Anno XVII, n. 189
ottobre 2021
 
La recensione libraria
Un personaggio purtroppo scordato:
Leonzio Pilato. La storia romanzata
del maestro di Boccaccio e Petrarca
La sua opera di traduzione si rivelò un contributo
decisivo per la diffusione dell’Iliade e dell’Odissea
di Rosaria Colangelo
«Fac citius!, fac citius!». Sono queste le parole d’inizio dell'interessante libro di Santo Gioffrè dal titolo Leonzio Pilato (Rubbettino, pp. 156, € 10,00). L’autore, medico e dal 1998 fino al 2002 assessore alla Cultura della Provincia di Reggio Calabria, è noto già per la pubblicazione di un romanzo dal titolo Artemisia Sanchez. Tragedia di amori e potere nel Settecento calabrese (Gangemi editore) e per la stesura di numerosi articoli giornalistici storici e culturali sulla provincia reggina.
Il testo in questione conduce il lettore molto indietro nel tempo, precisamente alla fine del XIV secolo, in un viaggio immaginario, su un «pesante mercantile» alla volta di Venezia della «splendida Città dai mille palazzi dorati e dalle possenti mura»: Ilio. Il protagonista è un appassionato cultore di Letteratura greca e il suo nome è Leonzio Pilato. Nel suo lungo viaggio invoca spesso il «Signore delle metamorfosi», Odisseo, e poi ancora Achille, le avventure dei quali ha fatto conoscere in lingua latina. Durante la sua traversata si imbatte in un tale di nome Nicola Sigero, ambasciatore dei Romei a Venezia e pretore del popolo di Bisanzio, con il quale dà inizio a una “conversazione-confessione” dei fatti più salienti della sua esistenza, e che lo accompagnerà fino all’Epilogo della sua vita: quella di un calabrese di nascita, Leonzio, che amava definirsi, però, «Tessalo, Tessalo come il grande Achille».

La “diaspora” culturale di Leonzio tra mito e realtà
Originario di una «città triste» del Sud della Calabria, Seminara (Rc), «fui espulso dal ventre di mia madre il giorno in cui il ventre della terra inghiottì mio padre». Inizia così a raccontarsi Leonzio che visse, in una sorta di “ossimoro esistenziale”, da una parte sotto l’assedio dei Franchi, che si erano sostituiti agli Svevi, dall’altra sotto il “piacevole giogo” del maestro di vita, Barlaam Calabro, che «era l’orgoglio della Santa Chiesa greca che professava la Retta Dottrina». Di lui Leonzio ricorderà sempre la grande capacità dialettica e il monito di non abbandonare mai lo studio dei classici, «perché solo la conoscenza della saggezza e degli insegnamenti degli antichi possono farci comprendere la parola della ragione e liberarci delle false credenze».
È proprio su invito di Barlaam, che si trovava a Tessalonica, che Leonzio incominciò la translatio dell’Iliade e dell’Odissea. In tutto questo fervore di cultura, Gioffrè parla della dolorosa perdita di una persona molto cara a Leonzio, la sorella Irene, vittima della violenza di un Franco, discendente «di popoli senza Dio e senza cuore». L’autore descrive l’atto nefando sebbene ogni particolare della ragazza è descritto con tanta grazia, quella grazia che contraddistingueva la fanciulla. Con l’inganno lo stupratore richiamerà l’attenzione di Irene, che «per un po’ resistette [...] fin quando il vile Clodoveo le strappò i vestiti volendo cogliere il soave profumo che solo un fiore vergine, ancora, riusciva ad emanare».
La giovane è paragonata a Kore quando, caduta nella voragine che le si spalancò sul campo Niseo, si scontrò con Ades, il Signore degli Inferi, che la rapì e la trascinò via violentemente. La madre, in seguito a tale turpitudine, divenne una agelastos, “incapace di riso”, come la stessa Demetra dopo il rapimento della figlia Kore. Ma al contrario della dea, che infine rise «Perché trionfò sulla morte, come il giorno trionfa sempre, sulla notte!», la madre terrena non rise più, rimase per sempre una agelastos e «cosparsa la testa di cenere, come antiche abitudini di un popolo non dimentico delle sue usanze, trascorreva il tempo seduta su un avallamento a guardare il profilo della Città», fino a che «pazza e disperata, quasi a trasformarsi in uccello per raggiungere i figli che le mancavano» spiccò l’ultimo volo da una rupe. Pagine ricche di miti che annullano ogni diacronia con l’età dei vetusti padri. Ma la morte non ancora sazia del tributo materno, reclamerà altro sangue, così le candide membra della giovane ragazza periranno sotto i colpi violenti del suo stupratore.
E Leonzio? «Nulla fu più come prima anche se io, in fondo, ero vissuto estraneo al focolare domestico, ma la visione d’Irene, trafitta nel collo dopo essere stata trafitta in tutte le parti del corpo e nell’anima, mi sconvolse. [...] la mia vita divenne un inferno». Attraverso la sua persecuzione, seguita alla morte violenta di Clodoveo, Gioffrè coglie l’occasione per denunciare le angherie cui era sottoposta la gente di lingua greca che viveva sotto il dominio opprimente dei Franchi, che tentavano a tutti i costi d’imporre la lingua latina nelle sacre liturgie e i dogmi della Chiesa scismatica di Roma.

La scoperta dell’amore e di un personaggio da favola: u fajettu Gli studi di Leonzio intanto continuavano ad andare in direzione della traduzione dei «grandi poemi della morte e del destino umano» del Sommo Poeta Omero. Spesso soleva fare lunghe passeggiate nel monastero dove trascorreva la maggior parte delle sue giornate, fin quando si imbatté in una bella donna di nome Tecla. L’incontro con lei sarà illuminante per Leonzio, grazie al quale veniamo a conoscenza di una figura caratterizzante tutta la zona: u fajettu: una sorta di folletto nato dalla fantasia del popolo, era il misterioso elemento che assicurava asilo a chi, avendo trasgredito la morale e la religione imposta, lo cercava e l’invocava. Era il rifugio in cui ogni donna, dai facili costumi, cercava loco e che le permetteva di sfuggire, così, agli insistenti e dubbiosi quesiti di un marito che, praticando l’astinenza sessuale secondo i precetti della sacra religione, vedeva, meravigliato, crescere sempre di più il ventre gravido della vogliosa moglie. “U fajettu” era tutto e il suo contrario!». Ricompare nuovamente l’elemento mitico a proposito di questa figura singolare. Il Maestro Barlaam ne aveva spiegato a Leonzio anche l’origine, risalente al satiro Sileno, dall’aspetto orribile, come il padre Pan, dotato di estrema saggezza e singolare preveggenza. Superato il terrore, Tecla guarderà a Leonzio con curiosità finché non lo trarrà nella sua rete d’amore.

In giro per le corti italiane
Dalla natale Seminara si trasferisce a Napoli, presso i d’Angiò. E sarà grazie ai codici custoditi nelle loro biblioteche che Leonzio ritorna con la mente alle materie del trivio (Dialettica, Grammatica e Retorica) e del quadrivio (Aritmetica, Astronomia, Geometria e Musica), in compagnia del colto Paolo da Perugia, autore di un’opera ricca di erudizione mitologica dal titolo Collectiones.
Quasi ogni aspetto della vita quotidiana ha uno stretto rapporto con la mitologia classica nel testo di Gioffrè. Cosicché l’amore di Paolo per le Satire di Persio viene spiegato con il fatto che «entrambi erano nati in Etruria dove Odisseo, secondo Licofrone, aveva trovato indegna sepoltura». Una vita, quella di Leonzio, vissuta finora tra “due soli”: Barlaam e Paolo da Perugia. Il viaggio continua e Leonzio si trasferisce a Creta, la bella Creta, dove « la cultura, sacra e profana, è tenuta in grande onore». Proprio qui conoscerà l’amore amaro di una nobile veneziana di nome Isabella Zangaruol.
Una vita vissuta all’insegna del successivo “incontro-scontro”, presso lo Studium di Padova, con il poeta Francesco Petrarca, che non condivideva la tecnica antica di tradurre di Leonzio, meglio nota come verbum de verbo, perché troppa rozza e letterale. A lui, «ricchissimo cantore dell’immenso amore e del pianto desolato dei cuori senza pace», Leonzio consegnerà quel poco che aveva tradotto dell’Iliade, fino al quinto libro.
Gioffrè ci consegna un Petrarca vanesio, arrogante, fin troppo sarcastico nei confronti di chi per primo aveva osato dar voce ai silenzi eroici dei poemi omerici e pur non menava vanto e ostentazione e continuava a vivere umilmente: Leonzio mai si piegò all’etichetta e all’autorità del “cantore di Laura” e preferì una vita raminga a una vita di stipendiato, come suo maestro privato di lingua greca. Quasi uno scontro di civiltà: la civiltà che si odora, si vede, gioia dei sensi – quella di Petrarca – contro la civiltà che si percepisce con l’anima e se ne infischia delle apparenze – quella di Leonzio –, che si meritò così l’appellativo di magna bellua. Tanta tenacia, autonomia e sprezzo dei potenti indispettirono Petrarca tanto da fargli dire per ripicca «né la gloria, né la storia ti saranno amiche perché di te altro dirà la mia penna», contribuendo così all’oblio cui davvero la Storia condannò Leonzio. E poi ancora? Conobbe, presso la corte dei d’Angiò, l’«entusiastico ammiratore della cultura greca e bizantina»: Giovanni Boccaccio,: Giovanni Boccaccio, «giocondo novellatore, fortunato amante, scrittore in prosa e in poesia, in cui il dire greco [...] era comune». A lui Leonzio spiegherà il valore del Mito, che è una verità religiosa e di pensiero e, soprattutto quello greco, ha la capacità di generare da se stesso altri miti, meglio definita come mitopoiesi. «Nei Miti, infine, si riflettono tutti i remoti eventi della storia Mediterranea greca, egizia, italica».
Dai codici traslatati da Leonzio, Giovanni Boccaccio ricaverà notizie utili per le sue successive opere tra cui la Genealogia deorum gentilium in cui il poeta afferma, «non fui forse io per primo tra i Latini, udir privatamente, la traduzione dell’Iliade da Leonzio». Sempre per Boccaccio tradusse l’Ecuba di Euripide.
Il suo amato Omero “risorse” nelle pagine delle Pandette Pisane di Giustiniano, contenute nel codice Digesto Laurenziano, affidato a Leonzio perché lo traducesse in latino. Lì le citazioni omeriche erano state usate come fonti inoppugnabili e incontestabili di Storia del diritto, per cui l’autorità del poeta dava prestigio e forza alle leggi, in cui il greco è definito «“pater omnis virtutis”». Il suddetto testo di Giustiniano era stato affidato a Leonzio perché lo traducesse in latino.
Dal romanzo di Gioffrè emerge la figura di un intellettuale «vissuto solo per onorare cultura ed erudizione», tanto che in punto di morte, folgorato in mezzo al mare, “offrì” i suoi preziosi codici agli Dei, perché se ne prendessero cura, e al vento, perché li portasse laddove ogni uomo potesse trarne conoscenza e nuovi saperi. Indubbiamente non si può non considerare l’enorme “dote culturale” di Leonzio, che del mondo antico è stato cultore degno e completo, «perché da lì ci sono giunti i maggiori insegnamenti, tra le cose scritte e lette e tra le cose non scritte ma intuite ed immaginate».

Rosaria Colangelo

R. C. è esperta di Lingua e Cultura greca e latina, sulle quali ha scritto diversi articoli in merito. Collabora, tra l'altro, con rivista di cultura classica POIESIS nonché con la testata www.scriptamanent.net.

(direfarescrivere, anno II, n. 6, luglio 2006)
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