Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
La recensione libraria
La sparizione densa di mistero
di una giovane e bellissima donna
che cambierà la vita di tutti quanti
Nicola H. Cosentino, per Rubbettino Editore,
su bellezza e verità, entrambe spesso falsate
di Maria Chiara Paone
Come tutti gli scrittori (o aspiranti tali) sapranno, il primo libro è quello più difficile. Con un mercato editoriale così ricco e variegato, grazie alle innumerevoli uscite che si susseguono di giorno in giorno – di qualità o meno, ovviamente, non siamo in grado di saperlo – è un’impresa quasi titanica il riuscire a emergere dalla massa, materiale e autoriale, far notare la propria voce e il proprio lavoro; quanto può essere arduo compiere quest’opera di persuasione indiretta nel passo precedente alla pubblicazione, quello di essere scelti da un editore? A parere di chi scrive, per riuscirci occorrono essenzialmente due requisiti, apparentemente banali ma fondamentali: una buona idea e una buona, buonissima penna.
Entrambi questi elementi si riscontrano in Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino Editore, pp. 200, € 15,00), il romanzo di esordio di Nicola H. Cosentino [1].

Una bellezza “pericolosa”
«Ricordo la pioggia, distintamente, la pioggia carogna delle prime settimane di ricerca, nel mio quadrato di mondo che il mondo aveva dimenticato. Quel fazzoletto di terra che nessuno aveva mai conosciuto prima di scorgerne il profilo sbiadito nel notiziario del primo canale […]. Gli accampamenti della polizia, la folla in preghiera, dentro e fuori le chiese, il suo nome ripetuto ogni giorno, pronunciato da voci amiche o del tutto estranee, echi dall’accento diverso che bombardavano il bosco, il lago, a evocare un fantasma, la speranza che fosse lì, da qualche parte, sotto il fango glaciale di quel dicembre piovoso, mai così tanto, prima che tornasse la neve a trasformare la cronaca in epopea».
È con questa carrellata di suoni e immagini, costruita in maniera estremamente consapevole – Cosentino è anche sceneggiatore – e di forte impatto, che si presenta a noi lettori la vicenda che il 23 dicembre 1984 colpisce Cristina Petraglia e, indirettamente, tutto il suo paese. È in quella data, infatti, quella del suo matrimonio, che la giovane e indipendente insegnante di pianoforte scompare in maniera misteriosa; la sua macchina, contenente il suo abito da sposa, viene ritrovata in fondo a un lago; di lei svanisce (quasi) ogni traccia.
Parte così una ricerca del colpevole, frenetica e a tratti disperata, che coinvolgerà profondamente molti dei compaesani della vittima; partendo dal “prevedibile” carnefice, Giacomo Pentimele, giovane imprenditore locale e promesso sposo, ormai «vedovo a metà», della giovane, fino ad arrivare a un trio di “insospettabili”, Melania, Fiore e Cristiano; ognuno con i propri segreti da proteggere e, nonostante tutto, con la necessità di dimostrare la propria innocenza.
A fare da contorno, il cocente caos mediatico in cui viene trascinata la notizia, passando da cronaca a mero spettacolo, che assolutamente non diverte ma certo intrattiene tutta Italia. Come si può leggere, «Cristina era una creatura nuova: non una bambina rapita dagli zingari, non un’adolescente sparita nel niente per ragioni sataniste, religiose o parastatali, non la figlia di un industriale, non la vittima di un delitto d’onore, non una madre dolce, pianta dai figlioletti e uccisa dal marito geloso. Niente di così ordinario». Cosentino mostra questo mondo dell’“informazione” tramite descrizioni talvolta iperboliche e personaggi senza scrupoli, ma rappresenta in maniera puntuale quello che capita quando si vuole attrarre il pubblico, colmare la sua fame di gossip mediante la cosiddetta “pornografia dei sentimenti”, piuttosto che, semplicemente, informarlo.
Grande protagonista, nonostante la sua assenza, è certo Cristina, con la sua rinomata bellezza; una bellezza, appunto, “ingiusta” perché “stonata” all’interno di un paese di poche anime, di «almost mountain», come viene definito scherzosamente dal narratore; sicuramente una virtù, ma anche un pesante fardello che la rende preda solo delle occhiate degli uomini, che provano nei suoi riguardi «la concreta paura di non essere all’altezza del creato» e che sembra evocare, anche in alcune scene rubate di un’intimità solitaria, una connessione con la bella Remedios di Cent’anni di solitudine. La similitudine, però, si ferma qui: Cristina, a differenza del personaggio di Márquez, è consapevole del potere che suscita sugli altri, ha desiderio di una sua indipendenza che ottiene, attraverso la musica e le lezioni da lei concesse. Non è la vittima perfetta perché non sembra essere del tutto innocente, anche a causa di quella bellezza che è quasi una colpa alla mente dei più; una reazione a cui, in questi tempi così amari, sembra quasi scontato arrivare.

Un particolare punto di vista
«Cosa so, quindi, di questa faccenda? Cosa ricordo dei giorni, dei volti? Sono un testimone? Sono un osservatore di contesto? E se sì, quale era il contesto?».
Particolare la scelta del narratore che, all’epoca, abitava nella casa di fronte a quella di Cristina e legato, suo malgrado, alla vicenda perché fratello di Cristiano, uno dei sospettati della sparizione della ragazza; sebbene non coinvolto in maniera diretta in molte delle situazioni descritte, rimanendo nella storia come spettatore, si atteggia a narratore onnisciente, ma lo fa con cognizione di causa, mediante i racconti e le testimonianze che gli sono state confidate nel corso degli anni e che distribuisce in modo intelligente, dosando lo spazio dei personaggi e intuendo quando anticipare o meno la materia narrativa.
Si instaura così una lunga confidenza/confessione con il lettore, grazie all’uso frequente del discorso indiretto, intervallato solo da qualche dialogo estremamente sintetico. Gli elementi del giallo e del noir si fondono in un risultato non scontato, in cui la risoluzione del mistero non sembra essere fondamentale ai fini della storia, nonostante sia centrale per la narrazione; ciò su cui si indaga veramente è l’animo umano, incredibilmente sfaccettato e non divisibile in assoluti; la capacità di intravedere in una storia diversi punti di vista e stupirsi nel constatare quanto questa possa cambiare di volta in volta. Una storia che nasconde, dietro un’anima ben definita, molto altro e che, certamente, lascia il segno in maniera indelebile.

Maria Chiara Paone

[1] L’autore è già al secondo romanzo all’attivo, Vita e morte delle aragoste pubblicato da Voland Edizioni nel 2017.

(direfarescrivere, anno XIV, n. 155, dicembre 2018)
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