Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
La recensione libraria
Lotte studentesche e utopie:
i sogni di una generazione
contro la logica delle faide
Da Castelvecchi un apologo di Santo Gioffrè
ambientato nell’inquieto mondo universitario
di Guglielmo Colombero
«Noi siamo il futuro per questa terra, invasa dai vermi e dai confidenti del potere. Dobbiamo smetterla di farci trattare come uomini senza testa»: sono queste le dure parole con cui Enzo Capoferro, studente di Medicina e militante dell’estrema sinistra, dotato di un certo talento oratorio, incita i compagni a occupare l’Opera universitaria, dove la mensa universitaria è infestata da sporcizia e parassiti. Siamo a Messina, alla fine degli anni Settanta: anni in cui la piovra mafiosa, vero Antistato nello Stato, spadroneggiava in tutta la Sicilia, e il piombo dei suoi sicari falcidiava poliziotti come Boris Giuliano, magistrati come Cesare Terranova, politici come Michele Reina.
La violenza di quel periodo lambisce anche la famiglia di Enzo, quando suo padre resta vittima di una sanguinosa faida pluriennale nell’Aspromonte. Così inizia il romanzo L’Opera degli ulivi (Castelvecchi Editore, pp. 108, € 13,50). L’autore è Santo Gioffrè, classe 1954, dalla personalità a dir poco poliedrica, dato che abbina la sua passione letteraria all’esercizio della professione medica in qualità di direttore sanitario a Palmi: giornalista e studioso della storia e delle tradizioni della Calabria, ha vinto il Premio Internazionale Cinema e Narrativa “Efebo d’Oro” 2009; il Premio Letterario Valle Crati 2011 e il Premio Personalità Europea 2011. Ha finora pubblicato con Monteleone il saggio storiografico Gli Spinelli e le Nobili Famiglie di Seminara; con Rubbettino i romanzi storici Leonzio Pilato, La terra rossa e Il Gran Capitano e il Mistero della Madonna Nera (che qualche anno fa ho avuto il piacere di recensire sul mensile DireFareScrivere: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=181); con Mondadori Artemisia Sanchez: da quest’ultimo nel dicembre 2008 Rai Uno ha tratto una fiction in quattro puntate (con l’ultima apparizione in veste di attore di Lucio Dalla, che ne ha curato anche la colonna sonora), campione d’ascolti in Italia con oltre sette milioni di telespettatori.

L’ombra della n’drangheta sulla vita di un giovane idealista
Gioffrè imprime tinte sempre più fosche al suo affresco narrativo: il furore bestiale della ’ndrangheta che si spinge fino alla profanazione delle tombe, e, in antitesi, la calda tenerezza dell’amore fra Enzo e la «candida e carnosa» Giulia. La torbida incandescenza sprigionata dal terrorismo politico, intrecciato a quello malavitoso in una catena nauseante di atroci e insensate carneficine, di corpi martoriati fino a risultare irriconoscibili, di odio mai estinto misto a solitudine e paura. Sullo sfondo, la muta presenza degli ulivi, simbolo ancestrale di una terra ferita e disperata: «La conca di un enorme albero d’ulivo di cinquecento anni, disprezzava il tempo e gli uomini. Le sue eterne fronde grigie si insinuavano tra le sagomature del primo mattino, infuocato già dal sole».

Una trama complessa che offre più chiavi di lettura
Lungo l’itinerario narrativo costruito da Gioffrè serpeggiano innumerevoli citazioni letterarie, a testimoniare il cospicuo bagaglio culturale dell’autore.
Sciascia nel ritmo incalzante di alcuni sprazzi di cronaca giornalistica: «La Casa dello Studente era controllata da una mafia eversiva universitaria predona, ostinata, rozza, prepotente, che imponeva la sua volontà e le sue leggi, e prosperava grazie a un clima di omertà generale».
Camilleri nel sarcasmo corrosivo che talvolta pervade la cornice ambientale e i personaggi di contorno: «La messa cantata gravò di più sull’atmosfera già cupa. Quella chiesa aveva visto, negli ultimi cinquant’anni, più funerali che battesimi. I colpi di tosse risalivano dal fondo della chiesa, ma non riuscivano a interrompere la mestizia del prete nel suo cantilenare».
Gadda nelle vampate di raffinata prosa pittorica a metà strada fra espressionismo e barocco: «Gesualdo si portava addosso i vapori dello spavento. Correva e si sbracciava come fosse in mezzo ai canneti e avesse paura di poterci rimanere, lì dentro. Sembrava quasi capace di staccarsi in volo: come una molla dentro al fuoco».
Il susseguirsi quasi monotono delle uccisioni trasforma la mattanza in una specie di incubo ad occhi aperti, che ricorda, trasfigurando certi passaggi narrativi in vere e proprie inquadrature, certe atmosfere kafkiane del film di Rosi Cadaveri eccellenti: «fu freddato da un uomo in passamontagna, sulla strada che conduceva al cimitero. Cadde sotto gli occhi di tutti, come un petalo di crisantemo sopra il suo banco di rivendita di fiori. Era il giorno dei morti».
In alcuni brani intrisi di lancinante tensione emotiva, l’autore scandaglia l’interiorità di Enzo e ne distilla le pulsioni più dolorose: «Si sentiva stanco dentro un tempo senza più esistenza, corrotto dalla dittatura mentale della ritorsione e dall’attesa meccanica del suo compimento». E anche la rabbia impotente contro uno Stato latitante, che «non è un guaritore in queste terre. È solo un assistente al capezzale del moribondo».
Prima del tragico finale, dilatato in una dimensione allucinatoria simile a una sequenza cinematografica al rallentatore, l’unica speranza che sopravvive, come un tenue barlume di luce in mezzo alle tenebre più fitte, è affidata ai sentimenti, racchiusa nelle parole che Enzo, in bilico fra slancio vitale e presentimenti di morte, rivolge a Giulia: «Tu sei ormai l’amore di questa mia vita non contaminata dai veleni portati da acque stagnanti che hanno come sorgente l’inferno e per foce il nulla».

Guglielmo Colombero

(direfarescrivere, anno XIV, n. 149, giugno 2018)
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