Anno XVI, n. 176
settembre 2020
 
La recensione libraria
Il 1980 fu un anno importante
di una svolta seppur non positiva:
infatti lo fu per la ’ndrangheta
Enzo Ciconte, per Rubbettino, ci riporta indietro
analizzando nascita e ascesa delle nuove ’ndrine
di Alessandro Milito
Sono passati quarant’anni dal 1980. Ogni cifra tonda, ogni zero che inaugura un decennio, è l’occasione per guardarsi indietro e fare un resoconto; lo si può fare individualmente, nella propria sfera privata, o per analizzare fenomeni storici e sociali ben più complessi.
E così l’anniversario diventa il pretesto perfetto per riflettere anche sul presente, specie se il fenomeno che si intende riguardare in retrospettiva è ancora drammaticamente vivo nel nostro quotidiano. È il caso della ’ndrangheta che proprio nel 1980 si apprestava a compiere una radicale mutazione, con effetti e conseguenze che paghiamo ancora oggi.
Enzo Ciconte è uno studioso di primissimo livello del fenomeno mafioso, osservatore d’eccezione di ciò che la ’ndrangheta ha rappresentato e tutt’ora rappresenta. Il suo Alle origini della nuova ’ndrangheta. Il 1980 (Rubbettino Editore, pp. 208, € 15,00) offre la panoramica completa di un anno decisivo per l’affermazione della criminalità organizzata in Calabria.

. L’anno della mutazione
Il 1980 arriva dieci anni dopo i moti dei “Boia chi molla” di Reggio Calabria, momento storico cardine in cui la città, per più di un anno, divenne epicentro della più grande rivolta cittadina della nostra storia recente. Ed è proprio da quel 1970, dalla situazione economico-sociale del reggino, dalle promesse del cosiddetto “Pacchetto Colombo” che avrebbe dovuto risollevarla, che si deve partire per capire i cambiamenti di dieci anni dopo. La Calabria del 1980 è una regione con una situazione occupazionale precaria, un’industrializzazione carente o in crisi e uno sviluppo economico prevalentemente dipendente da massicce dosi di denaro pubblico; investimenti spesso solo annunciati ma mai realmente impiegati: è il caso del tristemente noto “Quinto centro siderurgico” a Gioia Tauro, promessa industriale e occupazionale che avrebbe dovuto placare la rivolta di Reggio Calabria, privata del “pennacchio” di capoluogo regionale, e rilanciare la sua provincia.
Eppure, nel 1980 non tutte le realtà calabresi sono in crisi. Di certo non lo è la ’ndrangheta che proprio in quegli anni effettua il definitivo cambio di passo, proponendosi come il principale attore criminale, e non solo, della regione.
Cambia il rapporto della mafia con la politica; nel 1980 si tengono importanti elezioni amministrative e le elezioni per il consiglio regionale: la ’ndrangheta sceglie di entrare direttamente nelle istituzioni candidando uomini di sua diretta espressione e privilegiando i partiti di governo; su tutti la Democrazia cristiana ma anche il Partito socialista, contribuendo a far saltare molte giunte di centrosinistra presenti in regione.
Il Partito comunista diventa il bersaglio principale della scalata politica mafiosa e il 1980 diventa l’anno macchiato dal sangue di Peppe Valarioti a Rosarno e Giannino Losardo a Cetraro. La ’ndrangheta accelera la spirale di violenza che investe direttamente tutti i politici pronti a sbarrarle il passo.
I mafiosi si emancipano dal ruolo di portatori di voti verso politici compiacenti e si apprestano ad assumerne un altro: quello di azionisti di maggioranza dei consigli comunali della provincia di Reggio Calabria e non solo.
Perché il 1980 è anche l’anno della definitiva affermazione della ’ndrangheta in zone che prima ne erano rimaste relativamente esenti. Aree come il Tirreno cosentino e il porticciolo di Cetraro, luogo in cui, come accennato prima, venne barbaramente ucciso Losardo. Speculazione edilizia, potere politico corrotto e magistratura timida o compiacente: sono solo alcune delle armi di questa mutazione poderosa, accuratamente descritta da Ciconte nella sua ultima opera.

Non solo ’ndrangheta: la dignità di chi resiste
Ma il 1980 calabrese non è solo l’anno di nascita della nuova ’ndrangheta. Sono in tanti a opporsi al crescente fenomeno mafioso, prima di tutto riconoscendolo e comprendendo fino in fondo i suoi caratteri.
Il Partito comunista diventa il bersaglio privilegiato delle ’ndrine. Giovani dirigenti politici come Peppe Valarioti, segretario della sezione di Rosarno, attivissimo nel mondo delle cooperative agricole in opposizione al monopolio mafioso, diventano nemici da abbattere a sangue freddo. Sindaci, consiglieri comunali e funzionari di partito comunisti pagano la loro netta presa di posizione contro la ’ndrangheta. Il partito, messo sotto attacco e privato dei due giovani dirigenti entrambi uccisi nel giro di pochi giorni, prova a reagire. Una delegazione di deputati e senatori si reca in Calabria per capire, delimitare appieno il fenomeno mafioso e denunciarlo con forza. Ne viene fuori un dibattito politico di elevato livello che coinvolge anche gli altri partiti e uomini politici di peso come il socialista cosentino Giacomo Mancini. La domanda cardine sulla quale ruotano le analisi politiche è: l’avanzata della ’ndrangheta si deve all’arretratezza culturale ed economica della Calabria o a finanziamenti pubblici sbagliati e alla selvaggia speculazione edilizia?
Anche nella Magistratura si fanno faticosamente spazio procuratori della Repubblica e giudici in grado di capire realmente che il fenomeno che contrastano presenta elementi e peculiarità tali da differenziarlo dall’associazione a delinquere “semplice”: mancano ancora due anni alla legge Rognoni-La Torre e all’introduzione dell’art. 416-bis del codice penale, quello che punisce l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Non tutte le procure operano con la stessa efficacia e il medesimo coraggio: la Procura di Paola non riesce a reprimere come dovrebbe l’avanzata mafiosa sul Tirreno cosentino.
Un dualismo che coinvolge anche la Chiesa, in grado di produrre riflessioni e uomini di grande valore e attivismo contro la mafia ma anche figure come quella di don Stilo: il parroco della ’ndrangheta di Africo, centro simbolico e spirituale della criminalità organizzata calabrese.
L’introduzione alla ’ndrangheta come la conosciamo oggi Alle origini della nuova ’ndrangheta. Il 1980 è un testo storico che si legge con la rapidità e la piacevolezza del buon editoriale di giornale. Ed è proprio l’attenzione alle fonti giornalistiche dell’epoca, nonché ai discorsi dei principali attori politici e ai rapporti delle prefetture, a conferire maggior valore a questa panoramica del 1980 calabrese. Un libro che può essere visto come una valida introduzione per capire la ’ndrangheta di oggi. Perché le radici del suo potere pervasivo vanno ricercate anche in quel 1980, così pieno di violenza e di eroi coraggiosi, sinceramente devoti alla democrazia e alla civiltà. Un sacrificio che non deve essere dimenticato, nemmeno quarant’anni dopo.

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XVI, n. 176, settembre 2020)
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