Anno XVII, n. 189
ottobre 2021
 
La recensione libraria
Giornali e Tv negli anni berlusconiani:
un «paese sbilanciato» da pluralismi
solo teorici e “monopolismi” effettivi
Curato da Giancarlo Bosetti e Mauro Buonocore,
un libro edito da Marsilio su un’anomalia italiana
di Maria Gulino
Nel duello tra carta stampata e televisione, nel periodo che vogliamo chiamare berlusconiano, a vincere è quest’ultima. Lo rivelano molti dati, nonché confronti europei e mondiali.
Parecchie le cause di tale divario; una di esse probabilmente riguarda il fatto che l’informazione tradizionale è stata messa al bando dai lettori cosiddetti “pigri”, che non hanno voglia di leggere (o che non si recano a comprare i giornali); mentre i telespettatori ricevono le informazioni comodamente seduti sulla propria poltrona di casa. O, volendo scendere più nel “pragmatico”, c’è un motivo, piuttosto chiaro, per il quale si preferisce concentrare la maggior parte degli investimenti pubblicitari sulla televisione: essa, al momento, garantisce, nel rapporto costi-benefici, una maggiore efficienza, visti i risultati vincenti dell’audience.
Questo è quanto emerge in Giornali e tv negli anni di Berlusconi(Marsilio, pp. 184, € 9,90), a cura di Giancarlo Bosetti e Mauro Buonocore (comprendente Un’analisi del trattamento di Berlusconi in dieci anni di prima pagina dei giornali italiani, a cura di Daniele Castellani Perelli, e interventi in Appendice di Dario Di Vico, Luca Cordero di Montezemolo ed Ezio Mauro).

Due articoli del Corriere
Bosetti, docente di Giornalismo a “La Sapienza” di Roma, è direttore di Reset, un’importante rivista di dibattito politico e culturale. Per spiegare quella che egli chiama «anomalia italiana», innanzi tutto porge all’attenzione dei lettori due articoli usciti sul Corriere della sera, uno il 19 febbraio 2005, l’altro il 17 febbraio 2005.
Nel primo di essi si narrava come in Svezia fosse stato diffuso uno spot pubblicitario che “denunciava” indirettamente la subordinazione delle televisioni italiane al premier Silvio Berlusconi. In conseguenza dell’evento, l’ambasciatore di Svezia fu convocato a Roma dal governo italiano per la riprovazione dello spot, la cui intenzione era peraltro solo quella di dimostrare l’obiettività e l’indipendenza televisiva in Svezia, ponendo al contempo, come situazione diametralmente opposta, la dipendenza della televisione italiana, assoggettata al potere.
A quanto pare, sulle immagini del commercial comparivano alcune didascalie dichiaranti che il 90% dei mass media italiani era in mano a Berlusconi, il quale, dopo una sequenza di campagne elettorali svolte grazie ai propri mezzi di comunicazione, vinceva le elezioni e diveniva presidente del Consiglio.
Nel secondo articolo del quotidiano milanese, corredato da una serie di dati, è venuto fuori invece che in Italia gli investimenti pubblicitari sono sempre più attratti dalla televisione anziché dai giornali tradizionali. Bosetti afferma che è presente sia un «potere quasi monopolistico della televisione italiana sull’informazione», sia «la debolezza della carta stampata nella competizione con la tv». Quindi, i tentativi che vengono fatti per spiegare lo squilibrio tra stampa e Tv come una conseguenza del fattore «libero mercato» si riallacciano spesso allo sforzo di giustificare il monopolio come un «fattore di efficienza nell’allocare le risorse economiche per la comunicazione».

«Discorso pubblico» e «opinione pubblica»
Una delle contraddizioni è che, dopo aver votato alle elezioni, accade di sentire “rimostranze” sulla situazione politica venutasi a creare, la quale, secondo molti, appare sterile e negativa. Ma, nello stesso tempo, questi «governi instabili, litigiosi e poco concludenti [...] ce li teniamo, li votiamo, invece di liberarcene, con percentuali schiaccianti», sottolinea Bosetti. Resta il fatto che al momento, volendo alludere a uno scontro tra stampa e video, come già ribadito sopra, a “vincere” è la Tv, la cui logica consolidante è l’audience.
Poi c’è la questione del «discorso pubblico». L’autore ne propone una definizione: «Se l’opinione pubblica è il contenuto della sovranità popolare, per discorso pubblico intenderemo dunque il contesto sociale comunicativo», all’interno del quale si forma la medesima opinione.
Generalmente quest’ultima è soggetta alla propaganda, «è sensibile al denaro, subisce il fascino delle personalità che sostengono le opinioni in campo, è alimentata e condizionata anche da pregiudizi e interessi costituiti». Il saggista ci parla dunque di «discorso pubblico» perché pensa che in qualche modo la sottomissione, volendo fare un esempio specifico, del «tipografo» al «televisivo», dipenda proprio dall’influenza che scaturisce dal secondo. Nel «discorso pubblico», infatti, spesso confluiscono casi di «retorica autoelogiativa» e casi di monopolio a volte implicito.
Bosetti fa alcune ricerche dalle quali scaturiscono quattro punti importanti. Il primo: in Italia la vendita dei giornali «è bloccata intorno a una cifra che non riesce a salire se non di pochissimo sopra il 10% nel rapporto copie/popolazione». Il secondo: alla televisione vengono trasferiti maggiori qualità di risorse da parte della pubblicità, cosa che non avviene nei restanti paesi del mondo. Il terzo: nel nostro paese c’è poca concorrenza, ed egli spiega che nei «grandi paesi europei in generale tre o quattro soggetti competono per accaparrarsi le risorse pubblicitarie televisive; da noi, al contrario, due imprese, Rai e Mediaset, si dividono il 90% degli ascolti e il 95% delle risorse. Si tratta di una situazione monopolistica che impedisce al mercato di dispiegare i suoi benefici e che si traduce in dilatazione della pubblicità in tv a tariffe basse». Su questa riflessione la cosa che stupisce, secondo l’autore, è che tale notizia non venga accolta in veste di scandalo dall’opinione pubblica nazionale. Di fatto, però, «le posizioni monopolistiche sottraggono risorse alla comunità. Nel caso specifico sottraggono risorse alla stampa». Il quarto punto, infine, concerne le contraddizioni della politica sia a destra sia a sinistra.
In quest’ultimo caso possono sorgere delle difficoltà poiché, quando si inizia a parlare di «monopoli e deficit di pluralismo nella comunicazione», è possibile ricadere «nel vortice quotidiano dello scambio di accuse» da parte dell’opposizione nei confronti del governo Berlusconi e viceversa. Un momento di incontro però si ha, scrive sempre l’autore, nell’istante in cui «si arriva al punto di una severa riforma della Rai, capace di alterare l’intero equilibrio» e allora «entrambe le coalizioni preferiscono poter scegliere un direttore generale della Rai, di loro gradimento, e lasciar correre».

Un dislivello evidente
Facendo una distinzione tra i lettori della carta stampata e i telespettatori, mentre questi ultimi generalmente si aggregano alla massa che fa audience, il lettore è più elitario. E già con questa distinzione si crea il divario tra le due tipologie. A questo si aggiunge poi la diversa velocità dei due media nel raccogliere notizie e la conseguente immediata divulgazione.
E a ciò si unisce anche la notevole incidenza riguardante la «capacità di collegare notizie e di congiungere realtà lontane tra loro in progetti coerenti, visione d’insieme dei processi produttivi ed economici, capacità di cogliere le differenze dei contesti politici e culturali».
Però è anche vero che, quando in un paese l’economia e la democrazia sono efficienti, la maggiore circolazione delle informazioni diventa una specie di necessità per svariati motivi: uno di questi potrebbe essere il fatto che i problemi, ad esempio di natura economica e politica, nel loro evolversi diventano «tecnicamente complessi e controversi, quindi necessitano di maggiori spiegazioni».
L’autore, a un certo punto, dopo aver sostenuto che «il potere della comunicazione nei paesi dove la stampa raggiunge quelle alte tirature a noi sconosciute è ripartito su un numero maggiore di soggetti e imprese», quindi più equilibrato e maggiormente competitivo, fa un’importante considerazione: «Se la democrazia è un sistema di check and balances, dove ci sono più giornali, dove la stampa è più forte, dove non c’è né un monopolio né un duopolio della pubblicità, ci sono certamente più check and balances, e dunque una democrazia più forte, con la conseguenza di una minore esposizione alla pressione monopolistica e conformistica sull’opinione in ogni senso».

Il “piccolo schermo” in testa...
Buonocore – che collabora con la cattedra di Nozioni generali di linguaggio giornalistico al Dams dell’Università “Roma Tre” – sostiene che la stampa ha avuto sin dagli esordi una notevole incidenza nella vita culturale della società. Persino l’opinione pubblica, secondo le sue parole, si è diffusa «oltre le classi colte di cui era prerogativa alla nascita delle democrazie moderne per diffondersi verso più ampi strati della popolazione». Malgrado la carta stampata abbia dato un notevole contributo e abbia occupato «un posto determinante nel rapporto tra i cittadini di un paese democratico e la vita pubblica», l’Italia registra una bassa diffusione di quotidiani e altrettanto bassa è «la frequenza con cui gli italiani leggono i giornali nel confronto con gli altri membri dell’Unione europea».
Ormai è chiaro che nel nostro paese la televisione è maggiormente diffusa. In seguito a ciò, «tutto il sistema della comunicazione commerciale è sbilanciato verso la tv a vantaggio della quale si investono molte più risorse di quanto non si faccia negli altri paesi paragonabili all’Italia» e in questo modo «la televisione commerciale risucchia le risorse del mercato» in misura eccessiva.
L’autore compie un’attenta analisi e riporta, con un grafico facilmente comprensibile, il fatto che all’inizio degli anni Novanta la stampa era ancora il mezzo di comunicazione che più di tutti richiamava le attenzioni e gli investimenti degli inserzionisti pubblicitari.
Ma già intorno al 1995 la televisione ha ribaltato la situazione, assorbendo proprio gli investimenti pubblicitari e lasciandone alla stampa una piccola porzione.

Pubblicità come principale fonte di finanziamento
«Rai e Fininvest si presentano come padroni assoluti della tv italiana, rivestono nel mercato posizioni dominanti sia per quanto riguarda la diffusione dei contenuti, sia per il possesso e la gestione delle infrastrutture necessarie all’irradiazione dei segnali televisivi, sia, infine, nel mercato della pubblicità, unica linfa e alimento della produzione di tv generalista» scrive Buonocore.
E aggiunge che «l’anomalia è sotto gli occhi di tutti, con tutte le conseguenze che porta non solo nel mercato televisivo, ma negli equilibri dell’intero sistema dell’informazione italiana a scapito soprattutto della stampa». In queste condizioni la voce già possente della Tv acquista sempre più forza, prendendosi la briga di non lasciare spazio né all’informazione tradizionale, né agli altri media. Rai e Mediaset sono i due «artefici beneficiari» principali della Tv italiana, e spesso vengono “rimproverati” persino da voci europee, come abbiamo visto a proposito dello spot svedese.
Purtroppo, però, solo la pubblicità permette di «raccogliere capitali per realizzare contenuti in tv [...], solo i contenuti portano ascolti, solo un numero elevato di audience porta pubblicità»: sembra un circolo vizioso, al di là del quale non si scorge orizzonte per evadere. Un circolo alimentato dal fatto che la carta stampata, non potendosi permettere di abbassare i prezzi per la pubblicità, non riesce neanche a effettuare una politica concorrenziale. In fondo, per quale motivo un «dirigente d’azienda dovrebbe scegliere di dare visibilità al proprio bene o al proprio prodotto dalle più costose pagine di un giornale?».
Però non lamentiamoci poi se i giovani studenti italiani, all’uscita della scuola, secondo un’indagine svolta dal Pisa (Programme for international student assessment), mostrano di avere una «competenza insufficiente per utilizzare la lettura come strumento di acquisizione di informazione».
C’è da considerare che la stampa esige dai lettori una particolare attenzione alla comprensione di ciò che è scritto; in qualche modo pretende che ci si fermi a riflettere per produrne poi una interpretazione fondata e approfondita. La televisione, invece, fugge il tempo della riflessione e impone la rapidità insieme, a volte, alla superficialità.

«Elettorato Affascinato»?
Perelli, collaboratore de l’Unità e di Reset, svolge un’importante indagine sul rapporto quotidiani-Berlusconi. Egli dice che «i principali giornali italiani, nell’ultimo decennio, hanno per lo più mostrato indipendenza, forte criticità e anche un certo fastidio verso Silvio Berlusconi, persino quando era all’opposizione».
Secondo l’analista, il nostro presidente del Consiglio ha saputo creare l’«Elettorato Affascinato», termine usato da Umberto Eco per indicare «chi non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni». Questi elettori, continua Perelli, riportando le parole di Eco, leggono pochissimo e sono assuefatti alla «ideologia dello Spettacolo» e per loro «valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita».
L’autore, a un certo punto, si sofferma sulle prese di posizione dei più diffusi quotidiani italiani (Corriere della sera, la Repubblica e La Stampa) nei confronti del «fenomeno Berlusconi»: tutti e tre i giornali «non nascondono una coerente scarsa simpatia» verso di lui. In particolare è analizzato l’atteggiamento che le prime pagine degli stessi hanno assunto rispetto al premier, partendo dal suo esordio in politica sino alla legge “Gasparri”. Tutto il periodo è stato seguito dai tre quotidiani attentamente; ma un maggior interesse è emerso nella fase della sua prima elezione e, in seguito, rielezione, e sono state rilevate con risalto le leggi che lo riguardano sia dal punto di vista giudiziario (legge “Cirami”) sia economico (legge “Gasparri”).

Il ritardo italiano dell’alfabetizzazione di massa
Come già segnalato sopra, Giornali e tv negli anni di Berlusconi è fornito di un’Appendice di approfondimento. In essa sono contenuti gli interventi di Di Vico, vice direttore del Corriere della sera, Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria e Fiat, e Mauro, direttore de la Repubblica dal 1996.
Di Vico fornisce maggiori delucidazioni sulla legge “Gasparri” e sulle questioni della televisione, dell’editoria, delle telecomunicazioni e dei libri. Considera il passaggio dal sistema analogico a quello digitale terrestre. Di certo, sostiene, anche nel digitale terrestre «lo strapotere di Mediaset» sarà garantito dalle risorse pubblicitarie. Ma sempre di duopolio si tratta.
Il presidente di Confindustria, che dal 2001 al 2004 ha peraltro presieduto anche la Fieg (Federazione italiana editori giornali), giustifica la percentuale di diffusione dei quotidiani più bassa in Italia rispetto ai paesi europei col fatto che nel nostro territorio l’alfabetizzazione di massa si è realizzata in ritardo. Un aspetto positivo, però, è che «nella stampa italiana si registra un grande pluralismo, capace di coprire un ampio arco culturale e politico, grazie all’iniziativa di numerosi imprenditori di giornali che sono stati capaci di lanciare e diffondere i propri prodotti sul mercato».
Di conseguenza, malgrado il divario Tv-stampa continui (creando dunque un «paese sbilanciato»), egli è convinto che «la stampa sana» saprà portare, «attraverso una maggiore specializzazione, il proprio prodotto a target sempre più ampi, rafforzando così il proprio posto insostituibile all’interno di una società moderna».
Ottimisticamente, dice che bisogna trovare un equilibrio che elimini le «sproporzioni a vantaggio della tv e non alimenti l’inaridimento delle forme di finanziamento destinate alla stampa» perché, in effetti, «l’attuale rapporto tra la stampa e la tv si fonda su un’anomalia che la nuova legge Gasparri non fa che alimentare e aggravare». Per lui è importante che la scienza tecnologica non superi il potere dell’uomo, ma anzi sia sempre quest’ultimo ad avere il ruolo principale, giacché senza l’uomo, appunto, «la tecnologia di per sé sarebbe semplicemente inutile e omologante».

La vasta offerta della carta stampata
Mauro, infine, interviene affermando innanzi tutto che tra stampa e video vi è una «eccezione tutta italiana», ed evidenzia che per la distribuzione della carta stampata bisogna spostarsi (le edicole sono un luogo da raggiungere), invece la televisione raggiunge le case. Però è anche vero che chi desidera ricevere informazioni da un quotidiano è un lettore che sceglie. Infatti, egli osserva che «ogni cittadino può oggi contare su una vasta offerta editoriale e può trovare un giornale o un periodico che risponda alle sue inclinazioni».
Il compito esclusivo dei giornali è quello di «selezionare e gerarchizzare le informazioni all’interno di un gettito enorme di notizie in cui sono immersi i cittadini». La differenza tra i giornali e la televisione sta nel fatto che chi realizza i primi «non fa che cercare le notizie in cui si deposita il significato della giornata, del momento storico che stiamo vivendo, degli avvenimenti che stiamo attraversando».
Ai nostri giorni, però, c’è «un unico soggetto [...] titolare del potere politico»: il presidente del Consiglio. Costui «controlla la quasi totalità dell’universo televisivo», e in questo modo si crea e si mantiene l’anomalia, la stessa anomalia che pesa sul sistema dell’informazione e, di conseguenza, anche sul «libero mercato del consenso», indebolendo così sempre di più, a lungo andare, «la qualità della nostra democrazia».

Maria Gulino

(direfarescrivere, anno II, n. 3, febbraio 2006)
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