Anno XVIII, n. 199
luglio-agosto 2022
 
La recensione libraria
Un romanzo storico promuove
l’assalto alla falsa e vile morale
in una Sicilia di inizio Novecento
Storia di ipocrisia e abbandono.
Un titolo Mohicani edizioni
di Rosita Mazzei
Nel corso dei secoli troppe volte l’umanità ha confuso la morale, ovvero il discernimento tra bene e male, con il perbenismo, quella fastidiosa ipocrisia di doversi forzatamente adagiare e far guidare dalle norme comportamentali adottate dall’intera comunità. Quest’ultima visione ha portato la soppressione degli spiriti liberi in nome di una coscienza pulita che tale non era. L’apparenza, così, è diventata per molto tempo, e lo è ancora, l’unico baluardo da raggiungere in nome di un mantenimento di uno status quo fatto di menzogne, falsi privilegi sociali e un buon nome mai esistito.
Di questo e molto altro ci parla Giuseppe Virga nella sua opera La rosa bianca nel cassetto (Mohicani edizioni, pp. 156, € 12,00). Un romanzo dal sapore storico che si apre e si sviluppa nella prima metà del Novecento per parlarci di giochi di potere tra clero e mafia, dove i sentimenti più puri vengono ripetutamente calpestati in nome di una facciata sociale a cui nessuno riesce realmente a credere.

Il disonore portato in grembo
Ignazio Sgroia era un piccolo malavitoso che si era arricchito nel tempo nel suo paesino Bisonzio. Egli credeva di impersonare l’uomo onesto in mezzo a una massa di ladri rappresentata da aristocratici, latifondisti e amministratori che godevano dei propri privilegi in barba alla fame e alla disperazione altrui. Supponeva, perciò, che tutto dovesse filare liscio come l’olio nella sua esistenza fatta di pacifica appropriazione indebita. Una notte, però, la sua tranquillità venne spazzata via in un lampo. Sua moglie Matilde lo incitò a chiamare un medico poiché la loro figlia Cettina si sentiva male. Si scoprì in seguito che la malattia era in realtà una gravidanza nascosta e, ad aggiungere al danno la beffa, la paternità era da attribuire a un sacerdote. L’ira sovrastò l’uomo che, vedendo la figlia disonorata, sarebbe voluto andare a regolare i conti, ma il medico gli fece comprendere perfettamente come non potesse mettere le mani su un rappresentate del clero.
Il lettore, quindi, viene immediatamente inserito nella lotta di poteri presenti nella Sicilia di inizio Novecento: qui mafia e Chiesa si contendevano il territorio e vivevano in un costante equilibrio volto a preservare i propri interessi e a non calpestare quelli altrui.
I preti, infatti, da secoli rappresentavano una casta intoccabile: averne uno in famiglia era considerato un onore. Infatti, era una «consuetudine ormai acquisita nel tempo, dettata sia dalla convenienza di assicurare un avvenire sicuro ad uno dei numerosi figli sia dal prestigio che alla stessa derivava per avere un prete in casa, addottrinato, che parlava e scriveva in latino ed aveva voce in capitolo in ogni luogo, specie là dove l’ignoranza era una risorsa su cui si poteva contare giacché al villico analfabeta interessava masticare un tozzo di pane». Pertanto non era affatto semplice andare contro a quella che era una vera e propria casta senza eredi, ma che aveva ben salde le proprie radici in un territorio dove l’ignoranza e la fame la facevano da padroni, lì come altrove.

Il perbenismo come arma di distruzione
Con quest’animo don Ignazio fu costretto a presentarsi innanzi a padre Giuseppe Gagliano per spiegargli quanto accaduto e cercare una qualche forma di giustizia. Quest’ultimo, scandalizzato da quanto avvenuto, rimise la decisione al vescovo. La soluzione, infine, venne trovata: per evitare scandali sia per la famiglia che per la Chiesa, Cettina venne mandata in un convento di suore a Palermo fino alla nascita del bambino il quale, dopo il parto, finì in orfanotrofio per salvare l’onore inesistente di tutti.
In tutto questo, si può perfettamente notare come l’opinione della povera Cettina non venisse minimamente presa in considerazione: la donna era la fonte del peccato e del disonore di troppe persone e si piegava come un giunco davanti a tutte le decisioni del padre che aveva già pensato a chi darla in moglie una volta tornata da Palermo. Ancora una volta, il buon nome doveva essere preservato a costo di qualsiasi sacrificio.
Tutti i personaggi presenti nel libro non fanno altro che pensare all’opinione altrui e al loro vociare malefico e, purtroppo, donna Matilde non ne è affatto esente: «Quando fu in chiesa seduta sulla panca un freddo fremito invase le sue ossa immaginando che cento, mille occhi la guardassero, che i paesani stessero pettegolando, che quelli alle sue spalle l’additassero, che altri che stavano davanti di tanto in tanto verso di lei volgessero lo sguardo».

Una nascita sgradita
Il 2 settembre 1916, dunque, nacque la piccola Rosalia Roversi, abbandonata in un orfanotrofio per salvare un onore inesistente. La piccola bambina, quindi, si ritrovò a vivere insieme ad altri bambini indesiderati come lei.
Virga ci accompagna, dunque, nella crescita della piccola non ancora in grado di comprendere fatti troppo più grandi di lei. Dopo essere stata affidata a una famiglia, dopo il conseguimento della licenza media fu purtroppo costretta ad andare a Palermo in cerca di lavoro già in tenera età. L’autore, dunque, ci mostra con maestria la povertà dell’epoca, le difficoltà scaturite dall’indigenza e dall’ignoranza, il tutto con molte descrizioni accurate dei luoghi e dei personaggi.
Anche le emozioni della giovane protagonista vengono scandagliate con cura, soprattutto quel senso di malinconia e inadeguatezza che provava nei confronti dei propri coetanei. La presa di coscienza di Rosalia di avere un cognome diverso rispetto alle sue sorelle e ai suoi fratelli, la somiglianza fisica all’interno della sua famiglia che la escludeva, la mancanza di ricordi affini nella prima infanzia. Sono tutti presagi di quel senso di solitudine che accompagnerà la bambina, chiamata da tutti Lia, e che fa parte di tutte quelle persone che non si sentono mai realmente a casa. Infatti «per Lia i cambiamenti sociali non avevano peso, assuefatta come era alle mutazioni non benevoli della sua vita, dall’orfanotrofio ad una famiglia di cui non si sentiva figlia o da cui forse non era considerata tale e da questa ad un’altra di cui era serva, mutazioni di cui in ogni caso bisognava farne tesoro a motivo della felicità non tanto propria quanto dei figli».
Tra queste pagine il romanzo storico si fonde a quello di formazione, dove l’ambientazione diviene anch’essa protagonista. Innegabile, infatti, la cura con cui i luoghi vengano descritti, con il linguaggio che si adatta perfettamente al tempo e ai ruoli di chi lo utilizza. Un’analisi attenta di una tragedia passata e presente che diviene analisi sociale oltre che scorrevole e piacevole lettura.

Rosita Mazzei

(direfarescrivere, anno XVIII, n. 193, febbraio 2022)
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