Anno XVI, n. 168
gennaio 2020
 
In primo piano
Gli italo-albanesi in un denso testo
di Storia, di Cultura e di Economia
Rubbettino e la Banca popolare del Mezzogiorno incrementano
un ambizioso progetto. Vi presentiamo il ventitreesimo volume
di Fulvio Mazza
Ogni anno, ormai da più di un ventennio, la ricerca storica si arricchisce grazie all’impegno che la Banca popolare del Mezzogiorno, in collaborazione con la casa editrice Rubbettino, profonde nella realizzazione di nuovi ambiziosi volumi. Ci riferiamo al progetto editoriale denominato Le città della Calabria. Una collana, questa, che ha all’attivo ventuno volumi ed è nota – così come la “gemella” Le città della Sicilia, con i suoi due volumi incentrati su Messina e Catania – per la profonda sinergia e coesione tra rigore scientifico e taglio divulgativo di ogni singola pubblicazione che la compone.
Nel 2013, questo importante progetto culturale si è concretizzato in La Calabria albanese. Storia cultura economia (Rubbettino, pp. 388, € 46,00): un libro dedicato, come si intuisce dal titolo, al mondo arbëresh in Calabria, regione italiana con il maggior numero di comuni italo-albanesi che, insieme, formano una realtà caratterizzata da una ricca tradizione e da un’imponente storia.
Per presentare al lettore peculiarità, caratteristiche e protagonisti di questo lavoro, offriamo, qui di seguito, la Nota del curatore che apre il volume stesso; un contributo a firma di Fulvio Mazza, ideatore e responsabile della collana, nonché – è doveroso evidenziare il conflitto d’interesse! – direttore responsabile della presente rivista.
Buona lettura!

La Redazione


Nota del curatore

Siamo giunti al ventitreesimo volume di questa collana – ventuno de Le città della Calabria, due de Le città della Sicilia – avviata nel 1990, in tempi pieni di prospettive. All’avvio dei lavori, il dover affrontare un tema come quello del mondo arbëresh in Calabria – con le sue alcune decine di centri abitati di non rilevanti dimensioni demografiche, ma con un noto contributo alla storia delle subregioni calabre in cui, poco più di mezzo Millennio fa, si erano insediate – aveva suscitato non piccole preoccupazioni nello staff della collana stessa, per diverse ragioni.
In questo lavoro, come si noterà, si è adottato spesso il termine “Albanensia” per indicare il complesso dei centri italo-albanesi che, geograficamente parlando, non si situano su un territorio unitario e dai confini definiti, né costituiscono un’unità amministrativa circoscritta.
Innanzitutto, va specificato che la Calabria è la regione italiana con il maggior numero di comuni arbëreshë. Attualmente ne esistono, infatti, cinque in Basilicata, altrettanti in Sicilia, quattro in Molise, tre in Puglia e, infine, uno in Abruzzo e uno in Campania. In tutto sono dunque diciannove comuni.
In Calabria sono invece ben ventisette.
I comuni arbëreshë calabresi risultano oggi “spalmati” su tre province. Quella di Cosenza, la maggiore, ne conta diciannove (Acquaformosa, Castroregio – in particolare con la sua frazione Farneta –, Cerzeto – in particolare con le sue frazioni Cavallerizzo e San Giacomo di Cerzeto –, Civita, Falconara Albanese, Firmo, Frascineto – in particolare con la sua frazione Eianina –, Lungro, Plataci, San Basile, San Benedetto Ullano – in particolare con la sua frazione Marri –, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone – in particolare con la sua frazione Macchia Albanese –, San Giorgio Albanese, San Martino di Finita, Santa Caterina Albanese, Santa Sofia D’Epiro, Vaccarizzo Albanese, Spezzano Albanese). Segue la provincia di Catanzaro, con cinque comuni (Andali, Caraffa di Catanzaro, Marcedusa, Maida, in particolare la frazione Vena di Maida, e Lamezia Terme, con la sua frazione Zangarona); infine Crotone, e i suoi tre comuni (Carfizzi, Pallagorio e San Nicola dell’Alto).
In essi le popolazioni italo-albanesi emergono, rispetto al contesto territoriale in cui si situano, per la peculiarità della propria storia, delle proprie tradizioni e della lingua parlata, costituendo un “arcipelago” linguistico e culturale. Tali caratteristiche si sono mantenute spiccate nel corso del tempo, ma non sembrano aver influito sfavorevolmente sui rapporti tra calabresi e italo-albanesi. Tra i due popoli, infatti, c’è sempre stata una certa capacità d’integrazione, sebbene nel naturale evolversi, come “abitudine” nella storia dei rapporti tra popoli, di contese “tra vicini”; tuttavia non sono mancati elementi di negatività, come purtroppo spesso accade in presenza di minoranze etnolinguistiche. Si pensi al termine “ghiegghi”, nato nel dialetto calabrese come dispregiativo per indicare persone di origine albanese; termine che oggi probabilmente ha una connotazione anche semplicemente goliardica e scherzosa, ma che è pur sempre nato come dispregiativo, appunto. In questo senso, va pure ricordato l’effetto dell’immigrazione albanese degli anni Novanta del secolo scorso nei rapporti tra questo popolo e gli abitanti della regione, specie quando tale immigrazione ha cominciato a essere ritratta come un problema sociale nel momento in cui i media hanno iniziato a diffondere l’immagine dell’albanese arruolato dalla piccola criminalità.
Nulla di dispregiativo meritano dunque gli italo-albanesi ai quali, piuttosto, va reso il merito storico, per rimanere solo agli ultimi due secoli, di aver sostanzialmente emarginato i tristi fenomeni del brigantaggio, prima, e della ’ndrangheta, poi.
Tornando a noi: oltre a considerare il peso dell’alta influenza delle popolazioni arbëreshe nel territorio, i collaboratori di questo volume hanno dovuto tener conto anche delle naturali evoluzioni storico-demografiche delle località che, nel corso dei secoli, hanno ospitato tali popolazioni. Il lettore noterà che nel susseguirsi dei singoli contributi il numero degli insediamenti oggetto dell’analisi varia: questo è il risultato della normale evoluzione urbana e demografica nel corso storico, durante il quale la sensibilità arbëreshe è andata col tempo affievolendosi in alcune delle località esaminate. Il che la dice lunga sulle difficoltà che i responsabili delle ricerche hanno dovuto fronteggiare.
Non ultima quella di poter adottare criteri più estensivi e, dunque, meno rigidi di quelli strettamente linguistici, nella “scelta” delle località da trattare: ci si è trovati, infatti, di fronte a casi di cittadine – come Cervicati e Mongrassano – in cui da tempo la condizione di albanofonia si è attenuata; tuttavia in tali località si è conservata una forte “coscienza di appartenenza”, la percezione di un’identità e del legame a una comunità storicamente determinata, che risultano testimoniate dalla vivacità degli studi, dalla permanenza di simboli appartenenti a quella tradizione culturale nella vita sociale e civile, dalla partecipazione alle iniziative che coinvolgono le minoranze linguistiche. Tutto questo ha permesso di aggiungere ai centri arbëreshë per così dire “ufficiali” che il Dipartimento di Linguistica - Sezione di Albanologia dell’Università della Calabria ha elencato sul proprio sito, anche i due centri su citati. Non si è voluto, dunque, ignorare – specialmente nella parte dedicata alla contemporaneità – l’“anima arbëreshe” di questi centri, per una scelta d’indagine che, naturalmente, presenta un ampio margine di opinabilità.
E ancora: si è dovuta operare una scelta di metodo nell’affrontare il tema dell’opera. Essa, infatti, si sofferma in modo particolare sulle comunità arbëreshe della Calabria settentrionale e, nella fattispecie, della provincia di Cosenza e di Crotone, riservando a quelle del catanzarese uno spazio limitato ai richiami che sono stati possibili sulla base del metodo di ricerca adoperato. Nell’ambito dell’analisi delle caratteristiche economiche dei territori dell’Albanensia, tuttavia, la ricerca è stata estesa per alcuni aspetti, e in modo particolare per la parte statistica, anche ai comuni del catanzarese.
Il metodo adottato se da una parte tiene conto del fatto che i comuni situati nel crotonese e nel cosentino presentano un humus territoriale omogeneo, rendendone naturale la loro “aggregazione”, dall’altra parte ha le sue radici in ragioni storiche: i comuni oggi appartenenti alla provincia di Catanzaro, in passato (e cioè fino all’Ottocento) erano situati nella provincia di Calabria Ultra, a differenza degli altri che rientravano nell’antica Calabria Citra.
Va infine evidenziato che sulle cittadine albanesi esiste una letteratura molto più vasta di quella che è rintracciabile su buona parte della Calabria: questo era e rimane un segno tra i più considerevoli della forte dimensione identitaria che ha caratterizzato gli arbëreshë. Uno dei problemi da affrontare nella progettazione dei lavori di questo libro era perciò la scelta delle figure a cui affidare la trattazione delle varie parti in cui tradizionalmente è diviso il volume.
Si rimanda alle Introduzioni alla Parte prima e alla Parte seconda firmate da Fausto Cozzetto – storico dell’Unical e, come consuetudine di questa ventennale collana, consulente scientifico del volume – per la puntuale e particolareggiata disamina dei singoli contributi che lo compongono. Di seguito, chi scrive si limita a farne una presentazione generale allo scopo di illustrare caratteristiche, scansione temporale e “protagonisti” di questo impegnativo progetto editoriale.
Il primo capitolo, dedicato all’Età antica e medievale, è stato redatto da una figura molto nota e di prestigio degli studi medievali italiani, Pietro Dalena, insieme ad Alessandro Di Muro. I due storici dell’Unical hanno assunto il compito, davvero non semplice, di ricostruire le origini dell’Albanensia nella nostra regione e lo hanno fatto in maniera scientificamente e letterariamente ineccepibile. Dalena e Di Muro hanno anzitutto ricostruito la presenza slava in Italia meridionale per poi concentrarsi su quella albanese, specialmente nelle Puglie; qui, infatti, il “restringersi” del mar Adriatico tra la sponda balcanica e quella italiana ha facilitato, nel corso dei secoli e fino a tempi recentissimi, i processi migratori e quelli mercantili tra le due penisole dell’Europa mediterranea.
Il secondo saggio ripercorre le tappe della Storia moderna delle cittadine italo-albanesi. È stato redatto dal già citato Cozzetto. Il suo contributo si presenta come un testo di notevole spessore critico in cui l’autore vi profonde alcune ricerche, di cui fornisce gli esiti, che sembrano costituire un progresso notevole negli studi storici. Cozzetto, grazie a documenti demografici di recente acquisizione scientifica, ha ricostruito i tempi che hanno caratterizzato la presenza arbëreshe in Calabria durante la modernità.
La terza e ultima sezione della Parte prima dedicata al Passato è stata affidata a Riccardo Berardi – giovane laureato in Storia dell’Unical e allievo, tra gli altri, di Cozzetto – e a Ilenia Marrapodi, professionista nel settore editoriale che ha qui vestito i panni di autrice. Gli autori hanno analizzato e presentato al lettore, tra le altre cose, il protagonismo politico che gli italo-albanesi ebbero durante il Risorgimento. In quest’epoca gli arbëreshë, com’è noto, ebbero un ruolo di primo piano nella storia regionale e nazionale; in modo particolare con gli allievi del collegio di San Demetrio Corone, intellettuali radicali che si misero al servizio della nuova causa unitaria e italiana.
Si chiude qui la sezione dedicata al Passato. La Parte seconda accoglie invece il Presente e si snoda nei tradizionali tre contributi dedicati alla Storia politica, culturale ed economica della Calabria albanese.
Onere non privo di difficoltà è stato quello di ricostruire la vita politica dei centri dell’Albanensia dal Primo dopoguerra a oggi. Chi scrive ha voluto ancora una volta assumersene la responsabilità, insieme al già citato Berardi. L’obiettivo è stato quello di analizzare i comportamenti politici che hanno caratterizzato il Novecento dell’Albanensia, le cui comunità hanno presentato e presentano tuttora elementi e tendenze politico-culturali di rilievo. Non è inopportuno notare che la nefasta presenza mafiosa coinvolge tali territori italo-albanesi in misura minore che altrove, complice la “chiusura” verso l’esterno che li ha caratterizzati storicamente.
Al saggio dedicato alla Storia politica contemporanea, segue quello sulla Storia culturale. Il compito di analizzare con la freschezza di energie intellettuali e fisiche che la caratterizzano è stato affidato a Cecilia Rutigliano, cresciuta nel vivaio che chi scrive ha avuto l’onore di porre in essere con la nascita de la Bottega editoriale, e ad Adelina Guerrera, giovane studiosa e redattrice. Lettrici attente di ogni aspetto della vita culturale e civile che il mondo di Albanensia abbia espresso, le due autrici hanno indagato su una vasta produzione attuata dagli intellettuali italo-albanesi, analizzandone sia gli aspetti che caratterizzano la cultura materiale sia quelli precipui della cultura così detta immateriale.
Chiude la sezione dedicata al Presente il saggio di Storia economica di Luca Murrau, nome non nuovo nel novero di questa collana e studioso già affermato sul piano accademico. Il suo lavoro offre un accurato bilancio demografico del Novecento e del primo scorcio del XXI secolo e rivela il fenomeno della progressiva e talora forte decrescita demografica dei centri interni della regione; delinea i caratteri essenziali della struttura produttiva dell’Albanensia; rivela le tendenze positive che ne caratterizzano la vita socioeconomica grazie al meccanismo virtuoso legato alla valorizzazione dell’identità dei centri italo-albanesi. Conclude l’excursus offerto da questo capitolo un’interessante Appendice statistica, curata da Murrau stesso, che mostra le dinamiche dei centri oggetto della trattazione attraverso utili grafici.
Come accennato, la consulenza scientifica del lavoro nel suo complesso è stata seguita da Cozzetto, il cui nome ha un profondo legame con questa collana e gli scopi che la animano. Lo storico dell’Unical, come si è visto, ha curato direttamente il saggio dedicato all’Età moderna e ha redatto anche le Introduzioni, alla Parte prima e alla Parte seconda, che aprono le due sezioni dell’opera, offrendone così una visione d’insieme ed esprimendone, contestualmente, le proprie considerazioni. Come di consueto, non è superfluo evidenziare l’aspetto divulgativo e didascalico di questo progetto che, come sempre, ha cercato di coniugare scientificità e massima fruibilità. Un elemento, questo, garantito soprattutto, ma non solo, dalla ricchezza del paratesto che accompagna ogni singolo saggio. In tal senso, fondamentale appare il contributo delle fotografie di Maurizio Guarino, che ha dovuto mettere insieme un vasto apparato iconografico capace di restituire al lettore i tratti salienti dei numerosi – e dislocati geograficamente – comuni analizzati dall’opera. La redazione ha poi valorizzato le immagini attraverso un impianto didascalico che si offre al lettore come una risorsa.
Fondamentali anche gli Indici, e in particolare l’Indice dei nomi, curati dalla già menzionata Marrapodi, giovane esponente di una più vasta e preparata redazione che ha saputo garantire al volume una “confezione” accurata e un aspetto scrupolosamente vagliato in ogni suo elemento, dai contenuti alla grafica.
Il team ha svolto questa non facile attività guidato da Luciana Rossi, coordinatrice generale, e dalla già citata Cecilia Rutigliano, coordinatrice redazionale.

Rende, novembre 2013
Fulvio Mazza

(direfarescrivere, anno X, n.98, febbraio 2014)
 
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