Anno XVI, n. 177
ottobre 2020
 
La recensione libraria
Quando c’era Lui in Italia?
Guerra, violenza e soprusi…
e i treni non erano in orario!
Per Infinito si fondono varie storie
sul Ventennio. Prefato da Portelli
di Alessandro Milito
L’ormai celebre storico e divulgatore Alessandro Barbero, in una delle sue recenti lezioni che riscuotono tanto successo su Youtube, ha sapientemente tracciato la linea di demarcazione tra Storia e Memoria. La prima è l’insieme di fatti, il racconto di ciò che è accaduto in un dato contesto economico, sociale e temporale; la seconda è come i singoli hanno vissuto ed interpretato interiormente quegli stessi fatti. Ciò significa che il Ventennio fascista è stata una parentesi autoritaria e liberticida della nostra storia nazionale; ma significa anche che, chi ha avuto in famiglia un nonno ucciso dalle brigate partigiane, molto probabilmente riterrà quest’ultime una banda di assassini. Significa che chi ha vissuto umiliazioni e privazioni ad opera delle camicie nere difficilmente avrà votato a destra.
È complicato parlare di Storia senza avere a che fare con la contorta e sensibile Memoria collettiva. Ciò non toglie che, quando questo connubio riesce e funziona, possono nascere opere molto originali e stimolanti.
Ugo Mancini, docente di Storia e Filosofia nei licei e studioso del fascismo, unisce i materiali di archivio, sapientemente individuati e riordinati, e vi dà voce con la vitalità del romanzo.

Un’antologia di soprusi e voglia di riscatto
Sotto la cenere – Nel ventennio, quando vivere era in qualche modo resistere (Infinito Edizioni, pp. 160, € 14,00) è una raccolta di dodici vicende, realmente accadute, oggetto delle violenze e dei soprusi tipici dell’epoca mussoliniana. Lo storico è riuscito a ricostruirle partendo dagli atti di polizia, dalle indagini condotte dalle camicie nere, dai processi politici. Un lavoro di raccolta certosino e accurato, che già di per sé risulterebbe valido. Eppure Ugo Mancini riesce a essere più efficace proprio quando dà vita a quelle carte e quegli archivi, costruisce tante piccole narrazioni individuali che, insieme, creano una voce unitaria: quella del rifiuto dell’Italia fascista.
In tempi in cui le analisi revisioniste di quegli anni hanno vita facile, è quasi strano, e allo stesso tempo illuminante, leggere i racconti che Mancini ci propone. Storie che, anche grazie a una prosa agile e con carattere, riescono bene a rievocare quegli anni e cosa hanno significato per gli italiani dell’epoca. Se infatti abbiamo bene in mente, a grandi linee, certi aspetti del Ventennio, più carente è la nostra conoscenza di cosa significasse la quotidianità nel regime. I dodici racconti che ci vengono proposti non fanno parte di quella cerchia che entra nei libri di storia: «sono storie che potremmo definire dei cosiddetti “ultimi”, di quelli che in fondo costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione di ciascun Paese, di uomini e donne il cui universo esistenziale e interiore spesso è ignorato, se non negato, da chi decide per loro, della qualità della loro vita e persino della loro libertà o della loro morte».
Traspare un’Italia meno monolitica di quanto si possa pensare, un paese vivo, poco restìo a cedere su tutti i fronti al sopruso. Ciò che più stupisce è la piccolezza dei “grandi” gerarchi e uomini col moschetto, individui gretti e mediocri, pronti ad utilizzare il loro potere per sottomettere senza pietà i più disperati.
Sotto la cenere ci mostra quanto l’antifascismo fosse ben radicato in alcune frange della popolazione di Genzano e della zona dei Castelli romani, suggestiva ambientazione dell’opera. Contadini, operai, artigiani, piccoli borghesi: ciascuno di essi racconta la sua storia, confessa il suo crimine: aver rifiutato di acquistare Il Popolo d’Italia, aver issato una bandiera rossa o averla fatta volare su Roma con dei palloncini, aver detto una parola di troppo alla persona sbagliata, essersi permessi di criticare il Duce, avere un passato socialista.
I loro gesti, così “normali” e innocui, vengono brutalmente repressi con olio di ricino, pestaggi, manganellate e, ovviamente, il confino in tutt’altra zona del territorio nazionale.

Uno strumento didattico per capire la Storia
«La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso», canta Francesco De Gregori in uno dei suoi pezzi più suggestivi. Sotto la cenere fa sue quelle parole, ricordandoci come i piccoli gesti di ognuno, anche in un contesto ostile e pericoloso, possano comunque fare la differenza. E la fanno eccome, proprio perché, anche oggi, leggiamo ciò che è stato fatto (e non fatto) ieri.
È da leggere anche per questo, per sentire quelle voci allora fuori dal coro e che oggi ci appaiono in tutta la loro dignità. E anche perché, per dirla con le ottime parole in Prefazione di Alessandro Portelli, uno dei massimi teorici della storia orale, «il libro di Ugo Mancini è non solo una lettura coinvolgente e piacevole, un’ipotesi di teatro vivo, ma anche, soprattutto, un utilissimo e innovativo strumento didattico per aiutare i più giovani a rendersi conto che la storia non sono nomi e date sui libri ma materia che è passata per le loro strade, le loro case, i loro vicini e i loro parenti».
Proprio grazie a strumenti ben confezionati come questo, quando sentiremo dire che «quando c’era Lui i treni arrivavano in orario», sapremo come rispondere.

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XVI, n. 171, aprile 2020)
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