Anno XIV, n. 155
dicembre 2018
 
La recensione libraria
Giorgio La Pira: un politico onesto,
da considerare un esempio
per progetti di mediazione e di pace
Scritta da Salvatore Martino, la biografia di
un sindaco, di un uomo, da Ferrari Editore
di Maria Chiara Paone
Spesso, quando si deve parlare di personaggi politici, vi è sempre un po’ di riserbo e, perché no, di paura: è difficile raccontare liberamente la vita di persone intrecciate in maniera così stretta alla Storia, cercando di risultare super partes o comunque considerando anche l’individuo e non solo i partiti politici.
Nonostante ciò è un dovere, per chi ne ha le capacità, ricostruire storie degne di essere raccontate e dare il proprio punto di vista su personaggi che meritano di essere ricordati. È questo il caso de La città inquieta (Ferrari Editore, pp. 270, € 15,00) in cui Salvatore Martino racconta la vita di Giorgio La Pira, politico italiano conosciuto principalmente per essere stato il “sindaco santo” di Firenze.

Protagonista della Storia
Una vita, quella del professore siciliano, senza dubbio sensazionale, che qui cercheremo di riprendere per sommi capi, al fine di non svelare del tutto ciò che la lettura offre.
La Pira operò nei vent’anni e più che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale, in un clima politico delicato non solo a livello mondiale ma anche per l’Italia stessa, alle prese con le conseguenze della Guerra fredda prima, con le contestazioni sessantottine poi, trovandosi infine a fronteggiare gli Anni di piombo.
In questo scenario quanto mai vasto, la sua figura sembrava essere sempre in prima fila: dapprima membro dell’Assemblea Costituente, divenne nel 1953 sindaco, appunto, del capoluogo toscano, dove dimostrò come l’uso sapiente della politica, se nelle mani giuste, poteva compiere autentici miracoli. Una combinazione che egli aveva ben in mente quando rifletteva: «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No: l’impegno politico […] è un impegno di umanità e santità: è un impegno che deve convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità».
Tenendo sempre a mente la consapevolezza del proprio ruolo, grazie a questa affermazione, La Pira fu il primo responsabile della ricostruzione di Firenze, fortemente danneggiata dopo la guerra sia dal punto di vista architettonico ed economico, riuscendo a riportarla in auge.
Dotato di un’autentica carità cristiana, che l’aveva portato alla scelta di divenire terziario domenicano, si dedicò soprattutto al benessere dei meno abbienti cercando e ottenendo, riscattando abitazioni inutilizzate grazie alla sua esperienza in diritto, gli edifici necessari in cui ospitarli.
Credeva fermamente nel contributo che potevano dare le “buone” città in toto, se avessero avuto come obiettivo la pace tra i popoli. Come affermò nel 1954, in un discorso pronunciato a Ginevra davanti al Comitato internazionale della Croce Rossa «[…] Ogni città è una città sul monte, è un candelabro destinato a far luce al cammino della storia. Nessuno – senza commettere un crimine irreparabile contro l’intiera famiglia umana – può condannare a morte una città!»
Quello che più colpisce non sono tuttavia i successi nell’ambito del proprio comune, ma quelli avvenuti al di fuori dell’Italia stessa: numerosi furono i suoi viaggi tra cui teniamo a ricordare quello in Unione Sovietica in cui avvenne l’incontro con Krusciov – che, secondo gli analisti più accreditati, fu il primo passo per intraprendere un dialogo tra Oriente e Occidente – e quello in Vietnam, voluto fortemente dal presidente Ho Chi Minh, incuriosito dalle tesi del professore; quella fu la prima volta in cui un’autorità occidentale venne invitata in quella nazione per parlare di pace.

Una modalità originale
Nonostante l’argomento sia storico, come dimostrato anche dalla puntuale e abbondante bibliografia, l’autore riesce a rendere dinamico il materiale attraverso un espediente poco ortodosso, ovvero intervallando la storia di La Pira in una cornice romanzata, rendendola così attuale.
Infatti ogni ragazzo, prima o poi nella sua esistenza, attraversa un momento determinante nel quale vedrà se stesso trasformarsi in un uomo, con i propri obiettivi e la volontà per renderli reali.
Questo è quello che accade a Francesco, il protagonista indiretto della storia: un adolescente come tanti altri; annoiato dalla sua vita, fatta di superficiale indifferenza verso il cosiddetto mondo “reale”; l’attualità non sembra interessarlo, men che meno approfondire il rapporto con la sua famiglia; tutto gli scivola addosso, in quel guscio da introverso che è riuscito a costruirsi intorno. Tuttavia sarà durante una lunga notte, durante la quale ascolterà il padre raccontargli del sindaco La Pira, che vedrà accendersi la miccia della sua passione, trovando in questo personaggio, buono e dedito totalmente alla sua vocazione, un modello a cui rapportarsi e ispirarsi, nella prospettiva di poter cambiare il proprio futuro.

Uno sguardo ai giovani
La scelta di questi interlocutori è sicuramente non casuale e rispecchia perfettamente l’idea che l’autore ha voluto dare di quest’uomo. Infatti, come introduzione all’opera viene utilizzata proprio una citazione di La Pira: «I giovani sono come le rondini. Annunciano la primavera» sosteneva, ennesima prova di come il professore avesse un occhio di riguardo per le nuove generazioni, in grado, con i giusti strumenti, di poter cambiare in meglio il mondo.
Vi è poi da non sottovalutare il fine ultimo della cornice, un espediente per avvicinare padre e figlio che, orgogliosi e convinti di essere agli antipodi, dopo aver analizzato la figura di La Pira, si riscoprono più simili e desiderosi di riconciliarsi, dimostrando come fosse possibile per il professore mediare e portare il proprio messaggio di pace anche oltre la morte.
Non vi resta che godervi la lettura e scoprire quanto vi troverete d’accordo con queste idee!

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XII, n. 141, ottobre 2017)
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