Anno XXII, n. 238
gennaio 2026
 
La recensione libraria
Camus: il tragico moderno ha come
forme costitutive le categorie
di esilio, solitudine, rivolta e caduta
Il teorico dell’assurdo riletto da Bruni
nel saggio pubblicato da Solfanelli
di Ivana Ferraro
Questo contributo propone una rilettura dell’opera e del pensiero di Albert Camus attraverso il volume di Pierfranco Bruni Camus. In solitudine d’esilio (Solfanelli, pp.136, € 11,00) mettendo al centro le categorie di esilio, solitudine, rivolta e caduta come forme costitutive del tragico moderno. Camus emerge non soltanto come teorico dell’assurdo, ma come pensatore dell’umano nella sua radicale esposizione al limite, alla colpa e alla responsabilità etica.
Il confronto con Kafka, la riflessione sul mito di Sisifo e il dialogo implicito con la tradizione metafisica (da Agostino a Plotino) consentono di delineare una figura di intellettuale che abita il deserto del senso senza cedere né al nichilismo, né alla consolazione ideologica. L’uomo, nella prospettiva camusiana restituita da Bruni, resta l’unico luogo possibile di significato in un mondo privo di fondamenti trascendenti.

L’esilio come condizione dell’uomo moderno
Bruni individua nell’esilio la categoria fondamentale per comprendere Camus. Non si tratta di una marginalità storica o biografica, ma di una condizione ontologica: l’uomo moderno è esiliato dal senso, dalla trascendenza, dalla riconciliazione.
Camus incarna questa frattura senza cercare rifugi consolatori. «Bisogna vivere con il tempo e con lui morire o sottrarsi a esso per una vita più grande», scrive Camus ne L’uomo in rivolta, frase che Bruni pone come apertura simbolica del suo percorso critico. Vivere nel tempo significa accettare la caduta; sottrarsi al tempo significa abitare l’esilio.
In Camus l’esilio non è fuga, ma permanenza. È restare nel mondo pur sapendo che il mondo non offre salvezza. Bruni insiste: la solitudine non è una scelta estetica, ma una necessità morale.

La solitudine come spazio etico e umano
La solitudine camusiana, così come emerge nel saggio di Bruni, non è isolamento psicologico, né misantropia. È piuttosto lo spazio in cui l’uomo prende coscienza di sé senza maschere. Camus rifiuta l’illusione di una comunità fondata sull’ideologia o sulla fede dogmatica. «Non camminare dietro a me… cammina soltanto accanto a me e sii mio amico», scrive Bruni, indicando una fraternità fragile, orizzontale, priva di gerarchie metafisiche.
Bruni legge questa frase come manifesto di un umanesimo inquieto, in cui l’uomo resta misura di se stesso pur nella consapevolezza della propria finitudine. La solitudine diventa così il luogo in cui si esercita l’unico dovere riconosciuto da Camus: «Io non conosco che un solo dovere, ed è quello d’amare».

La rivolta: etica senza redenzione
Uno dei nuclei centrali del libro è la riflessione sulla rivolta. Bruni chiarisce che per Camus la rivolta non è rivoluzione storica, né gesto distruttivo, ma presa di posizione morale contro l’ingiustizia del mondo. «La rivolta cozza instancabilmente contro il male», ricorda Camus, consapevole che questa collisione non produrrà mai una vittoria definitiva.
La rivolta è un atto di fedeltà all’umano, non una promessa di salvezza. L’uomo in rivolta accetta il limite e tuttavia non lo giustifica. Bruni sottolinea come Camus rifiuti tanto il nichilismo quanto le ideologie redentrici: la rivolta è una tensione permanente, non un esito.

La caduta e il senso della colpa
Nel confronto con La caduta di Camus, Bruni individua una delle espressioni più radicali della coscienza moderna. La caduta non è un evento improvviso, ma uno stato dell’essere: l’uomo scopre di essere colpevole non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. «Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare», scrive Camus, frase che Bruni assume come chiave etica dell’intera opera.
Qui la colpa non chiede assoluzione. È consapevolezza tragica, lucidità senza conforto. Camus dialoga con Agostino e Plotino, ma senza mai approdare a una teologia della salvezza. La confessione resta incompiuta, la redenzione sospesa.

Kafka e Camus: il labirinto e il deserto
Uno dei passaggi più originali del libro è il confronto con Franz Kafka. Bruni costruisce una comparazione profonda, non stilistica ma esistenziale. Kafka abita il labirinto della colpa; Camus, il deserto dell’assurdo. «Kafka è il dubbio. Camus è l’incertezza», scrive Bruni, segnando una distanza decisiva.
Nel Processo di Kafka la condanna precede l’azione; nella Caduta di Camus la colpa nasce dalla coscienza tardiva. Entrambi raccontano un uomo processato dalla vita, ma, mentre Kafka scende nell’abisso, Camus resta alla luce del tramonto mediterraneo, in una solitudine che non rinnega il mondo.

Sisifo e la metafisica dell’essenziale
Il mito di Sisifo occupa un ruolo centrale nella lettura di Bruni. Sisifo non è simbolo di disperazione, ma di fedeltà al vivere. «Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo», scrive Camus, e Bruni insiste sul valore etico di questa affermazione.
Immaginare Sisifo felice significa accettare l’assurdo senza rinnegarlo, trasformare la fatica in dignità. È qui che Camus costruisce una metafisica dell’essenziale, lontana tanto dal nichilismo quanto dalla trascendenza dogmatica.

L’uomo come unico luogo di senso
Nelle pagine conclusive, Bruni restituisce un Camus che, pur negando ogni significato superiore del mondo, afferma con forza il valore dell’uomo. «Continuo a credere che questo mondo non abbia affatto un significato superiore. Ma so che qualcosa in lui ha senso ed è l’uomo».
È questa la conclusione tragica e insieme luminosa: l’uomo resta solo, ma responsabile. Senza Dio, ma non senza etica. Camus. In solitudine d’esilio si configura così come un libro necessario, capace di restituire Camus alla sua verità più profonda: quella di un pensatore che ha abitato la solitudine non come rinuncia, ma come ultima forma di fedeltà all’umano.

Ivana Ferraro

(direfarescrivere, anno XXII, n. 238, gennaio 2026)
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