Anno XVII, n. 189
ottobre 2021
 
La recensione libraria
L’altra faccia degli States: tra finta
civilizzazione e logica del profitto,
il disincanto del sogno americano
Da Città del sole un testo che lancia un urlo
di rabbia per scuotere dal torpore le coscienze
di Selene Miriam Corapi
L’America, nota anche come “le Americhe” o “Nuovo Mondo”, prende il suo nome da Amerigo Vespucci, pioniere fiorentino che, per primo, la scoprì; essa fu teatro di numerose esplorazioni, di cui la più nota fu quella di Cristoforo Colombo nel 1492, a seguito della quale iniziò la colonizzazione dell’intero continente.
La storia dell’America è molto recente rispetto a quella degli altri continenti ed è pervasa ancora oggi da un forte senso di appartenenza e orgoglio, sebbene abbia avuto origini piuttosto cruente: lo sterminio delle popolazioni “precolombiane” (Inca, Maya e Aztechi) e soprattutto degli Indios, gli “Indiani d’America”.
L’autrice, Marika Guerrini, nel suo monologo Rosso Acero. Conosco il canto del muezzin (Città del sole edizioni, pp. 120, € 13,00) si rivolge ad Oriana Fallaci, celebre giornalista e scrittrice, esprimendo il proprio disappunto in merito ad una concezione comunemente condivisa. Il testo prende corpo in seguito alla lettura di uno dei numerosi scritti della Fallaci: Lettera a un bambino mai nato, e, in riferimento alla rabbia e alle ragioni della giornalista, l’autrice decide di scrivere la sua storia mai raccontata sugli States. L’autrice trae spunto da un episodio catastrofico, l’attentato dell’11 settembre 2001, e dai ricordi di sua nonna Melì, il cui padre italiano, costruttore di ferrovie, dovette emigrare in America per fare fortuna, come fecero tanti altri italiani tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900. Per motivazioni misteriose il padre di sua nonna costrinse lei e la famiglia a tornare in Italia; questo doloroso distacco dalla sua amata terra, dal suo sogno americano e da un amore appena nato accompagnò Melì per tutta la sua vita, anche quando, contro la sua volontà, sposò un uomo italiano rinunciando alle sue ambizioni che rimasero vivide, nei suoi occhi azzurri e ribelli.

Il “sogno americano”
Il concetto di “sogno americano” è universalmente noto, ossia corrisponde alla creazione dello stato sulla base delle concezioni illuministe di uguaglianza, fratellanza e libertà, valori tanto acclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza del 28 giugno 1776, stipulata dalle tredici colonie britanniche durante il Congresso di Philadelphia, che sancì l’autonomia della federazione dalla madrepatria. Questo documento segnò l’inizio della Rivoluzione americana, durata sette anni e guidata vittoriosamente da George Washington. Il “sogno americano” si basa sulla speranza che, attraverso il duro lavoro e il sacrificio, il coraggio e la determinazione, sia possibile conseguire un più elevato tenore di vita, prosperità e benessere economico. Questo sogno di speranza deriva dai primi coloni europei e continua sino ai giorni nostri. L’autrice, però, attraverso una narrazione brachilogica, ci offre brevi scorci e attimi fugaci dove presente e passato si confondono per gridare all’unisono una triste verità: non esiste alcun sogno. L’America da sempre si è mossa per fini egoistici «è sempre lo stesso soggetto che ha interessato, interessa gli States: il dollaro. Nulla di etico, filosofico, basato su una conoscenza che vada oltre la materia […] Dollaro. Profitto addizionato a profitto. Sempre. Solo. L’altro aspetto di quel vento che combattevano. Combattono. L’altra faccia d’una stessa medaglia che ognuno appella a suo modo». L’autrice afferma ancora: «E tutto, proprio tutto, si sarebbe proteso sempre più verso un unico obiettivo: economia. Come ora, oggi, ancora, di più. E tutto, proprio tutto, avrebbe iniziato a prendere senso da questo obiettivo. Si sarebbe fatto motivo, significato, valore, ideale. E si sarebbero costruite case con l’anima di ferro sempre più. E sarebbero state alte sempre più. E avrebbero grattato il cielo sempre più. Graffiato, nella loro elegante estensione. E sempre più sarebbero state emblema del sogno. Lo stesso. In quello spasmodico tempo accelerato. Sembrerebbe futurista il loro tempo. È futurista». Lo stato americano aveva avuto il primato su tutto: le prime ferrovie, l’agricoltura, l’allevamento, il petrolio, le industrie, lo studio dell’atomo e tanto altro; l’unico obiettivo era progredire e fare economia. Il sogno americano ha una grande intelligenza, «si avvale della potenza, la forza, l’indispensabilità del sogno in sé. Quello originario, compagno dell’uomo da che vi è mondo. Facoltà, innato elemento, figlio di immaginazione e fantasia. Di pensiero. […] Tutto deve avere, questa la sua legge, esaustivo risvolto nella materia. Lì dove ogni uomo può vedere, toccare il proprio sogno. Quel sogno». Anche il grande Pasolini in un’intervista a New York ad opera della Fallaci afferma che «l’America è povera perché tutto è povero. Tutto è povero perché tutto è provvisorio. Tutto è provvisorio perché tutto è nato in fretta…». La più grande illusione.

Il disincanto e la disillusione
L’11 settembre 2001 abbiamo assistito ad un episodio catastrofico e drammatico: la caduta delle Twin towers, le Torri gemelle, simbolo del progresso, della modernità, dell’economia e del futuro americano che, con l’attentato, ossia lo schianto degli aerei, si sono sciolte, frantumate, dissolte con tutte quelle povere anime. Ciò però non ci deve trarre in inganno, sostiene l’autrice; è troppo comodo credere che la colpa sia solo da imputare agli orientali, agli estremisti e ai folli, perché anche l’America ha le sue responsabilità, ha il suo passato cruento e bellicoso i cui effetti sono ancora visibili in epoca contemporanea: del resto «il nemico, in certe democrazie, lo si crea, o lo si porta ad essere tale per giustificare l’azione, già decisa, che seguirà». L’autrice afferma che quei soldati portatori di civiltà non possono essere considerati eroi, la civilizzazione ha un prezzo troppo alto: la morte, «queste le povere genti che cadono sotto il fuoco della nostra civiltà. Dei nostri eroi».

Un grido di verità e speranza
L’autrice ci mostra un nuovo punto di vista da cui osservare e comprendere l’America e la sua storia; ma ci mostra anche, con le sue parole, con le sue frasi brevi e concise, un profondo rispetto nei confronti dell’umanità intera, un forte senso di rabbia per la cattiveria insita in ogni individuo, che per quante virtù possa avere, pur possedendo la ragione che lo eleva rispetto agli altri esseri viventi, si macchia di atti criminosi per fini egoistici e venali. Come afferma Italo Calvino nella sua celebre opera Il visconte dimezzato, in ognuno di noi è presente il bene ma anche il male, che convivono nella medesima anima; talvolta prevale la parte buona a discapito della cattiva e viceversa, ma l’essere umano non sarà mai completo fino in fondo. L’autrice, attraverso le sue parole, lancia un grido e un forte messaggio etico: neanche l’America, che da sempre è stata elevata a vessillo di grandi valori morali ed etici, può dirsi veramente diversa dagli altri stati; bisogna prenderne atto. Un grido di rabbia ma anche di speranza, un grido che invita ad aprire gli occhi, a scuoterci dal torpore e dalla pigrizia, un grido che ci invita a cambiare.

Selene Miriam Corapi

(direfarescrivere, anno X, n. 98, febbraio 2014)
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