Anno XIV, n. 151
agosto 2018
 
La recensione libraria
Una storia di partenze e migrazioni:
la vita di Miller tra l’Italia,
l’Algeria e i tanto sognati States
Stefano Marelli, per Rubbettino Editore,
narra vicende e viaggi dai risultati imprevedibili
di Maria Chiara Paone
Sin dall’alba dei tempi, uno dei temi più ricorrenti presente in racconti e romanzi è quello del viaggio: senza di esso cosa avrebbe reso emozionante la storia di Gulliver in luoghi sempre più fantastici o del primo dei viaggiatori di cui sia stata tramandata la storia, Ulisse, l’eroe che non vedeva l’ora di tornare a casa?
È quello che ritroviamo in A dime a dozen (Rubbettino Editore, pp. 304, € 16,00), scritto da Stefano Marelli, alla sua terza prova letteraria, e di cui qui, per evitare qualsiasi tipo di anticipazione che potrebbe inficiare il piacere della lettura, parleremo dei motivi che ricorrono nel corso della narrazione.

Miller e la sua identità
Le vicende ruotano intorno alla storia di Miller Buttigieg, nato sul finire della Seconda guerra mondiale, da madre italiana e padre americano: «è […] sotto la tenda di un ospedale da campo che i miei genitori fanno conoscenza. Uno combattendo, l’altra medicando […]. Finché nella primavera del ’45, ormai liberata l’Italia intera, mia madre dice: Woody, aspetto un bambino. Bene, risponde lui, vorrà dire che nascerà a Opicina».
Il ragazzo cresce in Italia ma circondato dalla cultura americana, grazie alla presenza dei numerosi yankees che creano in quell’angolo di Venezia Giulia una sorta di Little Italy rovesciata. Una tragedia improvvisa lo lascerà orfano dei genitori, costringendolo a vivere con i nonni materni in Brianza. Tuttavia non dimenticherà le sue origini al di là dell’oceano, grazie ai libri appartenuti al padre – che lo condurranno in un’America «prima sognata, poi perduta e ora, in qualche modo, riconquistata» – e ad un autore in particolare, da cui deriva il nome del protagonista: Ernest (Miller) Hemingway.
Comincia così un viaggio infinito per il “nostro” Miller, dagli States in Italia fino ad arrivare nell’Algeria contemporanea, dove racconterà la sua storia all’amico Blasco che trascinerà in un’avventura, insieme alla compagna archeologa Allegra, alle prese con scoperte rivoluzionarie.

Il ruolo dello scrittore
Il famoso scrittore americano, fonte di ispirazione e sostegno per Miller, sarà, straordinariamente, il trait d’union di tutta la storia. Oltre a presentare una ricca selezione di titoli letterari, da far venire voglia di diventare “Hemingway maniaci” come Miller, Marelli richiama alla nostra memoria un episodio molto misterioso della storia dell’autore americano – la misteriosa scomparsa di una serie di inediti che Hemingway avrebbe scritto a Parigi e di cui non si ebbero più notizie – e lo utilizza come base su cui ereggere il suo castello narrativo, per nulla scontato ma, anzi, capace di riconnettere il passato e il presente in modo innovativo.

Una storia di migrazioni
Un filo conduttore importante sembra essere quello dell’emigrazione, fenomeno che ha toccato molti italiani, e non solo, in diversi periodi storici. Così conosciamo il fenomeno del melting pot dal viaggio di Miller dove incontra i più disparati personaggi che mostrano verso di lui la diffidenza iniziale che si dedica allo straniero ma anche tanta ipocrisia, dato che, come tiene a sottolineare il protagonista, nessuno di loro poteva definirsi «proprio wasp» o dichiarare che «i suoi avi hanno raggiunto il Paese a bordo del Mayflower»; ascoltiamo le storie sulla Parigi degli anni Venti dal vecchio amico del nonno italiano, Augusto Peduzzi detto Gusto, in cui era sempre presente la solita diffidenza, unita alla paura di perdere il proprio lavoro anche per colpa della distrazione altrui; assistiamo al ritorno in Italia, e poi in Francia, di Benita detta Nita, l’amore della vita di Miller, e la sua famiglia, sfollata in Africa e che, con il suo nome, richiama gli anni del colonialismo italiano.
La storia comunque, in ogni pagina, gioca un ruolo importante ed è perfettamente coerente con gli episodi raccontati, facendo immedesimare il lettore nel periodo corretto ogni volta che avviene un cambio di ambientazione.

Uno stile atipico
Nonostante sia confezionato come un romanzo, è difficile attribuire a quest’opera un genere definito; durante la lettura ci ritroviamo in un intreccio sinuoso di storie dentro la storia, un’efficace tecnica di scatole cinesi che rimanda la nostra memoria alle favole di Le mille e una notte tramite cui vengono rievocati diversi narratori; le storie di guerra del nonno di Miller e quelle parigine di Gusto, si intervallano agli aneddoti e alla storia di Miller stesso, per poi ritrovarsi inseriti nella grande cornice iniziale, mediante le rievocazioni di Blasco, aiutati dall’uso del discorso indiretto, che catapulta il lettore direttamente nelle vicende.
Univerbazioni di espressioni idiomatiche ormai divenute di uso quotidiano (alla stregua di “comediocomanda” oppure “linguadidante”), ironia («Lei salutò, dicendo che sua madre l’aveva mandata a prendere il latte. Cosa ridete? Gianni Morandi non c’era ancora arrivato») e un linguaggio semplice – ma distintivo per le caratteristiche linguistiche – arricchiscono una storia intelligente e godibile, adatta agli amanti della letteratura americana e ai neofiti desiderosi di un’avventura assolutamente on the road.

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XIV, n. 150, luglio 2018)
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