Anno XVI, n. 176
settembre 2020
 
La recensione libraria
Un fiume bianco come latte,
una grotta colma di ghiaccio
Per Edizioni del Faro, Stefano Motta
racconta due storie con fonti letterarie
di Rosita Mazzei
Le vicende di terrore non sempre hanno per protagonisti dei mostri. Spesso la natura può rappresentare un pericolo ben maggiore di qualsiasi creatura magica o inventata. Gli avvenimenti più strani e tetri si protraggono nel tempo, con ignari protagonisti costretti a scontare il fio della propria spavalderia.
Da una grotta di montagna fuoriesce impetuoso un torrente che prende il nome di Fiumelatte a causa del suo colore così bianco da sembrare irreale; in un’altra risiede una ghiacciaia perenne, che pare formarsi proprio in estate. Queste acque fanno da cornice alle vicende narrate all’interno della piccola raccolta Latte e ghiaccio (Edizioni del Faro, pp. 126, € 12,00), ultima fatica letteraria di Stefano Motta in cui inserisce le proprie competenze riguardanti Manzoni e non solo.

Le grotte del mistero
Il primo racconto ha inizio col viaggio di tre giovani amici che, per catturare l’attenzione della più bella ragazza del paese, si avventurano in una grotta, all’interno del gruppo montuoso della Grigna, da cui sgorga il Fiumelatte. Ne usciranno tre giorni dopo invecchiati precocemente, per poi morire nei tre giorni successivi. Tre giovani, tre giorni di avventura, tre giorni per abbandonare questa terra. La simbologia da subito diviene un elemento preponderante.
Altra componente assai singolare di questo fiume è che esso sembrerebbe scomparire all’interno delle proprie caverne per poi ricomparire con delle vere e proprie date di scadenza.
Ogni anno, il 25 marzo per la precisione, nel giorno della festa dell’Annunciazione, esso inizia a scorrere lungo il proprio letto per poi prosciugarsi puntualmente nella data del 7 ottobre, giorno di ricorrenza della Madonna del Rosario. Tali antri, probabilmente, fanno parte di un sistema carsico di cui ben pochi comprendono la portata: questo è quello che l’autore scrive all’interno della sua Nota posta alla fine della prima parte, che viene chiamata appunto Latte.

Due storie unite dall’elemento dell’acqua
Una delle tante particolarità di quest’opera è quella di essere divisa in due tronconi differenti ma che risultano, a causa del tema acquatico, saldamente legati fra di loro: Latte e Ghiaccio. Nella prima, come già detto, viene narrata la triste vicenda dei tre giovani avvenuta nel 1383; la seconda, quella contenuta nella parte Ghiaccio, è ambientata nel 1671 e racconta i fatti che ruotano attorno al “Bus de la Giazzéra di Gresta” di cui è protagonista il geologo Stenone.
Due luoghi ben distinti come teatro di innumerevoli vicende che si stagliano nel corso dei secoli con diversi protagonisti e differenti accadimenti. Fatti storici, personaggi illustri e narrativa si mescolano in entrambi i racconti, pagina dopo pagina, dove gli elementi elencati si susseguono e si rincorrono con nozioni sui luoghi presentati.
Ed ecco, infatti, che tra i protagonisti del libro troviamo il sopracitato geologo Stenone, conosciuto nel suo paese come Niels Stensen, nato a Copenaghen nel gennaio 1638; Manfredo Settala, figlio di Lodovico Settala presente all’interno dei Promessi Sposi di Manzoni; infine Menico, anche lui personaggio letterario dell’opera manzoniana.

Vicende misteriose
Quello che colpisce di quest’opera è sicuramente la facilità con cui più generi letterari vengono amalgamati insieme per creare un felice connubio capace di regalare due storie legate a un linguaggio adatto al periodo e agli interpreti narrati.
La natura diviene agente attivo all’interno di questa esposizione. Come, per esempio, la Grigna, così chiamata perché sembra sorridere in maniera beffarda al cielo che la osserva dall’alto, quasi come se avesse un volto dominato da un ghigno.
Il tutto accompagnato dalle citazioni di Leonardo da Vinci, insieme a quelle dei già menzionati Manzoni e Stenone che ci accompagnano alla scoperta di un inedito mondo, di misteri celati dalla pietra, dalla neve e dalle gelide acque di un fiume e di una pozza di ghiaccio che per secoli hanno regalato vita, ma hanno anche dispensato la morte ai più temerari e folli. Inutile dire come la lettura dell’opera in questione ci regali molto di più di quanto potrebbe apparire inizialmente: la natura, spesso, sa essere sorprendente e impenetrabile.

Rosita Mazzei

(direfarescrivere, anno XVI, n. 174-175, luglio-agosto 2020)
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