Federica Napolitano, nella silloge Infanzia disossata (E altre favole senza lieto fine) (Aculei Edizioni, pp. 88, € 15,90), indaga le zone più fragili della memoria infantile mediante una poesia che alterna soavità espressiva e intensa lacerazione emotiva.
Il presente contributo analizza l’opera attraversata da una linea di frattura tra favola e disincanto, tra immaginario archetipico e decomposizione simbolica del ricordo. Le immagini poetiche, spesso crude ma mai compiaciute, trasformano l’infanzia in un territorio anatomico e psichico da dissezionare.
La raccolta, introdotta dalla Prefazione di Caterina Lazzarini, si inserisce in una contemporaneità poetica che recupera il simbolo fiabesco per smascherarne la violenza implicita, dando vita a una poesia intimista e, insieme, perturbante, dove il corpo e la lingua diventano luoghi di resistenza etico-civile e di radicale rivelazione esistenziale.
La favola chiave di volta della realtà
La favola, nel processo ontologico dell’infanzia, è da sempre, nel bambino e nella bambina, l’elemento più determinante nella costruzione dell’identità e dei sistemi simbolici socioaffettivi.
Essa assume, quindi, non una semplice funzione di intrattenimento di una relazione tra chi se ne prende cura e chi la riceve, ma, come hanno ben evidenziato diversi studiosi, da Bruno Bettelheim a Vladimir Propp, la favola facilita la strutturazione del pensiero narrativo e nello sviluppo della coscienza emotiva. Tra elfi, maghe, streghe e orchi, il/la bambino/a conoscerà il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, la ricompensa e la punizione; in breve, scoprirà il complesso manicheismo del mondo in cui sarà chiamato a vivere.
È da questa presa di coscienza che la silloge di Napolitano si configura. Sin dal titolo, Infanzia disossata rivela la propria natura poetica e teorica. Il verbo implicito nel participio “disossata” richiama un gesto chirurgico, quasi anatomico. L’infanzia non viene evocata malinconicamente, ma privata della sua “guaina” protettiva, ridotta alla sua materia viva e fragile. In questo senso, la raccolta compie un’operazione radicale, essa sottrae la memoria infantile alla consolazione narrativa e la restituisce nella sua complessità traumatica.
L’universo favolistico costituisce il primo grande codice simbolico della silloge. Non si tratta, tuttavia, di una favola pedagogica o rassicurante. Le immagini archetipiche vengono progressivamente deformate, svuotate del loro lieto fine, come dichiarato dallo stesso sottotitolo dell’opera: E altre favole senza lieto fine. Tale scelta appare fondamentale per comprendere la poetica di Napolitano: la favola non è più il luogo del rifugio, della salvezza, ma lo strumento attraverso cui emergono omissioni, paure, ferite sedimentate.
Gli stessi editori parlano, in una loro recente presentazione diffusa attraverso le loro piattaforme social, di un’opera che «scortica il mito e la fiaba per metterne a nudo i nervi scoperti», sottolineando il carattere quasi epidermico della scrittura poetica. Questa definizione appare estremamente pertinente, poiché la silloge lavora proprio sulla sottrazione della pelle simbolica delle narrazioni infantili, mostrando ciò che la cultura tende a nascondere: il dolore, la perdita, la frattura originaria.
La poesia di Napolitano sembra allora inserirsi in quella linea contemporanea che utilizza il materiale fiabesco non per rievocare l’infanzia, ma per decostruirla. In tale prospettiva, la raccolta dialoga indirettamente con autrici che hanno trasformato il mito infantile in spazio perturbante, da Sylvia Plath ad Anne Sexton, fino ad alcune esperienze italiane recenti della poesia confessionale e post-simbolica.
Il corpo poetico e la lingua della ferita
Uno degli aspetti più rilevanti della raccolta riguarda la centralità del corpo. Infatti, quello infantile, evocato e insieme frammentato, diventa archivio emotivo e superficie di iscrizione del trauma. La scrittura di Napolitano non indulge mai nell’autobiografismo diretto; al contrario, il vissuto viene filtrato attraverso immagini dense, spesso visionarie, capaci di universalizzare l’esperienza privata.
L’elemento corporeo assume una funzione linguistica precisa, diventa ciò che non può essere detto linearmente e che emerge per frammenti anatomici, per evocazioni tattili, per immagini di smembramento simbolico. La “disossatura” dell’infanzia è anche una disarticolazione del linguaggio tradizionale dell’affetto. L’autrice rinuncia deliberatamente a ogni tono elegiaco convenzionale e preferisce una voce trattenuta, quasi sommessa, ma proprio per questo estremamente penetrante.
La forza della silloge risiede, infatti, nella sua capacità di creare tensione senza mai ricorrere all’enfasi. La lingua poetica appare levigata, musicale, ma attraversata da continue incrinature semantiche. È una poesia che lavora sul contrasto, in essa la delicatezza e la crudeltà convivono nello stesso verso, producendo una percezione di costante instabilità emotiva.
Da questo punto di vista, la poesia diventa soave e penetrante. È questo l’aspetto che individua il nucleo estetico dell’opera. La soavità deriva dal ritmo, dalla misura, dalla cura quasi liturgica dell’immagine; la penetrazione, invece, nasce dalla capacità della parola di incidere nelle zone più oscure della memoria.
La struttura interna e la dissoluzione simbolica della favola
Dal punto di vista compositivo, Infanzia disossata si sviluppa come un itinerario progressivo di disgregazione simbolica. La silloge non appare costruita come una successione casuale di testi, ma come un percorso coerente che accompagna il lettore dall’immaginario favolistico originario verso una sempre più radicale esposizione del trauma e della memoria ferita da ricercare nelle immagini reali e emergenti della nostra “cruda” e “crudele” contemporaneità.
Nelle prime sezioni prevalgono immagini riconducibili all’universo della fiaba (bambine smarrite, figure materne, spazi notturni, oggetti simbolici) che rappresentano l’infanzia come luogo dell’immaginazione e della formazione emotiva. Tuttavia, tali archetipi vengono progressivamente incrinati e deformati; la favola perde la sua funzione rassicurante e si trasforma in strumento di smascheramento.
Nella parte centrale della raccolta, le immagini diventano più corporee e frammentarie; i simboli infantili si svuotano, assumendo un carattere perturbante. È qui che il sottotitolo E altre favole senza lieto fine rivela pienamente la propria funzione teorica, ovvero, il venir meno del lieto fine coincide con il crollo di un ordine simbolico protettivo. La poesia nasce allora dalla frattura stessa della narrazione infantile.
Nelle sezioni finali, la dimensione favolistica sembra quasi dissolversi del tutto. Restano soltanto frammenti, echi, reliquie linguistiche di un immaginario ormai consumato, ma semanticamente preservato nell’auspicio che dovrebbe eludere la “vile realtà”. La poesia prende definitivamente il posto della fiaba; laddove quest’ultima costruiva un ordine morale e simbolico, il testo poetico registra invece l’assenza, la vulnerabilità e la sopravvivenza emotiva dell’io.
Perché leggere Infanzia disossata
Leggere Infanzia disossata significa confrontarsi con una poesia che rifiuta ogni compiacimento estetico pur mantenendo una notevole eleganza formale. Napolitano riesce a costruire una lingua poetica sciolta, libera e capace di attraversare il trauma senza trasformarlo in spettacolo, restituendo invece alla parola la funzione di scavo, interrogazione e resistenza.
La silloge si distingue nel panorama contemporaneo per la sua capacità di unire intensità lirica e profondità simbolica, recuperando l’immaginario favolistico per mostrarne le crepe interiori. È un testo che parla dell’infanzia violata e negata, ma soprattutto della sopravvivenza emotiva dell’adulto; un’opera che trasforma il ricordo tangibile e visibile in materia poetica e la fragilità in forma di conoscenza.
Per questo motivo, Infanzia disossata non rappresenta soltanto una raccolta poetica di forte impatto emotivo, ma anche un significativo esempio di come la poesia contemporanea possa ancora interrogare le strutture profonde dell’identità, della memoria e del linguaggio, recuperando quella pietas tanto cara agli antichi e oggi troppo spesso dimenticata. Emblematici, in tal senso, risultano i versi: «Ho un osso tra le ciglia. / Vorrei si sciogliesse nel forno della strega, per poterla vedere / mentre si consuma a fuoco lento / la mia infanzia disossata».
Ivana Ferraro
(direfarescrivere, anno XXII, n. 243, giugno 2026)
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