Anno XX, n. 219
aprile 2024
 
La cultura, probabilmente
La situazione della Penisola mostra
come le nascite siano in forte calo
e come sia risalita la disuguaglianza
Edito da Rubbettino, un saggio che indaga le cause
dei problemi più stringenti che segnano l’attualità
di Alessandro Milito
Ammettetelo: quante volte vi è capitato di passare un intero viaggio in aereo assediati dalle urla dei bambini, a volte neonati, e di aver imprecato contro i loro genitori incapaci di fermarli o calmarli? E vi sarà pure passato per la testa il pensiero: se non sapete tenerveli che li fate a fare accompagnato da qualche sguardo critico verso i genitori o di stanca complicità verso la persona seduta al vostro fianco? Sì, se vi sentite in colpa forse fate bene. Ma il vostro senso di colpa aumenterà dopo aver letto La trappola delle culle – Perché non fare figli è un problema per l’Italia e come uscirne di Luca Cifoni e Diodato Pirone (Rubbettino, pp. 156, € 15,00) e la sua scottante verità: di bambini in quell’aereo dovrebbero essercene molti di più. E il fatto che siano così pochi, in volo e a terra, rappresenta un rebus nazionale da affrontare, e da capire, nell’immediato.

I numeri della trappola
I dati, prima di tutto. Nel 1964 la popolazione italiana tocca quota 51 milioni, sono venuti alla luce un milione di bambini, il tasso di natalità è del 20 per mille (venti neonati ogni mille residenti), il tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) è di 2,7 e l’età media del primo parto è di 25 anni e mezzo.
Nel 2021, invece, gli italiani sono 59 milioni ma i nuovi nati non raggiungono quota 400 mila: il tasso di natalità è del 7 per mille e l’età media del primo parto è salita a 31 anni. Un crollo verticale, drammatico, che se dovesse continuare con questa velocità porterebbe al dimezzamento della popolazione italiana a fine secolo: 32 milioni di abitanti.
Sono queste le cifre da cui parte la ricca e dettagliata analisi di Cifoni e Pirone, alle quali se ne accompagnano altre nel corso della lettura: dati mai banali e ridondati, sempre inseriti in un contesto ben delineato e leggibile al lettore a digiuno in tema di demografia. Sì, proprio la demografia: la scienza che descrive la struttura del démos, del popolo, noi. Una scienza con la quale, già da adesso e ancor di più nei prossimi anni, dovremo imparare a entrarci in confidenza.
Questo perché l’Italia è caduta in una trappola demografica dalle conseguenze dirompenti e potenzialmente devastanti: «Pochi giovani significano automaticamente pochi figli. Dunque la drammatica riduzione delle nascite di questi anni è in larga parte effetto fisiologico dell’analogo fenomeno degli scorsi decenni. Siamo invischiati in un terrificante circolo vizioso, che – se non interrotto – sfocerà in una nuova debolezza economica, la quale potrebbe a sua volta alimentare un’ulteriore carestia demografica».

Al di là di stereotipi e semplificazioni
Arrivati a questo punto potrebbero sorgere delle obiezioni che, quasi come per un riflesso condizionato, spesso vengono sollevate in questo spinoso dibattito. La prima: ma dove sta scritto che la popolazione debba sempre avere per forza il segno più davanti? Non mancano infatti le suggestioni di una decrescita felice anche in campo demografico, specie se si considera l’esplosione della popolazione mondiale negli ultimi decenni e i suoi otto miliardi complessivi appena raggiunti. La seconda: il minor numero di figli non è anche frutto del miglioramento della condizione femminile, soprattutto lavorativa, e di una maggiore attenzione alla sessualità? La terza: altro che calo della popolazione, non dovremmo invece preoccuparci della “sostituzione etnica” in corso a scapito dei “veri italiani”?
A quest’ultima obiezione apertamente razzista, incredibilmente (?) tanto in voga tra politici di primissimo piano, gli autori rispondono con la chiarezza dei dati: se l’immigrazione ha fermato il calo demografico già in corso negli anni Novanta, oggi non è, e di sicuro non sarà, sufficiente nel medio e lungo periodo. L’Italia non è così attrattiva se paragonata ad altre realtà europee che riescono a rendere l’immigrazione una risposta agli enormi problemi del declino demografico. Il libro offre un’accurata analisi comparata con gli altri stati europei e non solo: lo sguardo si sposta su Cina, India e Nigeria, paesi protagonisti di un’umanità che non è destinata a crescere ininterrottamente e con intensità uniforme.
Le altre due categorie di obiezioni, ben più diffuse, vengono affrontate dal saggio con la lucidità tipica delle opere di divulgazione scientifica. Un metodo chiaro, semplice e diretto, in grado di andare oltre le semplificazioni tipiche dei pregiudizi e degli stereotipi. La risposta principale è che il crollo delle nascite è una bomba a orologeria in grado di distruggere gli equilibri sociali garantiti da un welfare state sempre più in difficoltà. Una società che non fa più figli è una società sempre più vecchia, guidata da classi dirigenti sempre più conservatrici e reazionarie, con politiche che penalizzano i giovani e il loro sviluppo. Si tratta, in definitiva, di una società sempre più iniqua, che carica sulle nuove generazioni il peso di un debito pubblico gigantesco e di un sistema previdenziale alla lunga insostenibile.
E non è nemmeno vero che la maggiore occupazione femminile rispetto al passato debba necessariamente penalizzare le nascite: sono numerosi gli esempi offerti dal testo per dimostrare che, in realtà sane, più le donne lavorano – con redditi adeguati – più aumentano i nuovi nati.
Il cuore del problema è ben centrato dagli autori: «il primo indispensabile aiuto alla natalità è costruire un linguaggio comune per parlarne in modo adeguato nell’Italia di oggi. Un linguaggio né di destra, né di sinistra, laico, non inquinato da retaggi ideologici e luoghi comuni, contemporaneo a quello usato per descrivere i nuovi paradigmi della tecnologia e le trasformazioni di una società interconnessa».
Un linguaggio che non risulti viziato da echi mussoliniani né appaia come una ramanzina paternalistica o, peggio ancora, che colpevolizzi chi legittimamente decide di non avere figli.

Esempi da seguire e proposte concrete
Un buon saggio è quello in grado di analizzare e sviscerare un fenomeno in tutte le sue sfaccettature. Un ottimo saggio è quello che a tutto ciò aggiunge una serie di idee e proposte concrete. La trappola delle culle rientra nella seconda categoria, proprio perché dedica un’intera sua parte a nove proposte circoscritte, serie e credibili. Tutte rivolte verso un obiettivo: quota 500 mila nascite. Un traguardo che, come viene spiegato, è molto ambizioso ma necessario per invertire una rotta molto pericolosa: «Ormai siamo abituati a convivere con la bassa natalità, un veleno che assorbiamo a dosi basse ma crescenti. E così oggi non riusciamo nemmeno a valutare bene il livello di pericolosità del fenomeno; che non è più inquadrabile solo nei concetti di spopolamento e impoverimento, ma sconfina nella perdita di identità e di autonomia nazionale».
La trappola delle culle è una lettura necessaria in questo 2023 se si vogliono conoscere e comprendere le conseguenze a cui andremo incontro se non daremo alla questione demografica il risalto che merita. E per un saggio di circa 150 pagine non è certamente poco.

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XIX, n. 209, giugno 2023)
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