Anno XV, n. 166
novembre 2019
 
La recensione libraria
Amore: una forza che tutto può
e che tutto muove. Crea, distrugge,
ma può anche ricostruire i legami
Chiara Salbego ci guida nella sua rinascita
mediante una silloge per Bottega editoriale
di Adriana Colagiacomo
Qualunque sia l’esperienza dolorosa alla base della genesi di questa raccolta di poesie, è possibile che ogni lettore vi si possa rispecchiare, perché il dolore, così come la gioia, è un’emozione che almeno una volta nella vita è stato provato da tutti.
Un tema di cui si fregiano le composizioni racchiude in Dolore e rinascita di Chiara Salbego (Bottega editoriale, pp. 32, € 10,00) facente parte della pregiata “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, e che rappresentano un cammino di rinascita, una sorta di ricostruzione di un sé che per una qualche ragione particolare era andato in frantumi.
La fine di un amore, così come la perdita di una persona amata, che sia per una separazione o per la morte, hanno in comune un percorso pressoché identico, che prevede delle tappe obbligate, dalle quali non è possibile sfuggire: negazione, rabbia, compromesso, depressione e, finalmente, rinascita. Queste poesie rappresentano tali tappe in modo tangibile poiché parlano di un doloroso percorso che infine porta a una salvezza completa, totale, al recupero globale della serenità perduta, dell’amore, dei pezzi della propria persona.
La raccolta di componimenti è suddivisa in due parti, dai titoli significativi: Amarezza e Consapevolezza.
Come già detto in precedenza, è noto come in un percorso di elaborazione del dolore le fasi attraverso cui si giunge alla ricomposizione del sé siano molte di più. Chiara Salbego le ha sintetizzate in questi due filoni all’interno delle quali i suoi componimenti ci fanno efficacemente entrare in contatto con emozioni e sentimenti diversi: l’angoscia profonda, il senso di smarrimento, la disarmante sensazione di vuoto, di mancanza, che strazia perché porta con sé anche e soprattutto la consapevolezza della sua insanabilità. Eppure, tutto ciò è necessario. È fondamentale toccare il fondo del proprio dolore per poter cominciare la risalita, impensabile per chi sta soffrendo, ma fortunatamente inevitabile.
Per dare un tangibile esempio di questa convinzione invitiamo a leggere il componimento che segue, dove l’autrice mostra la propria motivazione a volersi rialzare nonostante le avversità, anche se è estremamente difficile: «C’è un porto sicuro/nel buio oceano della mia anima./Da sempre vi ritorno,/dalla cima dell’onda più alta,/dal vortice dell’acqua più scura./Ma ora che il vento mi trascina,/e l’acqua prende il sopravvento,/cresce la paura, il dolore si rafforza,/e sprofonderò nel più nero abisso/di un’anima che lenta muore,/se non ritroverò la tua.
La seconda parte della raccolta, come recita il titolo, rappresenta la piena presa di coscienza della vera, desiderata e allo stesso tempo temuta, ineluttabile rinascita. Il primo componimento di questo secondo capitolo si chiama Ferita. Una ferita che comincia a cicatrizzarsi e chi la porta, chi ne ha avvertito il dolore lancinante inizia a questo punto a essere persino cosciente del fatto che se il cammino verso la guarigione è cominciato, è stato grazie alla propria forza d’animo.
Infatti in essa la Salbego scrive: «Ho estratto il coltello,/la ferita è cucita,/con la mia forza d’animo/ora sono guarita./Molte volte ho rischiato/di crollare giù a terra/mai la resa o la rabbia/hanno vinto la guerra./E così, finalmente,/non sei più il mio presente».
Con forza e, soprattutto coraggio, ci si estrae il coltello dalla piaga e ci si accorge che quasi non sanguina più. Ci si guarda allo specchio per rendersi conto che, a dispetto di tutto, si è rimasti in piedi. Grazie alla propria forza d’animo che un tempo si credeva perduta per sempre. Si è grati alla propria vitalità, ma si è grati anche alle persone che, più o meno inconsapevolmente, hanno ricoperto un ruolo fondamentale in questo difficile cammino. È di questo che parla un altro bellissimo e toccante componimento, Figli:«Siete il faro che nel giorno,/in ogni ora e in ogni istante,/rende chiaro il mio cammino,/nella nebbia mi conforta,/come un angelo divino./Siete i miei capolavori,/siete l’aria che respiro,/siete tutti i miei colori».
La forza per risalire la china la si trova dentro se stessi, certo. Ma nulla è paragonabile all’amore. Quell’amore che, magari, è stato la causa del male può diventare, paradossalmente, anche la miglior cura: l’amore di un figlio, di un genitore, di un amico. Rendono il fardello più leggero perché, alla fine, può davvero tutto.

L’efficacia della semplicità
L’intera opera è davvero un cammino in salita, nonostante l’immediatezza dei temi e delle parole. Il registro linguistico cambia di componimento in componimento, passando da vari schemi poetici, da quello libero alla rima alternata, immergendo il lettore in un percorso catartico che si concluderà con Amore nuovo. Un titolo che suggella non solo la completa e consapevole rinascita, ma che fornisce una speranza nuova nell’amore, quella forza potente, distruttiva ma allo stesso tempo creatrice, vitale. Un’esperienza, per quanto tormentata e dolorosa che sia, offre sempre una seconda possibilità. Una possibilità per tornare a essere nuovi.
Questo traspare nell’opera della Salbego, poetessa sensibile che, parafrasando liberamente un celebre passo del Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami, ha attraversato la tempesta e, una volta uscita da quel vento, non è stata più la stessa che vi è entrata.

Adriana Colagiacomo
(direfarescrivere, anno XV, n. 164, settembre 2019)
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