Anno XVIII, n. 199
luglio-agosto 2022
 
La recensione libraria
Il segreto dell’antico Disco di Nebra:
una mappa stellare densa di simboli
legati al mito delle origini dell’uomo?
Un avvincente romanzo pubblicato da Inedition
ne insegue il mistero attraverso Europa e Asia
di Simona Corrente
«L’esplosione fu superiore a ogni altra e le fiamme guizzanti sul bronzo formavano un grande fiore bianco, giallo e rosso», parole che fanno presagire la fine del mondo, ma al tempo stesso sembrano descrivere un altro “Big Bang”, da cui poi si originerà un mondo nuovo, candido e puro come un fiore bianco dalle sfumature sanguigne e passionali del giallo e del rosso. Con questo stralcio tratto dal racconto di un attentato immaginario al Duomo di Milano si apre l’ultimo romanzo di Giovanni Nebuloni, autore e traduttore milanese, che racconta una storia sicuramente avvincente e dal finale imprevedibile. Passato e presente si mescolano, mito, storia e realtà si intrecciano costruendo una trama intricata ma avvincente, anche se dai contorni macabri e dai risvolti talvolta demoniaci.
Il Disco di Nebra (Introduzione di Valentina Conti, Inedition editrice, pp. 244, € 14,50) costruisce una storia nuova, in cui vengono ridisegnate le origini dell’essere umano; qui individui quasi divini, appartenenti ad una stirpe dai poteri eccezionali, a dir poco sovrannaturali, tirano le fila del racconto che si sviluppa ed incentra essenzialmente su due elementi: la conquista del disco e la figura della bellissima Isabella Doria, che si rivelerà essere molto di più di una semplice ragazza milanese.
Il lettore viene completamente travolto dal racconto e trasportato nel dipanarsi di una trama di cui talvolta sembra perdere le fila, confondendo realtà e fantasia, ma che riesce poi a riprendere, rimettendo ogni tassello del grande mosaico al suo posto.
Il romanzo, che fa parte della collana di letteratura Nerissima, tiene col fiato sospeso fin dalla prima pagina e, man mano che la trama si svela, diventa più intricato, macabro ma seducente, tanto che il libro si fa leggere davvero con piacere. In un battibaleno si passa di luogo in luogo, dall’Italia alla Germania, dalla Grecia alla Russia per poi ritornare in terra teutonica, vero fulcro della vicenda.
Nebuloni conduce il lettore in una dimensione quasi parallela, dove sembra dominare la “legge della stirpe” e la brutalità dell’essere, che non è più uomo ma nemmeno bestia giacché le sue azioni crudeli non sono dettate da istinto o necessità, ma da mancanza di valori e di rispetto per la vita, oltre che da decadenza morale.
Un romanzo a 360 gradi, soprattutto ricco di continui rimandi etimologici nelle più diverse lingue straniere, dal russo al greco, dal tedesco all’inglese; giochi linguistici che rendono il testo ancora più intrigante, creando collegamenti tra i diversi luoghi ed i personaggi del racconto. È il caso del nome della duchessa Üttner, Sonja che in russo vuol dire sonno, come si evince dalle parole di una Dama Bianca: «Sonja o dormigliona. Significano “dormiglione” i fonemi del tuo nome in russo. E la sillaba son significa sonno», e ancora «cimitero, “koimeterion” in greco significa anche dormitorio» chiariscono altre, e Nebuloni identifica le stesse Dame Bianche come «sacerdotesse il cui nome – “witte Wieven” nei dialetti germanici e “white women” in inglese – derivava da un’errata interpretazione di “wit” o “wise” che significava “saggio”». E gli esempi potrebbero continuare dal momento che l’intero romanzo ne è intriso.

La storia del Disco di Nebra
Ritrovato nel 1999 da alcuni saccheggiatori di tombe sul monte Mittelberg vicino alla città di Nebra, in Germania, l’omonimo disco è una tra le scoperte archeologiche più importanti del XX secolo. Dal 2002 custodito nel museo regionale della preistoria di Halle in Sassonia-Anhalt, il Disco di Nebra rappresenta, come racconta Nebuloni, «la più datata mappa e la prima raffigurazione astronomica prodotta dall’umanità che avanzate tecniche di laboratorio facevano risalire al 1640 avanti Cristo».
Immerso nel romanzo che si racconta pian piano, il lettore apprende pagina dopo pagina la storia di questo cimelio avvolto dal mito quasi a diventare un arcano; si delinea nel testo, attraverso le parole dell’autore, una dettagliata descrizione del reperto archeologico: «di bronzo e con una ridotta percentuale di rame, il Disco era spesso un centimetro e aveva lo stesso diametro, trentadue centimetri, dei vecchi long-playing di vinile. Su una superficie vi avevano applicato tante rappresentazioni cosmiche d’oro. In cerchi piccoli quanto il polpastrello di un indice c’erano trentadue stelle, alcune delle quali erano andate perdute; un cerchio di una decina di centimetri; una mezzaluna e sul bordo, lunghe una dozzina di centimetri e larghe uno, due fasce contrapposte, una anche in questo caso mancante e di cui era rimasta l’impronta. E fra queste fasce, c’era l’arco di cerchio decorato con linee sottili che rimandavano ai remi di una nave. Il cerchio grande era il sole, o forse la luna piena o la luna oscurata da un’eclisse solare o lunare. La mezzaluna, era evidente, si ricollegava alla luna crescente, il simbolo dell’inarrestabile trascorrere del tempo. Mentre uno dei cerchi piccoli, attorniato da sei altre stelle, ritraeva la costellazione delle Pleiadi», e ancora «l’oggetto ricurvo, la sezione di circonferenza con la schematizzazione dei remi posta fra le due fasce dell’orizzonte, rappresentava la nave del sole, l’imbarcazione che, solcando l’oceano celeste notturno, serviva al sole per il viaggio dall’oscurità all’alba».
Il disco è perciò il fulcro della vicenda, costituisce l’origine della stirpe, ne è il fondamento; sentito come un regalo di Dio, viene ricercato dai discendenti dei suoi creatori, anche a costo di rubare o di uccidere per ottenerlo.

I ceppi della stirpe alla conquista del disco
«La cultura Kurgan fiorita nel settimo millennio avanti Cristo, dalle steppe della Russia meridionale si era sdoppiata, salendo in parte allo stretto di Bering per raggiungere l’America Centrale e in gran parte scendendo a sud per fondare, nella Turchia orientale, la città di Catalhoyuk. Ovvero l’insediamento umano più antico da dove, un migliaio d’anni dopo, la nutrita colonia suddivisasi ancora una volta, era partita per scoprire e sfruttare nuove terre. Una parte si era stabilita nell’Egeo spingendosi fino all’Egitto, l’altra invece si era fermata in Germania, a Gosek e dintorni». Con queste parole, citate anche nell’Introduzione, il personaggio di Costas Moliviatis, rappresentante del ramo meridionale, racconta al lettore in che modo abbia avuto origine la stirpe e come si sia poi espansa in tutta Europa.
L’autore poi rafforza la veridicità di quanto narrato dal greco Costas, sottolineandone la “coincidenza” storico-mitologica: «“La terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena, e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, le Pleiadi, le Iadi, la forza d’Orione” […] queste parole erano state fatte incidere da Omero sullo scudo di Achille nel canto XVIII dell’Iliade ed essendo la descrizione del germanico Disco di Nebra, costituivano una prova delle relazioni fra un popolo nordico della prima Età del Bronzo e uno dell’Egeo, la loro stirpe appunto».
Dall’altro ramo della stirpe si trova invece la duchessa Sonja Üttner, rappresentante del ceppo nordico stabilitosi in Germania, nella città di Norimberga. Una personalità indubbiamente forte e capricciosa, che svelerà alla bella ed ignara Isabella Doria le sue vere origini e la sua vera natura. È la duchessa che, a seguito dello stupore della ragazza per la presenza di numerose svastiche nel castello, spiega il significato di quel simbolo per la stirpe: «uno dei sovrani della Seconda Dinastia egiziana si chiamò Nebra, come la non lontana città del Disco. Nebra il cui nome in egiziano antico significa Signore del Sole. Hai capito ora il motivo delle numerose svastiche, sinistro o destrogire, nel castello? Noi non siamo nazisti […] le svastiche non sono altro che una rappresentazione del corso del sole, come avveniva nell’antichità anche presso alcune culture indiane».

L’importanza del «doppio»
Nel romanzo di Nebuloni ricorre sin dalle prime pagine il tema del «doppio»; la bella Isabella Doria, parlando con la sua amica Laura che è del tutto ignara di ciò che l’attende, introduce la questione dal punto di vista letterario: «Sai cos’è “il doppio” in letteratura? […] “il doppio” può essere la morte», ma l’amica ne dà prontamente una definizione psicologica, ricordando che «in psicanalisi, “il doppio” è il rimosso, “l’Heimlich”, che può diventare il suo opposto, “l’Unheimliche”, una sorgente d’angoscia».
Nel corso del racconto, «il doppio» si afferma attraverso il mito dei «gemelli», fondamentale per la stirpe, come spiega la duchessa Üttner alla bella Isabella: «noi della stirpe, tu compresa, sappiamo e sentiamo qualcosa dei gemelli. I gemelli, una certa coppia di gemelli, per esempio il sole e la luna o una loro rappresentazione, furono nostri progenitori». Continua la duchessa, «gli egiziani nostri amici hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il doppio. La doppia sepoltura egizia, le doppie piramidi», e via via fino ad arrivare a riferimenti alla storia contemporanea, tra le più crudeli e disumane che abbiano caratterizzato l’esistenza dell’uomo: il nazismo, che nella figura dello scienziato Josef Mengele, è passato alla storia anche per i suoi crudeli esperimenti sui gemelli.
Ma il doppio si ritrova anche nel ripetersi dei nomi dei personaggi, nel loro avere un piccolo neo sullo stesso punto del viso, e in un caso nell’avere addirittura lo stesso dna, per poi scoprire che non si tratta di gemelli ma, come continua la duchessa, di «una stessa persona divisa in due […] la stessa persona per la nostra stirpe. La luna e il sole».
Nebuloni permea dunque il suo romanzo di una forte simbologia, che però non disturba il lettore, ma al contrario lo appassiona ancor più alla trama per cercare di sbrogliare la matassa delle coincidenze e corrispondenze che via via si presentano.

Cosa è naturale e cosa no?
Il romanzo è costellato da numerosi personaggi che si alternano ed intrecciano quasi a formare un grande mosaico; in realtà, come il lettore riesce a scoprire andando avanti nella lettura, non tutti gli eventi sono collegati tra loro, in alcuni casi si tratta di mere coincidenze che fanno da contorno alla trama centrale.
La vicenda si svolge tutta in tre giorni − dalla notte del 31 dicembre al pomeriggio del 3 gennaio −, ma il racconto è così denso di avvenimenti e di personaggi che il lasso temporale in cui esso si dipana sembra dilatarsi e il lettore viene piacevolmente sopraffatto e trasportato dalla storia. Quanto di reale vi sia in questo romanzo sarà poi solo il lettore stesso a deciderlo poiché, per usare le parole della duchessa Üttner, «Ciò che è naturale e ciò che non lo è, siamo noi che lo decidiamo».

Simona Corrente

(direfarescrivere, anno V, n. 39, marzo 2009)
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