Anno XVIII, n. 198
luglio 2022
 
La cultura, probabilmente
Dal 1961 al fianco dei diritti umani.
Un interessante saggio sull’operato
di un’indispensabile Ong
Amnesty International: dalle origini fino a oggi.
Gli obiettivi raggiunti e ciò che rappresenta per tutti noi
di Emiliano Peguiron
Sessant’anni dalla parte dei diritti umani di Amnesty International (Infinito edizioni, pp. 112, €13,00) è un testo, con Prefazione di Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty scomparso a ottobre scorso, che raccoglie sedici interventi di penne illustri e particolarmente impegnate nell’ambito dei diritti umani (Annalisa Camilli, Roberto Saviano, Elena Stancanelli, Ascanio Celestini, Paola Caridi e Domenico Starnone, per citarne alcuni).
Nel presente articolo verranno analizzati i temi principali che gli autori hanno esposto e che rappresentano, in parte, lo specchio di questa lungimirante Ong internazionale che ci accompagna da oltre mezzo secolo, divulgando informazioni che contribuiscono alla formazione di un pensiero critico dietro la mera cronaca.

Il fil rouge del saggio
Le storie sono tutte legate dal filo rosso dei diritti fondamentali negati, delle ingiustizie, torture e privazioni di ogni genere di libertà. Diritti che vengono enunciati con forza nel primo racconto, quello di Caterina Bonvicini, riguardante la storia di Ammar costretto da sempre alla fuga tanto da farne uno stile di vita. Ogni volta che viene riportata una delle numerose ingiustizie che il giovane ha subìto, la scrittrice sottolinea l’articolo della dichiarazione universale dei diritti umani deliberatamente ignorato, calpestato.
In generale, coloro che hanno collaborato al presente volume raccontano attraverso storie e sguardi personali il modo in cui si sono avvicinati ad Amnesty e cosa rappresenta per loro. Nelle vicende raccontate dai sedici autori vi è un’altra argomentazione comune che riguarda, oltre a ciò che è stato fatto, soprattutto ciò che si dovrà fare a favore dei diritti umani nei prossimi anni. Infatti, in un contesto di soprusi e diseguaglianze sociali, etniche e sessuali, Amnesty International si muove ormai da tempo con notevoli risultati ma con la consapevolezza che c’è ancora molto da fare, numerose vite che, ingiustamente, non sono pienamente tali e alle quali va riconsegnata la dignità ma soprattutto la libertà di scegliere, di poter stare in qualsiasi luogo, di poter esporre la propria idea, di poter essere umani.

Concetti fondamentali
All’interno del volume dedicato a questo notevole anniversario di Amnesty, sono numerosi i concetti che vengono esplorati, tanti quanti gli esponenti del mondo culturale italiano che vi hanno contribuito. C’è quello di testimonianza, intesa come bisogno di dire e di informare e come fulcro degli intenti di Amnesty stessa (Giuseppe Catozzella); c’è quello dell’assenza, espresso con grande impatto dal racconto riguardante Davide Bifolco, un ragazzo di sedici anni ucciso da un carabiniere a Napoli nel 2014 (Ascanio Celestini); c’è il concetto di inclusione come obiettivo difficilmente raggiungibile ma sul quale Amnesty ha lavorato, sta lavorando e continuerà a lavorare (Giancarlo De Cataldo); viene espressa l’importanza di poter usare le parole, difendere totalmente la libertà d’espressione (Fabio Geda, Gian Antonio Stella); il concetto di riconoscenza per Amnesty (Moni Ovadia); c’è, infine, il tema dell’insegnamento e della scuola come luoghi in cui assumono rilevanza i diritti fondamentali dell’uomo, oppure la definizione di umanità come tirocinio, un esercizio continuo, da non abbandonare, che ci forma in quanto comunità, l’unica esistente (Domenico Starnone).
Molti altri potrebbero essere i concetti da approfondire e di tanti altri si parla. Questa sintesi è volta a rilevare gli spunti che gli autori offrono al lettore. Spunti utili a conoscere quanto Amnesty abbia fatto negli anni passati e quanto sia ancora disposta a fare.

Nascita e simbolo di Amnesty
Attraverso le parole di Paola Caridi e Roberto Saviano comprendiamo l’importanza delle origini e dello sviluppo di Amnesty. Nel 1961 l’avvocato inglese Peter Benenson, scioccato dalle notizie provenienti dal Portogallo oppresso dalla dittatura di Salazar, lanciò la prima campagna per l’amnistia dei cosiddetti prigionieri di coscienza. A partire da questo evento una lunga strada è stata intrapresa e i risultati non hanno tardato ad arrivare: nel 1977, infatti, l’Ong riceve il Premio Nobel per la pace in quanto portavoce di giustizia e libertà e per il suo continuo e prolifico impegno nella difesa dei diritti umani.
Il simbolo, ormai conosciuto dalla stragrande maggioranza, ci accompagna anch’esso dalla nascita della Ong ed è una candela accesa circondata da un filo spinato. Ma cosa rappresenta? Se il secondo elemento richiama la recinzione e la costrizione, inequivocabili espressioni di violenza, la candela accesa rimanda, invece, alla volontà di Amnesty di illuminare ogni violazione dei diritti umani, fare luce su di esse e agire con l’aiuto dell’opinione pubblica affinché possano essere estirpate. Da qui la centralità dell’informazione e della divulgazione come potenti strumenti di liberazione.

Tutti possono aiutare
In conclusione, dinanzi alle innumerevoli ingiustizie che il testo qui proposto ci descrive, potremmo, anzi dovremmo, chiederci: io, come singolo individuo, cosa posso fare? La risposta è insita nelle testimonianze e nei racconti di tutti coloro che hanno collaborato alla stesura del saggio. Informarsi e documentarsi (il bilancio di Amnesty può essere un esempio per conoscere attività e risultati dell’organizzazione: www.amnesty.it/chi-siamo/bilancio-sociale/), combattere per i diritti negati agli esseri umani, che siano nostri vicini di casa o che abitino dall’altra parte del mondo. Non girarsi mai dall’altra parte. Non essere per alcun motivo indifferenti. Non rimanere immobili di fronte ai soprusi, non tanto perché così si rischierebbe di diventare complici, ma perché è giusto e prioritario come ci ha mostrato questa instancabile organizzazione internazionale. Infine, sostenere Amnesty perché è facile (grazie ai mezzi tecnologici a nostra disposizione) e perché per una vita da salvare non ci sono né “se” né “ma”.

Emiliano Peguiron

(direfarescrivere, anno XVIII, n. 193, febbraio 2022)
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