciapiede.
All’inizio le ragazze venivano stuprate affinché fossero “pronte per la strada”, ma quando gli aguzzini hanno scoperto che i clienti apprezzano particolarmente il poter deflorare le ragazze, lasciano ai clienti stessi questo “piacere aggiuntivo”.
Per le ragazze nigeriane la situazione, come racconta lo stesso Biffi, è ancora più complicata: non subiscono soltanto le violenze e le minacce – estese anche ai familiari – ma vengono sottoposte a un rito vudù che, facendo leva sulle credenze culturali e sulla paura della morte, impedisce loro di ribellarsi allo sfruttamento costringendole a restare sulla strada fino all’estinzione del loro “debito”.
Come riporta l’autore, si tratta di «Un giro di affari da tre miliardi di lire al mese, cento milioni a notte. Circa duemila rapporti sessuali comprati ogni ventiquattro ore da persone incuranti di alimentare, con il loro denaro, questa schiavitù dei nostri giorni».
Questi i dati prima dell’introduzione dell’euro. Ma se si guardano statistiche più recenti, come i dati forniti dall’associazione “Giovanni XXIII” fondata da Don Oreste Benzi, in Italia si stima la presenza di un numero di prostitute che va dalle 75 mila alle 120 mila, con un giro di clienti pari a nove milioni.
Un aspetto di cui si sa invece poco è il cosiddetto joint, ovvero l’affitto del marciapiede. Sì, perché le ragazze oltre a dover ripagare il loro “debito” devono ai loro sfruttatori una somma – che negli anni Novanta era pari a dieci milioni di lire – per l’affitto dello spazio dove sono costrette a prostituirsi.

L’assurdità della legge e l’immobilismo delle istituzioni
Come racconta Biffi nel suo libro, Alberto è deciso ad aiutare Alexandra a uscire dal giro e come primo atto di questa odissea personale si rivolge a polizia e carabinieri, dopo aver raccolto una serie di prove utili se non altro a incastrare le persone che a Brescia sfruttano e maltrattano la donna che ama.
La risposta che ottiene, paradossale verrebbe da dire, è di non sporgere denuncia e non fornire i propri dati per evitare possibili ritorsioni e che comunque per poter agire le forze dell’ordine devono avere una regolare denuncia presentata dalla donna sfruttata. Questo, considerando l’influenza che i riti vudù hanno sulle donne nigeriane, significa che gli sfruttatori non verranno mai – o quasi – denunciati e perseguiti.
E se la legge non aiuta, le istituzioni non sono da meno.

Cosa si potrebbe fare
Il dibattito su come affrontare il problema è ampio e tocca molti ambiti; da quello politico a quello economico e sociale. Ci sono i sostenitori della regolamentazione della prostituzione attraverso la riapertura delle case chiuse, ci sono quelli che ritengono più corretto perseguire le prostitute e chi, ancora, vorrebbe colpire gli sfruttatori o i clienti.
Biffi nel suo romanzo non intende dare una risposta a questa problematica, non cerca soluzioni valide da proporre, ma riporta un caso che fa riflettere. Si tratta di un passaggio nel romanzo in cui Alberto e Alexandra si trovano in macchina lungo la statale che passa nel comune di Rovato e la strada è deserta. Alexandra non riesce a spiegarsi il perché non ci siano prostitute lungo quel pezzo di strada e Alberto le dice: «Perché i vigili si fermano in prossimità delle ragazze e questo scoraggia i clienti che temono di essere riconosciuti […] Le altre amministrazioni comunali sono evidentemente troppo impegnate per riflettere su questa cosa banale».
Un piccolo episodio che però dimostra quanto poco basterebbe per cominciare a mettere in atto dei provvedimenti per contrastare almeno in parte questo fenomeno e, soprattutto, rende evidente una basilare regola dell’economia: se si annulla la domanda, non c’è mercato. Pertanto varrebbe la pena di riflettere sulla possibilità di colpire con delle misure adeguate i clienti delle prostitute prima ancora di quelli che sfruttano le ragazze, impedendo così una spregevole tratta degli esseri umani. E il libro di Biffi ha il merito di offrire straordinari spunti, ponendosi tra quei testi che, tramite le parole, perseguono una “missione” educativa non fine a se stessa.

Elisa Barchetta

(direfarescrivere, anno XIV, n. 145, febbraio 2018)
 
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