Anno XVII, n. 188
settembre 2021
 
La recensione libraria
La Storia narrata: Roma e Cartagine
si affrontarono dove gli avvenimenti
presero un’inaspettata piega
A Locri si scontrarono due potenze antiche
in cui Scipione rischiò di perdere la battaglia
di Rosita Mazzei
Giuseppe Fausto Macrì è autore di un saggio storico di grande spessore e importanza, capace di cogliere avvenimenti fondamentali, ma troppo spesso dimenticati: Tra Roma e Cartagine. Quando i fatti accaduti a Locri rischiarono di cambiare il corso della storia (Laruffa editore, pp. 120, € 16,00).

Una storia dimenticata
Il libro si apre con un fatto storico di notevole importanza: la Seconda guerra punica. Passata alla storia soprattutto per l’uso spregiudicato, da parte di Annibale, degli elefanti in battaglia, facendo attraversare a questi mastodontici animali le Alpi, restò viva non solo nelle menti della popolazione romana, ma anche nella memoria collettiva dell’intera umanità.
Con una descrizione ferma e decisa, Macrì introduce un avvenimento strategico che avrebbe potuto cambiare significativamente le sorti della Repubblica di Roma e non solo. Tra le fonti su cui si basa il nostro saggista vi è Ab Urbe condita di Tito Livio, in cui si parla del Bruzio (la Calabria per gli antichi Romani) e in particolar modo di Locri, fondamentale all’interno della regione.
Come afferma lo stesso autore nel 282 a.C. la città di Locri si rivolse ai Romani perché minacciata dalla potenza dei Bruzi, salvo poi cadere nelle mani di Pirro, di cui subirono la durissima ira.
Dopo la scomparsa del re dell’Epiro, però, Locri, nonostante tra i suoi abitanti fosse ripresa a serpeggiare l’idea di tornare nel protettorato romano a causa della perenne minaccia rappresentata dai Bruzi, cadde nelle mani di Cartagine fino alla definitiva riconquista della città da parte di Roma nel 205 a.C.
Scipione, difatti, decise di punire in modo severo la cittadina calabra per essersi arresa troppo facilmente ai Cartaginesi e decise di farlo tramite la figura di Quinto Pleminio. Quest’ultimo, a causa della propria crudeltà, perì in carcere, mentre Scipione fu scagionato da tutti i reati. Questo, a grandi linee, è l’avvenimento su cui si sofferma Macrì, che si pone una domanda semplice, ma fondamentale: che cosa ne sarebbe stato di Roma se Scipione fosse stato condannato per gli avvenimenti di Locri?

Le testimonianze provenienti dal passato
A introdurre il saggio storico è Rossella Agostino, direttrice del Museo e Parco archeologico nazionale di Locri. All’interno della sua Prefazione, Agostino ci accompagna all’interno delle fonti storico-letterarie di Locri Epizefiri, un punto di incontro tra il mondo greco e romano. Inoltre ci invita a riflettere sulle ragioni di Stato e sull’importanza di distinguere queste ultime dalla brutalità mera e cruda che invece subirono i poveri abitanti di Locri, del tutto incapaci di resistere alla forza travolgente prima di Cartagine e poi di Roma.
Di questa parte di storia, troppe volte dimenticata, Macrì riporta diversi tipi di fonti. Alcune sono persino delle opere d’arte: molte sono le miniature provenienti dal Medioevo in cui, con meravigliosa manifattura, viene illustrata la resa di Locri. Inutile dire che esse arricchiscono in maniera notevole un saggio già di per sé meritevole di un ottimo giudizio.
Macrì si sofferma su diverse vicende per rendere al meglio la situazione svantaggiosa in cui venne a trovarsi la cittadina calabrese: la sconfitta di Canne, gli avvenimenti di Petelia, la conquista di Locri da parte di Annibale, la riconquista da parte dei Romani.
Molte le testimonianze provenienti sempre dal Medioevo per ristabilire una verità che sembrava incapace di sopravvivere al tempo e alle sue conseguenze: Macrì, difatti, non esita a chiamare in campo autori del calibro di Machiavelli, Pierre Bersuire, Leandro Alberti oltre al già citato Tito Livio.

La morale corrotta
La domanda posta ci porta a una riflessione non da poco conto: «cos’è più turpe ed esecrabile: la progettazione di un delitto o la sua effettiva realizzazione?». L’obiettivo del libro, come afferma lo stesso autore, è quello di far comprendere come spesso le leggi, soprattutto nei tempi antichi, siano state elaborate sempre con l’intento di trovare il più piccolo dei cavilli capace di aiutare il più forte nel momento del bisogno. Non a caso, alla fine del testo, Macrì ricorda come il locrese Zaleuco, pur essendo stato il primo nel mondo occidentale a codificare delle leggi ritenute valide per tutti, non esitò un momento a trovare una via di fuga per poter salvare il proprio figlio, colpevole di aver trasgredito quelle stesse leggi che il padre aveva stipulato.
La legge, dunque, spesso si tramuta in un mero strumento nelle mani dei potenti e, ancora oggi, è un rischio da tenere sotto controllo.

Rosita Mazzei

(direfarescrivere, anno XVI, n. 179, dicembre 2020)
invia commenti leggi commenti  

Segnala questo link ad un amico!
Inserisci l'indirizzo e-mail:

 


Direttore responsabile
Fulvio Mazza

Collaboratori di redazione
Maria Chiara Paone, Ilenia Marrapodi, Rosita Mazzei

Direfarescrivere è on line nei primi giorni di ogni mese.

Iscrizione al Roc n. 21969
Registrazione presso il Tribunale di Cosenza n. 771 del 9/1/2006.
Codice Cnr-Ispri: Issn 1827-8124.

Privacy Policy - Cookie Policy