Anno XVIII, n. 199
luglio-agosto 2022
 
La recensione libraria
Chi fa il sindaco in Calabria?
L’ex primo cittadino di Lamezia
racconta il mestiere più difficile
Per Rubbettino un lascito
politico ma anche personale
di Alessandro Milito
Da qualche anno il copione è sempre lo stesso, rievocato in prossimità delle tornate elettorali amministrative in primavera. Il titolo: nessuno vuole più fare il sindaco. Seguono articoli, appelli, riflessioni sulla crescente perdita di prestigio e di appetibilità della più alta carica amministrativa locale, dal 1993 eletta direttamente dai cittadini con un sistema che strizza l’occhio ai presidenzialismi statunitense e francese, senza somigliare a nessuna delle due completamente. Sono sempre più numerosi i casi in cui, in assenza di candidati disponibili, le elezioni non hanno luogo e le prefetture inviano dei commissari che amministreranno il comune in sostituzione di un sindaco e di un consiglio comunale regolarmente eletti. Quella che era una carica ambita, momento essenziale del cursus honorum di ogni politico con ambizioni nazionali, oggi viene evitata dai dirigenti di partito, con una grande conseguenza: candidature sempre più maldestre e raffazzonate, inadeguate per un ruolo complesso e di grande responsabilità politica e amministrativa.
Quindi, che cosa significa oggi fare il sindaco? Che cosa vuol dire essere il primo cittadino di una città del Sud, in Calabria? Sono domande che trovano una personale e appassionata risposta in Una storia fuori dal comune. Lamezia-Italia (Rubbettino, pp. 256, € 16,00) di Gianni Speranza, sindaco che ha guidato Lamezia Terme per due mandati consecutivi, dal 2005 al 2015.

Lamezia Terme: non solo un aeroporto
Lamezia Terme, 67.110 residenti, quarta città della Calabria, è una comunità relativamente recente. È frutto di un’idea audace, specie in una penisola campanilistica e dalle identità locali fortemente definite: unire i comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia, sfruttare la posizione strategica di questo agglomerato urbano e proporsi come città alla guida di una Calabria che vedeva la nascita delle regioni come nuova realtà amministrativa. Il comune di Lamezia Terme nasce nel 1968 con queste ambizioni, mai abbandonate e spesso deluse. Oggi Lamezia è nota principalmente per essere un importante snodo infrastrutturale, con una stazione per il transito dei treni ad alta velocità e, soprattutto, un aeroporto internazionale tra i più importanti del Meridione. Il giovane comune è tristemente noto per un’altra caratteristica: essere stato sciolto per infiltrazioni mafiose per ben tre volte nell’arco dei suoi cinquantaquattro anni di storia. La piaga della ’ndrangheta ha colpito più volte Lamezia Terme, scuotendone gli equilibri politici e istituzionali e garantendo alla città una fama non lusinghiera.
Eppure, la città di Lamezia non vuole essere conosciuta solo per un aeroporto e per la criminalità mafiosa anche perché non è solo questo: dire il contrario significherebbe fare un torto a una comunità vivace, in grado di produrre tanto altro. È questo il messaggio alla base del libro di Gianni Speranza, sindaco di centrosinistra per due mandati, in una città tradizionalmente guidata dalla destra.

Una città attraverso le lenti di chi l’ha amministrata
«“È il sindaco di Lamezia?” Mi chiese il ministro con un tono di estrema cordialità. Ero sorpreso dell’attenzione lusinghiera che mi riservava rompendo ogni rigidità e distanza. L’uomo di governo mi ripeté in maniera accorata di essere prudente, di stare attento. La mia risposta fu: “Signor ministro innanzitutto grazie. Ma sono appena arrivato”. Ed era proprio così. Dalla normalità della vita quotidiana di un professore cinquantenne ero passato a quella di una persona per la quale il ministro dell’Interno si era scomodato a telefonare per raccomandargli prudenza e attenzione».
In queste parole si può cogliere il senso di Una storia fuori dal comune, titolo audace che gioca sul doppio significato della parola: da una parte il sostantivo, inteso come municipio, comunità di persone e di destini, dall’altra l’aggettivo, per sottolineare le peculiarità dell’amministrazione di Speranza. Se ne coglie il senso, si diceva, perché l’opera rappresenta una felice combinazione tra retroscena politico e diario personale. Speranza elenca diversi aneddoti raccolti nel corso della sua esperienza che possono stuzzicare il palato dei lettori interessati al dietro le quinte di palazzo, nel comune. A questo aspetto si accompagna il lato più umano e sentimentale, il lascito ideale che l’autore vuole trasmettere sulla sua esperienza amministrativa.
Un’esperienza che, come già scritto, vedeva un inizio davvero fuori dal comune: Speranza non aveva ancora fatto in tempo a insediarsi ufficialmente che il municipio storico nel centralissimo Corso Numistrano, veniva dato a fuoco dagli ’ndranghetisti locali. Da qui la chiamata dell’allora ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, al neosindaco e un avvertimento: fare attenzione. Perché essere sindaco in Calabria è incredibilmente più complesso, difficile e pericoloso che in altre realtà. Ai normali problemi tipici degli enti locali, instabilità politica, bilanci precari, la spada di Damocle dei commissariamenti prefettizi, si aggiungono i drammi della regione calabrese. La presenza della criminalità organizzata, e il continuo scontro con essa, sono elementi cardine del racconto dell’autore. Una lotta senza quartiere per dare dignità a una realtà locale, impedire che venisse associata solo agli aspetti più lugubri e immaginare una Calabria diversa dai luoghi comuni di facile presa mediatica.

La passione politica come unica possibilità di riscossa
La narrazione procede spedita, alternandosi tra la raccolta di episodi politici e la descrizione delle forti emozioni vissute dall’autore come cittadino di Lamezia. Non bisogna dimenticare che si tratta pur sempre di una biografia politica di un uomo di parte (sebbene non etichettabile in pieno come uomo “di partito”): il resoconto dell’amministrazione è ovviamente positivo e visto con gli occhi di un uomo di sinistra quale Speranza è. Ciò significa che più di un lettore lametino, o comunque avvezzo alla politica calabrese, potrebbe di tanto in tanto storcere il naso di fronte a certe interpretazioni e riflessioni; questo è normale e, in un certo senso, dovuto: Una storia fuori dal comune è pur sempre una autobiografia politica, nel migliore senso del termine. Una politica vissuta come servizio pubblico e come impegno verso la propria città. Speranza riesce a trasmettere il sincero affetto provato per Lamezia e i suoi cittadini: ne deriva che anche il lettore politicamente più scettico potrà apprezzare il tentativo dell’autore e i suoi intenti.
Dalla lettura del libro si esce carichi di interrogativi e poche ma robuste certezze. La principale di queste ultime è che per amministrare in Calabria è necessaria una dose di coraggio davvero fuori dal comune. Candidature politiche calate dall’alto o prive di un vero confronto quotidiano con la cittadinanza rischiano di diventare occasioni sprecate, o peggio, veri e propri disastri in grado di minare alla già precaria salute degli enti locali calabresi.
Fare il sindaco è una cosa dannatamente seria e difficile e raramente vi è una vera contropartita economica e politica tale da giustificare un impegno totalizzante. Il rischio di arenarsi o perdersi, oppure di cedere al ricatto, è sempre dietro l’angolo.
Per questo non può che far riflettere la drammatica crescita dell’astensione alle elezioni amministrative, come quella registrata nell’ultima tornata elettorale: come ci si può rifiutare di scegliere il proprio sindaco, i propri consiglieri comunali? È davvero possibile disinteressarsi della scelta di chi, in concreto, gestirà i servizi e le strade al di fuori della porta di casa?
La lettura di libri come questo può contribuire a dare l’idea di quanto la Politica, nel senso più alto del termine, sia fondamentale e di come la scelta delle persone sia determinante. La passione politica, quella di chi ci crede ancora, è sempre più rara: ma è l’unica possibilità di riscossa per un contesto complicato e aspro come quello calabrese.

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XVIII, n. 198-199, luglio-agosto 2022)
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