Anno XIII, n. 139
agosto 2017
 
La recensione libraria
Intellettuali e gerarchi fascisti anomali:
un saggio postumo di Francesco Grisi
rivolto ai loro aspetti più trasgressivi
Un’irriverente sfilata di biografie controcorrente
Solfanelli pubblica le figure chiave del Ventennio
di Guglielmo Colombero
«Al centro di ogni biografia», scriveva Francesco Grisi nella premessa al suo Fascisti eretici (Solfanelli, collana il Calamo e la Ferula, 2009, pp. 154, € 10,00), «c’è sempre una serie di interrogativi. Perché fu fascista?». Francesco Grisi, pittore, scrittore e saggista nato a Vittorio Veneto nel 1927, scomparso nel 1999, alle soglie del nuovo millennio, ci lascia tre romanzi (A futura memoria, Newton Compton, 1986; Maria e il vecchio, 1991, e La poltrona del Tevere, 1993, entrambi editi da Rusconi) e numerosi saggi (La penna e la clessidra, Volpe, 1980; Il mantello di Faust, Pellegrini, 1981; La chiave d’argento, Pellegrini, 1984; Gli applausi dureranno nei secoli, Ila Palma, 1991; In nome di Dio, non bruciate le lettere , Serarcangeli, 1991; Il diario di Ponzio Pilato, Solfanelli, 1993; Giuseppe Mazzini, Rusconi, 1995). Solitario, indipendente, trasgressivo e anticonformista: Grisi era, insomma, un impenitente, geniale e scomodo seccatore. Fondatore (nel 1970) e segretario fino alla morte del Sindacato libero scrittori italiani, pitagorico moderno, Grisi, che era nato da genitori calabresi, considerava il Mito come un Eterno Presente e sapeva rivestirlo di raffinate suggestioni letterarie: «A Crotone», scriveva nel suoIl diario di Ponzio Pilato, «ho visto donne dagli occhi neri come le olive di Cutro. Anche la moglie di Pilato, Claudia, è una donna del mare. Potrebbe somigliare a una donna di Crotone. Occhi splendenti nell’ombra. Odorosa di mirra. Macerata nei fiori d’arancio. Abbronzata dal sole caldo dello Ionio». Fascisti eretici contiene 25 brevi e lapidarie biografie. Lo stile è quello eclettico e fulminante del pamphlet filosofico-politico: poche e scarne informazioni ma spesso irriverenti e corrosive. Ritratti che, con poche pennellate, ci restituiscono il senso (o il nonsenso) di un’epoca, quella del Ventennio fascista.

Una mordace galleria di ritratti
Il primo della lista è Filippo Anfuso, ambasciatore fascista a Berlino durante il truce biennio della Repubblica sociale di Mussolini: Grisi lo definisce «un’intelligenza che calcola e che non si lascia prendere dalla passione». Non bisogna infatti dimenticare che Anfuso aiutò molti dei soldati italiani deportati nei campi di concentramento tedeschi a rientrare in patria, e protesse persino alcuni ebrei fascisti italiani, come emerge dagli atti del processo celebrato in Israele contro Adolf Eichmann nel 1961. Segue Italo Balbo: rivoluzionario, violento, squadrista, assassino (la mortale aggressione contro don Minzoni fu opera sua), per ironia della sorte abbattuto dalla contraerea italiana in Libia nel 1940. Ma neppure lui del tutto allineato: pare che fosse ostile alla politica antisemita.
Nicola Bombacci: giustiziato insieme agli altri gerarchi dopo il 25 aprile, ex comunista espulso dal partito, che poi si avvicinò progressivamente al regime divenendo, durante la Rsi, il principale esponente dell'ala socialisteggiante. Giuseppe Bottai, uno dei cospiratori del 25 luglio, è un «autentico intellettuale con le angosce, i dubbi, gli umori culturali, le speranze di liberare la stessa Italia dalla retorica che alcuni fascisti avevano instaurato nel paese».

Titani del pensiero, cialtroni, fustigatori dei costumi e dissacratori
Ed eccoci al Vate, Gabriele D’Annunzio: Grisi ne mette in risalto la «tecnica soltanto apparentemente frettolosa e improvvisata», la «fantasia eccitata» che «fa giungere la poesia ai limiti dell’illusione». Per cui egli assurge a «rappresentazione fantastica, violenta, appassionata. Non lascia respiro in un tempo in crisi […] È il sentimento di un’arte traumatica legata al segno e al simbolo». D’Annunzio, conclude Grisi, è un «fascista eretico e rivoluzionario», che «reagisce al Romanticismo perché testimonia un’epoca inquieta». Dopo D’Annunzio, un altro intellettuale nero, anzi nerissimo, Julius Evola: «dadaista, orientalista, nichilista, “razzista”, eretico, fascista, demoniaco, trasgressore». Un enigma irrisolto, al quale infatti Grisi dedica due pagine scarse, forse anche lui intimidito… Altrettanto problematica la riflessione su Giovanni Gentile, vittima di un attentato partigiano a causa della sua adesione alla Rsi. Come definirlo eretico, quindi, se fu fedele a Mussolini fino al baratro finale? Perché, secondo Grisi, Gentile considera il fascismo «tragedia di una speranza delusa a causa della cristallizzazione in regime». Sul versante opposto, in qualità di eminenza grigia del 25 luglio, si colloca Dino Grandi: spregiudicato, ambizioso, politico di talento, che rifiuta «le mortificazioni della disciplina interpretata dal luccichio dei galloni».
Ironia, spirito polemico e anticonformismo, nella «moralità dell’anarchia che si collega alla libertà» li ritroviamo in Leo Longanesi: «uno di quei rari uomini che rimangono sempre all’opposizione in tutti i regimi», una specie di «Socrate anarchico». Uno che temerariamente scrive sempre la parola “fascismo” con la f minuscola e che, con chirurgico distacco, suddivide il movimento di Mussolini in quattro componenti: i facinorosi, gli operai crumiri, i borghesi senza pace e gli studenti. Lo stesso temperamento insofferente che ritroviamo in Mino Maccari, «guastafeste in ogni regime» dalla lingua affilata come un rasoio, che nel 1929 disinvoltamente intervista senza censure i confinati di regime a Lipari. Ed eccoci a Curzio Malaparte, successivamente autore di uno dei romanzi più ribaldi e crudeli degli anni Cinquanta (La pelle), che punta a proporsi come il Machiavelli del XX secolo scrivendo, a soli 33 anni, Technique du coup d’état, e che architetta «una satira carica di umori, piena di sangue tumefatto, in una altalena di incertezze, di ambiguità, di ipocrisia, di parole sussurrate, di giustificazioni che accusano». Marcello Mastroianni lo fece rivivere magistralmente nel film di Liliana Cavani La pelle, datato 1981, donandogli la sua maschera sarcastica e mordace.

L’empireo fascista: i Futuristi, le Maschere Nude, la Paideuma
Sicuramente la triade formata da Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello ed Ezra Pound può costituire oggetto di esecrazione o di ammirazione. Ma è impossibile ignorarla. Fascisti tutti e tre, ciascuno a modo proprio. Marinetti, padre del Futurismo, che, partecipando a ben quattro guerre del XX secolo, (Libia, Prima Guerra Mondiale, Etiopia, Seconda Guerra Mondiale) «le aveva raccontate con il tentativo sonoro di far ascoltare nelle pagine le cannonate, gli assalti alla baionetta e il crepitio delle mitragliatrici». Un tratto di strada, quello futurista, che percorre con lui Giovanni Papini, un «cattolico che trova nel fascismo la continuità della tradizione». Più complesse le motivazioni di Luigi Pirandello, la cui adesione al regime è spiegata da Grisi come un collocarsi «in quel fascismo della filosofia attualistica che è una delle componenti della dottrina fascista, e che ebbe figli e figliastri». In altre parole: Pirandello, spezzando una lancia in favore di Mussolini nel momento in cui sta per essere travolto dallo scalpore suscitato dal delitto Matteotti, «vuole andare controcorrente e indicare la sua preferenza verso chi sta per soccombere». Ulteriori complicazioni sorgono riguardo al poeta statunitense Ezra Pound, internato, dopo la guerra, per oltre un decennio in un manicomio criminale a causa della sua adesione all’ideologia nazista; in nome della Paideuma (l’esigenza di rinnovamento), Pound elabora la sua concezione dell’Occidente depurato da plutocrazia e moralismo, e, sulle orme di Nietzsche, esprime nei suoi Cantos una profezia temeraria e imprudente del fascismo.

Scettici e utopici: dal disincanto di Prezzolini all’etica di Del Noce
La parte finale del saggio di Grisi si sofferma su alcuni intellettuali che hanno lasciato una traccia profonda: Giuseppe Prezzolini, «straniero in patria e italiano all’estero», che si pone come «conservatore che rischia sull’avvenire». Ma anche l’implacabile polemista che divide gli italiani tra furbi e fessi, e che, machiavellico, intuisce che in Italia la destra è più rivoluzionaria della sinistra. E poi Berto Ricci, caduto in Africa nel 1941, singolare figura di fascista anarchico, movimentista e passionale, che tentava di leggere la Storia dal punto di vista delle minoranze. Unica figura femminile di questa rassegna, fortemente atipica in quanto «ebrea fascista», la scrittrice Margherita Sarfatti (che fu una delle tante amanti di Mussolini, e subì nel 1918 il trauma della morte di un figlio in guerra), autrice di una biografia del Duce pubblicata in Usa e nel Regno Unito nel 1925, e in Giappone nel 1938 (dove vendette 300 mila copie): il suo era un fascismo «etico», e quindi fatalmente irrealizzato. Di Mario Sironi, pittore e giornalista, Grisi scrive che il suo fu un «fascismo vissuto da intellettuale»: spaventato dalla civiltà industriale e consumista in cui intravede per l’uomo un futuro alienante di solitudine e di paura (un profeta della globalizzazione?). E di Ardengo Soffici, invece, sottolinea la visione del fascismo come condizione morale e psicologica, più che politica, del popolo italiano. Mentre per Ugo Spirito adotta la definizione di «fascista di sinistra», del tutto refrattario ai Patti Lateranensi. Anche lo storico Gioacchino Volpe, insofferente verso le leggi razziali, secondo Grisi vede il fascismo come «interprete dell’idea di nazione», ma tiene le distanze dagli aspetti che non condivide. E uguale autonomia di pensiero dimostra Luigi Volpicelli, fautore di un fascismo come «idea della libertà-dovere inscindibile dalla responsabilità della persona». Per concludere, un profilo di Augusto Del Noce: scrive Grisi che «non è stato un profeta, faceva i calcoli con la Storia. Aveva previsto la fine del comunismo oltre cortina. Ma era anche molto preoccupato per il crepuscolo dell’Occidente indorato dal nichilismo. È stato fortunato. È morto con i suoi fantasmi e ha visto cadere l’arroganza del comunismo».
La provocazione intellettuale più stimolante che racchiude questo saggio lucido e sfaccettato come un diamante, è il ritratto di Benito Mussolini in chiusura: «Immaginiamo che Benito Mussolini non sia stato un uomo politico e che non sia stato Capo del Governo per oltre venti anni […] Che cosa potremo ricordare?», ipotizza Grisi, e prosegue: «Lo stile era teatrale. Non c’era il dialogo scenico aperto con la divisione delle parti. E non c’era il monologo interiore che, in fondo, è la maniera più raffinata per fare teatro sino ai confini della psicanalisi». A noi potrebbe quasi ricordare qualcuno che, recentemente, ha vinto le elezioni in Italia. A voi no?

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno VI, n.59, novembre 2010)
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